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Lagne

DI ALCESTE

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Se l’umanità e l’Italia hanno deciso di suicidarsi a me va bene.
Non rimane che dedicarsi alle minuzie.
Oggi leggo, a proposito dell’arresto di Battisti, una fluviale sequenza di opinioni.
A volte non richieste, altre autoreferenziali (ricordi di gioventù), quasi mai perspicue, spesso stupide.
Stupide, ovvero inutili; e non perché siano unicamente dettate da uomini stupidi, ma perché mai si elevano al di sopra della baruffa. Che l’arengo politico italiano sia scaduto a lite perpetua da comari non è cosa di oggi. Va bene così. I cinesi mandano navicelle sulla luna? E noi discutiamo di Battisti. In Cina, infatti, Battisti sarebbe stato giustiziato negli anni Settanta. E, infatti (è la seconda volta che lo uso, lo si noti), i Cinesi spediscono navicelle piccine picciò sulla luna. E che relazione ci sarebbe, potrebbe obiettare un panzafustaro digitale? [il panzafustaro è una via di mezzo fra un trippone e un saputello: che fa il fusto, con fare arrogante, liquidando le obiezioni, di solito, con citazioni oscure: “Ah ah ah studi i trattati tedeschi dell’Hayez o del De Gomera e poi ne riparliamo!”; “Ma cosa dice? Non ha visto le statistiche edite dal Centro Studi Ausonia? Li legga, e li comprenda prima di pontificare! Se ne è capace!”; cose del genere]. Una relazione molto semplice, dico io.
Le nazioni in ascesa (in ascesa rispetto alla nostra inarrestabile decadenza) non si preoccupano delle minuzie; e nemmeno dei diritti civili. Potremmo sostenere, con ardita e inusitata distinzione, che i paesi in via di sviluppo son quelli che sprecano il breve e prezioso tempo della vita discettando di cose serie: istruzione, soprattutto, scuola e università, comunicazioni, armi, acciaio, laboratori di ricerca, chimica industriale, sanità; mentre quelli in disfacimento non fanno altro che masturbare le conquiste sessantottine. Basti vedere la Svezia a cosa è ridotta. In Cina (o in altro paese in forte sviluppo) Cesare Battisti sarebbe stato nobilitato a de cuius da quarant’anni, eliminando, in un colpo solo, otto lustri di chiacchiere, sprechi di inutili energie depistatorie e, non meno rilevante, la distruzione di centinaia di alberi, ridotti alla nullificazione cartacea onde permettere la pubblicazione di romanzucoli gialli. Da noi, invece, si spacca il pelo in un milione di parti. Qualche buontempone, a questo punto, rilancerebbe tra i piedi di tale fascistissime asserzioni la notazione principe: “La Cina non è una democrazia!”; tale novella obiezione confermerebbe lo status irredimibile di micco dell’Italiano medio, la cui capacità di analisi del reale, ormai, pare inferiore a quello del gonzo che assiste alle tre carte.
Miccus digitalis. A sinistra si noti la mano svelta dell’ideatore della SdI
La Cina non è una democrazia? Un paese di un miliardo e mezzo di anime che cresce a ritmi vertiginosi non può permettersi la finta democrazia del ventunesimo secolo. Lo si capisce? La democrazia moderna, una falange di matite copiative, abile solo a eleggere dei falliti o dei venduti o degli incapaci, non funziona. Eleggiamo i nostri rappresentanti! Certo, eleggiamo un geometra ignorante come una zucca quale sindaco di un territorio antico di tre millenni: vediamo tutti cosa succede; eleggiamo la profetessa del femminismo, il prenditore social, il tontolone ecologista: ecco lì le frittate. Girate le città e le province: siamo messi bene? La decentralizzazione ha fallito, vistosamente. Allargare la fake democracy (renderla partecipativa, periferica, sminuzzata, eccentrica) ha distrutto l’Italia, sfibrata da affaristi, cretini, maneggioni e praticoni, e da decine di migliaia di pagliacceschi centri d’amministrazione. Ma quale democrazia! Siamo liberi? E di far cosa? Di vedere esclusivamente carrozzoni pubblici costosissimi che non sono in grado di gestire manco un’aiuola comunale? Fate un bel sondaggio: volete voi, o Italiani, la libertà o l’efficienza di scuole, uffici pubblici, monnezzari? Sentite cosa vi risponderanno. Volete Cesare Battisti o la linea 88 che spacca il minuto ogni dieci minuti accogliendo cittadini che pagano il biglietto? Sono abbastanza qualunquista?
Giusva, attor giovane
Ma no, ci si deve occupare di un assassino, curarlo, vettovagliarlo, parlarne come se fosse un Silvio Pellico. E così ci si accapiglia ancora su Valerio Fioravanti e Achille Lollo: sono colpevoli, sono innocenti, sono fascisti, sono comunisti, fascisti che amano le BR, proletari con la voglia di rivendicare le gesta dei partigiani, teleguidati, sinceri, compagni che sbagliano, camerati duri e puri; la stazione di Bologna è saltata per una fuga di gas, sono stati i Libici, Unabomber, una pentola a pressione per il brasato; i fratelli Mattei sono stati bruciati vivi per colpa dei comunisti, no di Potere Operaio, no, sono stati gli stessi fascisti, macché i servizi segreti; quelli deviati? No, sono tutti deviati, deviati a prescindere, Gladio, Soccorso Rosso, Mitterand, Pisapia e l’anima dei mortacci di Enrico Berliguer e di suo cugino Francesco Cossiga, i Sardi che manipolarono l’epoca della tensione assieme al maestro Antonio Segni, il papà di Mariotto, anemico rivoluzionario della Prima Repubblica assieme al Mattarella Sergio (che era siculo, però).
Ma si può cianciare ancora di questa roba?
Non vorrei ingenerare nel lettore la sensazione che i gialli vinceranno la partita. Presto anche loro avranno i loro guai: la crescita economica recherà vizio e voglia di affrancazione: i diritti civili faranno ben presto capolino e una Angela Davis dagli occhi a mandorla è pronta a sfilare alla testa delle nuove suffraggette.
Noi ci siamo portati avanti. Ciance, Battisti, la libertà, fuori delle galere. Abolite il maledetto codice penale, dico io, e date una mano di bianco a Regina Coeli, dato che ci siete, che ne ha bisogno. Ma niente, si indulgerà nella ciarla inutile, in un vortice di insensatezza. Perché il dio che ci perde lo vuole. Gli Italiani sono piccoli, sempre più piccoli, microscopici. Certo, vien voglia di spararsi. L’assessore di un municipio romano bercia: “Per me l’ergastolo andrebbe abolito, per me andrebbero abolite le galere. Se non Angela Davis, basta leggere quello che scrivono da anni Luigi Manconi [il marito della Berlinguer Bianca] o Stefano Anastasia [associazione Antigone], o ascoltare anche mezzo minuto di una canzone quasi a caso di De André … [non si può trasformare] la storia di un paese in una faida di vendette incrociate”.
Sono parole importanti. Non perché le abbia dette un trascurabile sinistro in una insignificante regione del globo terracqueo. Sono importanti poiché vengono da un vincitore della storia occidentale. Sono paradigmatiche.
Notate quelle parole: “faida di vendette incrociate”: qui lo Stato è ridotto alla stregua di picciotto. Un tribunale che emette sentenze in nome del popolo italiano è solo un volgare sicario di parte. Questo vale anche se pensiamo che quel tribunale e quei giudici abbiano sbagliato o che le norme antiterrorismo a quel tempo fossero (e lo erano, per me) tritacarni di vite. Cerchiamo di cogliere l’essenza. E poi si rifletta su “l’ergastolo andrebbe abolito, per me andrebbero abolite le galere”. Qui si palpa con mano come l’anarchismo da quattro soldi del Sessantotto sia divenuta ideologia corrente nell’Occidente in putrefazione di mezzo secolo dopo. Non vi è colpa, così come non esiste la società; Margaret Thatcher e Rousseau si danno la mano: siamo individui, liberi, sotto un cielo stellato; liberi di fare tutto ciò che vogliamo, in letizia. Lennon ne sarebbe contento. Anche De Andrè, strimpellatore sempre per la maggiore fra i Sessantottardi.
Viviamo in una fiaba dove l’orco ride sempre, i porcellini prendono i pasticcini col lupo, il cacciatore è vegano e fatine dalle gambe pelose urlano nel bosco: ”Fasci appesi col reggiseno, non una, non una di meno!”.
Viviamo in una favola rosa, senza più prigioni e pareti; peccato che ogni tanto si senta schioccare una frusta invisibile. Oggi la staffilata incorporea l’ha sentita pure il mio negoziante di fiducia: “Senza SdI non posso venderti niente … e neanche comprare niente” mi ha detto, citando inconsapevolmente l’Apocalisse mentre mi ricordava, segretamente atterrito, la burocrazia del nulla. Ma la fiaba rosa va avanti, fra coniglietti e laghi delle meraviglie.
Una fiaba che il potere ha fatto sua per meglio dominare: la destituzione di qualsiasi istituzione. Ma le prefiche sinistrate ancora ci credono. E con loro anche tutti gli altri, centristi destri e populares, non facciamoci ingannare. Questi altri, allorché si tratta di vociferare a reti unificate, atteggiano le ghirbe a Mangiafuoco; quando, però, il vero potere dirama gli ordini essi divengono, per vie più o meno traverse, agnellini.
Certo, a sinistra è tutto più facile: si obbedisce senza fiatare; a destra c’è un maggior lavorìo per simulare gli addominali di legge e ordine, law and order: appena le telecamere si spengono, però, i destri espirano la bolla d’aria della malafede e i truci muscolacci derubricansi a ciò che sono: trippe flosce.Uno dei corifei, inconsapevoli, di questo andazzo epocale, oltre all’Italia e all’Europa, ormai tappetini del Disordine Etico Mondiale, è Fabrizio De André.
Occupiamoci di questa minuzia.
De Andrè, al netto di una manciata di malinconiche canzoni declamate con uno stile da chansonnier dall’occhio umido, poco ha dato; il meglio di sé rifulge nelle esternazioni da trovatore, quando attinge a una materia universale e dolente (à la François Villon: La ballata degli impiccati); quando, invece, impenna la propria indignazione contro la detestata borghesia s’imprigiona in un fetente stambugio ideologico: il mondo della goffa contestazione sessantottina. Diviene tedioso, piagnucoloso, persino fatuo. Inessenziale, contingente. Quella borghesia retriva, cattolica, pievana, contro cui si scagliava, non esiste più, infatti: e da quel dì. Anzi, riesco persino a precisare quel dì: 9 maggio 1978.

Si cita De André come maestro della contestazione e della libertà, ma la contestazione e la libertà hanno vinto e sono fra di noi, gentilmente elargite dal potere. L’universo di De Andrè, ormai un conformista di prim’ordine, popolato da mignotte, transessuali, invertiti, ubriaconi, zingari e carcerati ha vinto, tanto che le prime categorie spopolano su youporn.
Le rivendicazioni del Sessantotto trionfano; i vinti vincono; sarà un caso che il potere ribattezzi le sue creature Open Society, società aperta, invece di Blut und Boden? Le lagne del “Poeta” sfondano oggi una porta spalancata: in direzione ostinata e contraria residuano pochi individui e non se la passano granché bene.
La società aperta è fra noi e la falsa libertà che ci dona serve a un dominio assoluto e incontrovertibile.
E però si insiste con Un giudice, Attenti al gorilla e amenità consimili. Proprio in tale ispirazione, facilissima, si sdilinque la sinistra più sciocca, talmente piccola da averlo elevato a “Poeta” e araldo, suo malgrado, delle più trite rivendicazioni libertarie.
C’è da dire questo: De André, oltre a rimanere vittima degli eventi (il potere che si appropria del suo anticonformismo), lo è del proprio santino. Come Pasolini, ulteriore santinificato, di cui, con l’alterigia di chi non l’ha mai letto, si citano sempre quei due o tre luoghi, sempre gli stessi, sempre fuori contesto (“Io so i nomi, io so i nomi …”: e basta, dai).
Forse De Andrè cela una complessità personale e psicologica che le lavanderine del pensiero, sempre attente alla superficialità ecumenica, non gli riconoscono; e però quegli arpeggi e quei biascicamenti mi riescono insopportabili.

Alceste

Fonte: http://alcesteilblog.blogspot.com/

Link: http://alcesteilblog.blogspot.com/2019/01/lagne.html

15.01.2019

 

Pubblicato da Davide