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IL RITORNO DELL'UMBERTO

DI MASSIMO FINI

“Signori, l’Umberto è tornato!” scriveva ieri la Padania, il quotidiano della Lega. S’è fatto vedere, per la prima volta in forma ufficiale, in pubblico, inaugurando un asilo-nido della Lega, domenica sarà a Lugano con i suoi per celebrare Carlo Cattaneo, il gran padre del federalismo, e ha concesso, vis a vis, una lunga intervista al neo direttore della Padania Gianluigi Paragni, un giovane (33 anni) molto interessante che vuole trasformare l’attuale bollettino di partito, zeppo di interventi di kapataz leghisti, in un giornale vero, ha idee precise e singolari e, probabilmente anche il coraggio per realizzarle. Quando, qualche anno fa, dirigeva una piccola emittente lombarda, “Rete 55”, alle otto e mezza, in prima serata, rendendosi conto che era inutile tentare di competere con i grandi network nazionali, faceva lunghi discorsi di filosofia, pare con gran successo di ascolti. Comunque Bossi gli ha dato carta bianca. Che “l’Umberto” sia tornato mi fa personalmente piacere. Ho sempre avuto simpatia, e quasi affetto, per l’uomo (del resto, lui dietro l’apparente burbanza, dovuta, come spesso accade, a timidezza, è un tipo affettuoso) e stima per il politico. Considero Bossi e la sua Lega l’unica, vera, novità politica dell’Italia degli ultimi vent’anni.Fu grazie a Bossi e alla Lega, eppoi alla Magistratura (ma questo il senatur – e non solo lui – ha preferito dimenticarselo), se fu abbattuta l’indecente Prima Repubblica, indecente almeno nella sua ultima fase. Sennò staremmo qui ancora a menarcela col Caf, con Forlani, con Andreotti e con “l’esule” di Hammamet. Purtroppo fu Bossi a scuotere l’albero, ma Berlusconi a raccoglierne i frutti. Sono le bizzarrie, consuete, della Storia. Per fare un parallelo di più alto livello fu Leone Trotzkij il grande protagonista dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Lenin se ne stava nascosto, sotto una parrucca bionda, alla stazione di Finlandia), ma è stato Stalin che alla Rivoluzione aveva dato un contributo irrilevante, a prevalere alla fine. Così va, e sempre andrà, il mondo.

L’intervista di Bossi alla Padania é tutto uno j’accuse all’Europa, “burocratica e massonica”, che schiaccia i diritti dei popoli e degli individui. Di suo Bossi – lo dice nell’intervista – avrebbe preferito l’annessione della Padania alla Svizzera…

Anch’io, ma ormai é troppo tardi per ripensarci. Inoltre oggi, con la presenza di grandi imperi aggressivi e in espansione, militare e/o economica (Stati Uniti, Cina, Giappone), e la minaccia del terrorismo islamico nessun “localismo” può reggere da solo (verrebbe spazzato via in un amen) e deve per forza agganciarsi a un grande agglomerato. Non bisogna quindi pensare a demolire l’Europa, ma piuttosto a migliorarla e rafforzarla. Bisogna trasformare quest’Europa esclusivamente economica e finanziaria, buona solo per i raid dei grandi tycoons, in una realtà politica e militare. Il che va esattamente nella direzione opposta a quella indicata da Bossi. Infatti un’Europa veramente unita dal punto di vista politico passa necessariamente per lo svuotamento e, alla fine, lo smantellamento degli Stati nazionali. Del resto oggi lo Stato nazionale, ottocentesco, non ha più alcun senso. È troppo piccolo e debole per assicurare la difesa, è, in genere, troppo grande e malamente coeso (Francia, forse, a parte) per dare senso ai bisogni identitari dei popoli e degli individui. Peraltro ben mi ricordo che nelle prime ipotesi leghiste l’Europa unita era un obbiettivo, perché i punti di riferimento periferici di una tale Europa non sarebbero stati più, appunto, gli Stati nazionali ma le “macroregioni”, cioè territori culturalmente, socialmente, etnicamente, economicamente omogenei che si sarebbero aggregati superando i vecchi confini nazionali (per esempio la Liguria di Ponente si sarebbe unita alla Provenza, l’Aosta italiana e quella francese, l’Alto Adige al Sud Tirolo e così via). E questa possibilità non è affatto caduta.

Un’Europa unita, politicamente e militarmente, oltre che economicamente, è la sola possibilità che abbiamo per sganciarci dalla pesantissima sudditanza agli Stati Uniti, che paghiamo in tutti i sensi, politici, militari, economici, culturali e quindi anche identitari (ma non è stato proprio Bossi, quello degli inizi anni Novanta, il primo uomo politico di rilievo, non facente parte della consorteria di sinistra, a denunciare l’imperialismo americano e le sue pretese globalizzanti?). Questa autonomia di un’Europa forte é tanto più necessaria oggi che gli americani hanno deciso, col pretesto del terrorismo, di provare a colonizzare il mondo intero.

La mia formula è, da anni, quella di un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Il concetto mussoliniano di autarchia, che Gianfranco Fini ha buttato alle ortiche insieme all’intero patrimonio del fascismo (che non fu affatto “il Male assoluto” ma aveva in testa una precisa idea di Stato e di Nazione e cercò di realizzarla), torna oggi attuale anche se non è più pensabile a livello di una sola nazione. Ma un’Europa autarchica è invece possibile. Il Vecchio Continente ha popolazione, mercato, risorse, know-how sufficienti per esserlo. Ciò naturalmente comporterebbe la rinuncia a molti bene superflui, che diventerebbero inarrivabili. Ma noi non abbiamo più alcun bisogno – ammesso che lo si abbia mai avuto – di e annegare negli oggetti, abbiamo, al contrario, la necessità di smagrire un po’ e, caso mai, di distribuire meglio le nostre ricchezze.

Un’Europa del genere sarebbe l’unica chance contro la terrorizzante realtà della globalizzazione e dell’omologazione universale. Perché, con la globalizzazione, se ai giapponesi salta il ticchio, per loro cultura samurai applicata alla fabbrica, di lavorare venti ore al giorno, anche in Italia, che con tutto il rispetto è un paese un po’ più bello, vivibile e godibile del Giappone, bisognerà lavorare, per “competere”, venti ore al giorno. E se a Taiwan pagano la gente un pugno di riso, anche qui, sempre per competere, dovremo accontentarci di qualcosa del genere. E se gli Stati Uniti smantellano quel poco di welfare che avevano, anche qui, per competere, dovremo dire addio allo Stato sociale (mentre quello che dobbiamo abbattere é lo Stato assistenziale, che è altra cosa).

È in questo micidiale tunnel della competizione mondiale che vogliamo definitivamente infilarci? O vogliamo tornare a vivere e a sottomettere il meccanismo economico e produttivo ai nostri bisogni e non essere invece noi sottoposti ai suoi? L’Europa è l’unica mediazione possibile. Certo una Padania federata al Canton Ticino sarebbe meglio. Ma è un’ipotesi che non è praticabile. È solo una romantica utopia dell’Umberto Bossi prima maniera.

Massimo Fini

Fonte:http://www.gazzettino.it/
2.03.05

Pubblicato da Davide