Caso Cospito: Importante comprendere la violenza dello Stato

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La Redazione di ComeDonChisciotte.org riceve e pubblica questo documento prodotto da alcuni membri di Resistenza Radicale – Azione Nonviolenta riguardante il caso Cospito 

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Dal 31 dicembre Resistenza Radicale è al fianco di Alfredo Cospito: detenuto in isolamento al 41 bis, è giunto quasi al novantesimo giorno di sciopero della fame, oltre il limite di guardia per la sua salute. Dopo i sette giorni di digiuno di Marianna Panico e i sette giorni di Davide Tutino, è iniziata lunedì 16 gennaio la staffetta del digiuno, portata avanti da militanti di Resistenza Radicale.

Con il nostro sciopero della fame intendiamo ottenere questi scopi:

  • Stare vicino ad Alfredo Cospito: nel buio quasi totale della sua prigionia, sapere che “fuori” esiste un sostegno di questo tipo può aiutare e fare sentire meno sola una persona che oggi fronteggia la morte.
  • Prendendo su di noi l’onere del digiuno, indurlo a interrompere il suo, evitandogli danni irreversibili alla salute.
  • Tenere aperto il dibattito sul “caso Cospito”: parallelamente alla “notizia” del digiuno a staffetta, ci impegniamo a divulgare le ragioni per le quali il “caso Cospito” è un segnale di allarme fortissimo per tutte e tutti noi.
  • Produrre una testimonianza di impegno civile, attraverso la pratica gandhiana, che ispiri chi si lascerà ispirare, e che possa farci sentinelle e presenze, se mai un giorno qualcuno voglia dire: come mai nessuno si oppose, né fece o disse nulla?

Essendo coinvolta nel coordinamento di questa iniziativa (ho redatto io stessa gli obiettivi appena espressi, insieme a Marianna Panico), sono stata particolarmente attenta alle reazioni che essa ha suscitato.

Ho considerato post e commenti social, in diverse bacheche Facebook e in chat di militanti del cosiddetto “dissenso”, in particolare in quelle del “CLN – Comitato di Liberazione Nazionale”, nel quale pure milito attivamente, della regione in cui vivo, la Lombardia.

Dopo lettura e riflessione e un paio di brevi confronti (i cui esiti non so misurare, essendo avvenuto nell’ambiente insterilito di una chat Telegram), ho deciso di scrivere questa nota per chiarire alcuni dei dubbi più spesso sollevati, e con più veemenza – segno questo che il tema è comunque sentito e coinvolge, cosa per me positiva.

Iniziamo: chi è Alfredo Cospito?

Alfredo Cospito è un militante anarchico, che si trova in prigione dal 2012.

Fu riconosciuto colpevole di:

  • aver posto, il 2 giugno 2006, due ordigni rudimentali in un cassonetto davanti alla scuola dei Carabinieri di Fossano (Cuneo). Il primo ordigno doveva esplodere per attirare l’attenzione, il secondo per colpire chi fosse accorso sul posto.
  • aver gambizzato un dirigente dell’Ansaldo, Roberto Adinolfi, nel 2012 a Genova.

Cospito ha rivendicato il secondo crimine, l’aggressione del 2012, per il quale gli sono stati comminati 10 anni nel 2013. Invece si dichiara totalmente estraneo alla doppia bomba: questo delitto gli è stato imputato quando Cospito era già in prigione per la gambizzazione, e per esso gli sono stati comminati vent’anni per strage, in base all’articolo 422 del Codice Penale; recentemente è stato rideterminato dalla Corte di Cassazione in “strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello stato”, che ricade sotto l’articolo 285 del Codice Penale e prevede l’ergastolo anche nel caso in cui non ci siano morti. Nel maggio scorso, Cospito è stato sottoposto al regime carcerario 41 bis, presumibilmente perché continuava a far pubblicare suoi articoli sulla stampa anarchica, articoli che incitavano a compiere altri atti violenti di ribellione.

Ricordiamo che il 41 bis prevede l’isolamento totale del detenuto, che non può più ricevere né notizie, né giornali, né libri dall’esterno; né può comunicare con l’esterno in nessun modo, con l’eccezione degli avvocati. Il detenuto al 41 bis viene relegato in un isolamento perpetuo e ha diritto ad una sola ora d’aria al giorno, da trascorrere isolato in un cubicolo di cemento coperto da una grata.

Ammesso che il 41 bis sia compatibile con la Costituzione della Repubblica italiana, va ricordato che tale regime era stato concepito per impedire ai capi mafia arrestati di avere modo di continuare a dirigere l’organizzazione mafiosa attraverso contatti con l’esterno. Cospito non è  “capo” di alcunché: come è noto, gli anarchici non hanno capi, altrimenti non sarebbero tali.

Dopo qualche mese al regime 41 bis, Cospito ha iniziato nell’ottobre scorso uno sciopero della fame a oltranza:

  • per protestare contro l’applicazione del 41 bis alla sua persona
  • per chiedere di ritornare al regime carcerario precedente.

Nel frattempo, la situazione si è aggravata, in quanto la Corte di Cassazione ha riqualificato il reato, sostenendo che non si tratta della fattispecie prevista dall’art. 422 (strage)  ma della fattispecie prevista dall’art. 285 (strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato). Questo reato non prevede alcuna pena diversa dall’ergastolo. Ciò ha aumentato la determinazione di Cospito di arrivare fino alle estreme conseguenze.

Dopo aver illustrato la situazione, vado ora a esprimere qualche valutazione.

La violenza delle azioni di Cospito non può certamente trovarci a loro difesa. Negli anni, inoltre, l’uomo ha ribadito in diverse interviste e scritti la convinzione verso ciò che ha fatto.

In particolare, da una intervista per il giornale anarchico Vetriolo del 2018, mi ha colpita questa considerazione: “Oggi la progettualità “informale” (basata sulla comunicazione senza intermediari tramite rivendicazioni di azioni distruttive indette da fluidi e caotici singoli e gruppi di affinità sparsi per il mondo) ci sta regalando la possibilità di rilanciare concretamente in maniera pericolosa per il sistema una “internazionale” che potrebbe innescare una reazione a catena inarrestabile. Certo, parliamo di infinitesimali minoranze, ma perché escludere a priori che come spesso avviene in natura un impercettibile virus iniettato magari da una insignificante puntura di una piccola zanzara possa uccidere il possente elefante?”

L’intervista è stata citata anche dai magistrati, nel 2021, per ribadire la pericolosità di Cospito.

Da parte mia penso che una pericolosità esista. Ma che non consista in un pericolo immediato per le persone, nonostante le parole chiaramente violente di Cospito, a causa della natura dei movimenti anarchici, che non prendono ordini, ma che tutt’al più si scambiano idee e si ispirano a vicenda. Da questo punto di vista, quindi, pericoloso sarà chi raccoglierà l’invito di Cospito alla violenza e lo metterà in atto.

Alfredo Cospito, piuttosto, è pericoloso per il sistema che combatte, e lo testimonia proprio la decisione di dargli il 41bis: di buttarlo in un buco, come ha detto efficacemente Davide Tutino, e di impedirgli di comunicare con il mondo esterno.

Da ciò si deduce anche che c’è un sistema di potere che ha paura del “mondo esterno”, ha paura cioè che le parole incendiarie di Cospito trovino sponda. Il mio personale parere è che le parole davvero pericolose di Cospito non siano (solo) quelle incendiarie, ma le molte altre che ha dedicato a elaborazioni teoriche e a denunce della profonda iniquità del sistema in cui viviamo.

E ancora di più: il pericolo rappresentato da Cospito sta nel fatto che questo criminale ha rivendicato i suoi crimini, ne ha parlato nei termini riportati da Vitriol quando era già in prigione, e ora si lascerà consapevolmente morire. Cospito, in sostanza, è un irriducibile, ed è difficile per il potere svalutare del tutto le convinzioni che portano un uomo a un tale limite, nonostante la sproporzione di mezzi.

Lo Stato ha la legge, le forze di ordine pubblico, i tribunali, le galere, e inoltre è oggi al servizio un sistema più grande, quello neoliberista delle multinazionali (definite “personalità psicopatiche” da un bellissimo documentario che consiglio di recuperare: The Corporation) le quali hanno mezzi ancora più enormi della coercizione: hanno la propaganda, la voce, le trombe, i privilegi, i sogni innestati artificialmente, il benessere somministrato a mo’ di narcotico huxleyano.

Alfredo Cospito, di fronte a tutto questo, non ha nulla, tranne la sua nuda vita. E ha messo sul piatto esattamente quella.

Quanti farebbero, quanti faranno lo stesso? Per il benessere, per il privilegio, per il potere… ma anche per la giustizia, per qualcosa in cui crediamo, per qualcuno che amiamo, saremmo noi disposti a fare lo stesso? Smettere di nutrirci, giorno dopo giorno, ora dopo ora, fino a deperire, e ancora bloccare eventuali soccorsi, rifiutare qualsiasi tipo di aiuto medico, in vista di una morte sopravveniente? Lo faremmo, lo faresti? Per l’Italia, per la tua parte politica, per tutti i regni del mondo, saresti disposto a morire e a ribadirlo ininterrottamente per novanta giorni di seguito?

Ecco la forza di Alfredo Cospito, ecco l’irriducibilità che fa paura. Significativo che questo combattente convintamente violento sia arrivato a forza di estremi verso l’estremo opposto, la nonviolenza e l’autoimmolazione dimostrativa. Perché è qui che il potere cessa di raggiungerti, è qui che esiste una esile prospettiva di prevalenza, oltre qualsiasi bomba e pistola.

Torniamo alla ricezione di tutto questo, alle discussioni che ho seguito nelle chat e che mi hanno convinta della necessità di scrivere il presente articolo.

Una delle opposizioni più forti che ho letto relativa alla nostra azione di sciopero della fame riguarda la persona di Cospito, come io l’ho descritta: un militante della violenza, convinto della sua utilità e necessità, che ha fatto del male direttamente, e che lo rifarebbe. Ovvero: “Vi dite nonviolenti e poi difendete uno così?”

La risposta più semplice che mi viene alle dita è: bella forza avremmo, se ci mettessimo a difendere un crocerossino. La forza di un principio si mette alla prova anche su questo piano: per chi vale? Fino a dove può spingersi?

Posso applicare la mia nonviolenza a una persona cattiva? Posso rivolgerla verso un assassino? La risposta è semplice da dare, seppur difficile da vivere nei fatti.

Essendo la nonviolenza (anche) un modo per gestire i conflitti, è nel conflitto che essa si forgia e si dispiega;  nel momento in cui essa si confronta con una persona perbene non ha ragion d’essere dal punto di vista politico e di lotta.

Non mi pare che Gesù, a cui Gandhi espressamente si ispira, dicesse: “Ama solo la gente perbene”. Alleggerendo il concetto, impegnativo e complesso, di amore cristiano, possiamo dirci “con la coscienza nonviolenta” a posto nel momento in cui difendiamo da un abuso un nemico, una persona che normalmente non stimeremmo, un uomo che ha fatto del male.

Restiamo ora nel presente e nella realtà italiana attuale. Senza volerci spingere su esempi evangelici, ci basti ricordare tre principi sui quali si regge il nostro ordinamento:

  • La funzione rieducativa della pena carceraria.

Qui l’intero 41bis è in questione, perché non è mirato a rieducare o a riabilitare, ma è espressamente pensato per spezzare i legami della persona con l’esterno, mettendola in uno stato di intensa deprivazione. Potrebbe essere chiamata tortura, e c’è chi lo ha fatto, servendosi di evidenze come lo stato di follia al quale l’isolamento fisiologicamente porta.

Chiaramente non è un argomento “facile”, e con lo sciopero della fame noi di Resistenza Radicale ci impegniamo anche a suscitare una necessaria discussione in merito, consapevoli che forse un accordo generale totale non ci può essere. Si tratta di decidere fino a che punto, nel contrasto ai criminali, ci si può spingere, e non è una decisione da prendere alla leggera, né in modo definitivo.

Qualcuno direbbe che chi ha sciolto nell’acido un bambino merita ben altre deprivazioni. A me, che percepisco una macchia raccapricciante in chi tortura ben più che in chi viene torturato, viene da chiedermi: se ciò che ci guida è il senso di vendetta e la disinvoltura nel macchiarci noi stessi di abuso, perché non ripristiniamo la pena di morte? Non è una domanda ironica. Per quale ragione manteniamo in vita, alimentiamo, teniamo al caldo e magari anche “curiamo” con un medico una persona che nel frattempo torturiamo, depriviamo e facciamo impazzire? Per anni! Che senso ha?

  • La proporzionalità della pena.

È stato ben evidenziato che il 41bis, regime usato per “sconfiggere la mafia”, non è attualmente comminato a chi stupra e uccide, a chi compie omicidi multipli e anche a chi si macchia di strage “comune” come era stata indicata l’azione di Cospito, azione che, lo ripeto, non provocò morti né feriti. Non li provocò perché andò male, d’accordo: ma allora contano le intenzioni? Se scambio lo zucchero con l’arsenico e non avveleno mio marito per un soffio, vado comunque in galera per omicidio? Non esisteva un “tentato” di fronte al delitto, proprio in virtù di una proporzionalità tra la pena e il crimine?

  • La legge è uguale per tutti.

La legge si applica solo ad alcune persone, a persone già “giuste”? O non è piuttosto una regola da seguire universalmente? Cospito è un ideologo controverso e incallito e non è facile concordare con quello che dice, scrive e fa. Questo autorizza lo Stato a fargli qualsiasi cosa?

Cosa forse ancora più importante, la questione si estende: dal caso “Stato contro Alfredo Cospito” diventa facilmente “Stato contro qualsiasi individuo”, “Stato contro chiunque”, “Stato contro tutti”.

Perché se la legge è uguale per tutti, la legge deve essere uguale anche per lo Stato.

Questo è un principio ben più antico della modernità, che in occidente è sancito dal XIII secolo, da quando nemmeno lo Stato esisteva: esisteva il re, e il re, che firmò la Magna Charta, si sottomise all’imperio della legge. La legge valeva anche per il re, e oggi vale anche per lo Stato. Non è certo un principio accettato pacificamente: nel XVIII secolo gli assolutismi hanno tentato di scardinarlo, è finita con la scure per Carlo I e la ghigliottina per Luigi XVI. Oggi questo principio è considerato alla base del nostro vivere associato, e lo Stato non può eluderlo sulla base di proprie considerazioni su minacciosità e pericolosità potenziale del soggetto.

Non può funzionare così, altrimenti possiamo tutti e tutte essere in pericolo. Una volta aperta la strada alla pericolosità potenziale decisa di volta in volta, chi sarà al sicuro?

Cospito è un apripista, un sopruso facile. E qui arrivo a una seconda critica che è mossa a chi oggi, nella cosiddetta “area del dissenso”, si sta occupando del suo caso. Ovvero: “Con tutti i guai che abbiamo, perché pensare a lui? Noi vogliamo lottare contro obbligo vaccinale e green pass, che c’entra Cospito?”

Bè, c’entra eccome, se valutiamo la cosa come una questione di metodo. Perché il metodo è un po’ lo stesso. Apripista, l’ho definito.

L’indignazione che proviamo verso le azioni di Cospito è esattamente la crepa che il potere usa per portarci dalla sua parte, contro il nostro stesso interesse. Come ha fatto con la paura verso il virus, il terrore del contagio, della morte intubati, delle bare sui camion, dei nipotini killer, dei giovani bastardi che ridono e si divertono mentre io sto paralizzata in casa, in ascolto della conta quotidiana dei morti. Quante cose abbiamo permesso, dominati da questa paura? Quanto spazio abbiamo dato al potere per rapinarci nella nostra quotidianità, nei nostri affetti, nei nostri legami, nel nostro lavoro, attraverso la falla della paura?

La ripugnanza verso i gesti violenti di Cospito rischia di portarci su questa stessa strada: a cedere terreno al sopruso del potere, e persino ad applaudire, mentre esso costruisce con metodo il precedente di base, che verrà poi rinforzato dalla prassi e dall’inazione generale.

Basta una falla. Basta una prima, piccola inoculazione. Basta un virus, “un impercettibile virus iniettato magari da una insignificante puntura”. Cospito lo ha capito. Lo Stato anche, perfettamente. Temo invece che noi, dopo tre anni di lotte e di dissenso, dobbiamo ancora impararlo davvero.

 

Giulia Abbate
20/01/2023

 

CON Aligi Taschera e Pasquale Valitutta detto Lello per la stesura della parte “legale” sul caso Cospito;
Marianna Panico per la revisione.

 

Resistenza Radicale – Azione Nonviolenta
resistenzaradicale.eu


Massimo A. Cascone, 24.01.2023

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