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Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 23-01-2018 Roma Politica Camera dei Deputati. Conferenza stampa di Matteo Salvini Nella foto Matteo Salvini, Alberto Bagnai Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 23-01-2018 Roma (Italy) Politic Chamber of Deputies. Press Conference by Matteo Salvini In the pic Matteo Salvini, Alberto Bagnai

Cronaca di una crisi annunciata

DI ALBERTO BAGNAI

goofynomics.blogspot.com

Pur essendo il primo partito della coalizione uscita vincente dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018, la Lega non ha ricevuto l’incarico di tentare di formare un Governo. Questo diniego, indipendentemente dalle sue motivazioni e dal loro fondamento, ha dato luogo alla crisi più lunga nella storia della Repubblica: 88 giorni. Durante tutta questa crisi la Lega ha mantenuto un profilo costruttivo e leale, rinunciando a propri candidati alla presidenza delle Camere e attendendo un via libera dagli alleati di coalizione prima di intavolare discussioni con il M5S, uscito come maggiore singolo partito dalle elezioni. Queste discussioni hanno riguardato contenuti programmatici, non nomi, e sono durate quasi un mese, approdando a un documento formale, il Contratto per il Governo del cambiamento, sottoposto all’approvazione delle rispettive basi elettorali.

È stato accettato un Presidente del Consiglio, presentatosi come “avvocato difensore del popolo italiano“, che avrebbe dovuto essere di garanzia e mediazione fra i due partiti della maggioranza (e che certamente offriva sufficienti garanzie all’establishment), ed è stata inoltre recepita la raccomandazione del Presidente della Repubblica di avere un Ministro dell’economia che non desse “un messaggio immediato di allarme per gli operatori economici e finanziari“. Pertanto il Ministro dell’Economia e delle Finanze che, stando agli accordi avrebbe dovuto essere proposto dalla Lega, è finito per essere un “tecnico” senza mandato elettorale. Credo di essere l’unico parlamentare che lo conoscesse.

Va osservato che nel suo intervento del 27 maggio il Presidente della Repubblica dichiarava di aver nutrito “perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento” e di averle poi superate. Si parva licet, perplessità simili potevano essere nutrite anche per un ministro di peso come quello dell’Economia e delle Finanze.

Come argomenterò qui di seguito, con alcuni esempi (del contrario, purtroppo!), la natura “tecnica” e non “politica” del ministro Tria avrebbe raccomandato uno sforzo aggiuntivo di coordinamento e condivisione con la parte politica, per verificare che vi fosse sintonia nell’attuazione delle linee programmatiche.

D’altra parte, le evidenti contraddizioni di questa ibridazione “tecno-politica” erano state sottolineate fin da subito anche dalla stampa più allineata. Il problema, tuttavia, era più grave di come veniva rappresentato, ed è lì che vanno ricercate le cause profonde della crisi. Per consentirvi di apprezzarle meglio, di capire quali margini di manovra avessimo, interrompo brevemente la mia cronologia per attirare la vostra attenzione su due elementi.

Il primo è dato dalle conseguenze dell’accorpamento dei quattro ministeri economici (Finanze, Tesoro, Bilancio e programmazione economica, Partecipazioni statali), avvenuto in tre passi successivi nel corso degli anni ’90 e culminato con il D. Lgs. 30 luglio 1999 sulla riforma del Governo. Il nobile intento suppongo fosse quello di risparmiare ed “efficientare”. Il risultato è stato una compressione della politica. Dove prima avevamo quattro ministri, dotati di un mandato politico e soggetti a responsabilità politica (ovvero: se qualcosa non va, il Parlamento ti toglie la fiducia e te ne vai…), dopo abbiamo avuto tre funzionari a capo di tre ministeri formalmente declassati a “dipartimenti” (Tesoro, Finanze, Ragioneria dello Stato – corrispondente al vecchio ministero del bilancio), responsabili, in quanto funzionari, solo verso il loro superiore (il ministro del Tesoro) e non soggetti a responsabilità politica (ovvero: se qualcosa non va, resti comunque lì finché non scade il contratto, ferma restando la possibilità, se si insedia un nuovo Governo, di esercitare lo spoils system nei limiti della L. 15 luglio 2002, n. 145 sul riordino della dirigenza statale).

Il secondo elemento è la struttura del negoziato in Europa. I non addetti ai lavori possono pensare che questo venga condotto dal Ministro per gli affari europei. Le cose però non stanno così. Il Ministro per gli affari europei è un ministro senza portafoglio a capo del Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un “ministero” che ha funzioni di monitoraggio (ad esempio, segue e trasmette agli organi parlamentari competenti le direttive e i regolamenti prodotti dall’Unione), di coordinamento (ad esempio, coordina nelle varie sedi parlamentari il recepimento delle direttive europee), e soprattutto di gestione del contenzioso (cioè segue le famose procedure di infrazione), ma non entra strettamente nel merito dei vari negoziati, salvo, marginalmente, in quelli aventi per oggetto le politiche del mercato interno. Tutta la “ciccia” del negoziato sui temi veramente rilevanti (in particolare, sull’Unione bancaria), resta di competenza del MEF.

Sintesi: con l’Unione Europea, che è un’espressione economica, negozia il Ministero dell’economia e delle finanze. In quali sedi? In teoria, in una sede formale, il Consiglio dell’Unione Europea, che in ambito economico si chiama Ecofin, e al quale partecipano i ministri competenti, quelli dell’economia. “Quindi – direte voi – su temi rilevanti come l’Unione bancaria o la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES) il Governo del cambiamento si affidava a un tecnico, il ministro Tria?”

Ecco, le cose stanno peggio di così, per due motivi, uno dei quali vi è già noto: il vero negoziato avviene in una sede informale, l’Eurogruppo, con i problemi evidenziati qui (e in italiano qui). Voi direte: ma che ce ne frega se la sede è formale o informale, questi sono dettagli! Santa ingenuità! Immaginate di essere un parlamentare che sostiene un “governo politico con un ministro tecnico” (parafrasando il Capo dello Stato). Come fate, da parlamentari, a verificare che questo tecnico sia fedele al suo mandato politico se le decisioni vengono prese in riunioni in cui non c’è verbale – per cui non si sa chi ha detto cosa – e non ci sono votazioni formali – per cui non si sa chi è stato favorevole o contrario a cosa?

Di fatto, l’Ecofin ratifica le decisioni prese nell’Eurogruppo, che, a loro volta, sono la sintesi dei lavori preparatori condotti nell’Eurogroup working group. Insomma, il lavoro vero, quello sulla zona euro, e più in generale sugli assetti economico-finanziari dell’Unione, si fa nel “gruppo di lavoro sull’Eurogruppo”: mi sembra perfettamente logico! Ma c’è un problema: a questo gruppo di lavoro pressoché sconosciuto, che poi è quello che prende le decisioni vere, che definisce i contenuti tecnici degli accordi, chi ci va? Il ministro? No. Il direttore del Dipartimento del Tesoro (un funzionario).

Sintesi delle sintesi, prima di riprendere la cronaca della crisi: per il Governo del cambiamento le decisioni importanti in Europa venivano prese da un funzionario che rispondeva solo a un tecnico. Notate che questo non è un giudizio sulle persone. C’è però un enorme problema di metodo, che, peraltro, anche il Capo dello Stato aveva messo in evidenza, come vi ho sottolineato sopra: in caso di coesistenza di una parte politica e di una parte tecnica, la parte politica ha tutto il diritto di accertarsi che la parte tecnica e quella burocratica siano fedeli all’indirizzo politico che la parte politica esprime in virtù di un mandato ricevuto dal popolo sovrano.

In parole povere: in un ibrido tecno-politico bisognerebbe parlarsi di più, non di meno, e io so di aver dato il buon esempio. Di converso, in un simile contesto ibrido il buon senso dovrebbe suggerire che il ragionamento “queste decisioni incombono al ministro quindi faccio come mi pare”, quand’anche sia formalmente corretto, è politicamente scorretto.

Riprendiamo la cronologia…

Tanto perché il buon giorno si vedesse dal mattino, a luglio venivano riconfermati a capo dei dipartimenti economici tre funzionari espressione di una passata stagione politica. Il ministro decideva quindi di non applicare lo spoils system, decisione che può anche avere avuto ottimi motivi (anche la continuità ha i suoi pregi…), ma che non mi risulta venisse particolarmente condivisa con la parte politica (per quel che mi riguarda, è una delle tante cose che ho appreso dai giornali, dopo che per un certo periodo di tempo fonti dei nostri alleati mi avevano indicato che sarebbe stata presa un’altra strada). Certamente non venne condivisa con nessuno, causando qualche problema politico e diplomatico, la successiva decisione del ministro di nominare Domenico Fanizza rappresentante dell’Italia presso il Fondo Monetario Internazionale. Nel breve giro di due mesi si insediavano in importanti sedi negoziali funzionari scelti da un tecnico con condivisione scarsa o nulla con la parte politica, che non aveva potuto in alcun modo verificare la loro consonanza con la rinnovata sensibilità per l’interesse nazionale espressa dal nuovo Parlamento (o almeno dal 17% di esso).

Non stupisce quindi che con l’entrata in vigore della nuova legge di bilancio si evidenziassero tensioni con il Ministro dell’Economia, il quale sembrava restio a seguire il mandato delle forze di maggioranza (ad es. sui risarcimenti ai truffati delle banche, impegno comune dei due leader politici).

In questo contesto in cui la Lega, ma più in generale la maggioranza, non trovava una collaborazione sufficientemente elastica nell’attuazione della propria agenda economica (per motivi magari anche validi, ma che si sarebbero dovuti condividere), i media, in seguito ai diversi successi nelle elezioni regionali, chiedevano ripetutamente a Matteo Salvini quando avrebbe pensato di “staccare la spina” al Governo per tornare ad elezioni, allo scopo di ottenere una maggioranza più omogenea. Salvini ha sempre risposto in modo pacato e costruttivo, negando di voler capitalizzare opportunisticamente il proprio consenso.

I toni sono degenerati rapidamente con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee. In un momento in cui il nostro principale avversario, il Partito Democratico, si trovava in oggettiva difficoltà a causa di uno scandalo rilevantissimo, quello sulla gestione della sanità in Umbria (l’altro scandalo devastante, quello sulle ingerenze nel Consiglio Superiore della Magistratura, sarebbe esploso subito dopo le elezioni), e in cui, a prescindere da queste considerazioni tattiche, si sarebbe dovuto parlare di Europa, il nostro alleato giocava tutta la sua campagna elettorale su un violento attacco denigratorio alla Lega e a Salvini, culminato in quella che personalmente percepii (e non fui il solo) come una indiscriminata dichiarazione di guerra. Salvini evitava di rispondere agli attacchi, evidenziando solo come in alcuni Ministeri in quota M5S vi fossero atteggiamenti ostruzionistici rispetto a politiche concordate nel contratto di governo.

Tuttavia, all’interno dei gruppi parlamentari cresceva la preoccupazione verso certi atteggiamenti, e in particolare verso i riferimenti al lavoro dei magistrati. Questo lavoro, che andrebbe rispettato in primo luogo non strumentalizzandolo, veniva invece invocato esplicitamente come strumento per arginare una crescente perdita di consensi (“votateci perché gli altri non sono onestih…”). Diventava difficile credere che “dopo” sarebbe stato possibile ricominciare a collaborare, indipendentemente dai risultati delle elezioni: se queste fossero state un successo per la Lega, come i sondaggi indicavano, l’azione politica dei nostri alleati sarebbe stata volta a creare problemi a noi (magari per interposta magistratura), più che a risolvere i problemi del Paese…

Le elezioni confermarono i sondaggi portando a un successo della Lega e una sconfitta della linea dell’alleato. Si determinava così una situazione, ampiamente discussa nel diritto costituzionale, in cui, in un contesto di democrazia rappresentativa, il Parlamento si trovava a non rappresentare più gli orientamenti politici del corpo elettorale. La situazione era incresciosa anche per un altro motivo. A detta di autorevoli commentatori, il Presidente del Consiglio aveva deciso, verso la fine della campagna elettorale, di deporre la sua terzietà, salendo sul carro dei futuri perdenti (dal quale forse non era mai sceso), e questo oggettivamente rendeva difficile ricomporre le fratture che parole avventate avevano creato.

Tuttavia Salvini decideva di mantenere fedeltà all’alleato, nella speranza di ricucire gli strappi, nel frattempo incontrava tutte le parti sociali, trovandole unanimi nel richiedere un importante taglio delle tasse per lavoratori e produttori.

Diventava così chiaro a tutti che per danneggiare politicamente Salvini, impedendogli di consolidare il suo consenso, si sarebbero dovuti frapporre ostacoli alla riforma fiscale, invocando in primo luogo il rispetto letterale dei vincoli europei. Nel frattempo, in coerenza con la linea euroscettica, e in dissenso verso il “cordone sanitario” al Parlamento Europeo la Lega non votava la candidata presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, espressione dell’accordo Merkel/Macron. I voti del M5S di rivelavano quindi decisivi a darle la fiducia, quando la Commissione avrebbe potuto subire una immediata e dura battuta d’arresto, che avrebbe potuto indurre un ripensamento serio di un certo approccio, più di tante dichiarazioni su eventuali pugni da sbattere su un tavolo.. che non c’è!

Nel frattempo Salvini aumentava la pressione sui tecnici del Governo per ottenere una legge di bilancio espansiva per il 2020 con tanti investimenti e un corposo taglio di tasse, mentre al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Economia veniva dato più volte esplicito mandato formale per bloccare in Unione Europea qualunque riforma del MES che potesse danneggiare l’Italia (ricordiamo che, già all’epoca del governo Monti, l’Italia aveva dovuto sborsare oltre 50 miliardi per questo fondo europeo). In particolare, con la risoluzione del 19 giugno 2019 il Presidente del Consiglio aveva preso l’impegno, poi non onorato, a “render note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato”. Più in generale la Lega, sulla base della accresciuta responsabilità derivante dal 34% ottenuto alle europee, sollecitava ripetutamente Presidente del Consiglio e Ministro dell’Economia a condividere e concordare la strategia negoziale in UE e ad mostrare la volontà di impostare una legge di bilancio espansiva e coraggiosa. Nonostante i solleciti, il Presidente del Consiglio chiedeva di non disturbare le trattative e poi sottoscriveva, insieme con il Ministro dell’Economia un impegno con la UE a rinnovata austerità fatta di tagli e riduzione deficit. Parallelamente il Ministro dell’Economia non solo in intervista negava la possibilità a realizzare flat tax, minibot e deficit espansivo, ma nemmeno aggiornava il Parlamento sugli impegni assunti con l’Unione Europea. Il presidente della Commissione Bilancio della Camera e poi lo stesso Salvini criticavano il Ministro dell’Economia per l’opacità delle trattative in Europa e per la resistenza alle necessarie politiche di bilancio espansive, cercando il supporto dell’alleato, che invece chiedeva le coperture per la flat tax e dichiarava incondizionata fiducia nel Presidente del Consiglio e nel Ministro dell’Economia.

Si arriva dunque alla crisi, dovuta, come dovrebbe essere ormai chiaro, all’arresto della spinta propulsiva, e anzi alle varie retromarce del Governo soprattutto in tema economico, retromarce che in sede di legge di bilancio avrebbero comunque portato a una rottura, o si sarebbero risolte in un tradimento del patto fra la Lega e i suoi elettori.

Il 20 agosto il Presidente del Consiglio dichiara al Senato di dimettersi, rivolgendo a Salvini così tante accuse da chiedersi perché fino ad alcuni giorni prima avesse avallato tutte le proposte del Ministro dell’Interno. Il Presidente della Commissione Finanze del Senato in quelle circostanze sottolineava al Presidente del Consiglio la mancata trasparenza sul negoziato della riforma Meccanismo Europeo di Stabilità. Vista l’espressione della volontà di dimettersi del Presidente del Consiglio, la Lega ritirava la mozione di sfiducia nei suoi confronti, in quanto non più necessaria.

Il resto è storia recentissima: in due sole settimane, i tanto reciprocamente vituperati M5S e PD hanno trovato un accordo su un nuovo Governo che mantiene lo stesso Presidente del Consiglio ma con una diversa maggioranza (caso limite, nell’Italia repubblicana), senza produrre un chiaro e definito equivalente del contratto di Governo 2018, ma solo una ventina di generici punti formulati dai vertici del M5S e sottoposti al PD. Un Governo che si basa su un unico reale punto programmatico forte: impedire al partito di maggioranza relativa di governare il Paese, e, in particolare, blindare con una maggioranza parlamentare “progressista” l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, in un Paese che, in tutta evidenza, sta esprimendo un orientamento politico conservatore.

Simili atteggiamenti sono espressione di un teppismo istituzionale che indebolisce importanti organi costituzionali dello Stato. Può benissimo darsi che nei prossimi tre anni l’attuale maggioranza riesca a far piacere agli italiani le politiche che finora non sono piaciute loro, a partire dall’eccessiva subalternità alle logiche europee. Purtroppo queste politiche non piacciono perché sono sbagliate, e nulla lascia presagire che perseverando nell’errore si ottengano risultati positivi. Mi è quindi difficile immaginare fra tre anni un’Italia tutta “bella ciao” e aumenti di imposte (ecologiche, naturalmente!), insomma, un’Italia maggioritariamente e convintamente progressista. Se invece diventasse prevalente l’orientamento politico favorevole alla Lega, la maggioranza degli italiani a quel punto saprebbe che nella partita delle istituzioni l’arbitro parteggia per una squadra: quella che ha perso la partita elettorale, ma vuole a tutti i costi vincere la partita del potere. Insomma: la figura del prossimo Presidente della Repubblica ne uscirebbe gravemente indebolita, con seri danni per tutti.

La politica si svolge nel tempo storico e gli scenari controfattuali (cosa sarebbe successo se…) lasciano il tempo che trovano, in virtù del noto principio secondo cui la storia non si fa coi se. Tuttavia, dal racconto qui svolto, e dai fatti che ho citato, emergono alcuni dati: la volontà di danneggiare Salvini ha spinto la componente “tecnica” del Governo (il cosiddetto “terzo partito”) a cercare sponda in Bruxelles per una finanziaria che impedisse a Salvini di mantenere le sue promesse, anche a costo di rovinare il Paese; nelle partite relative alle nomine la componente “tecnica” si è mossa in totale autonomia, e tutto lascia supporre che avrebbe continuato a farlo, dato lo stato di litigiosità della parte politica; più in generale, le dinamiche politiche interne alla maggioranza avevano tolto alla Lega, forza critica e di rottura verso certi assetti costituiti, il necessario sostegno del movimento da molti ritenuto “antisistema” (ma che forse, se dobbiamo giudicare dai risultati, e fatto salvo il travaglio individuale dei tanti colleghi che conosco e apprezzo, oggettivamente non è poi stato così “anti”…).

Fra i due litiganti, il terzo partito stava già godendo e avrebbe continuato a godere, e gli italiani a soffrire. Fare chiarezza è stato un passo rischioso ma necessario.

Ora sappiamo di aver sostenuto un Governo ad personam, il cui obiettivo era contrastare Salvini. Obiettivo, intendiamoci, assolutamente lecito in democrazia se agito in modo esplicito e all’interno delle regole del dibattito democratico, ma un po’ meno apprezzabile se perseguito surrettiziamente e sotto la regia di un primo ministro che a un certo punto aveva smesso di essere terzo, o forse non lo era mai stato.

Valeva comunque la pena di provarci, ma di questo parleremo un’altra volta.

Intanto, spero di avervi fatto comprendere meglio perché andare avanti così era, nei fatti e nelle cose, sostanzialmente impossibile.

 

Alberto Bagnai

Fonte: http://goofynomics.blogspot.com

Link: http://goofynomics.blogspot.com/2019/09/cronaca-di-una-crisi-annunciata.html

5.09.2019

Pubblicato da Davide

23 Commenti

  1. Non intendo commentare queste dichiarazioni che ognuno accoglie come crede, senonché trovo questa valutazione:

    “…Il 20 agosto il Presidente del Consiglio dichiara al Senato di dimettersi, rivolgendo a Salvini così tante accuse da chiedersi perché fino ad alcuni giorni prima avesse avallato tutte le proposte del Ministro dell’Interno. …”

    Ho già letto qualche cosa del genere e mi ha colpito perché in questo modo si intende rivoltare le accuse, che in questo caso non sembrano generiche o improvvisate, sull’accusatore senza entrare nel merito delle stesse, e fingendo di vivere in un mondo dei balocchi dove non si sa come funzionano le cose più elementari, e che esistono talmente tante motivazioni per giustificare ampiamente l’operato del PM che non valga la pena indugiarci.

    Un metodo, forse diffuso e accettato, ma che a me fa una pessima impressione vedere disinvoltamente in uso.

    PS – Circolano versioni secondo le quali la mossa di Salvini sarebbe stata frutto di un astuto calcolo mirato a trarre un clamoroso vantaggio elettorale nel prossimo futuro. In questo caso il PM sarebbe, cosciente o suo malgrado, complice di questo brillante disegno: in ogni modo si imporrebbe e un po’ di rispetto per un ruolo cardine così delicato.

  2. Quello che non sta in piedi nella versione di Bagnai è che hanno aperto la crisi sul voto per la TAV e qualche giorno dopo hanno detto che era per il rifiuto di fare un deficit al 3% alla prossima legge di bilancio
    In seguito hanno addirittura portato come prova ”definitiva” una lettera di Tria in cui il ministro esprimeva il suo appiattimento sulla linea di Bruxelles.

    La verità è che la Lega è dilaniata dalle sue contraddizioni interne, fra autonomisti/secessionisti vs sovranisti/nazionalisti; e quelle esterne nella base elettorale, PMI super liberiste e favorevoli all’euro vs lavoratori delusi dalla sinistra che si aspettano dalla Lega politiche keynesiane.

    Questo ha impedito a Salvini di costruire un consenso razionale fondato su una vera coscienza politica a livello popolare e lo ha costretto a ricorrere a slogan di pronto uso del tutto insignficanti politicamente come quelli sull’immigrazione o i baci al rosario

    A questo forse si aggiunge che si aspettavano una sponda da Trump che non è arrivata.

    La Lega non ha una strategia perché non può avere un progetto politico univoco.

    Restano come uniche possibilità, l’incapacità del governo PD-M5S e l’eventuale incombente recessione che potrebbero portare a un rovesciamento del tavolo che (forse) riaprirebbe i giochi

    Dai professori ci si aspettava molto di più

  3. Quando conviene dire una bugia bisogna condirla con una mezza verità per renderla credibile.

    La verità è che Salvini ha presentato una mozione di sfiducia a Conte e appena prima che Conte finisse il suo discorso che avrebbe aperto la votazione sulla sua fiducia, Salvini, ha ritirato la sua mozione. A questo punto Conte si è sentito preso per i fondelli (assistevo in diretta TV) ed ha detto a Salvini: se tu non hai coraggio, ce l’ho io e mi dimetto.
    Chiarissimo prof Bagnai, come combina (logicamente) il suo ragionamento, con il fatto che Salvini 1) ritira la sfiducia a Conte per mantenere in vita lo stesso governo di prima e 2) offre, dopo le dimissioni di Conte, a Di Maio la Presidenza del Consiglio pur di rimanere ancora al governo.
    Riscriva l’articolo con questa verità e vediamo cosa ne esce.

  4. “cercare sponda in Bruxelles per una finanziaria che impedisse a Salvini di mantenere le sue promesse, anche a costo di rovinare il Paese”.
    Il punto importante e’ tutto in questa frase.
    Nel momento in cui la responsabilita’ verso il proprio paese viene rinnegata al solo scopo di abbattere la crescita di consenso dell’altra parte si e’ in presenza del tradimento della patria.

  5. Sono andato un po’ a volo di uccello e questo mi e’ saltato all’occhio riferendosi a Conte vs Salvini del 20 Agosto dice:

    “Simili atteggiamenti sono espressione di un teppismo istituzionale che indebolisce importanti organi costituzionali dello Stato”

    Ma davvero? Ricordo un Ministro degli Interni che redige leggi fallaci bocciate dalla Corte costituzionale, dalla Magistratura, che ricevono il rifiuto dei ministri a sottoscriverle perche’ oltrettutto vorrebbe dire farsi carico degli errori altrui e doverne rispondere davanti ai giudici, davanti a questo folla di persone che gli corregge i compiti manco si trovasse davanti ad un alunno somaro cosa fa’ il somaro? Inveisce, sbotta, accusa, vittimeggia e ultimo ma non meno importante tenta di sobillare le piazze indicando come responsabile dei propri fallimenti proprio Governo Magistrati, organi dello stato a scelta facendo, guarda caso “teppismo istituzinale”. Bagnai ma davvero davvero?

  6. Bagnai ha sciorinato un elenco di cose secondo come le vede lui, pero’ tra le suddette cose ha tralasciato le telefonate di salvini a zingaretti, il premierato a di maio per fare marcia indietro, conte che finche’ ubbidiva(vedi anche tav), andava bene., la manovra di 50 miliardi senza dire dove prendeva i soldi e quindi si presume a debito sulle spalle nostre. E poi Dulcis in fundo, l’hanno staccata loro la spina! O dici tutto o niente!

  7. Avevo letto quest´articolo quando é uscito una settimanella fa. Per me Bagnai racconta quello che ha visto e quello che ha percepito, ed in parte é venuta fuori la sua anima politica per la quale omettere un fatto significa ometterlo e non mentire.

    Di lui, di Borghi, di Rinaldi ho tutto sommato stima sotto tanti aspetti. Il problema in questa loro presenza politica é Salvini e chi veramente tira le fila del discorso anche da quel lato, e la mia impressione é che siano imbottigliati in una situazione che li porterá lontani dall´obiettivo, sebbene li abbia portati alla ribalta nel frattempo e con loro anche parte delle loro battaglie. Francamente da un pó di tempo ho ancora meno certezze su quello che accade.

  8. CDC dimostra che lo stesso fatto può essere interpretato in migliaia di modi diversi. La verità quindi non esiste. Il diavolo può essere considerato un santo, e viceversa. Questo significa che chiunque può fare e dire quello che vuole. Ci sarà sempre chi starà dalla sua parte, con motivazioni che nemmeno immaginava.

  9. Potete come volete, credere o meno a quello che scrive da anni Bagnai, però un fatto rimane…i rumors di oggi già parlano di aumento iva parziale, di tassazione sui prelievi in contanti, di tasse sulle merendine e altre amenità del genere, tutte ovviamente a ricadere sul popolo bue non certo sulla grande evasione e sui potenti rentiers.

  10. E’ stato quello che è stato, l’importante è che la Salvini Premier (non la chiami Lega per favore) sia ormai fuori dalle balle per almeno tre anni poi si vedrà. Quando il ministro dell’interno dedica solo 30gg. su 365 all’ufficio e per il resto del tempo fa propaganda con comizi, ingozzate di nutella e presidi sulle spiagge di Milano Marittima non si può pretendere granchè. Purtroppo dovremo subire un governo rosso col PD e il M5S che tuttavia è preferibile a quello dei matti, dei pagliacci e degli incompetenti.

  11. Mi chiedo quale sia stato il ruolo della ratifica del CETA in tutta questa storia. È un elemento che finora non è emerso come giustificazione per spiegare la disgregazione fra Lega e 5 S, ma l’intento di non ratificare il CETA era contenuto nel contratto di governo. Senonché nel corso dei mesi passati il ministro per le Politiche agricole, il leghista Gian Marco Centinaio, aveva cambiato opinione e dai 5 S non ci si poteva aspettare una mancata ratifica, dopo aver votato l’europeista von der Leyen. Staccando la spina al governo, entrambi i partiti si sottraggono alla responsabilità che deriva dalla ratifica dell’accordo CETA. L’accordo è stato applicato in deroga, ma i parlamenti dei 27 paesi europei devono approvarlo: se un solo Parlamento dice no, salta tutto.
    Sul CETA: “Si tratta di un accordo di libero scambio tra UE e Canada che consente alle multinazionali delle rispettive aree di esportare e vendere prodotti… senza trovare intralci né nelle legislazioni nazionali a tutela della salute e del lavoro, né nei diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni degli Stati membri come ad esempio il diritto al lavoro, al giorno di riposo settimanale, alla giusta retribuzione e così via. ” (da Scenari Economici, articolo di Giuseppe Palma del 12/9/19)

  12. Ritornare sulla cronaca della crisi di governo fatta da Bagnai è inutile e pretestuoso; c’è già chi molto opportunamente ne ha tratto una serie di interrogativi per i quali probabilmente non si avrà mai risposta vera e ineccepibile. Come avuto modo di dire in precedente commento, Salvini ha commesso un grave errore, sia che abbia preso lui l’iniziativa di far cadere il governo sulla base di propri calcoli politici, sia se abbia ricevuto indicazioni da qualcuno esterno, con lo scopo di far venire allo scoperto presunti traditori con un nuovo governo, invece delle elezioni. Nel primo caso l’errore lo mette in difficoltà all’interno della stessa lega, oltre che con gli italiani, che potrebbero non capire più la sua strategia. Nel secondo caso ha commesso ugualmente un grave errore poiché, essendo stato utilizzato per scopi che non sono i suoi, potrebbe essere scaricato in qualunque momento e perdere allo stesso modo quei consensi che lui pensa di avere ormai assicurati. Bagnai del resto non ci dice niente di tutto questo, solo una generica presa di posizione sul rifiuto, da parte della lega, di una finanziaria lacrime e sangue per gli italiani, come vorrebbe l’Europa; una specie di processo alle intenzioni insomma, un minority report certo, ma in style accademico, vuoi mettere?

  13. Ma ancora si parla di Salvini, già è scomparso dalle televisioni.

  14. Purtroppo neanche su internet si può esprimere la propria opinione. Se scrivessi quello che penso di Bagnai, verrei bannato nel giro di 3 secondi. Quindi purtroppo mi devo limitare a questo commentino innocente.

  15. Ennesima versione di parte. Non pensavo che Bagnai fosse una persona intellettualmente disonesta.

  16. Ormai è chiara a tutti la natura artificiale dei 5 Stellasse, legati probabilmente ai servizi europei ed oltre.
    Pochi ricordano che molti utenti del Sacro Blog che invocarono l’impeachment di Mattarella quando questi diede l’incarico a Cottarelli, sobillati dall’agente provocatore Di Battista, sono finiti denunciati e probabilmente sotto processo per vilipendio al capo dello stato, e senza qualche fonte interna al blog secondo me sarebbero passati inosservati.
    Chi gestiva il blog all’epoca?
    Come mai il misterioso Conte (come matrice politico-professionale) non vuole mollare la delega ai servizi segreti a Fraccaro?
    Non è che teme che il frontman Di Maio, forse poco dentro la vera gestione del movimento, possa scoprire verità inconfessabili?
    Tanto per chiudere sulla natura internazionale della crisi, bisogna far notare parallelamente come alla chiusura dei profili Facebook di Casapound e Forza Nuova sia corrisposta per poche ore la chiusura della chatbox Facebook di Netanyahu https://www.open.online/2019/09/13/la-mannaia-di-facebook-anche-su-netanyahu-sospeso-per-incitamento-allodio-alla-vigilia-del-voto/ il che probabilmente è stato un maldestro tentativo dell’azienda di equilibrare il colpo, (ma poi da che pulpito, uno degli azionisti principali di Facebook è il fondo sovrano saudita http://english.alarabiya.net/en/business/technology/2016/06/22/Saudi-s-Deputy-Crown-Prince-meets-Facebook-founder-Mark-Zuckerberg.html ) evidentemente si sono scoperti troppo nel dimostrare sia la natura golpista esterna di questo governo sia la natura artificiale eterodiretta dei 5 Stelle, che forse coinvolge anche servizi extraeuropei.

  17. Come far cadere il governo e rigirare la frittata, chapeau Bagnai, Salvini te ne sarà riconoscente a vita.

  18. Egregio dott Bagnai,
    prima di tutto apprezzo sia Lei che Borghi per le vostre posizioni politico/economihe per cosi’ dire “eretiche” riguardo all’euro, all’europa ed ai “montiani”

    Devo dire che la prima parte del suo intervento, cioè l’inciso sul MEF, mi trova piu’ che d’accordo, purtroppo pero’ con un presidente della repubblica che impone un minstro economico di suo piacimento credo si vada poco lontani e Lei lo ha ben esplicitato, senza pero’ pero’ calcarenon troppo la mano sul ruolo di Mattarella, che è la madre di tutti i nodi che vengono al pettine.
    La seconda parte della sua analisi mi sembra molto piu’ ombre che luci.
    Chiaramente evidenzia fatti, argomenti, situazioni dal punto di vista della sua parte politica e per questo a volte certe asserzioni mi suonano un po’ forzate.
    Che oggi in Italia ci siano piu’ conservatori che progressisti per esempio è opinabile giacché oggi , ma del resto anche storicamente in Italia ci sono elettori che votano ragionando dallo sterno in giu’ e magari ci possiamo ricordare le emblematiche vittorie progressiste su divorzio ed aborto di una maggioranza che poi dopo alle politiche si riposizionava sul partito “conservatore” di allora, la DC
    Quello che Lei non cita affatto pero’ è la schizzofrenia del vostro leader, la sua grettezza , i suoi deliri di onnipotenza e pure l’uso anomalo del suo ministerio e ministero giacché , per esempio convocare le parti sociali per discettare di economia è una bestemmia istituzionale, corroborata dalle parti sociali stesse che da organismi italioti classicamente devoti al millantatore di turno si sono presentati tutti all’adunata, come delle pecore senza cervello.

  19. E quindi? Colpa degli altri no? Alla faccia del cambiamento!

  20. Per me Bagnai ha molte più ragioni che torti, ma il tutto lo trovo abbastanza secondario.
    Qui si parla di politica come se la politica consistesse nell’ottenere il consenso degli elettori o il potere e il politico bravo fosse quello capace di ottenere e mantenere il consenso o il potere….. tutte scemate.
    La politica è un dovere, verso i cittadini, e consiste nel curare il più possibile il loro benessere, la loro dignità, la loro libertà.
    Adesso ricominceranno con la macelleria sociale e noi stiamo qui a discutere di chi è la colpa invece che darci da fare per avere un’alternativa.

  21. Da https://www.facebook.com/emilio.mola1/posts/10218365271711749

    “Cari salviniani e leghisti,
    una cosa vi dev’essere chiara: entro la fine dell’estate (se non addirittura della primavera) Salvini non sarà più al governo. Non sappiamo chi ci sarà, ma di certo non lui.

    A settembre il governo dovrà trovare 5,6 miliardi per rifinanziare Quota100, altri 8 miliardi per rifinanziare il Reddito di Cittadinanza, 30-40 miliardi per finanziare la Flat Tax (che non può più rinviare), 23 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA al 25,6%, altri 10 miliardi per coprire il buco dovuto alla mancata crescita (0,2% se va bene anziché 1%). Solo per citare le spese principali

    Sono circa 100 miliardi. Un’enormità. E no, l’Europa non c’entra niente. Sono il costo delle politiche di Salvini e Di Maio (eh già andare in pensione prima e far alzare lo spread ha un prezzo che qualcuno deve pagare, chi se lo sarebbe mai aspettato eh?); sono soldi che non ci sono e sono soldi che noi italiani dovremo tirar fuori: o con l’aumento delle tasse o con drammatici tagli allo Stato Sociale. Oppure con la rinuncia, da parte di Salvini e Di Maio, ad alcune di quelle promesse.

    Ma sono tutte e 3 scelte che porteranno i partiti al governo a perdere consenso.

    E ve lo immaginate Salvini che rimane lì a pagare e farci pagare il prezzo delle sue politiche? No che non ve lo immaginate. E infatti lui non ci pensa proprio a rimanere lì.

    Salvini troverà una scusa, una qualsiasi scusa (Tav, processo, quello che volete), per rompere il governo e defilarsi prima che gli italiani scoprano quale sarà il conto da pagare.

    Si piazzerà fuori, all’opposizione, a fare la guerra a quel governo che si sacrificherà per salvare il Paese dalla bancarotta facendo pagare agli italiani il conto che Salvani ha lasciato prima di scappare.

    Il quale Salvini non dirà “sono scappato prima che gli italiani scoprissero che gli ho lasciato 100 miliardi da pagare”. Dirà “sono stato mandato via dai poteri forti, dal Pd, dall’Europa, da Soros, dalle banche bla bla perché bla bla prima gli italiani bla bla”.

    E sapete qual è il bello? E’ che voi, pur sapendo tutto questo, starete dalla sua parte. E scenderete in piazza inferociti contro il governo che dovrà aggiustare i conti sfasciati da Salvini, e al fianco di Salvini. Che dirà: “Avete visto? Mi hanno mandato via per mettervi le mani in tasca. Perché con me non sarebbe mai successo”.

    E voi gli crederete. Perché siete gli stessi che credono alla storia del leghista antimeridionale che diventa all’improvviso il più grande patriota italiano. Perché non dovreste credere al resto?”

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