Rivolta violenta? No Grazie

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Di Roberto Siconolfi per ComeDonChisciotte.org

Gli avvenimenti ultimi del Brasile ci mostrano alcune evidenze e ci forniscono alcune lezioni di carattere politico.

Manifestazioni, rivolte di piazza, azioni di forza: forse alcune strategie storicamente conosciute non sono più sufficienti per una sostanziale trasformazione socio-politica dello status quo.

Da Brasilia a Capitol Hill: la rivolta è inutile e fa il gioco del nemico

Innanzitutto vi è una strategia precisa che da Capitol Hill a Brasilia, passando per il celebre 9 ottobre 2021 in Italia (l’episodio CGIL) si pone il compito di infiltrare, deviare, manipolare, dirigere le genuine proteste popolari contro il globalismo e i suoi piani.

Le ultime elezioni brasiliane, molto probabilmente falsate come quelle americane, hanno portato al potere Lula, il candidato dei globalisti appunto, e che in un primo momento era scomodo ai suddetti, per le politiche in ambito internazionale e socio-economico tenute durante i suo primi due mandati (2003-2011).

Da qui le accuse e la carcerazione per corruzione (2016-2021), e poi il “ripescaggio” per mandar via dalla presidenza l’ancor più scomodo Bolsonaro (vedere posizioni su Covid e tutto sommato anche sulla Russia).

Ma questo episodio è portatore anche di insegnamenti di condotta politica più generale.

In questi anni abbiamo assistito a diverse ondate di proteste di piazza, in particolare dall’inizio dell’Operazione Corona.

Non solo in Italia ma in tutto il mondo tali proteste, più o meno partecipate, sono sfociate anche in azioni forti, se non addirittura violente.

Azioni comprensibilissime, al netto di politicamente corretti miranti alla condanna sistematica di tutto ciò che diverge dalle procedure (false e falsate) liberal-democratiche: la reazione dei popoli al più grande scempio nei confronti della verità e della giustizia non può che portare anche ad azioni forti!

Tuttavia c’è da chiedersi quali sono i risultati di tali azioni, prendendo in esame oltre a Brasilia e Capitol Hill, anche la mitica protesta dei Truckers canadesi, oppure lo Sri Lanka con i manifestanti che addirittura entrarono nel palazzo presidenziale e negli uffici del primo ministro.

Avete notato un cambio di passo sostanziale in merito alle politiche “resettare” di Davos, oppure dell’FMI o della UE o della NATO?

In Canada il presidente Trudeau, dopo essere fuggito con la scorta dalla capitale Ottawa nel gennaio dello scorso anno, è tornato alla presidenza, pur nella precarietà politica del suo mandato e dopo aver accusato i manifestanti di fascismo, razzismo e omofobia.

Nel novembre ha testimoniato alla Commissione di emergenza per l’ordine pubblico giustificando l’Emergencies Act, utile a “mantenere i canadesi al sicuro”, e ora appoggia a tutto spiano le operazioni NATO in Ucraina.

Mentre nello Sri Lanka, dopo la fuga del presidente Rajapaksa a seguito delle rivolte del luglio, il viceministro divenuto presidente Wickremesinghe, riprende a contrattare col FMI, dopo aver “condannato” l’ex presidente pur essendone stato un suo storico sostenitore. Ex presidente che è addirittura tornato a casa in settembre.

Del resto, si sono mai create le condizioni “strutturali” affinché anche in caso di una protesta forte o violenta, si possa giungere a un cambio di governo, quello “vero”, la “presa del potere”, quello effettivo e profondo e che possa dunque attestare il buon fine di tali proteste?

No! Abbiamo avuto nella migliore delle ipotesi momentanei passi indietro del potere globalista (vedere i casi sopracitati oppure il leggero allentamento delle misure di lockdown in Italia dopo gli scontri di Napoli nell’ottobre 2020).

Nella peggiore delle ipotesi abbiamo avuto manovre “losche “ di tutti i tipi (Brasilia, Capitol Hill e Roma) costate notevole discredito mediatico a tutto il fronte dei popoli sovrani, e con impensabili livelli di repressione poliziesca, almeno per i nostri tempi (in diverse città italiane ed europee per tutto il 2021/2022).

Alternativa tra via elettorale ed azioni violente: un errore di concezione

Uno dei grandi errori di concezione politica e strategica è quello che vede come unica alternativa al modello elettorale, parlamentare e partitico quello della rivolta di piazza, magari violenta.

In realtà entrambe le strade sono due possibilità all’interno dello stesso percorso, due lati all’interno del gioco dominato e “offerto” dal sistema, due vie ampiamente contemplate e tutto sommato innocue.

Questo accade per le motivazioni espresse in precedenza circa la rivolta violenta e che sono complementari all’inutilità della via parlamentare.

Giochi di partito ed elettorali, la penetrazione di forze cosiddette anti-sistema all’interno delle istituzioni: tutto è tranquillamente assimilabile, corruttibile o minacciabile dalle forze dello stesso sistema.

Lo abbiamo visto con il governo giallo-verde, ma anche con Trump e Bolsonaro, fin dove si può spingere la via parlamentare e governativa che tenti di affermare le istanze dei popoli sovrani.

Attacchi del mainstream, della magistratura, delle corti di giustizia, dei capi religiosi, dei sindacati, delle piazze, della cosiddetta sinistra antagonista (e globalista).

Tutta una serie di mostri, che si presentano come in un videogioco, ma che purtroppo sono impossibili da mettere fuori gioco con le regole stesse del gioco.

Il “gioco” di parole serve a dire che l’unico modo per governare sarebbe quello di guidare epurazioni, scioglimenti e arresti di tutta una serie di personaggi e organizzazioni, oltre che di interi settori del deep state. Un lavoro insomma impossibile all’interno del sistema liberal-democratico.

Alla base di tutto ciò, poi, dovrebbe esservi un popolo permanentemente mobilitato a guardia di ogni mossa del governo, una “mobilitazione totale”, sul modello dei movimenti di massa rivoluzionari del ‘900, con la differenza però che siamo nel XXI secolo e le condizioni sociali sono cambiate.

Insomma la Matrix europea, e più in generale i quadri palesi e occulti del potere globale e globalista possono tranquillamente stroncare un’esperienza governativa di stampo populista/sovranista o farla propria – pensiamo al governo Meloni la cui azione è delimitata in confini ben precisi.

La massa, il caos e la violenza sono manovrabili

Ma allo stesso modo, come sosteniamo, anche azioni forti o violente sono ampiamente direzionabili e ad un livello anche più profondo.

In fin dei conti il globalismo si afferma come “governo del caos”, non tanto come nuovo ordine mondiale, ma come nuovo “disordine” mondiale.

E si afferma anche attraverso la fomentazione di tutta una serie di bassi istinti dell’essere umano e delle masse, magari affamate, o peggio ancora nelle mani della sinistra moderata e radicale (vedere le manifestazioni anti Meloni e per la pace tra Russia e Ucraina).

Il globalismo e le sue élite traggono linfa vitale proprio dal caos, dalla distruttività e dalla brutalità umana, ai quali essi stessi danno una direzione, venendo dalla progenie di quei gruppi di potere più o meno occulti che attraverso questi stati d’animo hanno costruito rivoluzioni, “ordini oscuri” ed esperienze anti-umane e sanguinarie di ogni sorta.

Pur partendo da problemi veri, manipolando problemi veri, creando ad arte problemi falsi – contro il medioevo imperiale e cristiano, contro gli imperi e le monarchie europee otto-novecentesche, contro gli Stati nazionali, con il globalismo stesso e le sue ideologie portanti –, la funzione storica delle rivoluzioni è sempre quella: liberare contro l’uomo energia caotica, distruttiva, “sovversiva”.

Costruire uno Stato da capo

Ma se via parlamentare e violenta sono complementari allora è possibile una terza possibilità?

Certo, ed è la vera svolta dei nostri tempi.

Nell’epoca della fine dello Stato per come lo conosciamo, nell’epoca dell’infiltrazione nello Stato di poteri che sono nemici dello Stato, nell’epoca del superamento del concetto storico di Stato – quello moderno – e della sua organizzazione a vantaggio delle lobby, dei poteri del “dietro le quinte”, dei comitati d’affari, bene, in quest’epoca è fondamentale lasciare l’idea della presa del potere, e quindi delle leve dello Stato.

Non avrebbe senso, significherebbe ingrossare e ingrassare tali poteri, significherebbe avviare un percorso inoltre impraticabile, come abbiamo visto.

Bisogna invece tentare un’altra operazione: costruirne nuove di istituzioni, costruirle dalla base, per certi versi “costruire uno Stato da capo”.

La nascita di organismi paralleli a quelli ufficialmente costituiti è uno dei fondamenti di tutte le rivoluzioni politiche tra l’altro, ed è l’unico modo per assicurare un cambio di passo effettivo.

Ma in questo caso il cambio non avverrebbe dall’alto verso il basso come col fascismo e sostanzialmente anche col comunismo, ma direttamente dal basso, e soprattutto “da fuori”.

Anziché prendere le leve del potere, che sono interne al potere, “separarsi dal potere”, uscire fuori dal suo raggio d’azione.

In questi due anni e non solo sono sorte scuole alternative, comunità agricole e di produttori, gruppi di medici e legali, esperienze di moneta alternativa, comunità culturali e a vocazione spirituale.

Bene, questo processo va implementato, amplificato e reso interattivo.

È una fase molto embrionale? Certo, ma il livello difficoltà è lo stesso e forse anche minore rispetto a quello delle vie politiche classiche.

Il sistema comunque si accorgerà di quanto sta accadendo e attuerà una repressione?

Si, ma anche no.

Forse è proprio non occupandosi della conquista del potere che si passa inosservati al potere.

Si vola a bassa quota, con un agire disinteressato si direbbe. Piccoli passi costanti e a bassa intensità, in questo modo ci si camuffa alla vista della bestia globalista.

È chiaro che esperienze simili non possono escludere anche la necessità di azioni rivendicative, politiche o di “piazza” per limitare l’azione del potere, o a scopi divulgativi e aggregativi. Ma il grosso della “semina” da questo punto di vista è stato già fatto.

O ancora, riguardo l’attività delle comunità non si può escludere l’uso della forza a scopi difensivi, un calibrato, necessario uso della forza, supportato però e soprattutto dalla forza dello spirito, magari come nelle migliori lezioni del gandhismo!

È questa la scommessa, una scommessa che vale la pena giocare, una scommessa concreta, molto più concreta del perdere tempo ed energie nelle beghe di partiti dominati dai soliti personalismi, dal pettegolezzo e da lotte di potere – senza potere però.

Una scommessa che vale più di giocare a fare gli eroi e i martiri, o peggio ancora i pagliacci e i fessi, puntualmente motivo di derisione o di esagerata repressione da parte del nemico (dallo sciamano Jack Angeli ai famosi assaltatori della CGIL).

Produrre invece da capo le fondamenta spirituali e materiali di una società, di uno Stato – inteso in senso platonico –, a partire dalla produzione di cibo passando per l’economia, l’educazione, la medicina e la cultura.

Cambiare direttamente dalla base, dalle fondamenta un sistema e una civiltà sempre più marcia.

Di Roberto Siconolfi per ComeDonChisciotte.org

20.01.2023

Roberto Siconolfi. Sociologo; collabora con diversi giornali, riviste, centri di ricerca, blog, canali on line e cartacei. Autore del saggio “Il Nuovo Totalitarismo e la Rivoluzione della Coscienza” (Milano, AGA Editrice, 2019). Lavora presso Adv Media Lab, dove con articoli e webinar si occupa del funzionamento dei media e dei fenomeni ad ampio raggio della postmodernità.

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