Universitas

di Paolo Becchi

paolobecchi.wordpress.com

È meglio fare lezioni ed esami in un’aula o davanti a un computer sul divano di casa? Devo ammettere che da docente universitario, ormai da qualche decennio, non avrei mai pensato di pormi una domanda del genere. Perché?

 

Vi spiego come faccio (o meglio: facevo) lezione e stando alle valutazioni degli studenti, che sono pubbliche, con un ottimo risultato. Entravo in aula, accendevo computer e proiettore per le slide: leggevo la prima di queste sullo schermo, cominciavo a spiegarla e formulavo qualche domanda per sollecitare l’attenzione degli studenti. Mi avvicinavo a loro col microfono in mano e cercavo di far sì che loro stessi scoprissero passo dopo passo il senso di un pensiero di Aristotele, di Hobbes, di Kant, di Hegel e di altri classici. Il punto essenziale è sempre stato questo: capire il giusto modo di porre le domande, per far sì che le risposte – che io avevo in mente – potessero lentamente venire fuori dagli studenti. Qualche volta venivano fuori risposte inaspettate e intelligenti, a cui neppure io avevo pensato. Il mio impegno era totale, non c’era solo la mia mente, c’era il mio corpo che si agitava se non sentivo una partecipazione adeguata, oppure i miei occhi che brillavano quando uno studente dimostrava di aver colto il punto. Contatti e sguardi reciproci. La lezione non era solo un fatto mentale ma fisico, di corpi che vivevano insieme una esperienza irripetibile: io che mi mettevo a disposizione e loro, gli studenti, che seguivano un pensiero che si faceva carne o una carne che si faceva pensiero. Alla fine grondavo di sudore come se avessi zappato per delle ore. Ma felice di aver preparato il terreno per la semina.

 

Un’esperienza unica, che cercavo ad ogni nuova lezione e sempre con la stessa tensione di rivivere. Qualche volta consapevole di aver raggiunto l’obiettivo, altre volte meno e pronto a migliorare.  Prossimità e presenza per me erano indispensabili e credo lo fossero anche per i miei studenti, che se potevano non perdevano neppure una lezione. La lezione era un luogo di dialogo, a volte anche di conflitto, perché no. Il “prof” ha le sue idee e lo studente ha diritto ad avere le sue. Non trasmettevo solo conoscenze, verità da accettare come dogmi, ma idee, appunto, e gli studenti potevano avere idee diverse. A volte recepivo alcune obiezioni e loro, d’altro canto, riconoscevano il significato di un’idea non sempre ortodossa. Alla fine per me la cosa più importante era che gli studenti maturassero un proprio punto di vista e che riuscissero a farlo valere nella discussione. Erano chiamati ad una partecipazione attiva. In questo consisteva il mio metodo di insegnamento. Ha una lunga tradizione, in fondo è il metodo socratico. Gli esami nel colloquio orale mi consentivano poi di verificare se ero stato efficace o meno e dove era opportuno modificare o migliorare qualcosa. Se lo studente non passava l’esame in fondo era anche un po’ per colpa mia, evidentemente non ero riuscito a comunicare bene con lui.

 

Parlo al passato, perché oggi si pone la domanda che ho posto all’inizio, non essendo possibile fare lezioni ed esami in presenza. L’emergenza epidemiologica ha costretto ad usare altri strumenti: la didattica a distanza, le videolezioni, e persino gli esami sono a distanza. Beninteso, meglio questo del niente. Ma dovremmo non dimenticare che si tratta solo di un surrogato, che lo si fa solo perché non ci sono alternative, e per un tempo limitato.  E invece ora pare che l’innovazione tecnologica della teledidattica sia meglio di quello che si faceva prima, che la didattica a distanza sia quasi meglio del contatto tra docente e studente: lo studente segue la lezione dalla sua cameretta felice e tranquillo, e il docente lo è altrettanto a casa nel suo studio. Verrà a mancare il “corpo” insegnanti,  perché tutti saranno isolati nelle loro discipline senza più una visione d’insieme, tutto deciso da pochi, come a Genova dove il prossimo Rettore verrà scelto a Settembre con una votazione “da casa”, probabilmente senza un adeguato dibattito pubblico tra i papabili. Verranno a  mancare gli studenti organizzati in gruppi collettivi, che con le loro proteste partecipano alla vita pubblica. Verrà a mancare la realtà tridimensionale sostituita dalla lezione digitale. Verrà a mancare quella relazione profonda che si instaura tra il maestro e il discepolo e  che consente,  per dirla  con George Steiner,  la “trasmissione” del pensiero. “Restiamo a casa”, studente e professore soli  davanti ad un video, e non ci rendiamo conto che in questo modo perdiamo il senso umano del contatto sociale – e questo proprio a partire dalle giovani generazioni –  e viene completamente snaturato il senso della professione dell’insegnante, la sua etica professionale e la dimensione pubblica del lavoro universitario. Di più, se il professore si ostina a voler andare all’università, dopo che ci ha passato una vita, costringiamolo persino all’“obbligo di registrazione”: quando entra, quando esce, e perché no, anche con chi ha parlato e cosa ha fatto. E la cosa sconcertante è che la maggior parte dei colleghi ritenga tale obbligo come una cosa normale, per la comune sicurezza. A questo punto direi è proprio meglio “restare a casa”.

 

Restiamo a questo punto tutti nella sfera privata della propria casa, e per sempre, l’emergenza diventi la normalità, l’eccezione la regola, non rendendoci neppur conto del fatto che questo significa la morte dell’università pubblica. Fa quasi sorridere rileggere oggi Antonio Gramsci quando sottolineava che uno dei motivi del perché le università italiane «non esercitano nel paese quell’influsso di regolatrici della vita culturale che esercitano in altri paesi» fosse da ricercarsi nel mancato «contatto tra insegnanti e studenti». Che cosa potrebbe pensare oggi? Un’emergenza epidemiologica sta trasformando il “corpo” insegnante in “macchine” intelligenti, intelligenze artificiali che riproducono a distanza formulazioni fisse, standardizzate e studenti che passivamente  come imbuti le ingoiano. “La lezione nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, verrebbe da dire adattando all’occasione il titolo di una celebre opera di Walter Benjamin. Certo, ci sarà risparmio sulle strutture, sui costi di gestione, di trasporti, su pulizia e manutenzione. A questo punto i Palazzi universitari potrebbe persino chiudere. Anche il personale amministrativo lavora infatti “da remoto”. Si dirà, è solo una situazione di emergenza. Ma allora perché si annuncia  già sin d’ora che gli esami a luglio  si faranno ancora in modalità telematica e l’attività didattica a distanza sarà prolungata anche per il prossimo semestre autunnale.  Diamo per scontato che ci sarà questa o un’altra emergenza? Oggi il virus, domani l’alluvione, dopodomani l’inquinamento e così via. Insomma, l’emergenza sarà permanente, lo stato di eccezione il nostro destino? Forse più semplicemente il “ritorno alla normalità” sarà  l’anormale accettato come normale. L’uso della mascherina diventerà normale come l’uso del preservativo, e allora cosa c’è di “anormale” nel fare lezioni o esami  attraverso una piattaforma informatica?

 

Beninteso, non sto invocando il luddismo, anche se nell’emergenza l’uso di un “software” libero al posto di una piattaforma di Google o di Microsoft sarebbe stato meglio. Ma sono preoccupato della tecnoscienza, della “scientocrazia” e della “svolta antropologica” a cui si mira grazie all’uso estremo delle tecnologie digitali: il nostro Comitato Tecnico Scientifico ha deciso di fare in Italia questo esperimento sociale, vale a dire di far lavorare la scuola anche in futuro, almeno in parte a distanza, e le università preferibilmente sempre a distanza.  Lo si è fatto e “funziona”. Perché non continuare così? Ecco, lo scopo di questo articolo è mettere in evidenza i rischi di questo esperimento.

 

No, ripeto, il luddismo non c’entra, la prima cosa che faccio appena entro in classe è aprire il computer per proiettare le slide, usando tutti i supporti tecnologici che possano essere di aiuto per fare una buona lezione, ma se eliminiamo il contatto tra studente e professore, nella scuola come nell’università, eliminiamo tutto. Poi non lamentiamoci, però, se dal prossimo anno accademico ci sarà un forte calo delle immatricolazioni. Poi non lamentiamoci, se l’università pubblica verrà ridotta ad un’università telematica tra le altre. Poi non lamentiamoci, se nasceranno nuove università private e scuole private, solo rigorosamente in presenza, ad alto costo e per studenti privilegiati, ospitati in collegi residenziali, che potranno avere un’università come Dio comanda, mentre tutti gli altri studenti, di serie B, resteranno confinati a casa davanti ad un video. Prima la televisione come svago in certe ore del giorno, oggi il computer come lavoro notte e giorno.

 

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Articolo pubblicato su Libero il 13.05.2020