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LAVORARE NON CONVIENE PI. PER MOLTI.

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

La domanda alla quale vogliamo tentare di rispondere in questa circostanza è la seguente: ha ancora senso lavorare? Ancora meglio: è ancora utile farlo? Beninteso, stiamo parlando, ovviamente, del lavoro salariato, e possiamo anche restringere ancora di più il quesito, cercando di trovare una linea di confine al di sotto della quale la risposta potrebbe non essere così scontata come invece a prima vista la maggioranza dell’opinione pubblica crede. In questo caso il punto diventa: quale è il limite al di sotto del quale lavorare non solo è avvilente, ma nei fatti diventa anche controproducente.Il motivo di tale domanda è molto semplice: molti pensano che quando scriviamo di pensare realmente a cambiare il proprio modus vivendi, di spostarsi, cambiare attività e in senso generale cercare di crearsi un nuovo paradigma – anche pratico – per sopravvivere, parliamo di utopie che sono al di fuori della realtà. Come vedremo, in molti casi, è molto più al di fuori della realtà rimanere in alcune condizioni piuttosto che prendere seriamente in esame un cambiamento radicale di vita.

Un lavoro, in teoria, dovrebbe consentire di soddisfare, per il lavoratore, almeno tre ambiti: economico, pratico, psicologico. Ovvero esistenziale.

Dal punto di vista economico dovrebbe garantire quanto meno di poter arrivare, proprio dal punto di vista numerico, alla piena sussistenza ogni mese. Il che significa che deve essere necessario, se non a consentire di risparmiare economicamente qualcosa per le incertezze che in ogni caso il futuro porta con sé, quanto meno a pagare i conti necessari ad avere l’indispensabile. Alloggio e vitto, e spese accessorie collegate. Come vediamo, stiamo parlando proprio del minimo indispensabile.

Dal punto di vista pratico dovrebbe consentire di soddisfare alcune necessità, ma sopra a tutte una: poiché il tempo che il lavoro sottrae alla vita di tutti i giorni non può, siccome non abbiamo il dono dell’ubiquità, essere utilizzato per svolgere altre attività, il guadagno economico che si trae da una giornata lavorativa deve quanto meno servire a poter acquistare una serie di cose e servizi che non possiamo svolgere da soli, per ovvi motivi di tempo. E questo, sia chiaro, ancora prima di entrare nel merito del fatto che sia giusto o meno, positivo o negativo, scegliere di lavorare per acquisire denaro per comperare cose che invece si potrebbe fare da soli.

Dal punto di vista psicologico dovrebbe infine almeno poter garantire di vivere una esistenza che dal punto di vista emotivo possa scorrere senza ansie o paure, per esempio quella, sempre più diffusa nella nostra società, di riuscire a soddisfare le proprie necessità. Ma ancora: visto che il lavoro occupa non solo la maggior parte delle giornate, ma in senso lato la maggior parte della propria vita, dovrebbe essere essenziale pensare come imprescindibile il fatto che il lavoro che si svolge debba essere scelto e preferibile rispetto a un altro. Fare un lavoro che non solo costa fatica (il che è anche normale) ma che non piace e che magari reca profondi scontenti, equivale a passare la maggior parte della propria vita a fare una cosa controvoglia. In altre parole, a soffrire, soprattutto emotivamente, per tutto il corso della propria vita lavorativa (il che equivale, oggi come oggi, sino quasi alla morte).

È logico a questo punto fare un bilancio del proprio lavoro e verificare se questi tre ambiti sono soddisfatti, e come, oppure se siano in varia misura e combinazione più o meno disattesi. Ci sarà chi svolge un lavoro che non gli piace affatto, magari in un ambito che per propria inclinazione è diametralmente opposto al proprio sentire, ma che attraverso di esso soddisfa bene, diciamo ben oltre i limiti minimi che abbiamo indicato, gli altri due punti. Oppure chi in qualcuno di questi ambiti rilevi di essere ben al di sotto di un certo limite, ma che magari la cosa sia compensata in modo rilevante da almeno uno degli altri.

Ma esiste un caso in cui tutti i tre gli ambiti siano del tutto disattesi. In cui il lavoro che si svolge non consente di percepire uno stipendio in grado di far fronte alle mere indispensabili necessità economiche, in cui non lasci il tempo di fare altro e che apporti un profondo malessere al lavoratore.

Questo è, nel nostro modello e in modo particolare negli ultimi anni, il caso più diffuso. E presumibilmente, almeno leggendo i dati economici e sentendo le dichiarazioni stesse dei nostri governanti, sarà così a lungo. Molto a lungo: secondo Monti, ed è solo una previsione, in Italia abbiamo almeno “venti anni di regime controllato”. È una situazione, dunque, che non è destinata a cambiare sensibilmente in positivo per un periodo molto lungo. Quanti anni avremo tra (almeno) venti anni?

Indichiamo un caso scuola, puramente esplicativo, che può però essere calibrato da ognuno variando i parametri relativi alla propria situazione, al luogo di residenza e alle proprie necessità. È un caso che conosciamo di persona, e non è uno dei casi limite. Le condizioni di vita e lavorative che andremo a descrivere sono di una persona che oggi può addirittura considerarsi fortunata, rispetto alla maggioranza dei lavoratori della sua stessa età, o giù di lì.

Trentotto anni, contratto a tempo indeterminato, 1000 euro al mese di stipendio netto, per 8 ore di lavoro dal Lunedì al Venerdì. Comune di lavoro Roma, e così la residenza.

Il nostro lavoratore è single, vive in un appartamento di 35 metri quadrati in affitto, per il quale paga 550 euro al mese più 100 di condominio. E più, ovviamente, le utenze.

Come si vede, abbiamo scelto una situazione che, per chi conosce il mondo del lavoro in una grande città o comunque può immaginare quanto accade oggi in una situazione analoga, è già ben al di sopra di tante situazione che invece sono, e di molto, peggiori.

Per raggiungere il posto di lavoro, il nostro soggetto utilizza un motorino, e impiega circa 35 minuti per andare e lo stesso tempo per tornare.

Ebbene questa persona, pur avendo un contratto a tempo indeterminato nel settore privato, per riuscire ad arrivare alla fine del mese deve svolgere necessariamente un secondo lavoro (nel caso, un paio di serate in un locale).

Il motivo è semplice, tra affitto e utenze, assicurazione per il mezzo e la benzina, ciò che le resta non è sufficiente a poter comperare la quantità di cibo – meramente: il cibo – che le necessita per arrivare a fine mese. E non parliamo di altre cose: vestiario, oggetti di altro tipo, spese impreviste, svago.

Ma il punto non è solo meramente numerico. Il fatto è che le sue giornate iniziano alle 8 e terminano alle 19, spostamenti inclusi, tranne i giorni in cui lavora anche la sera, soprattutto nel fine settimana.

E ancora, in modo determinante, questa persona, in ogni caso, non è in grado di poter accedere a nulla di ciò che Roma “offre”, come la varietà di cinema e teatri, concerti ed esposizioni culturali, ristoranti, locali e più in generale tutto ciò che non sia lavoro e che (per chi apprezza) è possibile avere in una grande città: non ha denaro a disposizione per potersi permettere qualcosa. In pratica non può accedere a nulla per cui valga la pena vivere. Può solo lavorare per (tentare di) arrivare alla sopravvivenza sino alla fine del mese.

Ultimi tre punti. Il primo: svolge un lavoro impiegatizio che non le offre alcuna soddisfazione personale, che mediamente la annoia per otto ore ogni giorno e la impegna per nove ore o più. Il secondo: ha da poco scoperto che, nella migliore delle ipotesi – ovvero che l’azienda per la quale lavori non ceda alla recessione e sia costretta a licenziare, e che nel frattempo non occorrano altre manovre per la previdenza – potrà andare in pensione tra non meno di venticinque/trenta anni. Il terzo: non c’è alcuna possibilità all’orizzonte, mediamente logica o sulla quale puntare (che non sia una mera speranza) che le cose possano cambiare in meglio.

In sintesi: conduce una vita da schiavo – pur se in condizioni certamente migliori di tantissime altre – per riuscire a malapena ad arrivare alla fine del mese (quando non ci arriva si appoggia, anche solo per il vitto, a una rete di familiari) il più delle volte facendo i conti al millimetro, lavorando circa cinquanta ore a settimana in totale (tra primo e secondo lavoro) per fare cose dalle quali non trae neanche alcuna soddisfazione psicologica, senza poter godere nulla di ciò che una città come Roma offre ma soffrendone tutte le difficoltà (traffico, inquinamento, prezzi alti per ogni cosa) e con una prospettiva di condurre una vita del genere per arrivare, forse, a percepire una pensione quando avrà le forze, e il denaro sufficiente, appena per fare una passeggiata ai giardini comunali.

Nulla, a nostro avviso, vale un sacrificio simile. E stiamo parlando, ribadiamo, di una situazione infinitamente migliore di quella della maggior parte dei lavoratori della sua età, o poco più giovani. Ovvero della situazione lavorativa della generazione attuale e di quelle prossime.

Esiste dunque un limite minimo – anche se differente dal punto di vista del “quanto” in base al luogo in cui si vive, ad esempio se in una grande città oppure in provincia – al di sotto del quale lavorare diventa controproducente. Ed è, come abbiamo visto, un ragionamento prettamente logico, numerico, pratico.

Volutamente non abbiamo affrontato in questa sede, ma lo faremo a breve, l’aspetto più prettamente emotivo e se vogliamo filosofico del concetto di lavoro. Ovvero, detto sinteticamente, il concetto di “senso” – direzione e significato – che il lavoro dovrebbe avere (rispetto a quello che la maggioranza delle persone fa e che invece, di senso, ne ha poco, in generale e per sé). Come detto torneremo sul punto prossimamente, per ora valga almeno una riflessione: svolgere un lavoro che impegna la maggior parte delle proprie giornate e percepire che tale lavoro non ha senso se non (e non sempre) nella misura unica del ritorno pratico, economico principalmente, equivale a dire che si sarà spesa la propria vita intera senza senso. Se questa considerazione valga poco o molto, ognuno può dire. In ogni caso, affronteremo il tema presto.

Tornando a noi, moltissimi tra i lavoratori attuali vivono proprio una situazione al limite, e molti sono direttamente al di sotto di tale limite: lavorano anche moltissimo senza riuscire a percepire uno stipendio in grado di garantirgli anche il minimo che un lavoro dovrebbe garantire.

Semplice deduzione impone dunque una seconda domanda: perché si continua a perpetrare una situazione che, in modo evidente, non è in grado di risolvere la propria esistenza? La risposta è purtroppo brutalmente frustrante: la maggior parte di chi vive una storia del genere, pur rendendosi evidentemente conto della situazione nella quale versa, preferisce continuare a viverla piuttosto che anche solo ipotizzare la possibilità di imprimere un cambiamento radicale. Di più: molti vivono costantemente nella speranza illusoria che qualche cosa possa cambiare. Per quale motivo, vista la situazione, non è dato sapere.

È come essere una squadra di calcio che gioca una partita evidentemente truccata, in cui ogni minuto l’altra squadra segna dieci reti, e al momento il risultato è di 70 a 1, e però pensa ancora che siccome la palla è rotonda possa accadere qualcosa di non meglio precisato in grado di far invertire la tendenza e sperare almeno in un pareggio quando invece, chiaramente, l’unica cosa da fare sarebbe lasciare il campo in segno di protesta e andarsi a trovare una nuova partita, un nuovo campionato non truccato.

E invece no, malgrado tutto, si continua a stare alla macina. Malgrado l’evidenza si continua a disperdere tutti i giorni della propria vita per stare al gioco di chi non ha altro obiettivo di continuare a farci stare al (loro) tavolo da gioco.

Capire la situazione, rinunciare a credere all’impossibile, e decidere di imprimere un cambiamento alla sfera della propria vita, con tutto quello che questo comporta, naturalmente, è dunque un atto di ribellione. Che ovviamente non è per tutti, anche se, se fosse applicato da un numero elevato di persone e di popoli, sarebbe in grado di innescare ciò di cui ci sarebbe reale bisogno, ovvero una rivoluzione.

In ogni caso, posto che i dati sono questi, e la dimostrazione non è negoziabile, non è che si hanno poi molte altre scelte: o si continua a ignorare la realtà, oppure la si affronta, e se si ha coraggio, si scelgono altre strade. Per quanto inesplorate possano essere. Da una parte c’è una strada certa, e sappiamo senza possibilità di essere smentiti di che tipo è, cosa comporta, e molto probabilmente che non si modificherà, almeno nel corso della nostra vita. Dall’altro lato la possibilità, almeno la possibilità, di trovare altro. A ognuno la scelta, e ora. Non quando la vita sarà passata.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com
20.03.2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Pubblicato da Davide

  • Kazonga

    Ottimo articolo.

    Una volta la politica si occupava anche di questi aspetti. Oggi è spread e salvaguardia degli interessi finanziari e bancari. L’uomo, la persona, è scomparso dalla politica, ma più in generale dal progetto di una vita “civile”. Diciamo meglio: se non hai un reddito pari a circa 3/4 volte quello minimo indicato da Lo Monaco non puoi condurre una vita civile. A meno di non fare una vita tipo Rambo, dormendo nelle fratte, cibandosi di bacche e cacciando, il che comunque produrrebbe un drastico abbattimento delle condizioni di salute e della vita media. Sarebbe un male? A questo punto i dubbi sono leciti…

    Certo è che, al di la di tutte le elucubrazioni statistico economiche sul mercato del lavoro e delle pensioni, questo articolo mette in luce un fatto tanto incontrovertibile quanto chiaro: il lavoro NON è più sufficiente per campare, anche abbattendo drasticamente l”inutile” (il che peraltro è drammatico, in quanto a volte “l’inutile” è, paradossalmente, necessario). In altri termini, l’economia si è già bloccata, da tempo. Altro che recessione, crisi o stasi. Continueremo ad andare avanti per un po’, per inerzia, sfruttando gli ultimi risparmi, dopo di che…game over.

    A meno che non rinasca una Politica che modelli, proponga e imponga un modo di vivere più decente per tutti.

  • eresiarca

    Tutto vero, ma vorrei solo osservare che il caso del “single” della grande città, così diffuso, è un frutto della condivisione, volenti o nolenti, di un “modello” che non invita certo a metter su famiglia. E non mi riferisco ai soldi che ci vogliono: è un problema di mentalità, di… individualismo, e i divorzi – specialmente dei trenta-quarantenni, una generazione devastata dagli anni Ottanta – lo dimostrano. Anzi, in due, anche se la donna non lavora tutto il giorno fuori casa (il che è una follia se si hanno figli), si affronta meglio tutta la situazione; e se la donna sta a casa, si guadagna in tempo e tutto quel “fare” che giustamente l’articolista rivendica come espropriato dal troppo tempo passato in ufficio o in fabbrica, lo può recuperare la donna che sta a casa (rammendi, cucina – tra l’altro mangiando molto meglio -, pulizie), fermo restando che il marito – a meno che non sia già stravolto dal lavoro fuori – può tranquillamente dare una mano. E’ poi molto importante abitare vicino ad almeno una delle due famiglie d’origine… Se non ci fossero i genitori, molti sarebbero ormai andati alla deriva: allora mi chiedo, a che pro la famiglia “mononucleare”? non sarebbe meglio vivere tutti assieme come in effetti fanno ancora in parecchie parti del mondo considerate “indietro”?
    Comunque è evidente che per sfuggire meglio a questa piovra bisogna uscire dalle città.

  • Break74

    “e tutto quel “fare” che giustamente l’articolista rivendica come espropriato dal troppo tempo passato in ufficio o in fabbrica, lo può recuperare la donna che sta a casa (rammendi, cucina – tra l’altro mangiando molto meglio -, pulizie), fermo restando che il marito – a meno che non sia già stravolto dal lavoro fuori – può tranquillamente dare una mano. ”

    Guarda che il tempo espropriato dal lavoro non è quello del “rammendo” ma quello della LETTURA, DEL CONTATTO CON LA NATURA, DELLE MILLE PASSIONI CHE IL POPOLO GRIGIO HA BARATTATO PER UN LAVORO DI MERDA che gli consenta di soddisfare quei bisogni creati ad hoc per fargli sentire che va tutto bene, che non è pazzo a pensare all’inutilità del suo ruolo.

  • tres19

    Citazione: “Semplice deduzione impone dunque una seconda domanda: perché si continua a perpetrare una situazione che, in modo evidente, non è in grado di risolvere la propria esistenza?”

    La risposta esatta te la do io.

    Una larga fetta di persone si è incasinata la vita durante gli ultimi periodi della fase “illusoria”, c’è chi ha fatto debiti, mutui, chi figli, insomma in qualche maniera si è affittata la propria vita senza star a fare troppi calcoli e ora il risultato è la schiavitù.

    Un altra fetta di persone ancora non accetta l’idea di aver buttato al vento anni e anni di studio, apprendistato o simili; l’idea di ammettere di aver intrapreso una via errata in passato è superiore alla sopportazione della situazione odierna.

    Un altra fetta di persone è semplicemente troppo stupida per decidere alcunchè, segue e basta.

    Altri, pochi, stanno smettendo di lavorare, c’è chi lavora solo secondo necessità poche ore alla settimana, chi ha intrapreso una via rurale più autosufficiente e simili.

    Questi ultimi hanno iniziato a ragionare molto tempo fa, a chi sapeva vedere, le cose apparivano chiare e limpide anche negli anni ’80 e ’90.
    Sul piano filosofico sono avanti eoni e dato che dal mio punto di vista questo piano deve essere antecedente a qualsiasi pratica, la vedo dura cambiar situazione solo per via del “panico” dell’ultimo minuto.

  • stefanodandrea

    Articolo eccellente e eccellenti commenti. Siccome hanno toccato i due punti essenziali, che volevo commentare, li riassumo:
    1) non dovrebbe essere “normale”, ossia nella norma, ordinario, statisticamente rilevante, vivere da single. In linea di principio, salvo poeti, artisti, condottieri e simili, un single vice male, anche se deve gestire un piccolissimo casaletto di campagna; le spese saranno sempre superiori alle entrate; non ci si divide il lavoro, i compiti. Non si ha il nido dove tornare. A cosa serve mettere in discussione il lavoro, se non si mette in dubbio l’ideale o concetto di vita che si vorrebbe perseguire?
    2) come è stato sottolineato, un ostacolo notevole è il debito privato. Direi che la soluzione, pur non essendo semplice, è obbligata: compiere tutti i sacrifici; tornare a vivere in tanti in una casa, risparmiando sull’affitto, rinunciare a tutto ma proprio a tutto per estinguere i debiti.
    Aggiungo:
    che bisognerebbe smetterla di sentirsi individui e persone e prendere atto che si deve essere cittadini o almeno appartenenti a comunità. E’ la riduzione del cittadino a individualista consumatore (indebitato) che ha concorso a cagionare il disastro così ben descritto dall’articolo;
    che l’altra vita è una vita che dà maggiori soddisfazioni ma è faticosissima; in linea di principio, si lavora di più; ma si spende meno e si sta meglio. L’importante è sapere che si lavora di più.

  • Roma

    Bell’articolo. Condivido l’analisi. Ma chiedo: e quindi? Qual’è la soluzione (concreta possibilmente)?
    Vediamo di fare delle ipotesi pratiche.
    1. Smettiamo di lavorare e farci sfruttare. E di cosa campiamo? C’è qualche paradiso terrestre dove possiamo vivere meglio dello schifo in cui viviamo adesso? A me, sinceramente non risulta. Chi ne ha notizia esponga, così parto domani mattina.
    2. Tutti smettiamo di lavorare e facciamo la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Con quali armi? A mani nude forse? Dietro ad una tastiera siamo tutti dei galli, ma quando c’è da menare le mani la cosa diventa seria e le balle non contano più niente.
    Lo Monaco, che non è l’ultimo arrivato, sa poi benissimo che le rivoluzioni non partono MAI dal basso, e che senza l’aiuto di altri Paesi o delle elites di comando non si può neanche lontanamente immaginare una rivoluzione. Infine Lo Monaco sa benissimo che TUTTE le rivoluzioni producono SEMPRE una condizione di ulteriore impoverimento e sottomissione delle classi deboli, cioè proprio di quelle persone che Lo Monaco vorrebbe che si ribellassero.

  • Cornelia

    Qualsiasi casa con un mutuo è vendibile. QUALSIASI.
    E dà un ricavato, anche dopo aver saldato il mutuo.
    Col ricavato, ci si compra una qualsiasi casetta in campagna. Con l’eventuale avanzo, o liquidazione dal posto di lavoro, si fa partire una qualsiasi attività minima. In campagna basta pochissimo denaro per vivere.
    La qualità della vita della famiglia migliora enormemente. E anche la salute.
    Quanto ai figli, anche nei paesi ci sono scuole pubbliche. Spesso biblioteche e attività culturali. All’Università ci si penserà… se fra 10 o 20 anni avrà ancora un senso mandarli all’Università.

  • dana74

    sottoscrivo le parole di andrea, eccellente articolo ed eccellenti commenti, le perplessità di Roma sono condivisibili, ma sono sufficenti per ritenere giusto continuare a puntare alla mera sopravvivenza e tentare di sbarcare il lunario come ne “I Malavoglia” di Verga?

  • Arcadia

    quoto in toto, sia l’art. di LoMonaco che i vari commenti.
    in rif. a qst’ultimo, nn credi che qst “tenore di vita” sia stato imposto dai media mainstrem ad una popolazione che ha subito “indifesa” un vero e proprio lavaggio del cervello?

  • tres19

    Io ho smesso da tempo di ragionare sul “tutti”, il “tutti” non ci sarà, il “tutti” non avverrà e se devo metterci del mio io, con il “tutti” attuale non voglio niente a che spartire.

    E’ un gioco mentale il “tutti”, spesso un alibi per l’immobilità, per rendere appagante la vita di una persona basta concentrarsi su ciò e su chi si ha intorno; al momento il ritmo frenetico non permette neanche questo.

    Tolto il “tutti” di mezzo si passa all’aspetto pratico ma anche portando le prove schiaccianti che in altra maniera è possibile vivere, resta il fatto che a saper vivere senza determinati “contentini” sociali si deve imparare da se.

    Tra i contentini non c’è solo l’iPhone o la vacanzetta, c’è anche il fatto di esser coscienti di fare come fanno tutti e crogiolarsi in quella pseudo-certezza, c’è il fatto di seguire la linea guida ufficiale, c’è l’approvazione altrui e vari pompaggi di ego.
    Tra le tante cose, le più facili da eliminare sono proprio quelle tecnologiche e le comodità, i concetti e le paure necessitano molta più dedizione.

    Quando la paura scompare la pratica magicamente si rende visibile! 😛

  • tres19

    Bisogna specificare cosa si intende per “lavorare di più”.
    Il lavoro non è solo la mansione che si svolge e il tempo in cui la si svolge, il lavoro ha mille altre componenti, spesso quelle su cui si dovrebbe sindacare sono meticolosamente evitate.

    Innanzitutto quasi nessuno frequenta o frequenterebbe i colleghi di lavoro e quindi il fatto di star 8 ore a contatto con una persona con cui hai poco da spartire e quel poco devi farlo tramite del teatrino non è sicuramente da inserire tra le cose appaganti.

    Il fatto di venir governato da una sveglia non è sicuramente tra le cose più ambite da una persona, non solo mi indica quando svegliarmi e quando muovermi ma anche quando andare a dormire mettendomi angoscia se manco anche di poco a ogni appuntamento.

    Il concetto subordinato-padrone personalmente è quella che mi innervosisce più di tutti, per dirla in poche parole se un passante qualsiasi mi tratta come qualsiasi titolare che ho avuto come minimo ci pigliamo a botte per ore, in ufficio o in fabbrica si accusa e si somatizza il Capo.

    Lavoro di routine o mansione altamente specifica e alienante al processo produttivo o inutile o addirittura non condivisa.

    Potrei continuare per ore ma concludo dicendo che quando sto’ al lavoro (ormai molto poco) davanti al PC a muovere solo l’indice e poco altro mi sento afflitto e affaticato, quando vado nell’orto con i miei amici e ci spacchiamo la schiena per ore sotto il sole mi diverto alla grande, credo che fisicamente potrei riuscire a fare ancor di più senza accusarne il benchè minimo disagio solo perchè le altre componenti, quelle evitate, non sono presenti.

  • stefanodandrea

    Si, ovviamente. Ma è stato imposto anche dal legislatore, quindi dalla politica, che ha perseguito politiche di indebitamento dei cittadini, sia con decisioni autonome, sia attuando direttive provenienti dall’Unione Europea. Ed è stato perseguito anche dalla banche e dal sistema bancario nel suo complesso, compresa banca d’Italia e la BCE. Venti anni fa, se andavi a chiedere un mutuo casa quindicennale, con finanziamento dell’80% del prezzo, i funzionari di banca te lo negavano. Se lo chiedevi ventennale si gettavano per terra e rischiavano di morire dalle risate. Adesso stiamo pian piano tornando ad una situazione fisiologica. Ma la frittata è stata fatta.

  • stefanodandrea

    Tutte precisazioni che condivido pienamente

  • TaOist

    complimenti all’articolista e complimenti a Break74 .

    Non credo serva aggiungere altro .

  • TaOist

    Fatto !

    E confermo quanto detto da Cornelia . Tutto vero , almeno quella che è la mia esperienza .

  • Roma

    e quindi?
    Puoi per cortesia darmi delle indicazioni un pò concrete?
    Tenendo conto che l’iPhone e la vacanzetta non me le posso permettere già da mò?

  • Quantum

    Io però ricordo che negli anni ’70 una FIAT 128 costava 900mila lire come 3 stipendi medi.

    Oggi quanto costa una berlina di quella categoria in rapporto agli stipendi?

    Eppure allora era fatta a mano con il lavoro umano, oggi sono tutte meccanizzate e fatte dai robot, dovrebbero costare non oltre 4000-5000 euro.

    E gli appartamenti? 4 vani in periferia di una grande città del centro-sud negli anni ’80 erano sui 40 milioni, al nord 60-70 milioni. Si potevano pagare in 10-15 anni di mutuo.

    Oggi chi può permetterselo?

    I prezzi e il loro livellamento ha qualcosa di strano, molto strano. Tanti beni inutili che costano nulla, e i beni durevole e veramente importanti, inaccessibili.

    Sparita edilizia popolare, sparito equo-canone. Sparita qualsiasi possibilità di sopravvivere senza spaccarsi la schiena a lavorare numerose ore per qualche padrone con una paga di sola sussistenza.

  • terzaposizione

    Comprendo che la mia categoria Single sia considerata un abominio, quando vedo centinaia di divorziati impoveriti economicamente che per sopravvivere devono vivere in comune con pari sventurati, spesso straziati dalla difficoltà di incontrare i figli in un amibiente consono….. cinicamente mi consola essere single, anche considerando quello che il Mondo stà vivendo, se devo crollare meglio non lasciare disgraziati.

  • ws

    la ” vita rurale” che tu dici in realta’ “parassita” la vita di merda di tutti gli altri in citta’. Prova a togliere, sanita’ , luce, telefono e acqua corrente conto in banca supermercati ect. ect.. a questi ” rurales” , cioe’ tutti quei servizi portati avanti dagli “schiavi di citta'” e ritrovi nientaltro che l’ infima italia rurale di centanni fa.

    La risposta a questo processo di collasso sociale non e’ fuggire nella villa di campagna, lo fecero gia’ i romani nel basso impero ma non funziono un granche ‘ 🙂

  • Aironeblu

    Citazione: “Tutti smettiamo di lavorare e facciamo la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Con quali armi?”
    E’ assolutamente vero, dal basso non partono le rivoluzioni, e se partono non arrivano lontano. Quello che ci resta è valutare la situazione con cura, e agire con quei piccoli margini di scelta che ci restano – anche nella peggiore delle ipotesi un piccolo potere decisionale ci rimarrà sempre – e pensare noi al nostro futuro, staccandoci dal pensiero uniformante che altri hanno preparato per noi e lottando per vivere come noi crediamo sia bene vivere. Abbandoniamo le convenzioni con cui questo sistema fallimentare determina i nostri destini, e non aspettiamo che siano altri a migliorare le nostre condizioni, non accadrà. Qualche via alternativa esiste sempre, meglio se percorsa in compagnia.

  • Aironeblu

    Citazione: “Tutti smettiamo di lavorare e facciamo la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Con quali armi?”
    E’ assolutamente vero, dal basso non partono le rivoluzioni, e se partono non arrivano lontano. Quello che ci resta è valutare la situazione con cura, e agire con quei piccoli margini di scelta che ci restano – anche nella peggiore delle ipotesi un piccolo potere decisionale ci rimarrà sempre – e pensare noi al nostro futuro, staccandoci dal pensiero uniformante che altri hanno preparato per noi e lottando per vivere come noi crediamo sia bene vivere. Abbandoniamo le convenzioni con cui questo sistema fallimentare determina i nostri destini, e non aspettiamo che siano altri a migliorare le nostre condizioni, non accadrà. Qualche via alternativa esiste sempre, meglio se percorsa in compagnia.

  • Aironeblu

    Citazione: “Tutti smettiamo di lavorare e facciamo la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Con quali armi?”
    E’ assolutamente vero, dal basso non partono le rivoluzioni, e se partono non arrivano lontano. Quello che ci resta è valutare la situazione con cura, e agire con quei piccoli margini di scelta che ci restano – anche nella peggiore delle ipotesi un piccolo potere decisionale ci rimarrà sempre – e pensare noi al nostro futuro, staccandoci dal pensiero uniformante che altri hanno preparato per noi e lottando per vivere come noi crediamo sia bene vivere. Abbandoniamo le convenzioni con cui questo sistema fallimentare determina i nostri destini, e non aspettiamo che siano altri a migliorare le nostre condizioni, non accadrà. Condivido pienamente il messaggio di Valerio, la nostra vita prima di tutto, anche se ci vuole coraggio, ma la via alternativa esiste sempre, diamogli almeno una piccola occhiata, e troviamoci anche sei compagni di viaggio che sarà più piacevole!

  • Break74

    A questo punto torna sempre l’eterna speculazione sulla nostra libertà dal ricatto del nuovo millennio. Quanta autonomia abbiamo prima di soccombere?
    Purtroppo la maggiorparte delle persone non ha più la possibilità di agire di

    propria iniziativa visto che le conseguenze del mandare a fanculo un lavoro

    che logora il proprio spirito in una lenta e inesorabile putrefazione e

    appannaggio di chi non ha familiari sulle spalle. Essere single il più delle

    volte in questo senso aiuta ribadendo il semplice concetto “Ho solo la mia pellaccia da sacrificare e non

    devo render conto a nessuno.” E quindi in questo caso dissento con alcuni dei commenti sopra. Il ricatto più grosso in cui la

    maggiorparte della popolazione invece è incastrato e’ quello legato alla pressione che esercità questo tipo di società su chi invece decide che è i tempi son maturi per ragionare anche a livello famigliare mettendo in discussione le rispettive celle.
    Purtroppo la maggiorparte dei

    suicidi legati al lavoro oggigiorno si verificano da parte di poveri cristi

    che vengono umiliati dal regime perchè non si sentono più in grado di

    provevdere ai bisogni dei propri figli, della moglie ecc. E qui l’uomo

    giustamente crolla. Chiunque crollerebbe è inutile negarlo.Puoi decidere di rompere i legami con la società da solo,

    non con il resto dei suoi cari. (Certo mai fare di tuta un erba un fascio, ma

    in linea dimassima purtroppo e’ difficile trovare intere famiglie

    sintonizzate sulla stessa lunghezza d’onda).
    Ma è così dalla notte dei tempi. Maria Teresa D’Austria nel periodo dell’illuminismo aveva dato disposizioni precise alla polizia asburgica di controllare soprattutto gli uomini soli perché aveva capacità illimitate di pensiero nell’ordine costituito. Le persone sole son pericolose per ogni tipo di sistema.
    Col passare del tempo e il crescere della consapevolezza però vedo che sparisce sempre di più il sorrisetto dulle facce di chi vede il suo collega sganciarsi dal sistema per affrontare (o perlomeno provare ad affrontare) quest’unica possibilità di vita in modi diversi. Son sicuro che ci aspettano tempi bui e grigi, ma allo stesso tempo mi vien da pensare che questa nauseante atmosfera forse allenterà la sempre più crescente alienazione umana.

  • tres19

    Io vedo nella realtà rurale la via; in Italia stanno nascendo diverse aggregazioni di persone che si spostano dalla città alla campagna, per quanto riguarda l’ottenere quel minimo di moneta che serve ognuno si ingegna come può e assecondo le proprie conoscenze/arti.

    Ci son molti forum e notizie in merito in rete, fai delle ricerche sul cohousing, sui villaggi rurali ecc… e vedrai che il fenomeno è più esteso di quel che si pensa.

    Se poi uno vuol mantenere lo stile di vita cittadino soluzioni diverse a quello che vediamo tutti a mio avviso non ce ne sono.

  • tres19

    Parlare di “rurales” come se fosse uno stereotipo non ha molto senso, molte realtà contribuiscono alle tasse, non sto’ parlando di una comune hippies, “rurales” non significa per forza baratto e lavoro nero.

    Ovviamente, se parti dal presupposto che le 8 ore sono il minimo per esser in pari con tutti, hai ragione tu; io ad esempio sono un parassita da sempre sotto questo punto di vista e lo sarò felicemente a vita! 🙂

  • tres19

    Questa è un altra obiezione che spesso viene citata in discorsi sul genere; il singolo può cambiare, il singolo può fare quel che vuole, il singolo può uscirne, gli sposati no, loro devono render conto ai familiari!

    Boh, non so che dire, ai miei amici rispondo così:

    “io ho le idee chiare da molto, fisso subito i miei macro-pensieri nell’altra/o, come mai può capitarmi di trovarmi con un partner a farci dei figli e poi scoprire di avere così tante divergenze da non poter affrontare insieme un cambiamento simile?”

    Non può succedermi!

    Se succede di sicuro il “problema” ha un’altra origine, hai scritto anche te “in linea dimassima purtroppo e’ difficile trovare intere famiglie sintonizzate sulla stessa lunghezza d’onda“, no ? :).
    Ancor più spesso si tratta solo di un alibi a buon mercato, il discorso in famiglia non si affronta affatto.

    Per quanto riguarda la fattibilità ti assicuro che ci sono molte famiglie con pargoli al seguito che hanno trovato il coraggio di cambiare insieme e rompere i legami di cui parli.

  • VeniWeedyVici

    Il popolo italiano ha nel suo sangue l’ associazione tra cittadini in fasci di combattimento per far fronte comune e distruggere il nemico (di dentro e di fuori). Occorre solo ricordarci chi siamo (ed è difficilissimo, di solito i flashback capitano sempre negli ultimi momenti prima di morire).

  • stefanodandrea

    perché abominio! Ho detto che vivere da single è più difficile, ecponomicamente e psicologicamente. Ho detto che non dovrebbe essere la condizione “ordinaria”, normale, frequente, come invece sta diventando. E non ho escluso che si possa vivere bene. Single sono anche i divorziati, generalmente con problemi economici e psicologici superiori.

  • Break74

    Forse non son stato abbastanza chiaro;il mio era una modesta e generale analisi sulla situazione. Non una sentenza:)
    Sono perfettamente consapevole che ci sono molte famiglie che con la loro forza, intelligenza e unione cambiano vita e lo fanno con una determinazione è un efficacia ineguagliabile. Soprattutto se si alleano ad altri gruppi. Si sà, l’unione fa la forza soprattutto in questo periodo.
    Ma è anche vero che quella spinta iniziale per loro deve essere molto più faticosa; è innegabile! Così lo è almeno per tutte le persone con cui mi capita di confrontarmi. Ed hai ragione tu a dire che è solo un alibi, ma alibi o no siam messi così. Un singolo è un pazzo, una padre di famiglia è un irresponsabile. QUESTO E’ UNO DEI TANTI TABU’ CHE BISOGNEREBBE ABBATTERE!

  • grillone

    questa situazione è semplicemente il risultato del fallimento del liberismo; negli ultimi 15-20 anni abbiamo liberalizzato banche, assicurazioni, benzina, affitti, telefonia ecc ecc ecc con la promessa che si sarebbero abbassati i costi e aumentata la qualità delle prestazioni, mentre invece è avvenuto esattamente l’opposto. quanto al lavoro, certo tante cose devono cambiare(e cambieranno, se alle prossime elezioni voteremo facce nuove e partiti nuovi), ma lavorare serve, a noi stessi ed alla collettività

  • RicBo

    Una persona dovrebbe lavorare se può, se vuole e se ce n’è bisogno.
    Vorrei godermi un reddito di cittadinanza che mi permetta di vivere decentemente con un tenore di vita semplice. Se poi voglio l’iPad o farmi un mese alle Maldive, lavoro 6,8 mesi, poi torno a godermi la vita e gli affetti. Se sono un genio e voglio mettere a disposizione della società il mio talento (dalle scienze all’arte) devo poterlo fare liberamente e la società mi deve poter gratificare nella giusta misura, senza eccessi.

  • nuovaera89

    Bellissimo articolo, letto prima di andare a dormire e mi farà riflettere non dico molto, moltissimo. Peccato, è un vero peccato, non mi vengono altre frasi, le possibilità di ricominciare in maniera diversa ci sono, dicono che nel nostro piccolo possiamo fare molto, e perchè non farlo tutti insieme? questa mia domanda non avrà nessuna risposta, e se una risposta avverrà, per me sarà incomprensibile, perchè basta volerlo, con la determinazione si può arrivare a tutto, anche alla libertà, parola impronunciabile visti i tempi che corrono, e correrrano tra qui a 20 anni se non moriremo piano piano uno ad uno.

  • Lucettina

    Che scoperta è avere la certezza che viviamo per lavorare?!
    Da quando si entra nel tunnel soffocante creato dal sistema per alimentarsi non abbiamo più scampo. Famiglia>Casa>Auto>Assicurazioni>Utenze>Debiti>Insonnia>Frustrazione…..Lavoro, lavoro, lavoro>Becchino!
    Chi di speranza vive….disperato muore.