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La questione giuridica nelle imprese transnazionali

DI GEA CAVOLI

comedonchisciotte.org

 

Negli ultimi decenni l’impresa è passata dall’essere locale all’essere globale. Questa trasformazione prende il nome di globalizzazione dell’impresa. Il termine globalizzazione rimanda, in generale, ad un fenomeno di progressiva interconnessione e interdipendenza tra gli Stati intesi sia come apparato di governo sia come comunità di individui.

Il termine trae origine dalla progressiva crescita del commercio internazionale e delle comunicazioni a seguito delle rivoluzioni industriali e scientifiche dalla fine del XIX secolo. L’espressione globalizzazione è declinabile in termini economici, politici, culturali, sociali e tecnologici. Ognuna di queste forme, tuttavia, può essere ricondotta ad un unico denominatore comune, cioè a un graduale mutamento della nozione tradizionale di Stato. Non esiste più in assoluto l’approccio gerarchico basato sulla centralità dello Stato e collegato alla nozione di sovranità, e per questo si sente il bisogno di creare una base di valori condivisi e di nuove tecniche che apportino l’accrescimento della trasparenza, della fiducia e della credibilità da parte dei principali attori di mercato.

La moderna impresa transnazionale (ITN) si è sviluppata ed è cresciuta nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Tuttavia, operazioni economiche oltre confine si possono far risalire alla banca dei Medici nella Firenze rinascimentale o alle società con concessioni governative nelle colonie britanniche ed olandesi del XVII e XVIII secolo, come la East India Company, la Royal African Company e la Hudson Bay Company. In tutti questi casi la debolezza organizzativa e i rapporti Stato-impresa rendono tali società sostanzialmente differenti dalla moderna impresa transnazionale.

Nell’impresa multinazionale l’approccio è di tipo gerarchico: la casa madre decide la strategia di business e usa le filiali come mere esecutrici degli ordini. Il modello dell’impresa transnazionale è più complesso: prevede che la strategia di business sia condivisa tra le varie filiali, ognuna delle quali opera autonomamente a livello locale e potrebbe sopravvivere anche senza le altre. Inoltre, a livello di assetto proprietario, si riscontra che nelle imprese multinazionali operano per lo più azionisti provenienti da un solo Paese, mentre la proprietà delle imprese transnazionali è riconducibile a soggetti di diverse nazioni. La logica delle transnazionali è dunque quella del decentramento centralizzato.

Questo libera l’impresa ancor di più da vincoli giuridici e dà alla società madre un interesse di lungo termine sia per quanto riguarda le strategie sia per quanto riguarda la gestione in toto dell’impresa dislocata che è, come abbiamo detto, posseduta e controllata dalla casa madre stessa. I fattori chiave di questo cambiamento sono essenzialmente due: un’appropriata e flessibile struttura interna dell’impresa e un altrettanto efficiente sistema di comunicazioni.

Nello specifico, i vantaggi che la transnazionalità conferisce alle imprese possono essere vantaggi nei confronti della forza lavoro, vantaggi derivanti da differenti regimi valutari e fiscali, vantaggi nella diversificazione del rischio e nella negoziazione con i governi. In effetti, le imprese che effettivamente pianificano, organizzano e controllano le proprie operazioni attraverso le frontiere, sono anche in grado di portare avanti delle strategie che traggano vantaggio da queste diversità. La ITN si trova quindi in una situazione di potere che può essere utilizzato nella risoluzione di conflitti, specificamente quelli relativi a problematiche distributive derivanti dalla produzione o dalle condizioni di mercato.

L’immagine collettiva che si ha oggi delle ITN è quella di grandi società enormemente potenti e nelle cui mani risiede il destino dell’attività economica mondiale. In effetti, tra la maggior parte delle grandi società che operano a livello transnazionale sono preponderanti quelle di grosse dimensioni. Tuttavia, la “transnazionalità” delle operazioni economiche sta gradualmente diventando una caratteristica anche di società più piccole. Questo sviluppo degli ultimi due decenni è legato al fatto che le nuove tecnologie informatiche e di comunicazione (ICT) hanno facilitato operazioni internazionali sia di grandi imprese sia di quelle di dimensioni inferiori. Il numero complessivo di società definite come ITN è incrementato stabilmente negli ultimi decenni: in base agli ultimi dati risulta che nel mondo ci sono attualmente oltre 61.582 società definite come ITN, le quali possiedono 926.948 affiliate estere. (Ietto-Gillies, 2002, Transnational Corporations. Fragmentation amidst integration, Routledge.)

I Paesi in Via di Sviluppo nel loro complesso hanno la percentuale più alta di investimenti diretti – circa il 32,4% – il che indica che gli investimenti hanno molto peso sulle loro economie e, conseguentemente, sulle loro politiche. Ciò non significa che essi ricevono molti investimenti, ma che quello che ricevono pesa molto sulle loro economie, spesso piccole (povere) in termini di Prodotto Interno Lordo. La gran parte degli investimenti diretti proviene da società che hanno sede in Paesi Sviluppati: nel 2003, le ITN costituite in Paesi sviluppati comandavano una quota del totale mondiale di investimenti in uscita dell’ 89% circa.

Seguendo una logica puramente economica di profitto molte ITN sono entrate spesso e apertamente in contrasto con finalità di carattere sociale, come gli interessi dei lavoratori o delle popolazioni locali. Molto spesso le autorità competenti non controllano né prevengono tali abusi, che rimangono taciuti. Alcune ITN, in effetti, sono state coinvolte in abusi attraverso la complicità con governi o autorità politiche repressive, e hanno violato i diritti umani direttamente attraverso le proprie modalità di reclutamento del personale o attraverso l’impatto che i loro processi produttivi hanno sui lavoratori, le comunità locali e l’ambiente.

I casi più eclatanti di violazione dei diritti umani da parte di imprese transnazionali colossi nei settori di riferimento, sono rimasti per la maggior parte impuniti. E’ il caso, tra gli altri, della transnazionale statunitense Nike in Indonesia, della transnazionale petrolifera statunitense Shell in Nigeria, della transnazionale nordamericana Coca Cola in Colombia e India, delle transnazionali statunitense e indiana consociate Union Carbide a Bhopal in India, della transnazionale petrolifera statunitense Unocal in Myanmar e Thailandia, della Del Monte in Kenya e nelle Filippine, della Nestlè in molti Paesi del sud del mondo. In tutti i casi citati le ITN impunite erano in collusione con i Governi dei Paesi: dalla prassi più recente emergono tentativi diretti a far valere sul piano giuridico le conseguenze sia delle condotte tenute direttamente dalle ITN in contrasto con le norme internazionali sui diritti dell’uomo, sia della possibile complicità delle suddette con i governi dei Paesi ospitanti o con gruppi paramilitari in sua opposizione. Purtroppo, però, i tentativi non bastano quando ad un grande peso economico corrisponde un almeno altrettanto grande peso politico.

Risulta più chiaro ora, dunque, che le società transnazionali possiedono sia la capacità di sostenere lo sviluppo, il benessere economico, la ricchezza e il progresso tecnologico sia quella di produrre un impatto doloroso sui diritti umani e il livello di vita degli individui attraverso la prassi e i processi propri della loro realtà industriale, ivi comprese le pratiche in materia occupazionale, le politiche ambientali, le relazioni con fornitori e consumatori, le interazioni con i governi, ecc.

Le ITN sono supportate da un potente braccio giuridico, le cosiddette transnational law firms, sorta di imprese di diritto su modello statunitense, perennemente impegnate in una permanente rielaborazione del diritto contrattuale e nell’introduzione di schemi contrattuali atipici – il franchising ne è un esempio – al fine di favorire la circolazione e gli scambi dei prodotti e dei loro marchi. Esse elaborano nuove forme di sapere giuridico per assecondare gli scopi di profitto delle imprese e per accrescere la loro capacità di mercato e di investimento al di fuori dei confini statali. Infatti, le ITN sono soggetti dichiaratamente economici e non giuridici, ma che tuttavia hanno bisogno di una continua assistenza giuridica per perseguire i propri fini di profitto.

Il modello organizzativo di queste “imprese del diritto” è statunitense così come il tipo di professionalità che esse coltivano: una professionalità imprenditoriale, che non pratica un approccio propriamente esplicativo alle norme, ma le reinterpreta liberamente al fine di assecondare le nuove esigenze della vita economica. Non è difficile a questo punto cogliere una sensibile tendenza alla privatizzazione e al decentramento della produzione giuridica.

In poche parole, sembra che in effetti il diritto sia diventato una merce che, al pari di altre merci, è venduta e acquistata sul mercato. Una conseguente e importante considerazione da fare è la seguente: se la produzione di norme giuridiche non è più appannaggio completo dello Stato, allora bisogna considerare che di fatto la produzione giuridica è aperta alla competizione.

Mentre il diritto statale trovava il suo protagonista assoluto nella “legge”, emanata da un unico soggetto politico istituzionale – il legislatore – il diritto sovranazionale si avvale di altre fonti, di natura spesso contrattuale (i Trattati) o non vincolante (si pensi, ad esempio, alle Raccomandazioni, ai libri bianchi, ai pareri della Commissione…), emanati da una pluralità di ‘soggetti politici’. (M.R. Ferrarese, 2000, Attori, temi e problemi del diritto globale. Le Istituzioni della globalizzazione: diritto e diritti nella società transnazionale. Il Mulino).

A livello normativo, ogni impresa è tenuta a rispettare il diritto interno del paese in cui è stata costituita, ma si crea un vuoto giuridico allorché le imprese operano tra e addirittura al di sopra dei Paesi stessi. In effetti, le imprese sono soggetti di diritto privato e non gli viene riconosciuta soggettività giuridica internazionale come avviene ad esempio per lo Stato e per gli organismi governativi internazionali. Non essendo vincolate da norme di diritto internazionale, godono di un ampio spazio di manovra che come è noto sconfina spesso nel calpestamento di diritti fondamentali dell’uomo e di tutela dell’ambiente, e rimangono sostanzialmente impunite.

In linea di principio, la soluzione delle controversie dovrebbe trovarsi sia nel diritto interno sia nel diritto internazionale. Purtroppo il diritto interno di alcuni Paesi governati da regimi repressivi e violenti non garantisce i diritti umani di base, tantomeno quelli dei lavoratori: ci si addentra in un ampio spettro di diseguaglianza e brutalità politica che non verranno trattate, se non marginalmente, in questa sede. La dottrina di diritto internazionale da tempo si interessa al superamento di questo impasse. Per superare gli ordinamenti nazionali, dagli anni settanta ad oggi la comunità internazionale ha sviluppato dei tentativi di regolamentazione di cosiddetta soft-law, cioè non direttamente vincolanti. Questo approccio si è tradotto nell’elaborazione di princìpi e linee guida che le imprese che vogliono essere socialmente responsabili possono seguire.

Entra quì in ballo la Responsabilità Sociale d’Impresa. La prima definizione della Responsabilità Sociale d’Impresa la definisce come una “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”; nella definizione attuale è la “responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”. Il fenomeno della RSI riguarda aspetti eterogenei dell’attività d’impresa, in primis sociali e ambientali, ed ha una natura complessa e “multi-dimensionale”: si richiede infatti alle imprese di tener conto di una serie di aspetti come i diritti umani, le questioni ambientali, la lotta alla corruzione, la tutela dei consumatori ed altri aspetti sociali. Ad oggi, le Guidelines dell’OCSE e il Global Compact sono i principali strumenti che costituiscono, sul piano internazionale, la promozione della responsabilità sociale d’impresa.

L’elemento comune delle norme di responsabilità sociale – tra loro profondamente eterogenee – sta nel fatto di trovare la loro fonte nell’autonomia privata. La soft-law si contrappone all’hard-law perché, a differenza degli strumenti di normazione tradizionali – come leggi e regolamenti –, non è frutto di un processo formale tipico di produzione del diritto ad opera di soggetti e organi investiti della relativa funzione – come parlamenti e governi – ma è una produzione informale che molte volte è spinta ‘dal basso’. Tutti gli atti di soft-law non sono obblighi giuridici tra le parti contraenti, ma piuttosto impegni politici il cui rispetto è rimesso alla volontarietà delle parti: sono solo moralmente e politicamente vincolanti.

Detto questo, si corre il rischio che le imprese aderiscano ai princìpi della responsabilità sociale di impresa non perché espressione della propria cultura aziendale orientata allo sviluppo di relazioni armoniche con tutti i soggetti coinvolti, ma nell’intento di coglierne i vantaggi – in termini di immagine e reputazione – attraverso una operazione di facciata, alla quale non sarebbe estraneo un intento manipolatorio.

Abbandonando vani idealismi, l’impresa sarà portata a compiere scelte socialmente responsabili solo in situazioni in cui è protetta da rischi di concorrenza sleale e se tali scelte possono portare a risultati positivi o quantomeno neutri sul piano dell’efficienza produttiva aziendale. In questo contesto l’etica, e in particolare i codici di condotta volontariamente adottati dalle aziende, assumono un ruolo pratico come strumenti di autoregolamentazione, ma ciò avviene solo quando siano assunti dal diritto in qualche forma che li renda ‘doveri’.

Parlare di impresa etica può essere argomento molto vago, ma si può per esempio parlare di etica degli affari intesa come quel segmento di etica che valuti moralmente le decisioni che gruppi o individui prendono nell’ambito dei loro rispettivi ruoli organizzativi o professionali.

Ma perchè crediamo – a ragione – che l’economia e l’etica siano due ambiti distinti? Una teoria di stampo neoclassico che ci ha sicuramente indisposto al matrimonio tra le due è quella dell’homo economicus, individuo razionale, non empatico, e fondamentalmente egoista. Un individuo, dunque, che mira alla massimizzazione del profitto e all’ottimizzazione dei propri fattori produttivi senza badare alle ripercussione che questi hanno sul prossimo. Allo stesso modo, il consumatore razionale è percepito come interessato solo a ciò che consuma e ciò che lo riguarda direttamente

Se questa è la visione dominante, è chiaro sussistono forti difficoltà nel trovare una motivazione plausibile per cui le imprese dovrebbero ispirare le proprie azioni ad una logica etica a loro estranea.

Questo approccio ha portato a grandi devastazioni, e anche i profitti delle imprese stanno risentendo della logica delle loro azioni. In effetti, secondo una recente inchiesta dell’Economist, molte imprese non ottengono più vantaggi competitivi e rendimenti crescenti come in passato. La percentuale di profitto si sta affievolendo, anche perché i governi stanno tornando a proteggere le aziende nazionali. A quanto pare alcune grandi ITN si ritirano, caput. La nuova rotta verso politiche di protezione verso il mercato interno segue una scia che non coinvolge solo gli statunitensi, ma procede con il voto britannico a favore della Brexit, con le politiche protezionistiche della Cina, con Narendra Modi in India, Recep Tayyip Erdogan in Turchia e con Vladimir Putin in Russia. Per non parlare dell’ondata di nazionalismi europea.

I manager spesso danno la colpa a fattori isolati: i cambi monetari, la crisi del Venezuela, quella dell’Europa, la stretta sulla corruzione della Cina. La ragione di fondo, tuttavia, è che non ci sono più i vantaggi di una volta: le ITN devono sostenere enormi spese, filiere complesse e organizzazioni tentacolari da gestire. Le opportunità offerte dai mercati esteri si sono esaurite: in Cina, per esempio, sono aumentati salari e molte aziende hanno già ridotto al minimo il carico fiscale. Inoltre, il flusso libero delle informazioni permette alla concorrenza di recuperare il divario tecnologico e di competenze molto più facilmente rispetto al passato.

Ecco perché avanzano le aziende concentrate sui mercati nazionali. In Brasile due banche locali, la Itaù e la Bradesco, hanno messo in fuga i grandi istituti di credito globali. In India, la Vodafone, uno dei più grandi operatori occidentali di telefonia mobile, e la Barthi Airtel, una ITN indiana presente in venti Paesi, stanno perdendo clienti a vantaggio della Reliance, un operatore nazionale. Negli Stati Uniti, le aziende che estraggono il gas col metodo del fracking mettono in difficoltà i grandi colossi globali del petrolio. In Cina i produttori locali di ravioli stanno erodendo i ricavi di Kentucky Fried Chicken. Secondo alcuni indicatori relativi alle aziende quotate in borsa, in dieci anni la quota di profitti globali prodotti dalle transnazionali è scesa dal 35 al 30%. (Internazionale, La ritirata delle transnazionali, 24 feb/2 mar 2017, n. 1193, anno 24, p.38-40.)

L’unica nota positiva sono i colossi della tecnologia: i loro profitti all’estero rappresentano il 46% dei ricavi totali all’estero delle prime cinquanta ITN statunitensi. Nel 2016, ad esempio, la Apple ha guadagnato 46 miliardi di dollari all’estero, più di qualsiasi altra azienda e cinque volte più della General Electric, azienda considerata da molti un indicatore dello stato di salute dell’economia statunitense.

Secondo un recente articolo pubblicato dalla rivista inglese The Observer ‘le élite sono preoccupate dal ritorno del protezionismo, ma hanno ignorato troppo a lungo i perdenti della globalizzazione’. Di quali élite stiamo parlando? Naturalmente di quelle che hanno più giovato della globalizzazione in generale e dei flussi di Investimento Diretto Estero in particolare, vale a dire imprenditori, manager, banche, gruppi finanziari, gruppi economici e leader politici. Dacché le grandi organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio sono nate la spinta verso una liberalizzazione progressiva del commercio di merci e servizi non si è mai fermata.

Uno degli avvenimenti recenti che potrebbe forse aver invertito la rotta che perseguiva una globalizzazione spietata potrebbe essere il crollo della Lehman Brothers del 2008, che ha innescato la peggiore recessione dagli anni trenta. La società Lehman Brother Inc. era uno dei primari operatori del mercato dei titoli di Stato statunitense, e si è avvalsa nel 2008 dell’XI capitolo del Codice della Bancarotta statunitense, dichiarando debiti bancari per 613 miliardi di dollari e debiti obbligazionari per 155 miliardi. Da allora, alcuni governi sembrano non essere più ciecamente fedeli al libero scambio, e in effetti un buon numero di Paesi ha ripristinato delle misure protezionistiche.

Tutto ciò compreso, considerato e giustamente soppesato, cos’è che possiamo fare noi? La società civile ha un ruolo attivo in questo marasma? Sicuramente. La sostenibilità della scelta etica dell’impresa dipende in primis dall’aumento di una domanda in tal senso da parte dei consumatori, e dunque dal grado di affermazione di un modello di consumo consapevole, responsabile ed etico che induce a tener conto – nelle decisioni di acquisto – non tanto della convenienza del prezzo, quanto di come tale bene viene prodotto.

Si parla in questo caso di ‘economia comportamentale’, paradigma in cui il consumatore è attento e rispettoso della sostenibilità sociale e ambientale e che attraverso l’acquisto esprime un giudizio, segnalando alle imprese quali prodotti approva e quali condanna. Ciò riflette anche il cambiamento di veduta del consumatore, da debole e bisognoso di protezione a protagonista attivo ed esigente. Per una effettiva etica degli affari, è dunque necessario stimolare in primis un’etica dei consumatori, i cui comportamenti costituiscono la molla più potente dei comportamenti dell’impresa.

Gea Cavoli

Fonte: www.comedonchisciotte.org

16.02.2018

Pubblicato da Davide

13 Commenti

  1. La chiosa è alla Fioramonti. Alla fine è colpa del consumatore perché non è consapevole, come se la consapevolezza non avesse un prezzo, non fosse una tassa occulta che ne fa lievitare il prezzo, come se la consapevolezza non fosse direttamente proporzionale al portafoglio.
    Cosa dovremmo fare? Innanzitutto bandire qualsiasi forma di monopolio privato e le multinazionale su scala globale non sono altro che la replica di quelli su scala nazionale.
    Poi uscire dall’€uro, dalla €E e dalla Nato, dare corso all’art.41-42-43 della Costituzione che più di 70 anni fa con lungimiranza, ci ha messo a disposizione gli strumenti per fronteggiare questa deriva mercantilistica.
    Blocco all’importazione di tutte quelle merci e prodotti provenienti da quei paesi che non rispettano i minimi di sicurezza e di salario, oppure ripristinando i dazi rendendole non più convenienti.
    Massimizzare la produzione a livello nazionale per tutte quelle merci che possono essere prodotte in loco sortendo due vantaggi: primo una sensibile diminuzione dell’inquinamento, meno merci viaggiano avanti e indietro per il mondo e meno si inquina; secondo si raggiunge la piena occupazione. Due obbiettivi irraggiungibili se si rimane nella €E.
    Scambi commerciali basati su accordi bi/tri/etc laterali basati sulla cooperazione.

    • Esattamente, per essere consumatori responsabili bisogna poterselo permettere. Se sei povero non puoi scegliere: tra il pecorino di fossa bio a produzione locale e le sottilette della Lidl devi per forza di cosa comprare le seconde.

      • Grazie alla pubblicità e alla TV tempo si è creduto che i prodotti prima del negozio di alimentari, poi quelli supermercato fossero più buoni più gustosi. In effetti ci siamo alterati la percezione e gustativa con i conservanti. Questo ha comportato che le produzioni locali fossero apprezzate più da chi veniva da fuori che dai locali. La povertà è un fatto culturale.

        • Quando metto in bocca qualcosa di industriale me ne accorgo subito.

          Comunque non solo devi permetterti economicamente il buon cibo, che , se cerchi bene puoi trovare anche a prezzi comparabili a quello industriale.

          Devi però avere il LUSSO di avere il tempo per cercarlo e per cucinarlo, cosa che non tutti, al pari dei soldi, possono permettersi.

    • La consapevolezza è una strada in salita che porta a fare delle scelte che potrebbero ripagare anche a distanza di generazioni. Nei topi di laboratorio infatti l’uso di OGM per l’alimentazione ha creato differenze genetiche a distanza di due tre generazioni, ovviamente i topi che sono stati alimentati con prodotti OGM hanno creato proli più deboli e più soggette a neoplasie, per esempio.

      La resistenza non è una cosa che si mangia.

  2. Ciao
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  3. Sob…Quante parole per spiegare il PARTITO del CETRIOLO.

  4. Sarebbe interessante capire come tutto questo possa venire coniugato con le politiche delle grandi aziende transnazionali degli armamenti e della guerra, e naturalmente dei governi che le sostengono, tralasciando pure il crimine transnazionale organizzato, vedi agenzie governative che finanziano ong (g. soros & cia) e tutto l’ambaradan finanziario.

  5. Splendido quadretto a cui manca l’elemento essenziale. In queste analisi economico-sociali capita spesso e volentieri. Il dato riguarda l’ingegneria degli stili di vita, gestito direttamente da strutture militari o comunque militarizzate e (conseguentemente) il nuovo modello educativo, ma dovremmo dire “diseducativo”, nel senso che il fine è quello di educare al negativo, ad esempio deformando il concetto di famiglia fino a farlo scomparire e renderlo di fatto una nebbia priva di significato. Peccato che tutti gli ordinamenti mondiali si poggino sul “diritto alla famiglia”, ad esempio ad avere figli. Quindi se si sfilacciano i contorni giuridici al punto da renderla indefinita, qualsiasi cosa sarà una famiglia e di conseguenza qualsiasi cosa potrà “avere dei figli”, anche una macchina. Dato però che “qualsiasi cosa” non è detto sia poi capace di procreare, accadrà con i bambini ciò che adesso vale per le idee: il totale distacco tra il produttore e prodotto, su modello industriale e mercantile. Il bambino è per ciò avviato giudiricamente a diventare un prodotto forse persino industriale, se si faranno le fabbriche di neonati. Cosa non impossibile da immaginare tecnicamente oggi. Ma questo secondo scenario è pure peggiore del primo, dato che sul mercato la procreazione industriale entrerà direttamente in competizione con quella biologica. Con una serie di conseguenze anche più devastanti che non ho voglia per decenza di riportare ma che non ho dubbi saranno a quel punto già sapientemente gestite dall’ingengeria del consenso e degli stili di vita perchè siano accettato bene, quanto lo sono oggi gli smartphone, le TV al plasma e i SUV.
    Che se non ricordo male, l’ultima volta che ho controllato non solo fanno parte di quel gruppo di neo-tecnofrenie protagoniste in primo piano della devastazione ambientale, ma anche della modellazione degli stili di vita. Un caso? Chissa …

    • Siamo diventati la società dei tecno-fili e dei tecno-dipendenti governati dai tecnocrati, abbiamo abbandonato il cielo, le stelle e la natura e ci limitiamo a vivere chiusi in stanze con aria condizionata quando fa caldo e riscaldate quando fa freddo, per ogni cosa che ci togliesse dalla zona di comfort ideale abbiamo trovato una soluzione che poi si è inserita nella logica della produzione a largo consumo perché il fine ultimo del nostro sistema è quello di aumentare il consumo e per questo abbiamo progettato macchine che si rompono o che smettono di funzionare non troppo tardi rispetto alla fine del tempo di garanzia, obsolescenza programmata, che grande invenzione!
      Abbiamo trovato ogni tipo di soluzione ma il GRANDE FILTRO di cui non si può parlare nemmeno nelle sede politiche ufficiali è che solo le invenzioni che ci mantengono dipendenti al sistema di delega vengono accettate, le invenzioni e i rimedi naturali che permetterebbero all’uomo di liberarsi dal sistema di schiavitù del lavoro e di delega vengono bloccate. Capito?

  6. La settimana prossima il governo approverà la legge DISTRUGGI-BOSCHI, e la spaccia per forma di tutela! (non il ministro)

    Ecco cosa prevede:

    1) TURNI DI TAGLIO COSTANTI: nessuna cura del bosco in quanto ecosistema e habitat di milioni di animali, ma solo quale fonte di redito per il legname

    2) POSSIBILITA’ DI CREARE STRADE E PISTE TEMPORANEE: con la scusa della prevenzione degli incendio, si garantisce un più facile accesso ai mezzi per il prelievo di legname

    3) RIDEFINIZIONE DI “AREA BOSCHIVA”: ho il sospetto che l’esclusione di tartufaie, castagneti, noccioleti e altre aree “produttive” dalla definzione di boschi possa limitare l’efficacia dei divieti di caccia, ad esempio dopo gli incendi, nelle aree boschive

    4) TRASFORMAZIONE DELLE AREE BOSCATE IN ALTRA DESTINAZIONE D’USO, in cambio dell’obbligo di MONETIZZAZIONE!!! In pratica, chi paga, potrà disboscare… ASSURDO!!!

    5) SOSTITUZIONE DELLA GESTIONE DELLE SUPERFICI PRIVATE: se un proprietario SCEGLIE di non SFRUTTARE i boschi nel proprio terreno, se li vedrà sottrarre a favore di imprese o consorzi che li utilizzeranno in sua vece (anche in disaccordo sui lavori da eseguire)!

    Queste le parole del realatore, (dis)onorevole Enrico Borghi: “Il bosco torna ad avere un PIENO VALORE, patrimonio non più da contemplare, ma da GESTIRE efficacemente”.

    Ancora una volta ci autonominiamo PADRONI della Terra, riducendo l’ambiente a mero aspetto economico. Infatti ad esultare sono proprio gli imprenditori: “avremo più materie prime e si creeranno migliaia di posti di lavoro”

    Il cancro umano è ormai inarrestabie…

    (articolo su La Stampa e Il Secolo XIX del 18.2.2018)