Quale 25 aprile. Quale 27 aprile. Quale liberazione.

DI FULVIO GRIMALDI

Mondo Cane

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE

Il link è l’omaggio a una donna, venuta da un altro mondo per dare una mano al nostro, la sua vita per l’amore del suo uomo, della repubblica, della democrazia, della giustizia, della libertà. Per me anche lei è 25 aprile. Canzone che amo e che, volendo, potete sentire a sottofondo di quanto ho scritto.

Ho superato il 25 aprile uscendo dalla culla di questo eterno presente, dalla quale, a noi pupetti, i pupari non fanno nè vedere passato, né prospettare futuro. Eterna sospensione tra l’unico pensiero possibile, quello attuale, e l’unica tecnologia disponibile, quella digitale. Ho afferrato una radice e mi sono ritrovato sotto il monumento sul Gianicolo alle vittorie di Garibaldi sui francesi e alla memoria della Repubblica Romana (1848), poi annegata nel sangue dei patrioti e del popolo romano dalle monarchie francese, borbonica, austroungarica che PioIX aveva invocato dal suo esilio a Gaeta (i bersaglieri gli avrebbero reso la pariglia a Porta Pia, vent’anni dopo). Priorità assoluta delle Potenze, non diversamente da oggi, stracciare una costituzione che a quella di esattamente cent’anni dopo poco aveva da invidiare e, dato l’ambiente europeo e la sua affermazione di sovranità, era perciò anche più meritevole.

Un monumento che mi proteggeva dallo scroscio di toni enfatici e parole declamatorie grandinate dal Quirinale e rimbombate nella camera dell’eco che è la stampa italiana. Toni e parole all’apparenza del tutto rituali, generiche e banali, altisonanti, proprio come si retoricheggiava ai tempi di Lui, prendendo fiato a ogni periodo, passando dal grave all’imperativo nobile e finendo sull’intimidatorio per chi non dovesse darsela per intesa. Insomma, discorsi da Balcone, dalla cui pomposa prosopopea cerimoniale, nel caso specifico del tutto abusiva, immancabilmente esalano i vapori dell’ipocrisia e dell’autorità fondata su chiacchiere e distintivo. E, a volte, su felpe e giubbotti, abusivi pure questi.. Tutte cose che con i fasti evocati da lontano, sempre senza averne i titoli, abusivamente, hanno il compito di coprire i nefasti del presente e dei presenti.

 Bandiera delle Repubblica Romana. Giubba garibaldina

Non ho partecipato ad alcuna celebrazione, ufficiale o ufficiosa, trovandole tutte spurie e inquinate. Dal Quirinale a un’ANPI che condivide con tutte le sinistre la perdita di sé e che si mette ad arzigogolare sull’equivalenza tra nazifascismo e quello che i superrazzisti dell’Impero e delle sue marche definiscono razzismo. Mistificando per tale quello di chi smaschera l’operazione colonialista, detta globalizzazione, ai danni dei dominati del Sud e del Nord. Gli sciagurati sovranisti, identitari, refrattari alla levigatezza dell’uniformato. Seppure lo definiscano tale, non ne fa sicuramente parte Matteo Salvini, sovranista farlocco e sfascia-Italia del “prima gli italiani”, purchè si tratti di trafficoni eolici, trivellatori di terre e mari, sfondatori di valli e montagne, magna magna di ogni genere, cravattai lombardoveneti, insomma tutti i missi dominici dell’Impero. Genìa che è stata decisiva perché i risultati del 25 aprile fossero consegnati nelle mani e nelle borse dei nuovi invasori.

Genìa maledetta. E’ stato lo spirito dei tempi coronati dal 25 aprile e subito successivi che ha innalzato l’Italia – dal fascismo squadrista frantumata in giovani obnubilati, popolo plebeizzato e impecoranato, federali in stivali e loro mignotte, intellettualità sedotta, asservita e abbandonata, brutalità ed elementarietà di azione e pensiero (salvo grandi architetti) – ai livelli di un passato come quello dei Leopardi e dei moti ottocenteschi. Che ha prodotto i Fenoglio, Calvino, Pavese, i De Sica, Rossellini, Monicelli, giganti che hanno nanificato, moralmente e culturalmente, tutto quello che è venuto dopo e che formicola a petto in fuori nei Premi Strega e Bancarella. Si può dire, e spiacerà ai nonviolenti, di vocazione o altro, che quello Zeitgeist, così generoso, è uscito dalla canna di un fucile.

Da ex-direttore responsabile e inviato di guerra del quotidiano Lotta Continua e militante (a lungo latitante) di quell’organizzazione, che contro il fascismo aggiornato del consociativismo di regime, con il suo terrorismo di Stato, pure qualcosa ha fatto, mi permetto, nel mio piccolo e intimo, di ringraziare i partigiani tutti. Formazione di popolo. Più di tutti quelli garibaldini, e rigettare nel buco nero dell’esecrazione gli Alleati, che ai primi hanno sottratto e pervertito la vittoria, poi procedendo a sottrarre e pervertire ciò che di ogni vivente fa quello che è: la sovranità sua, della sua comunità, del suo passato, presente, futuro, nome. Di questo gli antifascisti da terrazzo, antisovranisti del re di Prussia, non sanno e non dicono, bisognosi come sono dei cartonati in camicia nera e saluto romano per occultare il fascismo global-digital-finanziario che li ha reclutati e di cui si sono inoculato il virus. Il che non mi impedisce, sia detto per inciso, di trasecolare a fronte di chi insiste a definire Piazzale Loreto “giustizia di popolo”.

Stessa matrice

Oggi si vedono sul palcoscenico della commedia nazionale e occidentale, in grande spolvero, nuovi “antifascisti”. Ce ne sono addirittura di patrocinati da George Soros, che non si fa scrupoli di affiancarli all’altra sua creatura: Me too Come sempre quando il pifferaio riesce a riunire e riconciliare in un’unica truppa ratti e bambini ignari, li si trovano, schiamazzoni e autocertificati, dall’estrema sinistra a quella vera destra che si dice vuoi centrosinistra, vuoi centrodestra. Virgulti, balilla e giovani italiane del Nuovo Ordine Mondiale, puntano quello che in artiglieria viene chiamato “falso scopo” (e il puntamento indiretto verso un obiettivo non individuabile a vista). In parole semplici, additando un chihuahua ringhiante nei bassifondi ideologici urbani, si urla “al lupo, al lupo”, con l’effetto di distogliere la nostra mira dal lupo mannaro vero che tiene al guinzaglio chi urla.

(Chiedendo scusa al lupo per la becera metafora fiabesca. E ricordando che il ministro dell’Ambiente 5 Stelle, Costa, proibisce di abbattere i lupi, mentre Salvini, forte di mitraglietta, ne autorizza l’abbattimento: fatto che contiene in nuce tutto il significato delle temperie in cui il post-25 aprile, tradito come nemmeno il presunto Giuda il presunto Gesù, ci ha ingabbiato e nelle quali, o i 5 Stelle staccano la spina, o rischiamo il corto circuito e il black out loro e di tutti noi).

Il discorso della Liberazione va ripreso ab imis fundamentis. E’ per questo che ho spostato le mie commemorazioni-celebrazioni a due giorni dopo, il 27 maggio del 1937. E il giorno tristissimo della morte di Antonio Gramsci (io c’ero già e ricordo una serie di quaderni di mio padre con sopra, imparai dopo, le immagini, tra altre, di Marinetti, D’Annunzio, Gozzano, Leopardi e Gramsci). Non significa niente, ma sono contento di esserci già stato quando ancora viveva Gramsci. E’ insensato, ma mi pare che così sono in qualche modo contemporaneo e, quindi, più partecipe di quel “popolo” a cui questo sardo degno della sua terra ha ridato un nome, un’identità, un progetto, nel tempo che più lo ha visto conculcato, mistificato, sviato da una storia che era iniziata con Dante, che aveva serpeggiato per secoli e che si era rifatta prorompente con la Repubblica Romana e le altre affini, incancellabili madri dei nostri partigiani.

 La Brigata delle Donne alla Comune di Parigi

Come Anita Garibaldi, che, sul colle Gianicolo, sparava ai francesi rinnegati, lo è specificamente delle nostre partigiane. E come lo era anche delle brigate femminili alla Comune di Parigi (dove c’erano pure i dai neoborbonici esecrati garibaldini!). Che nessun movimento o gruppo femminista ricorda e onora, preferendo icone tipo Hillary o Boldrini.

 

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com

Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/quale-25-aprile-quale-27-aprile-quale.html

26.04.2019

7 Comments
  1. ton1957 says

    Discorsi da balcone dove i gesti del corpo, spesso infantili, valgono più delle parole, bambini e semplici di spirito applaudono senza neppure ascoltare ( ci si ritrova in guerra, senza armi e con le scarpe di cartone) a cui il solito intellettuale di sinistra, risponde con argomentazioni saccenti, esempi storici tirati per la giacchetta (Anita docet) citazioni filosofiche di morti ammazzati 3.000 anni fà( quanto erano saggi gli uomini a quei tempi) ed i bambini ed i semplici di spirito applaudono per stanchezza ( basta che si finisca perchè tanto non s’è capito un azzo………Grimaldi docet).
    Ed intanto il tempo passa ed i bambini son morti di vecchiaia (quello che non passa e che non cambia, sono i discorsi per i semplici di spirito….sempre uguali, sempre gli stessi).
    Grimaldi vuole festeggiare, Anita Garibaldi (femminista con il fucile) ed Antonio Gramsci (di cui al momento mi frega un azzo), Salvini non vuole festeggiare, da ministro, una festa nazionale (giusta o sbagliata centra un azzo)
    Ne ho le palle piene di fascisti da tastiera e di comunisti da sfilate gay, entrambi adulti, se non vecchi, rimasti bambini capricciosi (a cui oggi si aggiungono anche i Gretini).Chissà se mai rivedrò dei veri uomini disposti a morire per la propria famiglia, i propri figli, uomini che lottano per costruire un futuro migliore………..ma qui vedo solo uomini che restano nel passato (restano bambini)….il 1° Maggio è vicino, il lavoro è morto, il paese annaspa, anche i ricchi piangono, la UE ci massacra, le tasse aumentano, figli non si fanno più, tutto intorno c’è tristezza, nessun futuro si intravvede se non quello nucleare………Salvini, Di Maio, ma anche Montalbano e Berluscopone…..sono uomini, scenderanno a far sentire la loro voce il 1° Maggio…… o son solo bambini gretini e continueranno a litigare, se Mussolini andava impiccato per i piedi o per la testa, se la Anita piuttosto che la Petacci,se meglio Savoia o Borboni……questi sono tutti morti….a quando cominceremo ad interessarci dei vivi e di coloro che devono ancora nascere?

    1. catgarfield says

      Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.

    2. Bertozzi says

      “Chissà se mai rivedrò dei veri uomini disposti a morire per la propria famiglia, i propri figli, uomini che lottano per costruire un futuro migliore.”
      Credo proprio non li vedrai mai, ammesso che siano mai esistiti (non credo negli eroi, siamo tutti uguali, da sempre, piccoli ed egoisti).

  2. Vincenzo Siesto da Pomigliano says

    Ma Gramsci non è morto il 27 Aprile? A parte questo, ottimo articolo.
    Riscrivo quello di un mio precedente commento “La festa della Liberazione diventò la festa della casta, vassalla dei nuovi occupanti, che sostituì al potere nel 1945 quella precedente e che inglobò parecchi “elementi” che collaborarono con “l’Ancien Regime”. Casta putrefatta e delegittimata, tutt’ora al potere che gli arrivisti del M5S al governo stanno “rigenerando” con il loro assurdo dilettantismo politico…..
    La si smetta con questa farsa: Il popolo non è stato mai liberato!!!”
    !
    Ma il M5S non staccherà la spina: “O cummanna’ è meglio d’ ‘o fottere”.….

  3. Holodoc says

    Brava Anita a sparare ai francesi sul Gianicolo… ma senza l’appoggio dell’Impero Britannico al quale non pareva vero prima di togliere di mezzo i Borboni dal Mediterraneo e poi togliere il potere temporale al Papa cattolico col cavolo che avrebbero avuto la meglio i garibaldini!!!

    Siamo un vaso di coccio tra quelli di ferro, ricordiamocelo.

  4. Annibal61 says

    Articolo da non perderci tempo. A parte la foto, rievoca Mussolini. Mussolini a testa in giù, condannato da un tribunale ligio ai desiderata di Londra, probabilmente semi analfabeta, e oltraggiato da morto…come Gheddafi…morto anch’ egli con una baionetta nell’ ano per la felicità della Signora Clinton, DEM. Uhm…certo, meglio essere DEM che dittatore… fare il bene del popolo porta male.

    1. Caio Dreto says

      Ognuno celebra i miti, spesso avvolti in impenetrabile nebbia menzognera, che meno contrastano con la visione acquisita e della quale non si sa liberarsene. Io vedo Garibaldi come ce lo mostra la storiografia revisionista meridionale e la povera Anita mi appare assassinata (incinta) dal nostro eroe orecchie mozzate. E´ indispensabile conoscere la propria storia, meglio si comprende cio`che si e`e cio`che il futuro ci riserva. Ma quella Vera. Non quella “ad usum serenissimi Delphini).

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