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I VECCHI TITANI SONO TUTTI CADUTI. I PROSSIMI SARANNO GLI USA?


KEVIN PHILLIPS
Washington Post

Lo scorso agosto, nel bel mezzo del panico sui mutui, Alan Greenspan si premurò di rassicurare la gente ansiosa. Questo trambusto – disse il vecchio presidente della Federal Reserve Board – ricorda molto la breve crisi finanziaria del debito russo del 1998 o quella del mercato azionario statunitense del 1987. Non c’è da preoccuparsi.

Ma in sottofondo si potevano udire gli scricchiolii e sentire le scosse provocate dalla collisione delle grandi placche tettoniche della politica e dell’economia. Nove mesi dopo, le fiacche analogie di Greenspan non incantano più. L’economia statunitense sta affrontando un livello di debito senza precedenti, mentre le merci rincarano e i prezzi degli immobili crollano, per non parlare dell’indebolimento del dollaro. Ultimamente l’economia sembra essersi assestata, ma nonostante ciò ci sono economisti che temono l’avverarsi della più grande crisi finanziaria mondiale da quella del 1930.

[Nell’immagine: Thomas Banks, La caduta di Titano, marmo, 1786] Ma è un paragone che non calza; è quasi impossibile che si ripeta un filotto come quello della grande depressione, quando il mercato azionario sprofondò all’80 per cento, la disoccupazione salì al 25 per cento, e le grandi praterie divennero un’immensa raccolta di contadini del profondo sud che scappavano verso la California. Ma gli statunitensi dovrebbero preoccuparsi, perché la situazione attuale può preludere ad un capovolgimento globale che segnò le sorti di altre grandi potenze economiche, prima fra tutte la Gran Bretagna.

Più dell’80% degli statunitensi riconoscono che siamo sulla strada sbagliata, ma molti, se non i più, ritengono che la storia di altri paesi sia irrilevante, che gli Stati Uniti sono unici, scelti da Dio. Ma così pensavano anche le altre grandi potenze economiche del passato, Roma, la Spagna, l’Olanda (durante i gloriosi giorni di conquiste marittime del XVII secolo, quando New York si chiamava New Amsterdam) e la Gran Bretagna del XIX secolo. La loro forza iniziale fu anche la loro debolezza finale, un po’ come sta andando agli Stati Uniti dal 1980.

C’è un gran numero di libri scritti su queste illusioni iniziali e declini. Leggendoli, si può notare che la Spagna imperiale, l’Olanda marittima e la Gran Bretagna industriale condividevano mezza dozzina di vulnerabilità mentre raggiungevano la maggior gloria per poi inabissarsi: la sensazione di essere sulla strada sbagliata, una religione intollerante o missionaria, l’espansione militare o imperialista fuori controllo, la polarizzazione economica, l’ascesa della finanza a scapito dell’industria, e il debito eccessivo. È così anche per gli Stati Uniti odierni.

Prima di esaminare i paralleli con l’America di oggi, gli scettici possono indicare come le varie cassandre di ogni nazione, prima che si scoprisse che avevano ragione, erano state premature nelle loro previsioni. Ad esempio in Gran Bretagna c’era chi temeva di fare la fine dell’Olanda già dagli anni 1860, l’apprensione poi tornò verso il 1890, basata sulla potenza industriale dei rivali tedeschi e statunitensi. Nel 1940 però queste previsioni si rivelarono esatte, ma in effetti le critiche iniziate nel 1860 e nel 1890 erano state premature.

Anche gli Stati Uniti hanno avuto la loro dose di paure precoci. I decenni dopo le elezioni del 1968 furono segnati da nuove ondate nazionali di apprensione: che l’egemonia globale statunitense dopo la II Guerra Mondiale fosse in pericolo. La prima, nel 1968-72, è stata una miscela velenosa di crisi mondiale del mercato della valuta e la perdita del consenso della politica estera statunitense verso il sudest asiatico. Furono pubblicati libri dai titoli tipo “Fuga dall’Impero?”e “La fine dell’era americana”. Il disagio nazionale continuò con il caso Watergate e la caduta di Saigon. Il terzo stadio arrivò a fine anni ’80, quando un Giappone risorto sembrava sfidare la preminenza degli Stati Uniti nei campi della manifattura e perfino nella finanza. Nel 1991, l’aspirante alla presidenza, il democratico Paul Tsongas, osservò “la guerra fredda è finita, hanno vinto la Germania e il Giappone”. Beh, non proprio.

Nel 2008 possiamo individuare un altro decennio rischioso: l’hi-tech mania del 1997-2000, trasformatasi nella bolla e nel crollo del mercato; l’attacco terrorista dell’11 settembre 2001; l’imperialismo arrogante e il pasticcio dell’amministrazione Bush con l’invasione dell’Iraq del 2003. A questo seguì l’OPEC che abbandonò il solito prezzo del petrolio di $22-$28, con il conseguente aumento del costo al barile a più di $100; il tracollo del rispetto mondiale per gli Stati Uniti a causa della guerra all’Iraq; l’implosione del mercato immobiliare domestico e la bolla del debito; e ancora la svalutazione di quasi il 50 per cento del dollaro USA contro l’euro dal 2002. E ci meravigliamo che tiri aria di crisi finanziaria globale?!

Ecco la snervante probabilità: che una nuova, imminente crisi planetaria potrebbe fare del cinquantennio degli Stati Uniti tra il 1970 e il 2020 quello che il cinquantennio prima del 1950 fece alla Gran Bretagna. Questo sì che potrebbe essere il “big one”: il “fine partita” del pluridecennale dominio statunitense. La cronologia dei fatti ha un senso storico – quattro decenni di nervosismi prematuri seguiti da una realtà infelice.

Il parallelo più agghiacciante con i fallimenti delle vecchie egemonie è la malsana dipendenza che gli Stati Uniti hanno avuto dal settore finanziario, usandolo come motore per la propria crescita. Nel XVIII secolo gli olandesi pensarono di poter rimpiazzare la loro industria in declino e il loro commercio con un grandioso schema di prestiti a principi e paesi stranieri. Ma una serie di tracolli e fallimenti bancari negli anni tra il 1760 e il 1770 minarono l’economia della nazione. All’inizio del 1900 un apprensivo ministro mise in discussione il fatto che la Gran Bretagna riuscisse a prosperare come “accumulatrice di investimenti” perché “i servizi bancari non creano la nostra prosperità, ma ne sono la creazione”. Verso la fine degli anni ’40, il carico di debiti causato da due guerre mondiali gli diede ragione, e il primato economico inglese sul mondo tramontò.

Verso la metà degli anni ’90, negli Stati Uniti, tra i componenti del PIL, il settore finanziario superò la manifattura. Ma l’entusiasmo del mercato sembra aver bloccato ogni dibattito circa questo preoccupante cambiamento: negli anni ’70 la manifattura contava il 25% del PIL e i servizi finanziari soltanto il 12%, ma tra il 2003-2006 il settore arrivò al 20-21%, mentre la manifattura arrivò soltanto ad uno striminzito 12%.

In negativo c’è che gli ultimi quattro o cinque punti di percentuale di espansione del PIL, prodotti dal settore finanziario negli anni ’90 e 2000, erano frutto di comportamenti azzardati o di aggiottaggio, come l’insolito incremento dei mutui ipotecari, la spericolato spinta ai prestiti sui titoli ed altre innovazioni che sarebbe stato meglio lasciar fare ai casinò. Il credito sfrenato agiva da lubrificante. Tra il 1987 e il 2007 il debito totale negli Stati Uniti balzò da circa 9mila miliardi di dollari a circa 30mila miliardi, con il debito del settore finanziario privato alla guida della grande abbuffata.

Washington guardava benevolmente al settore finanziario negli anni ’80, elargendo un’infinita quantità di liquidi e coperture.
Personaggi influenti come Greenspan, l’ex segretario al Tesoro Robert Rubin e l’attuale segretario, Henry Paulson, si rifiutarono ingiustificatamente di regolamentare l’industria. Tutti sembravano dare il benvenuto alle bolle azionarie; forse pensavano che l’industria finanziaria fosse il nuovo settore dominante nell’evoluzione economica, proprio come l’industria aveva rimpiazzato l’agricoltura sul finire del XIX secolo. Ma seriamente, chi si aspetta che la prossima potenza economica – Cina, India, Brasile – abbia un PIL dominato dal settore finanziario?

A causa dell’espansione del settore finanziario, gli Stati Uniti del 2008 sono diventati i più grandi debitori del mondo, hanno di gran lunga il più grande deficit sui conti correnti e sono i più grandi importatori, con altissimi costi, sia di merci che di petrolio. Se il mondo subisse la più grande crisi finanziaria dal 1930, il danno potenziale è incalcolabile. La perdita della guida economica globale che subirono Gran Bretagna e Olanda sembra profilarsi minacciosamente al nostro orizzonte.

Di Kevin Phillips il libro: “Denaro sporco: finanza spericolata, fallimento politico e la crisi globale del capitalismo americano”.

18 maggio 2008
Titolo originale: The Old Titans All Collapsed. Is the U.S. Next?
Fonte: washingtonpost.com
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Tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Pubblicato da Truman

  • albertgast

    Premetto che non sono economista e quindi le mie conoscenze sono limitate, però quando dice ” il settore finanziario superò la manifattura” credo tocchi il vero cuore del problema.
    Ed è un problema che, mi sembra, non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa ed in special modo l’Italia.
    Basta che ci guardiamo attorno: quante aziende c’erano qui da noi che ora non ci sono più? Chiuse o trasferite in altri paesi più “convenienti”, per così dire….
    Penso che alla fine sarà inevitabile un cambiamento globale dell’economia, ma governanti illuminati avrebbero forse potuto rallentarne gli effetti.
    Sicuramente con la guerra in Iraq, tanto per fare un esempio, ne hanno invece irrimediabilmente affrettato la corsa verso la crisi prevista.