Unità d’Italia. Non ha senso festeggiare quello che non c’é

di Franco Marino
ildetonatore.it

Si può amare felicemente quello che c’è: è la fortuna di ogni innamorato che sa di essere ricambiato nel suo sentimento. Si può amare disperatamente ciò che non c’è più: è la disgrazia del vedovo che ha perso il suo coniuge, del separato che si vede abbandonato da una persona che ama ancora ma che non lo vuole più, dell’orfano che non ha più i genitori o peggio ancora di quei genitori che hanno la suprema sventura di perdere i propri figli.
E si può anche amare perdutamente quello che un giorno si spera che ci sarà. Perchè si persegue un ideale ben al di là dal materializzarsi. E non è un’ipotesi fantascientifica, fu ciò che ispirò il romanticismo, di cui il risorgimento e l’idealismo furono costole.
Così mi ritrovo ad amare disperatamente un padre e una madre che non sono più su questa terra e perdutamente qualcosa che non c’è ancora, che è il mio paese. Questo però non mi permette nè di fare – se non idealmente – gli auguri ai miei genitori, dato che non compiono un bel niente, dal momento che “riposano in pace” nè di unirmi alle celebrazioni di qualcosa che semplicemente non c’è, non esiste, se non nella consueta retorica patriottarda nutrita da gente di cui si scorge chiaramente l’assenza di qualsivoglia sentimento patriottico.

Il 17 Marzo del 1861 abbiamo assistito semplicemente ad una creazione massonica, sotto il protettorato inglese, avvenuta – ed è questo il vero scandalo – nel sangue del Regno delle Due Sicilie. Io sono di Napoli, la capitale di quel regno e, nato ben centoventi anni dopo, quasi me ne stupisco. Ma ai tempi del Regno delle Due Sicilie, il Meridione era l’emblema della modernità sotto ogni aspetto. Il PIL del Regno era IL PIU’ ALTO in Europa e il debito pubblico era il più basso.
Il Risorgimento, celebrato come momento di grande gloria, non fu niente di glorioso. I famigerati Mille di Garibaldi – in realtà protetti dalla potente flotta inglese che, al largo del Mar Tirreno aspettava soltanto un momento di difficoltà per attaccare l’esercito borbonico – non ce l’avrebbero viceversa mai fatta a prevalere.
Non solo.
Le mafie e le camorre contro cui oggi, ma solo nelle giaculatorie mediatiche, crediamo di lottare, nascono create dagli inglesi – per poi, alla fine della seconda guerra mondiale venire prese in carico dagli americani – come strumento di controllo politico. Lo stesso fascismo prese il potere con una fantomatica rivoluzione meglio nota come marcia su Roma, avvenuta nel consenso generale dei Carabinieri e del Re, che ben sapevano cosa Mussolini stesse progettando e a cui lasciarono margini di manovra, anche perchè quell’ascesa era fondamentale per impedire che l’Italia finisse sotto il controllo dell’URSS.
In sintesi, l’Italia come noi la conosciamo è SEMPRE stata un protettorato di potenze straniere e dunque un non-stato.

Le nubi che si addensano sul futuro dell’Italia mi rattristano come la previsione di un lutto.
E sono sopraffatto dal rimpianto per ciò che la mia Patria potrebbe essere e non è.
Se almeno fossimo un popolo di sciocchi, di idealisti, di incapaci, me ne farei una ragione. Invece gli italiani, presi individualmente, sono prodotti pregiati. Non più dal punto di vista culturale, dati i mirabili risultati conseguiti dalla “scuola sessantottina”, ma dal punto di vista dell’intelligenza applicata, del “pensiero laterale”, della mancanza di pregiudizi. In questo ambito sono spesso eccezionali.
Il popolo italiano somiglia ad un cesto nel quale si ammonticchino anelli d’oro, capolavori letterari, smeraldi, orologi da polso, miniature, banconote e cristalli veneziani, per alla fine accorgersi che è pieno di patate.
Le nostre qualità sono così evidenti che non val la pena di illustrarle. Soprattutto pensando che spesso si manifestano superando condizioni avverse. Il mistero da chiarire è quello del contrasto fra i nostri meriti individuali e i nostri immensi difetti in quanto collettività.
Premetto che i paragoni non possono essere fatti con Stati piccoli e privi di un grande passato. Nell’epoca attuale (e per questo non menziono l’Austria) l’Italia, per la sua storia e per le sue dimensioni, in Europa si può mettere a confronto soltanto con Spagna, Francia, Germania e Inghilterra. Tre su quattro di questi Stati, diversamente da noi, sono stati a lungo monarchie unitarie. Due cattolici e due protestanti, anche se la Germania non interamente e l’Inghilterra a modo suo. Infine tutti e quattro, dai tempi dell’Impero Romano, hanno avuto sempre più importanza, mentre l’Italia ne ha avuta sempre meno, fino all’insignificanza.
Il fatto di essere stata a lungo un Paese suddiviso in piccoli Stati, nessuno in grado di pesare seriamente in Europa, ha seminato nell’anima di noi italiani il DNA dell’orticello, dell’invidia, della dipendenza e infine della sconfitta. È triste doverlo dire, ma gli inglesi o i francesi trattengono a stento un sorriso, se gli si parla dell’esercito italiano. Se noi italiani siamo lungi dal sentirci dei guerrieri è perché la nostra storia è piena di sconfitte. O di vittorie mutilate. Si può celebrare quanto si vuole la vittoria della Prima Guerra Mondiale, che si concluse anche grazie al “gol della vittoria” da noi realizzato a Vittorio Veneto. Ma un paese davvero forte non avrebbe permesso che ci rubassero ciò che avevamo pattuito. Così come non avrebbe dovuto pagare la sua indipendenza cedendo territori alla Francia.
Storicamente, non abbiamo fiducia nei nostri capi. I francesi battevano immense coalizioni perché avevano una totale fiducia in Napoleone; i nostri soldati invece, poco considerati, male armati e spendibili anche senza scopo, sono morti come gli altri, con in più il rischio di essere irrisi. Si pensi alla campagna dell’Africa Settentrionale, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il risultato è che dal punto di vista del peso internazionale sentiamo di non contare nulla e le esperienze, dal Risorgimento in poi, hanno soltanto confermato il peggio che pensiamo di noi.

Ma gli italiani, più ancora di sé stessi, disprezzano i loro governanti. Costoro non hanno mai avuto la statura dei grandi sovrani e sono stati troppo spesso pronti ad azzuffarsi fra loro. Magari chiamando poi in soccorso le potenze straniere, come se non fosse ovvio che alla fine ci avrebbe perso l’Italia. Accadde nelle guerre d’indipendenza e accadde nella fantomatica Liberazione: dove siamo passati da un padrone con l’accento austriaco ad un CDA di padroni misconosciuti, con l’accento americano e con ascendenze ebraiche.
Per l’italiano medio lo Stato è un’entità, se non nociva, senza importanza. Chi lo governa pensa innanzi tutto agli interessi della propria conventicola, quando non al suo proprio. Ecco perché il cittadino non sente nessun obbligo di lealtà, nei suoi confronti.
Persino l’evasione fiscale è considerata una forma di legittima difesa. E da noi l’individuo è in lotta contro l’intera collettività perchè lo Stato non è né stimato né amato. È soltanto un concorrente avido e sleale da cui guardarsi. A Napoli, dove il governo è stato assente come protettore, e presente come esattore, si è visto con favore Cutolo perchè perlomeno “era uno di noi”.

Al livello morale della nazione non è stata utile nemmeno la religione. Mentre nel Nord il Protestantesimo ridava vita all’etica del cittadino in quanto membro di una comunità (fino agli eccessi calvinisti della Svizzera) in Italia la Chiesa è rimasta ricca, ipocrita, perfino simoniaca. Il Papa somigliava troppo agli altri sovrani, a volte persino in peggio. Così si sono aumentate le differenze rispetto agli altri popoli. Il cittadino è rimasto credente, soltanto per salvarsi l’anima; ma non raramente ha accoppiato alla religione un acido anticlericalismo. Magari il parroco era una persona per bene, ma il cardinale? Uno che non si vergognava di autodefinirsi “principe della Chiesa”, confessando la sua natura di ambizioso, che esempio costituiva?

Come cittadini gli italiani si sono sempre sentiti orfani. Ottenuta la democrazia, hanno avuto dei governanti che provenivano dal popolo, per subito scoprire che ne avevano i vizi, non le qualità. A cominciare dal disinteresse per il bene comune.
I politici, sapendo di essere a priori considerati immorali e non potendo contare su nessun ideale – e perdipiù minacciati continuamente dalla magistratura dinnanzi ai minimi rigurgiti di autonomia individuale – cercano di conquistare il consenso promettendo vantaggi materiali e appena possono distribuiscono posti di lavoro fasulli (ma pagati con soldi veri), inventando sussidi e regalie, a costo di fare debiti, coltivando l’idea che si possa vivere a spese dello Stato. Persino la Costituzione ha fatto credere che si possa avere “diritto alla casa” e il “diritto al lavoro”, come se uno stato potesse creare dal niente, senza fatica, quello che non c’è. Il fatto che poi lo Stato deluda questi sogni non lo rende certo più amato, anzi la seducente promessa da esso non mantenuta, provoca la delusione che costituisce poi il terreno su cui prolifera il consenso della criminalità organizzata.

Le case degli italiani sono pulitissime e ben arredate nonchè non raramente eleganti (lontana eredità del Rinascimento) ma le strade italiane sono sporche e piene di buche.
Gli italiani considerano la spesa per la difesa inutile perché, pensano, se c’è una guerra, o ci difende un possente alleato o noi la perdiamo. La scuola va male, ma a loro non serve perchè in un sistema dove si entra ufficialmente per concorso e ufficiosamente per cooptazione, una laurea – presa non importa come – serve solo a trovare un posto di lavoro.
Soltanto i più forti psicologicamente si avventurano nella libera impresa ma sanno di avere tutti contro. Lo Stato li considera come nemici o, ad andar bene, come vacche da mungere. La vita pubblica è di livello talmente basso che i politici cercano di avere successo coltivando i peggiori pregiudizi degli italiani. A partire dall’assioma che chiunque sia ricco è tale perché ha saputo rubare, imbrogliare, intrallazzare meglio degli altri. Tanto che fu Montanelli a dire che quando un italiano vede un altro italiano con una Ferrari, non pensa a come procurarsene una a sua volta ma a come bucargli le gomme. Favorito in questa mentalità perversa dalla Chiesa ha mai contraddetto queste idee, dato che nel Vangelo si sostiene che il ricco è uno che preferisce la propria corruzione alla salvezza dell’anima. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri in Paradiso.
Il nostro stato disprezza il merito e coltiva l’invidia. L’imprenditore nella morale comune dovrebbe lavorare venti ore al giorno ma soltanto per creare posti di lavoro e guadagnare quanto i suoi operai. Se invece diviene ricco, è segno che ha rubato ed ha evaso le tasse. Cosa, quest’ultima, in buona parte vera, anche perché lo Stato pone spesso l’imprenditore dinanzi all’alternativa di imbrogliare o fallire.

In sintesi, LA NAZIONE ITALIANA ESISTE ed è una delle più antiche d’Europa.
E’ una nazione molto eterogenea sicuramente, ma l’italiano era la lingua parlata in quasi tutte quelle che erano le entità politiche prodromiche alla nostra attuale Italia. Esiste un’arte espressione dell’italianità, una cultura italiana e tante cose che attestano la reale unità del nostro paese.
Ma una vera unità, di un paese davvero sovrano, ancora non è stata realizzata. L’Italia come noi la conosciamo, come noi la amiamo, libera, indipendente, sovrana, ancora deve nascere.
Il vero patriota italiano è come l’ebreo che, prima del 1948, aspettava la nascita di una nazione che ancora non c’era.
Non scrissi nulla sui 150 anni dell’Unità d’Italia perchè non c’era nulla da festeggiare. E non perchè non ne valesse la pena.
Semplicemente sarebbe sciocco festeggiare qualcosa che non è ancora nato.
Franco Marino

FONTE: https://www.ildetonatore.it/2021/03/17/unita-ditalia-non-ha-senso-festeggiare-quello-che-non-ce-di-franco-marino/
Pubblicato da Tommesh per Comedonchisciotte.org

22 Commenti
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uparishutrachoal
uparishutrachoal
17 Marzo 2021 14:47

Gli italiani hanno dominato per mille anni..e come grande è stata l’altezza..così grande è stata la caduta..è successo così anche agli egiziani e ai greci..pure ai mongoli..
E’ la legge del contrappasso..c’è poco da fare..e da sperare..
Sta succedendo anche agli inglesi..mentre i giudei sono in fase espansiva dopo secoli di contenimento..è la molla..più si comprime e più si espande..
I tedeschi dominano con fatica e si comprimono con fatica..
Ogni popolo ha i suoi dolori…

Tipheus
Tipheus
17 Marzo 2021 15:56

Capisco il punto di vista ma volevo sottoporvene uno alternativo. Dal punto di vista siciliano le Due Sicilie sono nient’altro che un antipasto dell’occupazione italiana. Siamo stati Stato e Nazione per secoli. Il Regno di Sicilia nasce nel 1130 per trasformazione della precedente Gran Contea nata nel 1061 a sua volta edificata sulle ceneri dell’emirato di Sicilia nato nel 948. Dopo una breve usurpazione (16 anni di angioini e napoletani) rinasciamo nel 1282, e dopo una guerra durata 90 anni nel 1372 veniamo riconosciuti come uno stato sovrano da tutta Europa. Nel 1412 l’estinzione della casa regnante porta il paese in unione personale con l’Aragona, e poi con la Spagna. Ma durante il viceregno (1412-1798) cambiano i re lontani ma nella sostanza la Sicilia è uno stato indipendente: proprio Parlamento, proprie leggi e forze armate, propria moneta e magistratura, proprio ordinamento tributario, propria cittadinanza e dogane, 42 città demaniali con i magistrati municipali elettivi, senza uno spicciolo che andasse in tasse fuori dall’isola. Unica limitazione era che il capo del governo, il viceré, schiacciato da Parlamento e Magistratura isolani, era straniero e che in politica estera dovevamo compiacere la corona di turno: Aragona, Spagna, Piemonte, Austria e Napoli. Nuovamente indipendenti… Leggi tutto »

Tipheus
Tipheus
17 Marzo 2021 15:56

Capisco il punto di vista ma volevo sottoporvene uno alternativo. Dal punto di vista siciliano le Due Sicilie sono nient’altro che un antipasto dell’occupazione italiana. Siamo stati Stato e Nazione per secoli. Il Regno di Sicilia nasce nel 1130 per trasformazione della precedente Gran Contea nata nel 1061 a sua volta edificata sulle ceneri dell’emirato di Sicilia nato nel 948. Dopo una breve usurpazione (16 anni di angioini e napoletani) rinasciamo nel 1282, e dopo una guerra durata 90 anni nel 1372 veniamo riconosciuti come uno stato sovrano da tutta Europa. Nel 1412 l’estinzione della casa regnante porta il paese in unione personale con l’Aragona, e poi con la Spagna. Ma durante il viceregno (1412-1798) cambiano i re lontani ma nella sostanza la Sicilia è uno stato indipendente: proprio Parlamento, proprie leggi e forze armate, propria moneta e magistratura, proprio ordinamento tributario, propria cittadinanza e dogane, 42 città demaniali con i magistrati municipali elettivi, senza uno spicciolo che andasse in tasse fuori dall’isola. Unica limitazione era che il capo del governo, il viceré, schiacciato da Parlamento e Magistratura isolani, era straniero e che in politica estera dovevamo compiacere la corona di turno: Aragona, Spagna, Piemonte, Austria e Napoli. Nuovamente indipendenti… Leggi tutto »

Cangrande65
Cangrande65
Risposta al commento di  Tipheus
17 Marzo 2021 17:09

Potresti, per favore , approfondire (anche con qualche link non mainstream) sulla cessione di Malta ?

Tipheus
Tipheus
Risposta al commento di  Cangrande65
18 Marzo 2021 2:21

I Cavalieri di San Giovanni erano feudatari del Regno di Sicilia. Tutt’oggi lo SMOM conia monete siciliane: Scudi, Tarì e Grani. Napoleone occupa Malta nel 1798 e gli Inglesi gliela strappano nel 1800. Durante tutte le guerre napoleoniche, però, è solo un regime di occupazione, perché la Sicilia, per quanto piccolo stato, è un alleato della Gran Bretagna e ne pretende la restituzione. Dopo la battaglia di Lipsia per qualche tempo c’è incertezza sulla sorte di Napoli e di Gioacchino Murat. Adesso ho difficoltà a ritrovare il carteggio del Medici, ministro dei Borbone, con l’Inghilterra. C’è l’ottima storia della Sicilia in 12 volumi degli anni 70. In sostanza Ferdinando III di Sicilia dà semaforo verde all’annessione britannica di Malta in cambio della sua restaurazione a Napoli e alla cacciata di Murat. Il Trattato di Parigi del 1814, quindi, sancisce la definitiva annessione al Regno Unito delle isole. Il silenzio dei Borbone, a questo punto, è eloquente. C’è un’appendice in questa storia. Nel 1830 circa va sostituito il vescovo di Malta. Il Re delle Due Sicilie pretende, pur avendo dato le isole, di avere conservato su Malta la cd. apostolica legazia: pochi sanno che dallo sbarco normanno fino al 1871, la… Leggi tutto »

Cangrande65
Cangrande65
Risposta al commento di  Tipheus
18 Marzo 2021 3:33

Grazie mille ! Interessantissimo.

cave canem
cave canem
Risposta al commento di  Tipheus
18 Marzo 2021 15:26

Vai a vedere che c’entrano i briganti con la mafia… Il problema dei Siciliani è uno solo: dopo 6 secoli non hanno ancora digerito il trasferimento della capitale del Regno da Palermo a Napoli. Che i Borbone abbiano sacrificato gli interessi siciliani a quelli della Capitale non risulta davvero a nessuno storico, sarà il frutto della fervida fantasia di qualche cultore di storia locale. Un saluto Piuttosto: E’ stato appena pubblicato un volume a cura dello SVIMEZ: “150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011”. Secondo la recensione del Sole 24 Ore conterrebbe “grafici e statistiche che annichiliscono le discussioni, spesso venate di ideologia, fra neoborbonici e nordisti con tendenze anti-unitarie”. In realtà conferma, al contrario, che i “neoborbonici” avevano e hanno ragione quando rivendicano la necessità di ricostruire la storia dell’unificazione italiana in maniera seria ed obiettiva e lontana dalla retorica e (questa volta sì) dalle “ideologie” o patriottico-risorgimentalistiche o nordiste. Il primo dato è quello diffuso già nei recenti studi a cura del CNR e dell’Università di Catanzaro: all’atto dell’unificazione non esistevano differenze nel PIL e nella capacità di creare ricchezza negli stati preunitari (con buona pace di intere generazioni di intellettuali ufficiali che hanno sempre sostenuto… Leggi tutto »

Tipheus
Tipheus
Risposta al commento di  cave canem
19 Marzo 2021 3:13

Napoli non ha “spostato la capitale”. Ha cancellato in un colpo solo un ordinamento e uno stato antichi di quasi mille anni. Questo è un fatto. Non un’opinione.
In pratica ha fatto con la Sicilia esattamente la stessa cosa che il Piemonte avrebbe fatto con il Sud mezzo secolo dopo.
Le politiche colonialiste interne non riuscirono, ma furono seriamente tentate: industrie nel Continente, grano e zolfo in Sicilia. Si vada a cercare Ferdinando Malvica, Sul Cabotaggio tra Napoli e Sicilia. Fonte coeva questa.
Il revisionismo neoborbonico ancora non ha fatto a sua volta sufficiente revisione sul libro nero della sua dominazione in Sicilia e dello stato di polizia, odiato da tutti i Siciliani.
Si chieda perché i Siciliani fecero ben 4 rivoluzioni per cacciare i Borbone e i Meridionali neanche una.
Si chieda perché la guerra del brigantaggio andò dall’Abbruzzo alla Calabria ma non ebbe alcun adepto in Sicilia.
La Sicilia era ostile ai Savoia e fi colonizzata come il Sud, ma non aveva e non ha nulla da rimpiangere nei tiranni di Napoli.

cave canem
cave canem
Risposta al commento di  Tipheus
19 Marzo 2021 7:06

Non saprei cosa rispondere se non che con il campanilismo o il regionalismo non si va da nessuna parte. O, nel rispetto dell’onestà individuale dei siciliani, vogliamo parlare di quella continuità ideologica o emozionale per cui ancora nel 1994 gli elettori isolani consegnano al meneghino Silvio Berlusconi 61 seggi parlamentari su 61? Al dunque, io auspico che la parte continentale dell’antico Regno del Sud riprenda la sua autonomia con una Sudexit e che la Sicilia e la Sardegna progettino per se stesse un futuro diverso.
Cordialità

Tipheus
Tipheus
Risposta al commento di  cave canem
19 Marzo 2021 10:31

Ma guardi… d’accordo su tutto in linea di massima. Solo tre appunti se possono interessare chi ci legge questo dibattito inter terrones. Uno: non difendo i risultati elettorali del 2001, figuriamoci, ma neanche in genere quelli del Sud o dell’Italia. Il voto in un contesto degradato o coloniale di per sé non è molto indicativo di chi ha ragione o torto. Anzi, secondo me sarebbe ora di pensare a qualche forma istituzionale di repubblica e di democrazia postpartitica. Così non funziona più per niente. Solo, ritornando sul 2001 siciliano, stiamo parlando di un contesto ormai lontano. Quel successo fu opera di due cose: l’alleanza di due potentissimi feudatari del voto, Miccichè e Cuffaro, ma soprattutto dalla mancanza di alternative. Con tutto il male che possiamo dire dei vecchi DC e dei Berluscones l’alternativa, l’unica allora, era il PDS, la Margherita, insomma il PD ante litteram, che al siciliano medio, per sua natura conservatore, hanno sempre fatto schifo. Hanno torto? Ai posteri la sentenza. Trovo altrettanto scandaloso il cappotto del 2018: TUTTI i collegi siciliani ai 5 Stelle. Mai voto fu buttato più nel cesso. La Sicilia ha ricevuto calci alle gengive da Conte 1, 2 e 3. Da rimpiangere Bossi.… Leggi tutto »

RUteo
RUteo
17 Marzo 2021 15:29

Il 17 marzo 1861 il Regno Di Sardegna cambia nome in Regno D’Italia .
Benvenuti nel debito pubblico che tutt’oggi godiamo .
Che eredità !

PietroGE
PietroGE
17 Marzo 2021 15:35

Una analisi pessimista e amara della situazione attuale italiana che condivido. L’Italia però ha anche avuto il suo momento di grazia con il miracolo economico, ottenuto per la particolare situazione economica del tempo, quando la competizione asiatica era inesistente, c’era da ricostruire un continente devastato da due guerre nel giro di 40 anni, il petrolio era abbondante e il talento ingegneristico italiano poteva esprimersi più o meno liberamente. Certo, il Sud è stato lasciato indietro ma la ragione va ricercata nel potere della criminalità organizzata, vero e proprio cancro economico e sociale, che ha impedito che l’industrializzazione procedesse con investimenti a Sud e formazione di una classe imprenditoriale locale, invece che con l’esodo della manodopera da Sud a Nord in cerca di lavoro. La situazione ora è ancora più difficile non solo per la apertura dei mercati che distrutto interi settori industriali ma anche per una mentalità da ‘sussidio’ che si è impadronita dei ceti meno abbienti nel Sud ma anche altrove nella penisola. Fa da contro altare la mancanza di programmi industriali e di sviluppo tecnologico della classe politica italiana, la quale per poter generare consenso è ridotta all’assistenzialismo e a celebrare dal balcone i nuovi debiti. Pessimismo più… Leggi tutto »

Мосин
Мосин
17 Marzo 2021 15:46

17 marzo giornata di lutto.

cave canem
cave canem
17 Marzo 2021 16:21

Il discorso sull’unità d’Italia come mitografia delle classi egemoni, difesa ancora oggi perinde ac cadaver dagli accademici, dai politici e dall’informazione, non fa una piega. Occorre tuttavia squarciare il velo della falsificazione storiografica fino in fondo, a costo di suscitare le reazioni sdegnate di qualche benpensante. Ad esempio, come si fa a sorvolare sulla bestiale repressione dei resistenti meridionali alla conquista sabauda? Tacere sulle decine, se non centinaia di migliaia di morti di soldati e civili in seguito a eccidi (anche di bambini!), fucilazioni sommarie, detenzioni illegittime, deportazione in campi di concentramento? Per capirci, personaggi come un Cialdini o un Bixio, a cui pure sono intitolate strade e piazze, furono due criminali di guerra pari ai gerarchi nazisti, e come questi avrebbero meritato una norimberga.
Se l’Italia aspira a diventare una nazione e uno Stato rispettati, deve cominciare con lo sgomberare il campo dalle gravi menzogne raccontate sulla sua “unificazione”. Proprio il contrario di quanto pretende il dottor Augias, maestro del radicalismo-chic, del progressismo conformista, del politicamente corretto, del mainstream neo-liberale, della conservazione sociale, secondo il quale bisogna stendere su tutto, e anche sulla questione meridionale, il velo dell’oblìo.

oriundo2006
oriundo2006
Risposta al commento di  cave canem
19 Marzo 2021 16:14

Insomma, un BLM anche qui…

Simplicissimus
Simplicissimus
18 Marzo 2021 1:45

L’approssimazione storica e l’dea che si possa dire qualunque sciocchezza venga in mente o si sia letta in qualche articolo senza prendersi la briga di verificarla e di studiare le fonti è una delle malattie contemporanee, un vero cancro che le nuove generazioni cresciute con una scuola ridotta ai minimi termini e abituati all’inconsistenza del web . Innanzitutto c’è questo ridicola tesi dell’Italia che sarebbe nata dalla massoneria con l’appoggio della Gran Bretagna in funzione antifrancese: al punto che senza la Francia non ci sarebbe stata alcuna unità. Ma figurarsi, bagatelle. E poi c’è questo assurdo revanscismo meridionale che ha certamente qualche ragione, ma che prescinde dal fatto sostanziale che si trattava di una società arretrata e impoverita: tutti gli indici da quelli economici a quelli scolastici, se ci si prendesse la briga dei leggerli, denunciano un terribile arretramento rispetto a tutte le altre aree del continente Spagna del sud compresa: e in effetti l’unificazione avvenne con una straordinaria facilità semplicemente perché il frutto era marcio.

Platypus
Platypus
18 Marzo 2021 6:08

E se la secolare diffidenza dell’italiano verso le istituzioni, Stato in primis, fosse un pregio anziché una virtù? mi spiego maglio; negli USA il cittadino è devoto alla bandiera e paga le tasse, si commuove cantando l’inno nazionale e se c’è bisogno di devastare un’Iraq o un’Iran qualsiasi per gli interessi nazionali, trova ciò cosa buona e giusta. Anche i tedeschi sono devoti alle istituzioni, “Deutschland Uber alles” era già un programma, poi venne un Hitler qualsiasi e come andò a finire lo sappiamo. Che i francesi siano sciovinisti lo sanno pure i sassi, ci credono eccome nella grandeur del loro paese! e se c’è da massacrare un Gheddafi qualsiasi che importanza ha? tanto gli immigrati se li beccheranno gli italiani! Anche gli italici hanno provato a far finta di essere nazionalisti “quando c’era Lui” e, nonostante alcune cose buone fatte nel ventennio, è stata un’esperienza che come popolo ci potevamo risparmiare. il cittadino americano, tedesco, francese etc… è ignaro di come lo stato non sia altro che una sovrastruttura e che a tessere le trame della storia non siano né il popolo né i suoi governanti, è sempre stato così; guerre, rivoluzioni e varie vicissitudini socio politiche utilizzano il… Leggi tutto »

Italo Balbo
Italo Balbo
18 Marzo 2021 6:41

” Ma ai tempi del Regno delle Due Sicilie, il Meridione era l’emblema della modernità sotto ogni aspetto. Il PIL del Regno era IL PIU’ ALTO in Europa e il debito pubblico era il più basso.”

Basta questa baggianata per screditare tutto l’articolo: nel 1860 il PIL del Regno Unito, ad esempio, era incommensurabilmente superiore a quello del Regno delle due Sicilie.

Nino
Nino
18 Marzo 2021 8:13

Articolo interessante anche se i numeri citati in testa dovrebbero far riferimento a riscontri ufficiali A me non risultano ma non sono ferrato in materia. Tuttavia, cercando di guardare alla luna e non al dito, siamo al ‘chi può dirsi italiano’ e pertanto dovremmo anche definire che cosa significhi in teoria e pratica. E probabilmente non dovremmo limitarci ai soli ‘italiani’. Noi siamo tra gli ultimi arrivati e forse gli altri non si pongono più la domanda perché è passata nel dimenticatoio delle cose acquisite e non più discusse. Più si scava e più si scopre la frammentazione del territorio e delle genti che sono passate da ‘uno all’altro’ in funzione di convenienze individuali o di gruppi organizzati. Di nonni siciliani e genitori napoletani, nato in Liguria… ne ho sentite di tutte e di più e questo mi ha convinto da subito della necessità di eliminare bandiere, inni nazionali, confini, religioni, credi, lingue, dialetti… e quant’altro servisse a ‘distinguere e dividere’. Da bambino mi sembrava necessario per proteggermi e crescendo mi sembrava necessario per unire ed eliminare le discriminazioni di qualunque tipo e non solo a, livello nazionale ma anche internazionale. Non intendo negare la ricchezza delle culture che ci… Leggi tutto »

cave canem
cave canem
18 Marzo 2021 12:04

Sono a dir poco stupefatto del commento firmato “ilsimplicissimus”. Si sostiene l’arretratezza del Sud Italia borbonico sulla base della “lettura di indici”. Che indici? Raccolti e diffusi da chi? Dai vincitori, forse? Dai loro ascari, intellettuali borghesucci coccolati a Torino? E, se i dati numerici debbono avere un’autorevolezza e una credibilità intrinseci, perché allora non ragioniamo sul Covid dando per buoni i dati diffusi dal ministro Speranza, dall’OMS, dall’ISS?
Poi, accusare il pensiero divergente di pascere sul web è un’argomentazione davvero rozza. Il sottoscritto, come tanti altri, legge libri anche di accademici italiani e stranieri, di quei pochi che si sottraggono alla tradizione storiografica padronale. Lei conosce Malanima, Daniele, Pedìo, Davis, Zitara, Di Rienzo? O si è fermato a Croce, Galasso, Barbero, Mieli, Piero Angela & figlio?
Ahimé, temo che ognuno di noi abbia i suoi totem nell’armadio.
Ferdinando Ricciardi
Via P. Vegliante, 93
Salza Irpina (AV)

oriundo2006
oriundo2006
19 Marzo 2021 16:32

Annosa e vexata quaestio. Oggi, venendo a noi, le linee di faglia della storia italica appaiono lucidamente evidenti, come quando il mare si ritrae scoprendo manufatti e opere antiche sepolte altrimenti dai flutti. Così è avvenuto: il gran mare della nostra Italia, onusto di pregi e di difetti, antico e misterioso nelle sue profondità spirituali, si è ritratto ed ha lasciato scoperte le sue infinite e dolenti miserie cementate dal sangue e dal dolore passato. Dobbiamo pensare che tornerà a coprirle con uno tsunami che irrompendo improvviso tutto travolga restituendoci il suo antico significato ? O dobbiamo pensare che oramai non potrà più farsi nulla, che le ferite non potranno che raggrinzirsi in un presente privo di lucore e dignità ? Mi sovviene un pensiero: non possiamo più contare sul nostro passato per poter modificare il presente nè tantomeno prefigurare il futuro. Non ci serve più rammemorarlo se non per scrupolo antiquario, non ci indica più alcuna idea utile per rovesciare questo assurdo presente: anche a partire dai termini abusati, rinascimento, risorgimento, ricominciamento, appare separato dai suoi significati, mera vuota e retorica forma destituita dal suo contenuto. Forse, ed è un desiderio non una certezza, forse solo levando questo sudario… Leggi tutto »

Andrea Česanelli
Andrea Česanelli
21 Marzo 2021 3:23

gia’ siamo cosi’ grandi di uomini che li perstiamo agli altri popoli, Napoleone citato nell’articolo e’ un ottimo esempio, cosi’ come la cessione della Corsica per soldi alla Francia prima che nascesse e’ un altro ottimo esempio della nostra politica estera pre o post unitaria!