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IKEA

DI TONGUESSY

comedonchisciotte.org

Lo sguardo cade oltre l’enorme finestra, sulla balaustra con i colori aziendali della multinazionale: azzurro e giallo. Ormai anche nel Mediterraneo ci sono chiari segni di imminente glaciazione importata dal nord. Le dimensioni delle nostre finestre, una volta modeste in relazione al parallelo, oggi aumentano a dismisura come se l’effetto serra al suo interno fosse quello auspicato alle latitudini polari. I colori stessi sono slavati, spenti. Giallino e azzurrino, appunto. Siamo ben distanti dal bianco accecante delle case del sud o dalle colorite case pastello di San Francisco. Anche lì i colori non sono vivaci, ma quelle tinte pastello così varie non possono che mettere buonumore. Parola questa preclusa a giallini e azzurrini, a cui associo piuttosto noia e fastidio. Giallo noia e azzurrino fastidio, abbinamento perfetto per il ristorantino Ikea in cui mi trovo.

Uscito dalle casse rigorosamente cashless con la libreria in kit nel carrello avevo visto quell’invitante immagine di fish and chips. “Perchè no?” mi ero detto. Mi veniva in mente quell’abbuffata di fish and chips in quella bettola vicino a Londra, in quel fast food popolare, trafficato e senza pretese. Le porzioni erano abbondanti ed unte, e avevo ancora in bocca quel gusto inesplicabile di merluzzo fritto assieme alle patate fresche. Perchè no? Mi armo quindi di buona volontà e mi avvicino al totem automatico. In teoria le cose erano semplici: con il touch screen si seleziona ciò che si vuole, si paga e si da lo scontrino all’assistente dietro al bancone. Tocco con l’indice il terminale che cambia schermata. Adesso devo pagare. Poco sotto c’è la feritoia dentro cui bisogna far scorrere la banconota. Certo, potrei anche pagare con il bancomat, ma ho una specie di idiosincrasia verso i pagamenti di spiccioli via banca: non ce la faccio, lo trovo di una miseria inenarrabile. Cerco prima con calma poi con un crescendo di disperazione di infilare la banconota ma non c’è verso. Il meccanismo pare rifiutare qualsiasi tentativo. Mi guardo intorno. C’è una coppia di coetanei a cui chiedo lumi. Mi dicono di non saperne granché, osserviamo imbarazzati quel macchinario infernale che mi nega la possibilità di pagare. Poi la signora vede la luce: bisogna dare un consenso via touchscreen.

I computer hanno sempre qualche cazzo di meccanismo prioritario che non esiste nelle relazioni tra noi umani. Vogliono sempre qualcosa in più che noi non siamo abituati a dare. Addirittura la meccanica è più umana: l’auto mica ti domanda “sei sicuro che mi vuoi spegnere?” (o che vuoi accendere il tergicristallo e che ne hai diritto) al contrario del computer. Se devo pagare un cassiere non esiste motivo per cui quest’ultimo mi chieda se voglio davvero pagare e resti in attesa che io pigi un preciso tasto che non riesco ad individuare. Se mi trovo davanti a lui è solo per un motivo: devo pagare. Lui incassa e lì finisce la storia. Con i computer questa banale e ampiamente consolidata razionalità non fa parte dell’insieme di logiche perverse che lo animano. A questa incongruenza si somma il delirio del touchscreen. Mi torna in mente quella coppia di turisti a Firenze che mi chiedono se posso fare loro una foto con lo smartphone di ordinanza. No problem, i’m happy to help you. Certo, come no? Ogni volta che lo toccavo quell’oggetto insensato si trasformava in lettore MP3, client di posta elettronica o qualsiasi altra diavoleria. Niente foto. Alla fine ho dovuto passare l’ordigno multifunzione a mia figlia, che ha saputo domarlo. Ecco, quelle logiche non mi appartengono, lo voglio affermare con tutto me stesso. Purtroppo la società digitale non ne può più fare a meno. Lo scopo fu dichiarato nel lontano 1933 alla World’s Fair di Chicago: “Science Finds, Industry Applies, Man Conforms”. Lo scontro è epocale: i comportamenti umani devono fare i conti con procedure di astrazione sempre maggiori volute da scienza e messe in opera dalla tecnologia. Millenni di consuetudini sociali vanno riviste in funzione dei desiderata di banchieri, tecnologi e scienziati.

Maledicendo il momento in cui avevo deciso di dedicarmi alla ristorazione nordica e incapace di accettare la sconfitta inflittami dalla tecnologia cashless, riesco finalmente ad inserire la banconota nella fessura, opportunamente apertasi dopo il complicato comando touchscreen. L’inserviente strappa il biglietto emesso dal totem e in cambio mi porge l’agognata vaschetta. Lascio il carrello fuori ed entro nell’area ristorazione.  L’ambiente è anonimo in stile ecochic. Fanno bella mostra di sé l’arredamento in pseudo legno stile nordico dai colori slavati, l’angolo per la raccolta differenziata del pattume ed il finestrone di cui sopra. Nessun accenno ad una qualsiasi vivacità. Alzo lo sguardo oltre la balaustra: anche il mondo lì fuori sembra accogliere il diktat svedese. Un viavai di grigi camion e auto che rallentano per entrare in autostrada, o accelerano per uscirne. Trasporto gommato di merci che vanno a riempire magazzini piccoli e grandi come l’Ikea e agenti di commercio che propongono tali merci. Non riesco ad immaginare altro in quel traffico.

Mi appoggio ad un tavolo alto senza sedermi e inizio a mangiare. Nessun gusto particolare, evitiamo le cose definite quindi anche i gusti decisi come capperi e acciughe. Niente che mi ricordi quel fish and chips dei britannici. Eppure anche loro sono ben al nord. Ma hanno le cabine del telefono rosso acceso, scusa se è poco. Per curiosità sono andato a vedere come sono le cabine telefoniche svedesi. Che ci crediate o meno sono colorate sempre in stile “evitiamo ogni entusiasmo”. Tipico il verde affanno, variante del verde marcio. Non se ne esce vivi.

Mi viene sete e con un euro si ha la possibilità di bere fino a scoppiare (non di salute, non preoccupatevi). La scelta è enorme: un sacco di distributori automatici. Peccato che i relativi gusti non siano poi così differenti. A parte la base sostanziosa di aspartame (ci scommetto che per dare un bel po’ di gusto dolce non usano lo zucchero) ci sono vari coloranti. Me ne verso un dito alla volta per tipo dentro al bicchiere di carta riciclabile e decido che della semplice acqua è mille volte meglio di quegli intrugli chimici. Ma l’acqua non è presente nei distributori, la vendono solo in bottiglie di plastica (riciclabile) e bisogna fare un altro biglietto al totem. No, grazie. Per oggi basta così.
Butto la vaschetta ed il bicchiere di carta nel bidone del riciclo ed esco da quel posto sconsolato.
“Ma perché se ti fa così schifo ci vai allora?” Giusta domanda. La risposta è semplice: con gli stipendi che girano il risparmio è d’obbligo. Non sarei mai riuscito a comprare l’arredamento della camera di mia figlia da un artigiano senza vendermi un rene. Per carità, paragonare il lavoro di un falegname mobiliere al prodotto industriale svedese è una bestemmia urlata in chiesa alla domenica mattina durante la messa. Diciamo che se mi serve un letto con cassettoni ed un armadio laccato bianco e sono disposto a sorvolare sul fatto che la laccatura in realtà è un deposito di plastica melaminica su strato di avanzi di legno e cartone pressati questa soluzione economica e presuntuosamente ecochic (sempre di riciclo si tratta) può andare bene. Ed il mio rene rimane sempre lì, a mia disposizione. In realtà la multinazionale in questione ha catapultato il gusto verso l’amore (dettato da necessità economiche) per il falso. Anche i poveri possono permettersi il lusso, basta che sia apparente. E qui non c’entrano per nulla i cinesi: è tutta roba made in EU. Inesorabilmente la nostra percezione, telecomandata dalle lobbies, sta sviluppando un interesse morboso verso l’estetica dimenticandosi l’anima delle cose. Il telefonino è diventato oggetto di culto in quanto virtualizza esteticamente ogni relazione con il reale. La virtualità è oggi la parola d’ordine: gli amici non si incontrano a casa ma su facebook, i contanti spariscono per lasciare spazio al cashless, il legno viene sostituito da melaminico stampato con venature di varie essenze, il succedaneo dei musicisti si chiama sequencer e via elencando. E’ il trionfo del ready made: i centri commerciali devono essere zeppi di cheap solutions predisposte ad hoc per chi non ha tempo né soldi da perdere in lente operazioni e pianificazioni.

Ed il ready made è l’esatta contrapposizione all’animismo: nulla ha più anima, esiste solo un’unica ontologia digitale. Il trionfo del monoteismo virtuale ed astrattivo. Sconfitta l’idea antica che anche gli oggetti possano avere una propria ontologia con un preciso senso del Sé a cui possiamo essere legati, la postmodernità ci ha consegnato una panoplia di insensatezze il cui unico riferimento è la fenomenologia del digitale. Pensateci un momento: se togliete il digitale dalla vostra vita, cosa resta oggi? Niente internet, niente computer, niente telefonini, niente tv. Non si salvano neanche le auto: senza il digitale spariscono praticamente tutte quelle che si vedono in giro. In realtà le nostre vite sono comandate dal digitale: la noiosissima e lunghissima serie di zeri ed uno ha preso il sopravvento sull’analogico, ovvero la variazione infinita tra un minimo ed un massimo, capace di sfumature quasi impercettibili. L’oggetto analogico ha un’anima che la mente digitale non riesce più ad individuare e riconoscere. Viviamo in un universo on-off e la narrazione primaria (Big Bang) ci vuole figli casuali di una fluttuazione quantistica.

Il ready made nato esattamente un secolo fa come denuncia di un sistema di valori senz’anima (urinoir di Duchamp) è diventato oggi il riferimento culturale primario. L’osservanza delle procedure ha soppiantato la comprensione del disegno generale che non appartiene più all’uomo. Siamo oggetti a disposizione delle macchine e del caso, dice Heisenberg. Triste epilogo della Res Cogitans cartesiana.

“I believe that the horrifying deterioration in the ethical conduct of people today stems from the mechanization and dehumanization of our lives. A disastrous by-product of the development of the scientific and technical mentality. “
A. Einstein

 

TONGUESSY

Fonte: www.comedonchisciotte.org

24.10.2017

Pubblicato da Davide

82 Commenti

  1. Bisognerebbe chiarire un equivoco.

    Quando si scrive…:

    “Siamo oggetti a disposizione delle macchine e del caso, dice Heisenberg. Triste epilogo della Res Cogitans cartesiana.”

    …è sbagliato perché c’è un “SIAMO” che induce in errore, inibisce “alla sorgente” la possibilità di una presa di coscienza e quindi di una risposta politica.

    Quel “SIAMO” sembra una generale condizione umana più o meno ugualmente condivisa.
    Ossia la “triste fine della Res Cogitans” riguarderebbe l’UOMO.

    Non è così, riguarda solo le classi subalterne; le classi dominanti anzi stanno sviluppando una soggettività di gruppo sempre più completa ed evoluta.
    I membri delle classi “veramente” dominanti non sono soggetti alla videodipendenza, al potere pervasivo dei media, al diventare oggetti a disposizione delle macchine etc
    Sono in una condizione socio-culturale-politica che gli consente una immunità e soprattutto una “capacità rigenerativa” di cui le persone di classe inferiore non possono in alcun modo disporre.

    A parte i casi fisiologicamente meno di successo, un ragazzino di classe alta può ascoltare musicaccia, vedere la tv, pippare in compagnia etc etc ma non ne risentirà come un ragazzo di classe subalterna.
    Il primo si riprende e anzi si arricchisce dalle esperienze di vita mentre il secondo ne resta segnato per sempre.
    Il risultato è che il numero dei caduti in percentuale è enormemente superiore nelle classi subalterne fino ai livelli più bassi dove si salvano in pochissimi.

    Dicendo “SIAMO” ci convinciamo che in fondo stiamo sulla stessa barca.
    Non è così, stanno meglio loro, ci mettono di fronte a situazioni che loro possono superare e noi no poi ci divono che è il QI, il patrimonio genetico…ti raccontano la balla che “VOLERE E’ POTERE”…

    Dovremmo suscitare rabbia e desiderio di vendetta contro le classi dominanti…invece ci limitiamo a ripetere sui “nostri” subalterni la stessa dominazione di cui siamo oggetto nei confronti di chi ci sta sopra…e attenzione…questo tradimento di classe avviene solo ai livelli subalterni…

    Credo che ci sarebbe da rifletterne..ma non per “capire”…per inkattzarsi e soprattutto fare inkattzare gli altri…

    • Sai, vuoi vincere usando le regole del tuo avversario. Cambia gioco o muori. La scelta è sempre libera. Con rispetto.

      • Cito…:

        “Con rispetto”

        …e capisci con chi hai a che fare…

        E glielo ho appena spiegato, fra l’altro.

        D’altronde se non fosse così non saremmo messi come stiamo.

      • Senti amico, tu “cambia gioco O MUORI” lo dici a qualcun altro.
        Impara a moderare il linguaggio, squinternato.

        A scanso di equivoci ho fotografato il desktop.

        • Intendevo dire che non è possibile vincere in un sistema neocapitalista per una persona del ceto medio basso. O si cerca una nuova forma di aggregazione, o si rischia di fare una brutta fine. Lamentarsi del sistema mi pare un esercizio sterile di retorica

        • Cos’è un perbenismo di maniera? Un politicamente corretto?
          Non c’è nessun eccesso di linguaggio, di eccessivamente “moderato” ci sono solo le sue cervellotiche argomentazioni di scontata trita e ritrita sterile retorica.

    • In realtà sto dicendo qualcosa di diverso. Non metto in dubbio che la tua analisi
      abbia senso, solo che quello che sottolineavo è ben sintetizzato
      nella penultima frase: Siamo oggetti a disposizione delle macchine e
      del caso, dice Heisenberg.

      La cosmogonia attuale dice che tutto ebbe inizio col Big Bang, momento in cui una fluttuazione ha generato il tutto. Questa è la cosmogonia oggi
      vincente, le altre sono state messe in disparte (intelligent design
      compreso). A questa cosmogonia si affiancano una serie infinita di
      narrazioni che prendono come modello quello statistico. Prendi la
      medicina, per esempio. Tizio, secondo i medici, ha x possibilità di
      guarire dal tumore, dove x è la statistica relativa a i casi simili
      al suo. Nessun medico saprà mai dirgli però se Tizio fa parte dei
      fortunati che ce la fanno oppure degli sfortunati destinati al
      cimitero. Questa è l’indeterminatezza che ci portiamo appresso. Il
      singolo sparisce davanti alla presunta superiorità della popolazione
      nell’indagine epidemiologica, e non riesce più a comprendere il
      proprio destino. Fino a poco tempo addietro le cose stavano
      diversamente. Fred Hoyle parlava di Universo Stazionario ed i medici
      auscultavano e osservavano il paziente riuscendo a capire CHI esso
      fosse e a quali patologie andasse incontro. Questa situazione non
      riguarda i poveracci, riguarda tutti. Credi forse che se metti Steve
      Jobs al posto di Tizio cambi qualcosa? Anche al miliardario i medici
      avranno snocciolato le possibilità di cavarsela secondo criteri
      statistici.

      Ora se scendi di qualche grado trovi le stesse identiche problematiche, solo con
      modalità diverse. E qui può tornare utile la tua analisi sulle
      differenze di classe. L’economia, ad esempio, sfrutta le
      fluttuazioni minime nell’ High Frequency Trading dove tutto si
      svolge in frazioni di secondo che nessun uomo riesce a percepire.
      Perchè forse qualcuno riesce ad immaginare cosa sia quel 10 alla
      meno 32 secondi del Big Bang? Un battito di ciglia dura un’enormità
      al confronto. Ed è il minimo che possiamo percepire. C’è quindi
      uno scollamento abissale tra la cosmogonia in voga e le nostre
      capacità percettive, e tale scollamento è facilmente verificabile a
      vari strati delle narrazioni attuali. Al punto che Science Finds,
      Industry Applies, Man Conforms. Siamo chiamati a conformare le nostre
      percezioni a ciò che scienza e tecnologia impongono. Siamo cioè
      numeri utili a qualche statistica, con tutte le fluttuazioni del
      caso.

      • Guarda che è il contrario.
        Quando non c’erano i computer l’universo e gli eventi erano “meno” controllabili e comprensibili sotto l’aspetto fenomenologico.
        Sotto quello spirituale il progresso non migliora né peggiora se sei ai livelli di “controllo”.
        Se sei sotto oggi sei perso quasi senza speranza mentre “prima” restavano degli spazi non controllati che consentivano dei sentieri “nascosti”.

        Ma “oggi” credere che sia l’UOMO in generale a essere ridotto a funzione delle macchine è un errore che inficia la possibilità di diffondere l’ideologia della rivolta.

        La prova è che tu e tutti si chiedono come mai la gente non reagisca e se la prendono con i media mainstream che in realtà hanno una forza tutt’altro che irresistibile.

        PS: considera che quello che sta succedendo, e di cui si parlava anche qualche decina di anni fa, è una rivoluzione della “soggettività” ossia, in termini concreti, lo “individuo” non ha più tutto quel significato che ha avuto fino ai nostri giorni a partire più o meno dalla fine del XVIII secolo.
        Oggi la soggettività si mette in rete, per adesso solo concettualmente poi quando la tecnologia si svilupperà abbastanza lo si potrà realizzare fisicamente.
        Ma il primo passo è una incrollabile coesione di gruppo (o classe) e questo aspetto si sta rafforzando agli alti livelli sociali mentre si sta disintegrando ai bassi livelli.

        Oggi qualsiasi discorso filosofico ha senso esclusivamente se porta alla rinnovata coesione dei subalterni e per ottenerla devi fomentare l’odio di classe, non (ovviamente) contro i benestanti in generale ma contro le vere élite, ossia coloro i quali NON condividono il nostro stesso destino su questa terra.

        Ragazzi, questa è la base, se non si capisce questo la sconfitta è certa.

        • Mi sa che ognuno resterà delle proprie opinioni, ma ci provo lo stesso. Quello che dici è sacrosanto, ma fino ad un certo punto. Non sono sicuramente un sostenitore del fatalismo universale di stampo leopardiano anche se ne riconosco un certo valore. Sono piuttosto preoccupato per la piega che ha preso la narrazione corrente, dove per definizione l’Uomo non è più controllore, ma controllato dagli eventi. Più avanti espliciterò meglio questo punto quando risponderò al bell’intervento di Fabio. La narrazione ci vuole figli della casualità hesenberghiana. Tutto nasce da lì e tale narrazione non è soggetto di contrattazione. In tale narrazione ci si deve rispecchiare chiunque. Ricchi e poveri. E’ il peccato originale, se vuoi.

          Ma ti do una possibilità: spiegami come Steve Jobs avrebbe potuto evitare, grazie allo status suo particolare, il destino che lo ha reso così simile a tanti poveracci. Puoi evitare che la tua salute non diventi più oggetto di manipolazioni statistiche nelle quali tu non hai più alcun controllo nè potere? Partiamo da questo punto essenziale, poi ci risentiamo.
          Buona giornata

          • Ma come mi dai una possibilità… 😀

            Vabbe’, allora te la do anch’io, va’.

            A me non sembra che le classi dominanti siano più controllate dagli eventi di ieri.
            Anzi mi sembra che la “dipendenza” dagli eventi sia aumentata molto di più per i subalterni.

            Per quanto riguarda i medici dei potenti non ho capito che domanda è.
            Qualsiasi potente di tutte le epoche sottostarà alla malattia e alla morte ma questo non lo accomuna minimamente al povero o al subalterno, almeno non più di quanto quelle sofferenze ci accomunino a un cane o a un cavallo.

            Poi rimaniamo ognuno della sua opinione, va benissimo così.

        • Penso che tu abbia ragione da vendere, ma il problema è che si tratta di un discorso tautologico. Ciò che distingue le elite dalle classi subalterne è proprio la capacità (che i subalterni non possiedono) di fare istintivamente, quasi pavlovianamente, fronte comune quando si “sente” che sono in gioco certe prerogative o certi privilegi di categoria. Non si tratta di una “scelta” dettata da valutazioni di convenienza, ma di una vera e propria “qualità” antropologica che crea e definisce la loro stessa identità. Cosa che non esclude, ovviamente, lo scannarsi ferocemente su tutto il resto: ma sulla tutela di certe posizioni di privilegio comune, le elite non transigono, chiunque cerchi anche solo di sfiorare alla lontana il loro status di favore si scontra con una muraglia d’acciaio impossibile da penetrare. Se le classi subalterne possedessero questa capacità, sarebbero esse stesse, per definizione, “elite”, senza neppure bisogno di sporcarsi le mani in una lotta. Ma non è così: si definiscono “subalterne” proprio perché non la possiedono. E’ un po’ come pretendere che le mele diventino pere: magari si potrà anche fare, con qualche magica alchimia, ma a quel punto dovranno per forza esistere altre mele, altrimenti che senso avrebbe la distinzione?

          • Le mele metaforiche possono diventare pere, basta che lo vogliano.
            Solo che occorre qualcuno che le convinca e secondo me fare il discorso di Tonguessy porta al risultato opposto.
            Il punto di partenza e lo scopo finale di ogni ragionamento dovrebbero essere instillare la rabbia e il desiderio di rivalsa.
            Non lo si fa e infatti stiamo perdendo.

      • Il “caso” non esiste.
        E’ solo una maniera di dire “non sono in grado di calcolarlo e lo chiamo caso”

        • Sono pienamente d’accordo. Il problema è che usiamo modelli come metodo di relazione con il reale. E non esiste alcun modello che prenda in considerazione TUTTO il reale. Si prendono in considerazione solo fattori considerati determinanti, escludendo per comodità tutti gli altri. Questo porta inevitabilmente al battito di ali di farfalla che scatena uragani: ciò che si considerava insignificante diventa terribilmente significativo. Il caso è una necessità dettata dal tipo di approccio con il reale che abbiamo. Nell’universo intuitivo non esiste il caso.

          • “Nell’universo intuitivo non esiste il caso.”

            Nell’universo “deterministico” scientifico matieriale neanche.

          • Infatti. Esso esiste solo nel modello mentale della Realtà che ci facciamo. Quando il modello fallisce, diciamo che è colpa del “caso”, invece è colpa del modello.
            Solo abbandonando il modello, qualsiasi modello, ed abbracciando la Realtà per quello che è arriviamo ad essere consapevoli che il caso non esiste.

          • Non so se stiamo dicendo la stessa cosa. quando abbracciamo la realtà non esiste il caso né il suo opposto.
            nel modello che viviamo, quello che normalmente chiamoamo realtà non esiste il caso nel senso che tutto è governato dalle leggi della natura che in parte conosciamo e le abbiamo chiamate leggi della fisica.

    • Hai senza dubbio ragione nel sottolineare il rapporto tra potere e sapere , a partire dal fattore classe sociale come decisivo ( non sempre per fortuna ) nei crocevia scolastici etc.. Però l’essere umano come ormai muta , anonima e impotente appendice della Tecnica ( che mi pare sia la tesi principale dell’articolo ) è una caratteristica comune tanto di un milionario quanto di un poveraccio che chiede l’elemosina ad un semaforo .
      Aggiungo ( qui non mi rivolgo più a te , ma all’articolo ) che non so quali siano i “Millenni di consuetudini sociali” , tranne il cibarsi e il riprodursi . E non sono stati “i desiderata dei banchieri” ( ?? ) ( lasciamo perdere questo omaggio alla demagogia ) a mutare le vere “consuetudini”(??) , a mutare una mitologica essenza umana : l’essere umano è passato dall’essere cacciatore ad essere agricoltore , fino a diventare astronauta . E sono tutti veri esseri umani : i suoi piedi di scimmia hanno messo piede sulla Luna . Perché la Tecnica non è un’invenzione dell’essere umano . La Tecnica è l’essere umano , a partire dal linguaggio . E’ il linguaggio che fa l’essere umano :

      “Il linguaggio è la prima grande strumentazione, la prima “cassetta degli attrezzi” di cui l’homo sapiens si è giovato per analizzare l’esperienza. Immaginiamo che cos’è l’esperienza per un bambino infante: il mondo gli viene addosso attraverso le capacità che la vita naturale gli ha dato (vedere, toccare, annusare, sentire). Egli lo articola come la natura gli ha insegnato a fare, come gli animali sanno fare, con grande intelligenza, ma è un’intelligenza operativa, pratica. Il bufalo che deve attraversare il fiume ed evitare i coccodrilli sa benissimo come fare; non sempre va bene, perché anche il coccodrillo sa benissimo come fare. È un gioco in cui il corpo è l’azione stessa, in cui c’è un “saper fare”, ma non un vero sapere. Il vero sapere accade quando l’azione si ferma e noi siamo in grado di analizzarla. Ma come avviene, come fa il bambino ad analizzare una situazione? Con le parole. Con questi strumenti, questi utensili meravigliosi che sono le parole. Strumenti analitici, naturalmente, che hanno diviso l’esperienza, semplicemente dicendo: “Sole, luna, terra, acqua, capanna, casa, noi, voi, io, tu”. Abbiamo in mano i primi strumenti analitici attraverso i quali possiamo, in qualche modo, conoscere. “Conoscere” è avere strumenti di analisi, cose, segni che stanno al posto dell’esperienza globale e la sminuzzano.

      La macchina è questo: la possibilità di tradurre l’azione sintetica della vita in una segmentazione che, punto dopo punto, analisi dopo analisi, rimette insieme la vita. E allora ne abbiamo una rappresentazione esterna. La conoscenza è questo: una rappresentazione analitica esterna della situazione di partenza. Solo allora l’infante dice: “Pierino ha fame, Pierino ha sonno”. Dice “Pierino” perché ha imparato dagli altri che lui è Pierino, non è nato come Pierino, naturalmente. “Pierino” è una maniera analitica per riferirsi a se stesso. Lui è una vita complessiva, però gli hanno dato un gettone, un segno, uno strumento con il quale può consapevolmente riferirsi a sé, cosa che nessun animale è in grado di fare. E allora, in questo modo, non ha soltanto fame, sa che ha fame. E può dirlo, può esprimerlo analiticamente. È un grande salto avanti quando può dirlo lui, quando lui è diventato “lui”. Ma lo è diventato attraverso questo lavoro di riflessione su di sé del linguaggio, senza il quale noi non avremmo nessun sapere, nessuna conoscenza, nessuna tecnica.

      Questo però è lavoro. “Lavoro” è costruire macchine che sminuzzano l’esperienza e che ci danno, quindi, la capacità di governarla, orientarla, prevederla. È ciò che ha fatto Galileo, la scienza moderna nasce tutta da qui, dal fatto di dire: “C’è un grave che scende”. Sì, ma come scende? Questo è il punto. Tutti sappiamo che, se il grave scende, anche l’animale si fa da parte. A noi, però, non basta farci da parte: abbiamo a disposizione una conoscenza reale e una potenza reale, per dir così, quando possiamo prevedere come cadrà, quando possiamo saperlo prima, attraverso una scrittura analitica, attraverso l’orologio e le sue tacche. Dicendo: “Tacca uno, tacca due, tacca tre… ma guarda: sempre più veloce!”, misuriamo quanto è più veloce e, alla fine, possiamo scrivere una formula matematica. Una formula matematica è una macchina. E le macchine sono l’uomo.

      È una grande balla quella che attribuisce all’uomo chissà quale valore e considera le macchine qualcosa di modesto, di umile. L’essere umano, la cultura umana è una costruzione meravigliosa di macchine, attraverso le quali la vita sintetica animale di cui siamo forniti acquisisce consapevolezza di sé, si trascrive su nuovi supporti e, trascrivendosi, si conosce. E questo lavoro di trascrizione e di conoscenza è quello che ci potenzia sempre più nell’azione. Questa è la prima cosa di cui dobbiamo essere consapevoli e per questo bisognerà cambiare l’istituto educativo, bisognerà capire che le cose si conoscono là dove si fanno – e non soltanto là dove si leggono o si sentono dire –, là dove possiamo acquisire strumenti per padroneggiare le macchine (….) “ ( Carlo Sini )

      • Caro Fabio, quando parlo di “millenni di consuetudini sociali” faccio riferimento al troppo rapido mutamento dei rapporti sociali che non ha avuto il tempo di essere metabolizzato dal corpo sociale. I cambiamenti che enuclei (da cacciatori-raccoglitori a agricoltori ad esempio) hanno richiesto un bel po’ di tempo per essere consolidati, al punto che ancora oggi sparute comunità praticano ancora l’antico rito del nomadismo. In quelle comunità la tecnologia è serva delle esigenze sociali. Non di pochi individui, ma della società intera. Coltelli, asce, frecce anche se di pietra hanno l’unica funzione di mantenere la vita tradizionale in funzione. Oggi quella tradizione è sparita, e come correttamente annota DesEsseintes, è saldamente nelle mani di pochi che le rendono “disponibili” ai più. Che non ne hanno il controllo,ma ne vengono controllati. Al punto che sono addirittura d’accordo con la frase “È una grande balla quella che attribuisce all’uomo chissà quale valore e considera le macchine qualcosa di modesto, di umile.” Le macchine sono diventate qualcosa di mostruoso che sfugge al nostro controllo. Prendi il commuting: file interminabili di auto che vogliono trasferire i relativi proprietari dalla casa al posto di lavoro, bloccandoli negli inevitabili ingorghi delle ore di punta. Chi controlla chi? E’l’uomo che controlla l’auto o è l’auto che controlla l’uomo?

        “L’essere umano, la cultura umana è una costruzione meravigliosa di macchine” fa parte di una narrazione ottocentesca, quando anche Marx difendeva l’idea secondo cui le macchine ci avrebbero tolto la schiavitù del lavoro. Peccato che dalla schiavitù del lavoro, grazie alla meccanizzazione, siamo passati alla schiavitù della disoccupazione. Nel medioevo gli addetti all’agricoltura erano circa l’80%, oggi sono il 2%. Il restante 78% secondo te cosa fa? Si gode il lavoro della meccanizzazione (otium) oppure stenta a trovare un lavoro dignitoso? A chi è servita quindi la “costruzione meravigliosa di macchine”? Qui devo dare ragione a DesEsseintes

        • Marx , nei Grundrisse , nel Capitale , ma già negli Annali Franco Tedeschi etc. ( sviluppando un teorema hegeliano della “Scienza della logica” , dove Hegel spiega che il potere non sarà più determinato dal possesso dei “beni” , ma dagli “strumenti” che li fabbricano , perché i beni deperiscono ) ha mostrato a tutti noi la trasformazione della nostra percezione del denaro da mezzo a fine : se il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno , allora il denaro non è più un mezzo, ma il principale fine . Emanuele Severino , e Heidegger prima di lui , catturano questo argomento marxiano applicandolo alla Tecnica : se la Tecnica è la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo ( economico , militare e/o di semplice facilitazione delle condizioni di vita ) , la Tecnica si trasforma da mezzo a fine da raggiungere per poter poi perseguire tutti gli altri scopi .
          Certo tutti noi , presi singolarmente ognuno di noi ( ricchi o poveri non fa differenza ) , saremo sempre impotenti e quindi impreparati ai cambiamenti di vita prodotti dalla Tecnica , perché la Tecnica è il risultato cumulativo del noi collettivo e storico . Ma la trasformazione dell’essere umano in anonima e impotente appendice della Tecnica o il potenziale di distruttività umana raggiunto dalla Tecnica ( o la distruzione dell’ambiente ad opera della Tecnica ) non è imputabile alla Tecnica : non ha senso puntare l’indice contro gli smartphone , internet , i treni veloci o una Tac che ti può salvare la vita , ma se mai contro la Politica .
          Poi ( senza contare ovviamente il cacciatore-raccoglitore , lo schiavo romano o il servo della gleba ) anche l’operaio massa degli anni ’60 viveva in una condizione di ignorante alienazione tanto quanto un essere umano attuale ; Simone Weil , che era politicamente molto vicina ai trotskysti , negli anni ’30 andò a lavorare in fabbrica e spiegò lucidamente come fosse un’impresa disumana e quasi impossibile , per un operaio , dedicare le sue ore libere allo studio e all’autoemancipazione . L’alienazione è rimasta , ma le condizioni di vita sono ( generalmente ) migliorate grazie alla Tecnica .
          La Tecnica e la Scienza hanno liberato l’essere umano dall’ignoranza , dalla superstizione e ( con il conseguente secolo dei Lumi ) dalla diseguaglianza formale ( sono questi i valori che si vogliono far ritornare quando si critica la Tecnica , in vece della razionalità capitalistica , appellandosi alla “Tradizione” ) . Rimangono senza dubbio la diseguaglianza materiale e l’alienazione , ma almeno oggi sappiamo che Donald Trump o Gentiloni non promanano la loro autorità da Dio .
          Quindi , concludendo , pur condivido alcune tue osservazioni , per quanto mi riguarda la critica all’alienazione dell’essere umano si risolve senza alcun dubbio in senso progressivo , non appellandosi alla Tradizione ; e l’indice deve essere puntato non contro lo smartphone o la cassiera automatica , ma alla mancanza di consapevole e responsabile partecipazione : e quindi in ultima analisi alla Politica ( che poi siamo noi , è un loop ) .

    • gia. non a caso la classe dominante ha una serie di “club esclusivi” dove forma la classe dominante emergente.
      La massoneria in fondo è (anche) questo.

      “.i membri delle classi dominanti si riconoscono fra loro quasi dall’odore, subito, bastano pochi minuti di conversazione, eventualmente un paio di domandine innocenti, una battuta giusta o una sbagliata…e si stabilisce un rapporto di complicità dal quale il membro della classe sociale inferiore sarà escluso SENZA CHE SE NE RENDA VERAMENTE CONTO…né tanto meno capendone la ragione…”

      Si. concordo!

  2. A mio avviso la nostra attuale società è, al contrario, CONSEGUENZA E SUBLIMAZIONE della Res Cogitans cartesiana. La realtà virtuale digitale immersi nella quale ormai passiamo gran parte delle nostro tempo e dove avvengono gran parte delle nostra interazioni sociali è l’espressione più evoluta del nostro pensiero. E’ la res Cogitans che ha preso il sopravvento sulla Res Extensa, la natura fisica analogica, non il contrario!

    Per millenni la filosofia orientale ha cercato di evitare che il pensiero astratto prevaricasse sulla percezione del reale. Noi occidentali, abbagliati invece da Cartesio e dalla convinzione del primato della mente sul corpo, siamo caduti nella trappola. Speriamo di uscirne prima che siano le macchine a dire “Cogito ergo sum”, un attimo prima di considerarci obsoleti e quindi sacrificabili.

    • Ma io mica ho detto che questa situazione non è conseguenza della cesura cartesiana. Sono però contento che tu l’abbia sottolineato e che abbia compreso come chi detiene il primato dell’astrazione (cogito) può pensare di sacrificare tutto il resto. Il che è proprio ciò che abbiamo fatto noi dall’epoca dei lumi fino ad ora: abbiamo sacrificato la Res Extensa per far valere la Res Cogitans senza renderci conto che il legame che ci unisce al Cogitans è variabile e alle volte capitiamo nel dominio dell’Extensa più spesso di quanto Cartesio pensasse.

    • Anche questa risposta mi è stata cassata dal sistema. Ma porco giuda! Vabbè ripeto. In realtà dico le stesse cose, ovvero che la causa primaria di questa situazione è la cesura cartesiana tra pensiero e Natura. Quello che emerge con sempre maggiore forza è il fatto che il Cogitans non è necessariamente una prerogativa umana, dato che gli eventi ci collocano nell’Extensa molto più spesso di quanto Cartesio pensasse. Sì, siamo sacrificabili ed il sacrificio primario sta in quell’indeterminatezza di cui parlavo qui sopra. Non è indeterminatezza determinata dalla grandiosità dell’esistente rispetto alla nostra limitata capacità di comprendere, ma che può essere aggirata con l’intuizione (visione). E’ la indeterminatezza sistemica ed ineliminabile ciò su cui si basa la narrazione attuale.

      • La società dei consumi è fondata sull’insoddisfazione perenne, da cui il nostro sentirci sempre in bilico, volere sempre qualcosa di nuovo e più appagante (in teoria) ogni giorno. Abbiamo dato una accezione negativa alla parola “accontentarsi”, cioè essere contenti di quello che si ha.

        Un maestro yoga indiano di cui ho seguito diversi seminari una volta ha detto: ci sono due modi di usare la mente: il primo è il pensiero, il secondo è l’intuito. Il primo porta all’infelicità, il secondo alla consapevolezza.

        • Vero. Ma visto che lo fai notare, come si esercita – nella tua esperienza – il secondo modo di usare la mente, ossia l’intuito?

          • Mi permetto di rispondere relativamente alla mia esperienza personale. Esiste un sottilissimo filo di Arianna che collega la mia (e di chiunque altro) esistenza al dipanarsi degli avvenimenti. Si tratta “solo” di allenarsi a vederlo. O meglio, a intuirlo. Come? Bisogna lasciare spazio alla mente non di intasarsi con problemi logici, ma con il non-fare. Non c’è nulla di male nel fare, ma il non-fare è il prerequisito che permette di sgombrare la mente dagli intasamenti che impediscono all’intuito di svilupparsi. Guardare attentamente le foglie di un albero è un buon esempio di non fare. Una volta intuito il filo di Arianna sarà lui stesso a condurti

          • Bene. Proverò, il concetto di non fare, trovato qua e là tra il taoismo e castaneda, mi è sempre abbastanza sfuggito.

          • Anche io mi permetto

            Comprendere il funzionamento di “quella mente” (pensiero), a fondo, è uno dei pochi modi con cui riesci a non farti ingannare da quella mente.
            Poi resta solo l’altra.

          • Interessante, grazie.

          • Concordo con Tonguessy. Ti è mai capitato di stare tutto il giorno a scervellarti su un problema senza venirne a capo, poi andare a dormire e svegliarti la mattina dopo con la soluzione?
            Questo è solo un esempio di questo le potenzialità della nostra mente vadano al di la del pensiero logico-deduttivo.

            Pratiche orientali quale yoga o meditazione hanno proprio lo scopo di sgombrare la mente dal rumore dei pensieri in maniera da vedere la realtà (e per realtà intendo quello che è il mondo fuori di noi ma anche, in primo luogo, noi stessi) per quello che davvero è, accettandola e agendo (o non agendo) nella maniera “giusta”.

  3. All’autore dell’articolo lo ha ordinato il medico di andare a fare acquisti all’ikea?

  4. Pensare alle tecnologie informatiche in evoluzione ragionando con parole come analogico/digitale fa commuovere…

  5. Ancora un articolo con argomentazioni essenzialmente stupide.
    Lamentele di un tizio che non sa tenere in mano un cellulare per scattare una foto, non vuole usare la carte bancarie per pagare le patatine, non sa usare un distributore automatico e non gradice le bibilte zuccherate e i colori dei mobili Ikea.
    Il tutto è INSIGNIFICANTE.
    L’autore deve essere un imbranato dedioso e difficoltoso.

  6. Alberto Capece Minutolo

    Cazzate allo stato pure.. lo scrivente dopo averci informato, come da dovere di italiota chic di essere frequentatore di Londra e della gastronomia peggiore dell’intero orbe terraqueo. E poi la solita Cina dove peraltro si producono sia il computer che permettono all’autore di essere on line e di scrivere, sia l’automazione in generale, poi l’ode al mitico falegname che è ormai un artifiano della qualità o che se per caso si riesce a scovare magari ti fa una libreria che costa un patrimon io, ma che in un anno si imbarca (esprerienza personale). E infine come ciliegina l’immancabile misoneismo, la banale sparata contro la scienza e la tecnica che ormai subiamo da un secolo, menttre in realtà bisognerebbe comprendere che il vero guaio è l’uso della stessa, im modo rozzo, avido, rozzo e semplicemente sostitutivo che è dettato da quello stesso impero di cui l’autore non perde occasione di farci sapere che ne conosce la lingua.

  7. L’IKEA punta sugli stessi istinti che vigono a Las Vegas.
    Se prosegue l’affermazione di tali istinti (e condivido la tristezza di Einstein nel constatare l’inevitabile conseguenza della meccanizzazione) il momento di: “Mettete la testa sotto che la ricreazione e’ finita” si avvicina…
    …ma non sara’ una condotta “maggiormente” etica a salvarci, saranno i numeri … qualcuno, mutante o fortunato che sia, sopravvivera’…il problema individuale e’ quello, non il deterioramento dell’etica…

    • Pensa che che c’é stato un miliardario americano, Howard Hughes, che oggi si pensa presentasse una sindrome legata all’autismo (allora rara ma che oggi si sta diffondendo a macchia d’olio), che aveva progettato, negli anni ’60, un hotel-casa da gioco con annessi e connessi congegnati in modo che, una volta catturato, il malcapitato pensionato non avrebbe più avuto interesse ad uscirne per il resto della vita. A tale scopo aveva comperato alcuni casinò proprio a Las Vegas.

  8. Questa frettolosa e generalizzata levata di scudi contro il discorso proposto qui da Tonguessy non è tra le cose migliori ospitate da ComeDonChisciotte.
    Anzitutto scambiarlo per un mezzo tonto è un giudizio assai superficiale. Chi frequenta il sito sa che invece è una mente allenata, nutrita di notevoli letture, e incline a impegnative riflessioni. Se per una volta preferisce adottare un tono dimesso e apparentemente candido, è perché vorrebbe suggerire più che imporre certe conclusioni. Vorrebbe, in altri termini, appellarsi non tanto al raziocinio del lettore bensì alla sua esperienza umana: al suo vissuto. Tra i suoi interlocutori solamente Des Esseintes, di fatto, ha in parte ragione. E infatti Tonguessy, in parte, gliela riconosce. Ma Des Esseintes si affretta a intervenire, preoccupato, perché teme che ci si dimentichi delle differenze tra i dominati e i dominanti. Mentre, anche per chi condivide quell’analisi e quella preoccupazione, compreso me e lo stesso Tonguessy, è lecito porre sul tappeto un altro problema. Che riguarda la degenerazione della nostra esperienza. “Nostra”: ossia di tutti i tanti esseri umani che vivono e agiscono nel mondo di oggi. Sì, è vero. I dominanti, si può dire, subiscono un condizionamento forse meno violento o meno invasivo. Ma, in fin dei conti, è un privilegio alquanto limitato. Il perfido Jobs, sì, proibiva tassativamente ai figli di trastullarsi con l’iPad; nel momento stesso in cui lo diffondeva come una vera peste fra tutti quanti gli altri. Ma, ditemi un poco, vi risulta che iPad e smartphone in generale magari li utilizzino soltanto i poveri cristi? Il rapporto stretto con le macchine oggi riguarda tutti. Ed ha raggiunto una pervasività, una misura, senza precedenti nella storia. La cosa produce conseguenze a tutti i livelli, e per tutti. Ma, al di là di quelle molto gravi che si ripercuotono sulla società in quanto tale, sulla sua organizzazione, sul suo presente e sul suo avvenire, sulla distribuzione del benessere come del malessere, sulla vagheggiata uguaglianza e sul dilagare inarrestabile delle disuguaglianze, le macchine producono effetti sull’individuo umano in quanto individuo umano. Ridefiniscono e modellano tutto il suo modo di esperire tanto sé che il mondo. Rimodellano tutto il suo modo di sentire, di vivere, di agire. È questo il punto. E su questo, nella sua forma candida, il discorso voleva richiamare l’attenzione. I più lo hanno accolto con disprezzo, con una male apposta sufficienza. È un peccato. È un’occasione persa. La questione esiste. E non è certo una cosa da poco. Già quando uso il computer per questa o quella operazione, devo aspettare il tempo necessario all’esecuzione. E la cosa è meno banale di come può sembrare, specie in caso di complicazioni. Perché il tempo morto che si insinua nella mia esperienza e nella mia azione rischia sempre di spezzarla, di farla deviare e danneggiarla. Se io usassi una tecnologia più elementare, i rischi e il danno eventuale sarebbero di molto inferiori. Ma il calcolo dei costi o degli svantaggi si fa più inquietante se considero tempi e attività richiesti-imposti dalla manutenzione, cioè dall’esigenza di mantenere in vita e in buono stato quello che sarebbe in teoria un semplice strumento. O il tempo e l’impegno che si spendono per prendere o ri-prendere familiarità con le diverse macchine “al nostro servizio”. Qualche volta c’è da domandarsi: chi è al servizio di chi? E la questione diventa ancor più grave, oltre che più complessa, quando si riflette che le macchine poi fanno sistema: che questo sistema organizza, e riorganizza senza sosta, tutta quanta la vita sociale; e che la sua azione inevitabilmente si ripercuote anche e soprattutto sul singolo individuo, perché capillarmente rimodella l’ambiente in cui si svolge la sua vita, il contesto in cui quotidianamente e attimo per attimo lui vive, agisce, sente, percepisce, pensa o si illude di pensare. Ma davvero Tonguessy parlava solo di sciocchezze? Ne siete sicuri?

    • Mi sento di condividere.
      L’articolo è un semplice e ben scritto racconto.
      Sembra quasi un po’futuristico, di una persona normale che si rende conto di quanto cambia il mondo attorno, non sempre in meglio, nonostante la declamata evoluzione e il decantato progresso.

      Mi stanno antipatici quelli che “io all’IKEA non ci vado”, quelli che “io lo smartphone mai”, sempre apparentemente attenti a non farsi ingurgitare dalle mode ma totalmente incapaci di comprendere che il loro esserne cosi condizionati è la riprova del fallimento dei loro tentativi.

      Spesso d’avanti a un computer stupido reagisco come Tunguessy e le domande stupide mi fanno innervosire perché noto che nel progresso manca l’efficienza.

      “Se mi trovo davanti a lui è solo per un motivo: devo pagare. Lui incassa e lì finisce la storia.”

      Già solo questo vale tutto l’articolo.

      • “Io all’Ikea non ci vado” perché ho venduto mobili, ho montato e smontato mobili: in più sono contrario alla GDO, agli ipermercati. Sarò rozzo, scemo, fissato, rincoglionito, avrò anche tare mentali: tuttavia , se uno ci vuole andare, ci vada, compri: essendo stato “buttato fuori” da questo mercato, per un insieme di fattori che non sto qui a spiegare (ma che ho spiegato, anche di recente sul mio blog e su altri siti che “parlavano di Ikea” che non paga le tasse o le elude) non ho interesse a dire “speriamo che si pentano di aver acquistato lì”. Non è nel mio dna fare affermazioni simili. Tuttavia, avessi quattrini da spendere, delle belle tshirt non made in china con scritto “non compro negli ipermercati” , forse le farei distribuire gratis.

        • non so se sei ” rozzo, scemo, fissato, rincoglionito”
          Fai quello che vuoi nella vita.
          Dal mio punto di vista lotti contro i mulini a vento, anzi, ti illudi di lottare contro i mulini a vento.
          Non so cosa fai e dove vivi ma ti informo che sei nella rete e hai un computer in mano.
          e già il discorso dovrebbe TERMINARE i s t a n t a n e a m e n t e,

          Non so quanti anni hai ma ti dico, sono stato anche io contro gli ipermercati e la GDO. . Ci ho lavorato mi ha fatto ancora piu schifo di prima e ho smesso di lavorarci a costo personale, senza alcun compromesso!
          Adesso non sono contro niente. Continuo a non sopportare gli ipermercati e la GDO ma colgo i vantaggi che posso cogliere evito per ciò che posso gli svantaggi.
          Illudersi di poter essere CONTRO, coraggiosamente, e poi scendere a compromessi perhcè..in fondo la macchina mi serve, i soldi mi servono, un collegamento a internet mi serve, la televisione ce l’ho, un telefono lo devo avere etcetcetc..

          allora ammettere altrettanto coraggiosamente che non posso farci niente. NOn vivo al freddo e al gelo su una montagna nutrendomi di sterpaglie perchè sono contro il sistema. perchè cosi si, che avrebbe vinto.
          Io vivo in mezzo al sistema, sono un frutto di questo sistema. Quando lo accetti te ne sei realmente liberato.

    • Parli di “degenerazione della nostra esperienza” e non posso che essere d’accordo. Esiste un preoccupante scollamento tra ciò che pensiamo di essere e ciò che siamo e questo succede perchè ci siamo convinti (o siamo stati convinti, poco cambia) che non esiste più una unità, ma ne esistono molte. Multiverso vs universo. La nostra percezione è stata parcellizzata come le nostre coscienze. Al punto da farci credere che “il vero guaio è l’uso” (letto qui sopra) e non la cosa in sè, che nasce libera da ogni contaminazione.Epicuro ci ricordava come al di là dell’esperienza sensoriale, corporea, nasce ogni possibile astrazione. Come la divisione dicotomica tra Uomo e Natura operata da Cartesio. Non siamo entità astratte, siamo “macchine” relazionali dove la nostra vita è focalizzata dalle nostre relazioni.Oggi viviamo di relazioni di rimbalzo, mediate da macchine. Non possiamo capire il senso di quei 10 alla meno 32 secondi del Big Bang, ma qualcuno osa forse sfidare tale narrazione? Qualcuno osa dichiarare: “limitiamoci alle questioni umane riconducibili agli umani sensi e da essi percepibili “? Stiamo velocemente navigando verso l’ennesima metafisica che pure mantiene una parvenza di physis. E qui do ragione a DesEsseintes: sta succedendo per fare un favore a certe elites.

      Le macchine sono il moderno succedaneo del nostro sistema percettivo, e fino ad ieri non ne avevamo avuto bisogno. Oggi immaginiamo un sacco di cose grazie alle propaggini percettive. Non sono reali ma pretendono di essere tali. Vivere al di fuori della Res Extensa può offrire dei vantaggi ma ha degli indubbi svantaggi.

      PS appena ci vediamo ti do i 50€ concordati per la buona recensione.;)

  9. Dato che il tema é “le macchine”, ricordo che esiste un freno ed un acceleratore, e per le automobili anche uno sterzo.

    Noi, a differenza di quello che succedeva fino ieri in oriente, abbiamo rinunciato al freno che, nella società é costituito dal rispetto dell’individualità.

    Abbiamo privilegiato la ricerca del “vincente” con le buone (istruzione ed insegnamento ad ogni livello) o con le cattive (esibizione, uso e sviluppo di armi ed eserciti e sistemi di spionaggio), e l’allineamento a questa, all’individuazione ed affermazione del quale. corrisponde accordo o dissenso, che non sono espressioni di individualità ma rigidi adeguamenti.

    Mano a mano che il “nostro” sistema é progredito in efficienza si é ridotta la possibilità di usare lo sterzo, fino alla sua soppressione.

    Si chiama monoteismo.

  10. Mi riconosco molto in questo scritto. Nonostante io abbia grande dimestichezza con il digitale e le macchine in genere, notai la stessa “mancanza di entusiasmo” espressa in ogni ambito (salvo in quello etilico), quando ventenne ho vissuto a Stoccolma. E Ikea è niente al confronto di tutto il resto. Essendo gli svedesi grandi amanti dell’alcol (fonte di un po’ di libertà dalla gabbia politically correct), e non molto capaci di moderarsi, gli alcolici possono essere comprati solo in dei negozi speciali, Systembulaget (non mi ricordo lo spelling). Questi negozi sono aperti dal lunedi al giovedi (per disincentivare l’etilismo del venerdi), e le bottiglie non puoi toccarle: sono in una vetrina, con un numero. Tu annoti su un foglietto i numeri, e un impiegato dietro uno sportello tipo banca ti porta la tua dose di SOMA. Questo negli anni 90. Oggi probabilmente c’è una macchina, quindi Tonguessey resterebbe a becco asciutto e sobrio 🙂

  11. @comedonchisciotte-0c8ce55163055c4da50a81e0a273468c:disqus complimenti per questo passaggio:
    “Pensateci un momento: se togliete il digitale dalla vostra vita, cosa resta oggi? Niente internet, niente computer, niente telefonini, niente tv. Non si salvano neanche le auto: senza il digitale spariscono praticamente tutte quelle che si vedono in giro.
    In realtà le nostre vite sono comandate dal digitale: la noiosissima e lunghissima serie di zeri ed uno ha preso il sopravvento sull’analogico, ovvero la variazione infinita tra un minimo ed un massimo, capace di sfumature quasi impercettibili.
    L’oggetto analogico ha un’anima che la mente digitale non riesce più ad individuare e riconoscere. Viviamo in un universo on-off e la narrazione primaria (Big Bang) ci vuole figli casuali di una fluttuazione quantistica.”

    In generale ho letto l’articolo con la voglia di ascoltare, più che di controbbattere (vizio molto diffuso che sto cercando di non fare mio).

    Posso provare a rispondere però: senza digitale che cosa resterebbe?
    Le partitelle a pallone in cortile, le ginocchia sbucciate, l’acqua ferrosa delle fontanelle, le sculacciate di mamma, l’odore della crostata appena sfornata, i capelli sudati appiccicati alla fronte dopo aver camminato tutto il giorno, le mani sporche, le stesse scarpe vissute.
    Resterebbe il romanticismo di quando eravamo bambini, e facevamo le cose, agivamo, nel mondo che non sempre era bello, ma era condiviso da tutti.
    Secondo me si può recuperare tutto ciò, anche col digitale in mezzo a boicottarti le giornate.

    • “Posso provare a rispondere però: senza digitale che cosa resterebbe?……….”

      Si, condivido, non essendo più giovanissimo.

      Però se non posso non vedere l’isolamento che nasce dalla nuova tecnologia io mi sono fatto (e a volte capita) delle grandissime nottate con gli amici con la PlayStation, ho avuto modo di accedere a una quantità sterminata di informazioni che mi interessavano riguardo quasi ogni argomento mi venisse in mente grazie a internet, ho saputo spesso di cose successe ad amici/conoscenti tramite qualche social o qualche messaggio su whatsapp, ho goduto nel assister a molti film in streaming che non avrei mai potuto vedere al cinema etc etc.

      Cioè godetevi quello che c’è senza troppe seghe mentali!

      • …e sopratutto fatevi servire ogni giorno la NECESSITA’ di soddisfare un bisogno diverso …

        • questo non ha nulla a che vedere con ciò che ho scritto io.
          La NECESSITA’ di soddisfare ogni giorno un bisogno diverso è una questione di consapevolezza e auto-consapevolezza.
          Tutti vogliamo soddisfare i nostri bisogni.
          Se poi i bisogni della gente sono il volante riscaldato o 100 canali TV, perchè si fanno “infasciare” e “telecomandare” questo non significa che se ho il volante riscaldato o 100 canali TV sono schiavo del soddisfare questi bisogni.

          Forse non capirai ciò che dico e penserai che siccome ho il volante riscaldato e 100 canali TV parlo cosi.
          In realtà non ho il volante riscaldato e non ho il minimo interesse (ovviamente è un esempio come un altro) e se accendo la tv due ore passo al massimo una decina di canali e SCONOSCO il resto perhcè non interessato.
          Questo non significa che se domani compro un’auto in cui c’è il volante riscaldato io ne sia schiavo.

          Se invece impiegassi il mio tempo e la mia vita a inseguire queste cose…allora certamente dovrei farmi delle domande………

          Però sono le stesse domande che si deve fare chi vive la vita cercando i evitare a tutti i costi il volante riscaldato (e tante altre cose)
          Quest’ultimo tipo è certamente condizionato molto più di chi in sostanza SENEFOTTE di come sia il volante. chiaro?

    • Romanticismo dici? Quello che resta oggi cosa sarebbe quindi? Ti rendi conto che le partitelle in cortile non sono più possibili per mancanza di cortili, zeppi come sono di auto che pagano regolare bollo quindi sono autorizzate a rimanere lì e occupare spazi sociali? Pensi che i proprietari delle auto parcheggiate sarebbero contenti di vedere il pallone che sfiora le loro preziose vetture? A questo e molto altro accennavo nell’articolo. Le macchine hanno radicalmente cambiato le nostre abitudini. Non ho nostalgia della tv in bianco e nero,ma ho nostalgia di un sistema di relazioni non mediato da macchine, dove esisteva ancora una auctoritas riconosciuta.

  12. Nessuna meraviglia, solo un viaggio quotidiano tra l’anonimato dei nonluoghi e il predominio della tecnologia sulle nostre vite … del resto tutti noi viviamo nei non-luoghi, spazi privi di identità, relazioni e storia: autostrade, svincoli e aeroporti, mezzi di trasporto, grandi centri commerciali, outlet, sale d’aspetto, ascensori … ecc ecc.
    Spazi in cui milioni di individui si incrociano senza entrare in relazione, senza entrare in contatto, senza discutere, parlare, guardarsi, dialogare … l’esatto contrario dell’agorà di Atene, culla della democrazia. Sospinti solo dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare viaggi e percorsi. I luoghi della memoria sono ormai banalizzati e ridotti alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. In ogni centro commerciale le differenze culturali sono massificate, possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì. I nonluoghi sono rappresentativi della precarietà, della provvisorietà, del viaggio, del passaggio e dell’individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi può abitare.
    I grandi “nonluoghi” posseggono ormai la medesima attrattività turistica di alcuni monumenti storici. Il più grande centro commerciale degli Stati Uniti d’America, il “Mall of America”, richiama oltre 40 milioni di visitatori ogni anno … «Si va al Mall of America con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Musulmani alla Mecca, i giocatori d’azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland».

    • Vedo che ci siamo. Tonguessy si é avvicinato a al dio che tutti adoriamo e cerchiamo di raggiungere e, chissà perché, non gli é piaciuto.

  13. Come in tutte le cose, c’è del buono e del cattivo anche in Ikea. Il giorno che saremo in grado di capire che nessuna cosa di questo mondo è mai completamente nera o completamente bianca, ma dipende da tante cose, non ultimo il proprio punto di vista, per cui tutti hanno in un certo qual modo ragione e nessuno ha torto, allora forse saremo in grado di sublimare, di passare ad una dimensione superiore, ed abbandonare le discussioni improduttive che ci separano su tutto. Così per esempio si può dire che Ikea è brutto, ma per le case e gli stipendi di oggi è funzionale, come si può dire che l’artigiano sicuramente costruisce mobili più a misura d’uomo e pregiati, ma forse non adatti alle case di oggi e comunque con costi solo per pochi. Bisogna astrarsi da queste discussioni, e chiedersi semmai perché oggi le condizioni generali della gente portano a fare acquisti in massa in posti del genere. Guardare la luna e non il dito…

  14. “I believe that the horrifying deterioration in the ethical conduct of people today stems from the mechanization and dehumanization of our lives. A disastrous by-product of the development of the scientific and technical mentality.

    Einstein la pensava così…. Però bisogna dire che un po’ barbaro l’occidentale è sempre stato…. La colonizzazione, le guerre, la ricerca dell’oro, dell’accumulo… Bisogna risalire all’antica Grecia quando Democrito stabilì che esistevano gli atomi e lo spazio… da allora ci siamo concentrati sull’atomo tralasciando lo spazio, e così ci siamo ritrovati in una società materialista. Dobbiamo indagare lo spazio. Ma che cos’è lo spazio?

    • E’ la reificazione di un’astrazione. Peggio di questo solo il Tempo, ciò che scandisce le nostre affaccendate vite.

  15. Per suggerire un punto di riferimento pre-Ikea, che comunque ha una storia interessante, oso mettere qualche considerazione, che credo pertinente, di una studiosa dell’arte dell’India antica, e artista essa stessa, Alice Boner (lo ho trascritto e la punteggiatura é mia):

    “La verità e la bellezza interiore contenuta in una minuscola miniatura, non più grande del palmo di una mano, si rivela sempre di più con il passare del tempo, ma purtroppo oggi la comprensione del linguaggio delle immagini é quasi inesistente, é una facoltà atrofizzata in una società dominata dalla comunicazione verbale e offuscata dalle parole stampate. Queste immagini erano rivolte a persone che vivevano in costante contatto con la natura, fisicamente e psicologicamente, non erano rinchiusi in fabbriche o in brutte prigioni in cemento e acciaio, le loro mani erano abituate al diretto contatto con la terra, non conoscevano la macchina, i prodotti confezionati in serie, i loro occhi sapevano guardare al di là del mondo delle apparenze, la vita era integra, unita alle forze cosmiche, subordinata alle leggi divine.
    I miniaturisti, gli scultori, si immergevano con sentimento, spirito ed intelletto nella sorgente originaria e quando l’artista si fondeva completamente con la sua opera, dentro di lui il divino poteva assumere una forma visibile.
    Il rispetto per i materiali usati per fare le immagini era così grande che si recitava un mantra, un’invocazione, anche per i residui che cadevano a terra nel corso del lavoro.”

    • Da questo punto di vista gli impressionisti hanno fatto dei colossali passi in avanti verso il ready-made, usando, per la loro arte pittorica, colori di serie ovvero la cheap solution così cara alle multinazionali. Precedentemente il colore blu, ad esempio, era contingentato: il mecenate dava una precisa quantità di quel costosissimo colore, e doveva bastare a completare l’opera. A piccoli passi il ready-made si è infilato nelle nostre vite….

      • Ma non è che fossero gli impressionisti.
        E’ cambiato il metodo di fabbricazione dei colori e hanno messo tipo l’olio di noce al posto dell’olio di lino così seccava dopo.
        Poi uno si è inventato di mettere i colori pronti in speciali siringhe pronte all’uso ma costava troppo allora un altro pittore ha inventato…IL TUBETTO…
        Infine è anche stato inventato il cavalletto per pittura all’aperto.
        Prima dipingere all’aperto era un po’ da pionieri poi con i colori in tubetto che si conservavano meglio e non necessitavano di altri spazi e supporti per essere preparati, con il cavalletto, la “spedizione” diventava meno impegnativa.

        Allora si può dire che il “tube de peinture souple” ha permesso lo sviluppo del colorismo impressionista ma alla fine il tubetto di colore pronto era troppo più comodo e sarebbe comunque stato usato da tutti prima o poi.
        Dipende solamente dalla proprietà di queste piattaforme, se è privata o comune/pubblica.

        Il ready made secondo me è neutro come sono neutre le piattaforme di internet. Ne puoi fare un uso estremamente creativo, innovativo e addirittura rivoluzionario.

        Senza troppi discorsi, basta pensare a un indio dell’Amazzonia che raccoglie le sue piante medicinali.
        L’unica differenza è che la giungla è proprietà comune accessibile a tutti e non privata.

        • Ho una istintiva avversione per la teoria degli strumenti neutri, e piano piano mi sembra che ne sto venendo a capo.
          Credo che le forme delle cose abbiano un certo ruolo nell’indurre un comportamento o scoraggiarlo, e non solo negli uomini.

          • A Tonguè…ma che quoti…hai capito cosa ho scritto sí o no?
            A quale weltanschauung sto facendo riferimento?

            Ragazzi e sbloccatevi un attimo che le idee non devono essere l’ultimo presidio delle nostre idiosincrasie

          • Se mi dai questa risposta significa che non hai nemmeno preso in considerazione cosa ho scritto.
            Non insisto perché le istintive avversioni oltre a essere questioni delicate diventano spesso dei punti di orgoglio sui quali non si è in alcun modo disposti a trattare.

          • Stai diventando abilissimo a mettere le cose in modo da immobilizzare l’interlocutore.
            Perché lo fai con me? Vuoi che io abbia “punti di orgoglio”? No, ma é solo un’ipotesi naturalmente, quindi é meglio che lo lasci dire senza raccogliere, e questioni delicate per giunta. E poi non ho letto, quindi avanza spazio.
            Posso invitarti io, per una volta, a rilassarti?

            Guarda, non é vero che ci siano possibilità neutre, nulla é neutro. Vuoi provare a parlarne senza citazioni?

          • “Guarda, non é vero che ci siano possibilità neutre, nulla é neutro. Vuoi provare a parlarne senza citazioni?”
            Forse un ottimo argomento per il forum?
            Qui già avete sviato un bel po’.
            Grazie

          • Ricevuto chiaro e forte.

          • “oggi, ogni volta che vengo qui, trovo un’impaginazione diversa”
            Mandami qualche screenshot per email o parliamone nel forum.

          • Chiudo con questo commento visto l’intervento del WM

            Quali citazioni? Io le citazioni è proprio strana…

            Una domanda semplice.
            Visto che il pittore impressionista lo puoi fare solo con i tubetti di colore costruiti in fabbrica cosa proponi:

            – vietare l’impressionismo

            – chiedere al pittore impressionista di rinunciare al suo intento o per lo meno di limitare i colori come facevano i suoi predecessori della pittura au grand air

            Dimmi tu.

            Poi per cortesia mi dici anche perché il frutto o la pianta medicinale raccolta dall’indigeno non è ready made.

          • Insisti? 😀
            Va beh che l’argomento è ampio per sua natura, ma una discussione sulla pittura e sull’impressionismo agganciata solo dai tubetti pronti all’uso, non è un po’ tirata per i capelli?
            Forummate, orsù.

          • Ma sì però è precisamente nell’argomento dell’articolo di Tonguessey, non è fuori, eh?
            Ha scritto lui nell’articolo del ready made di cui IKEA è l’epitome.
            Poi sempre Tonguessey ha detto che gli impressionisti hanno fatto colossali passi avanti verso il ready made…
            A me sembra perfettamente in tema ma mi adeguo.

          • La mia non era una ripresa, solo un suggerimento.
            L’argomento è più che altro filosofico e si presta a mille sfumature, avete le capacità per sviscerarlo a dovere e concentrarsi su un singolo aspetto che porta inevitabilmente fuori strada, pur se interessante, sembra un peccato.
            In ogni caso, cancellerò i miei commenti, probabilmente mi sono intromesso una volta di troppo, continuate come volete.
            Sul forum 😀

          • Citazioni? Una semplice scelta di metodo..

            Le domande. Perche insisti a farle a me? Non ho toccato l’argomento.

      • Avranno trovato qualcosa di sintetico per sostituire i lapislazzuli! Ricordo comunque di aver sentito dire che i colori a olio in tubetto costassero molto, forse non é più così.

        A proposito di ready-made, ti faccio notare che quando si sono diffusi gli allevamenti di polli, ci siamo prontamente disfatti dei pollai, grazie ai quali riciclavano convenientemente molti rifiuti. E adesso non possiamo mangiare polli per via dei metodi di allevamento, e siamo eternamente alle prese con i rifiuti che ci costano un occhio, per non parlare dei danni al patrimonio ittico per produrre la farina di pesce, e della conseguente puzza degli escrementi dei polli che rende inavvicinabili i campi sui quali vengono cosparsi.
        Ma oramai i pollai non sarebbero decorosi per le nostre tragiche villette.

  16. Il guaio è che il “modello ikea” è ormai superato.
    Ogni tanto ci andavo per comprare le lampadine a basso consumo, ma ormai si trovano ovunque, più o meno ai soliti prezzi, e la spesa per il gasolio ora rende sconveniente il viaggio. Anche le librerie di cartone pressato, ma “di design” hanno perso il loro fascino, e i cinesi, abili imitatori, si sono riforniti di appendiabiti simili ai loro, ma dal prezzo ancor più conveniente. Il vero “riciclo” sarebbe quello semmai, di andare a frugare nei depositi di spazzatura speciale, dove spesso si trovano mobili e suppellettili, che con un po’ di maestria e manualità, farebbero molta più figura del cartone pressato.
    L’unica speranza è che qualche umano ritorni ad essere “animale”.

    • Il riciclo diventa business (green economy) nella mani delle multinazionali, e diventa arte sopraffina quando si mischia alla competenza del singolo. Ma è sempre più difficile applicarlo. Ad esempio il ferrovecchio che fino a poco tempo fa aveva i cancelli aperti e da cui acquistai per 100€ una fresa meccanica Deckel funzionante ma senza motore adesso non lascia più entrare nessuno, non so per quali motivi. Forse per evitare che i soliti vendano rame rubato, o forse per motivi di sicurezza personale. Fatto sta che quel riciclo non è più possibile. E non so se sia possibile asportare manufatti dagli ecocenter.

      • Qui apri un altro capitolo della saga, hai finalmente un’esigenza e credi di cavartela con pochi soldi? Errore. Noi chiudiamo il ferrivecchi e facciamo delle leggi in base alle quali per

      • Fino a qualche hanno fà veniva tollerato il commercio dei metalli/rifiuti con i privati, ma non era completamente in regola, inoltre era un proliferare di furti (sopratutto rame o metalli non ferrosi, creando problemi di sicurezza nelle reti lettriche, ferroviarie etc.) e di trasportatori abusivi. La regola è che i privati cittadini devono conferire all’ecocentro comunale (non puoi acquistare/portare via nessun rifiuto), mentre le aziende che producono rifiuti “speciali” solo con trasporto autorizzato (FIR – SISTRI) conferiscono ad impianti autorizzati.

    • Secondo me sbagliate a focalizzarvi sulla tecnica di produzione.
      Quello che conta è la proprietà dei mezzi di produzione e quindi, di conseguenza, la decisione sui modi sociali di produzione il che a sua volta implica automaticamente un discorso sulla proprietà intellettuale delle invenzioni (e dell’arte, fra l’altro).

      Come per le piattaforme internet il problema è quello della proprietà

      https://www.salon.com/2014/07/08/lets_nationalize_amazon_and_google_publicly_funded_technology_built_big_tech/

      https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/aug/30/nationalise-google-facebook-amazon-data-monopoly-platform-public-interest

      Pensare di mettersi a fare il raccoglitore primitivo nelle discariche industriali è una cosa un po’ strana ma scriverlo SU INTERNET DA UN PC è addirittura una assurdità…