Chi piangerà per l’Occidente?

Sembriamo diretti verso un punto d'impatto, con la prospettiva di una collisione sotto gli occhi di tutti, com’era successo 1911.

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Alastair Crooke
strategic-culture.su

Michael Anton, ex consigliere presidenziale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ci offre questa analogia per la situazione odierna degli Stati Uniti e dell’Europa:

“Il 20 settembre 1911, la RMS Olympic, nave gemella dello sfortunato Titanic, era entrata in collisione con l’incrociatore della Royal Navy HMS Hawke, nonostante entrambe le navi avessero navigato a bassa velocità, in contatto visivo l’una con l’altra per 80 minuti. ‘Si era trattato’, scrive lo storico marittimo John Maxtone-Graham, ‘di una di quelle incredibili convergenze, in pieno giorno, con mare calmo e in vista della terraferma, in cui due imbarcazioni, in normali condizioni operative, navigano serenamente verso un punto di impatto, come se fossero ipnotizzate'”.

Anche noi sembriamo diretti verso un simile punto d’impatto, con la prospettiva di una collisione in piena vista, ovvia come lo era stata quel giorno del 1911. Allo stesso modo, la nostra classe dirigente non è favorevole a cambiare rotta. Deve volerlo questo impatto – o forse vede una collisione in stile Armageddon come destinata in ultima analisi a segnare la strada per il trionfo della “rettitudine”.

Di certo, il momento attuale è caratterizzato in modo cupo dalle gravi previsioni economiche che coesistono con uno stato di impasse politica. È sempre più chiaro ad un numero crescente di persone in Occidente che qualcosa è andato terribilmente storto con il “progetto Ucraina”. Le previsioni e le proiezioni di una vittoria certa non si sono concretizzate e l’Occidente si trova invece di fronte alla realtà  di centinaia di migliaia di ucraini che vengono immolati al loro mito fantastico di un Osiride smembrato. L’Occidente non sa cosa fare. Si aggira con aria smarrita.

L’intero pasticcio viene talvolta giustificato come il risultato di un errore di calcolo da parte delle élite occidentali. La situazione, tuttavia, è ben peggiore: la reale disfunzionalità e la prevalenza dell’entropia istituzionale sono così evidenti che non c’è bisogno di aggiungere altro.

La disfunzionalità dell’Occidente va ben oltre il progetto ucraino. È praticamente ovunque. Le istituzioni pubbliche e private, soprattutto quelle dello Stato, hanno difficoltà a portare a termine qualsiasi cosa; le politiche governative assomigliano a liste dei desideri stilate frettolosamente, che tutti sanno avranno scarsi effetti pratici. Ecco perché i politici hanno una nuova priorità: “non perdere il controllo della narrazione”.

La “tesi” di Hartmut Rosa: un frenetico arresto sembra particolarmente azzeccato.

In parole povere, siamo in preda ad una nuova iterazione della politica sessantottina. Il commentatore statunitense Christopher Rufo osserva che,

“È come se avessimo vissuto una ricorrenza senza fine: il Black Panther Party riappare come movimento Black Lives Matter; i pamphlet dei Weather Underground si trasformano in documenti accademici; i guerriglieri marxisti-leninisti si sono scambiati le bandoliere e sono diventati i gestori di una rivoluzione guidata dall’élite nei modi e nei costumi. L’ideologia e la narrativa hanno mantenuto la loro posizione di geloso egemone”.

Nel 1972, Herbert Marcuse era stato forse prematuro nel dichiarare la morte della rivoluzione del 1968. Tuttavia, anche verso la fine di quell’anno, la reazione era stata evidente, con gli elettori che avevano votato per Richard Nixon dopo la sua promessa di ripristinare la legge e l’ordine. Ebbene, Nixon era stato debitamente “rimosso” – e l’ideologia alla base del 1968 aveva gradualmente ripreso vigore:

“Gli attivisti di sinistra oggi hanno resuscitato la militanza e le tattiche degli anni ’60 – i movimenti radicali si sono istituzionalizzati, organizzando manifestazioni e usando la minaccia della violenza per raggiungere i loro obiettivi politici. Durante l’estate del 2020, il movimento Black Lives Matter aveva organizzato proteste in 140 città. Molte di queste manifestazioni erano diventate violente: la più grande esplosione di disordini razziali di sinistra dalla fine degli anni ’60”, scrive Rufo.

“Il punto di partenza è percepire correttamente l’attuale situazione in America. L’amara ironia della Rivoluzione del 1968 è che è arrivata alla “carica istituzionale” ma non ha aperto nuove possibilità… L’acquisizione apparentemente totale da parte della sinistra delle principali istituzioni – l’istruzione pubblica, le università, la leadership del settore privato, la cultura e, sempre più spesso, anche le scienze – fa sembrare enorme l’attuale campo di battaglia”.

Eppure, “ha rinchiuso le principali istituzioni della società all’interno di un’ortodossia soffocante… Sebbene abbia accumulato significativi vantaggi amministrativi, non è riuscita ad ottenere risultati”. Abbiamo un intenso livello di polarizzazione politica e culturale che coesiste con la sensazione di essere rimasti intrappolati in una stasi. La vita pubblica è sospesa e, con la “crisi” come norma, la politica mainstream scivola sempre più vicino al vecchio vizio europeo del nichilismo.

Ciò che distingue – e che deforma – la narrazione degli odierni discendenti intellettuali del ’68 è la loro insistenza non solo nel definire e controllare la narrazione, ma anche nel richiedere che la guerra culturale venga assimilata all’insieme dei valori personali di ciascun individuo. E, inoltre, l’imporre che questi individui, in quanto tali, riflettano questa ideologia nelle loro azioni e nel loro linguaggio quotidiano – o rischino la cancellazione. In pratica, una guerra culturale in piena regola.

I segni distintivi odierni del “razzismo sistemico” e del “privilegio bianco”, insieme ai diritti identitari, alla diversità e al transgenderismo, stanno dividendo gli Stati Uniti tra due norme identitarie: quelle della “Repubblica” (la Rivoluzione del 1776), contro quelle della Rivoluzione del 1968.

Anche in Europa c’è una profonda schizofrenia: da un lato, l’élite di Davos è impegnata a sostenere la narrazione che il passato dell’Europa sarebbe stato – fondamentalmente – un passato di supremazia coloniale razzista. E che questo obbligherebbe gli enti pubblici e privati ad offrire un risarcimento per gli atti storici di discriminazione e di colonialismo – una visione che imporrebbe a tutti gli europei il dovere di “impegnarsi per la diversità, la protezione delle identità e l’equità radicale”.

Ma ciò che non viene riconosciuto o discusso apertamente è il profondo cambiamento che sta trasformando l’Europa: che ci piaccia o no, l’Europa non è come l’abbiamo immaginata. Non è l’Europa della “Parigi” francese, della “Roma” italiana o della “Londra” britannica.

Questo cambiamento viene rappresentato – e sfruttato commercialmente – come un’utile “visione turistica” dell’Europa. La realtà, tuttavia, è che l’Europa sta rapidamente diventando una terra in cui gli autoctoni sono destinati ad essere una minoranza tra le minoranze: che cosa sia la “Francia” oggi è una domanda valida ma senza risposta.

Molti potrebbero dire: perché no? Ma il problema è che questo risultato viene deliberatamente perseguito – clandestinamente, senza onestà e senza alcuna consultazione. Gli europei che avevano vissuto i precedenti cicli di conquista (da parte di mongoli, turchi o austriaci) e ne erano sopravvissuti per un senso di identità duraturo, vedono l’Europa deliberatamente de-stabilizzata e la loro cultura dissolta, per essere sostituita da un blando linguaggio di pubbliche relazioni sui valori europei, voluto da Bruxelles.

Non è importante se questo cambiamento sia un “bene” o un “male”. Perché, a ben vedere, la questione è destinata a far esplodere l’Europa, con lo sgretolarsi della sua economia e con l’enorme quantità di risorse destinate ai migranti che diventa un tema scottante. Quello che nessuno sa è come tirare fuori un senso di identità europea da quel minestrone di identità in cui l’Europa si è trasformata.

In realtà, una “soluzione” forse non è possibile, visto l’infinito accanimento sulla criminalità razziale “bianca”. Che sia valido o meno, [questo accanimento] si è trasformato in un “miscuglio di stregoneria e odio”. Ne abbiamo visto gli effetti a Parigi e in altre città francesi durante l’estate.

I principi di gran parte della società europea non sono orientati verso un progetto di “ingegneria sociale” di integrità morale e di portata mondiale, ma verso la protezione dei valori semplici e delle istituzioni del cittadino comune: famiglia, fede, lavoro, comunità, paese.

Questa è la “guerra culturale” dell’Europa – quella americana è correlata ma ha caratteristiche proprie.

Charles Lipson, scrivendo nell’edizione statunitense dello Spectator, afferma:

“È difficile non piangere per la Repubblica mentre la fiducia nelle nostre istituzioni crolla – e crolla per buone ragioni. In parole povere: la nostra governance nazionale è in crisi – e il pubblico lo sa. E sa anche che i problemi vanno al di là della politica di parte e dei singoli leader, ma include i loro sostenitori, i media e le istituzioni fondamentali delle forze dell’ordine”.

“Quello che non sanno è come ripristinare una parvenza di integrità in un sistema politico che rende molto difficile bloccare la candidatura di un presidente in carica, come Joe Biden, o la nomination di un altro candidato, come Donald Trump, che è sostenuto da una minoranza fortemente impegnata di attivisti di partito”.

Cosa sia lo Stato Permanente lo ha chiarito, Michael Anton,

“Non possono e non vogliono, se possono evitarlo, permettere che Donald Trump diventi di nuovo presidente. In effetti, lo avevano detto chiaramente nel 2020 in una serie di dichiarazioni pubbliche. Se si sentivano così forti allora, immaginate come si sentono ora. Ma non c’è bisogno di immaginarlo: lo dicono ogni giorno. Dicono che il 45° presidente è letteralmente la più grande minaccia che l’America deve affrontare oggi – più grande della Cina, della nostra economia in crisi, della nostra società civile in disfacimento”.

Ebbene, la “base di Trump” a cui Lipson fa riferimento è salda. Non solo, non è solo la “base di Trump”, perché sta acquisendo un sostegno sempre più ampio, visto che la controrivoluzione odierna non è solo quella del trumpismo, o di una classe contro l’altra, ma piuttosto quella che “si svolge lungo un nuovo asse tra il cittadino e uno Stato guidato dall’ideologia”. Glenn Greenwald è d’accordo,

“Il metro di misura rilevante ora non è sinistra contro destra. È anti-establishment contro pro-establishment”.

L’ambizione finale non è quella di rimpiazzare la nuova “classe universale” – gli eredi della rivoluzione culturale degli anni ’60; piuttosto quella di cercare di ripristinare il principio fondante della nazione del “governo dei cittadini contro lo Stato”, che era stato alla base della Rivoluzione americana del 1776.

Questa “base” [di Trump] è salda perché, in ultima analisi, l’isteria anti-Trump non riguarda Trump – come sostiene Michael Anton, anch’egli ex membro della Casa Bianca:

“Il regime non può permettere che Trump diventi Presidente, non per chi è la persona (anche se questo dà fastidio), ma per chi sono i suoi seguaci“.

“Le lamentele sulla natura di Trump sono solo obiezioni pretestuali sulla natura della sua base”.

Non si può permettere a questa classe di attuare le proprie preferenze, a causa della loro vera natura e, soprattutto, perché è la loro natura a dettare ciò che vogliono vedere accadere, aggiunge Anton.

La classe dirigente, scrive Anton, consoliderà sicuramente “la base” -.

“E questo con l’essere sempre più radicali, odiosi e incompetenti. Hanno dimostrato più volte che non c’è moderazione in loro. Non riescono a rallentare nemmeno di un miglio all’ora, nemmeno quando un rallentamento è nel loro chiaro interesse. Non saprei dire se sono spinti dalle richieste della loro base, dalle loro convinzioni interne o da qualche forza soprannaturale”.

“Cosa succederà allora? Beh, secondo le parole del “Transition Integrity Project”, un collettivo legato alla rete di Soros che nel 2020 aveva messo a punto la propria strategia per impedire un secondo mandato di Trump, la contesa [alla fine] diventerebbe ‘una zuffa di strada – e non una battaglia legale’. Ancora una volta, ‘parole loro’, non mie. Ma permettetemi [scive Michael Anton] di tradurre ciò che vogliono dire: [Possiamo aspettarci una ripetizione dei] disordini dell’estate 2020, ma con ordini di grandezza maggiori: disordini che non termineranno finché i loro uomini non saranno al sicuro alla Casa Bianca”.

La gente piangerà per l’Occidente? Non credo…

Alastair Crooke

Fonte: strategic-culture.su
Link: https://strategic-culture.su/news/2023/08/21/weep-for-the-west/
21.08.2023
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Alastair Crooke CMG, ex diplomatico britannico, è fondatore e direttore del Conflicts Forum di Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente. In precedenza è stato una figura di spicco dell’intelligence britannica (MI6) e della diplomazia dell’Unione Europea.

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