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PANE, PANE DOVUNQUE… MA NEANCHE UN TOZZO DA MANGIARE

DI JASON MILLER
Thomas Paine’s Corner

Bombardati da un fascio ininterrotto di elettroni sparati dal tubo catodico, i pixel del mio PC mi propinano generosi approfondimenti intellettuali con parole e immagini che arrivano da punti virtualmente infiniti del mondo. Permettendomi di collegarmi a Internet quando voglio, il computer è la mia finestra sul mondo e il portale che posso usare per rovesciare i miei scritti sulle ignare vittime.

Agl’inizi della settimana, mentre curiosavo nel cyber-spazio attraverso la mia apertura a senso unico, sono finito su un’immagine che il mio indottrinamento imperialista mi aveva condizionato a scartare o ignorare automaticamente. Sono però diventato sempre più resistente al “richiamo” patologicamente deludente della superiorità, invulnerabilità, impunità e diritto alla decadenza del popolo statunitense. Qualcosa in questo particolare assemblaggio di scintillanti pixel mi ha catapultato in un violento turbine di emozioni. E mentre cercavo di dominare il tumultuoso sentimento che mi nasceva in petto, ho preso la deliberata decisione di dimenticare lo stile di vita americano di oblio e distrazione, e ho scelto invece di collegarmi e guardare.Dallo schermo mi fissava la tragica immagine di un bambino keniota condannato all’abbietta sofferenza della morte per denutrizione. Un pianto dirotto sottolineava la profondità della sua miseria, anche se gli occhi angelici brillavano ancora con la forza della loro vitalità. Nemmeno il brutale assalto della fame poteva soffocare la persistente fiamma dello spirito umano.

Fatuma Hillow viene pesato mentre sua nonna, Batula Guhat (a sinistra), aspetta vicino. Foto per Chronicle di Michael Macor. Nota dell’autore: la foto sopra non è lo specifico soggetto del mio saggio

In stridente contrasto col fuoco tenace del suo essere interiore, l’involucro corporeo appariva avvizzito in macabra sincronia con le piante, oramai distrutte dalla siccità, che lo circondavano. Nonostante la temporanea scarsità di cibo nella sua regione, questo rinsecchito spauracchio continuava ad esistere in un mondo ricco di alimenti non destinati a lui. Con la pelle simile a cuoio tesa su uno scheletro bene in evidenza, la più leggera brezza lo avrebbe sicuramente fatto frusciare come una pannocchia di granturco secca. E mentre cercavo inutilmente d’immaginare la sua sofferenza, il sangue defluiva dal cuore.

Nonostante fossi quasi sopraffatto dalla commozione, sono rimasto concentrato per cercare di capire meglio i profondi patimenti di questo essere innocente.

Fino a qualche secondo prima, la fame era un concetto astratto tanto profondamente rimosso dalla mia coscienza da non averlo praticamente mai analizzato. Ma è bastato un istante di commozione perché gli anni di lotta personale, il lavoro degli ultimi otto mesi con i senzatetto, e la decisione di analizzare a fondo la sofferenza umana racchiusa in quella semplice immagine JPEG forgiassero la mia determinazione di esaminare, esplorare, e capire uno squallido aspetto dell’esistenza umana.

La fame è un duro percorso…

Negare al corpo un adeguato nutrimento per un periodo prolungato porta ad un progressivo deterioramento fisico in tre fasi: una lunga serie di sintomi perniciosi, innumerevoli sofferenze atroci, e infine la morte.

Nella fase iniziale, il corpo consuma quantità enormi di glicogeno per produrre l’energia di cui ha bisogno. In meno di 24 ore le riserve di glicogeno sono in genere finite e i grassi diventano la fonte principale di energia per il corpo. Una volta finiti anche i grassi, vengono metabolizzate le preziose proteine che formano i muscoli. Questa terza fase provoca un rapido deterioramento dei muscoli e porta infine alla scheletrica magrezza dell’affamato ragazzo keniota, la cui immagine è ora profondamente incisa nel mio cervello.

Un essere denutrito mostra apatia, fatica, eruzioni cutanee, estrema irritabilità, e un sistema immunitario significativamente compromesso. Aggiungete all’insieme diarrea, scorbuto, edema (rigonfiamento) addominale, scompensi cardiaci e avrete un quadro globale dell’angoscia umana. Forse è una benedizione il fatto che la maggior parte dei sofferenti soccombano alle malattie o alle infezioni prima che la denutrizione arrivi al termine del suo percorso.

Carestia e Morte atroce… una partita giocata all’inferno…

Andando più a fondo, sono rimasto sbigottito nello scoprire fino a che punto fame e carestia sono diffuse sul nostro pianeta, soprattutto nei “paesi in via di sviluppo”.

Mark Elsis ha offerto questa sobria testimonianza a Lovearth.net:

Martedì 11 settembre 2001 almeno 35.615 nostri fratelli e sorelle sono morti nel peggiore dei modi: di fame. Nell’85% circa dei casi si trattava di bambini di 5 anni o meno. Perché lasciamo che ogni giorno almeno 30.273 meravigliosi bambini muoiano nella maniera più orrenda? Ogni 2,43 secondi un altro nostro fratello o sorella muore di fame. La carestia non è esistita solo martedì 11 settembre 2001, esiste ogni giorno, 365 giorni all’anno, 24 ore al giorno: non si ferma mai.

Il 12 maggio 2006 la popolazione mondiale ammontava a 6,4 miliardi di persone. Lo stesso giorno, il totale di morti per denutrizione nel 2006 ha toccato i 10,1 milioni: un morto per denutrizione ogni 2,43 secondi. Ma non è così che dovrebbe essere.

E se non si trovano altre scuse, incolpiamo le vittime…

Rimproverare le vittime delle carestie di popolare il pianeta al di là delle sue capacità può placare il senso di colpa di molti, ma questa squallida conclusione si alimenta di miti pericolosi. L’umanità produce cibo più che sufficiente a sostenere l’intera popolazione mondiale. Ogni anno, i soli Stati Uniti sprecano una quantità allucinante di 96 miliardi di libbre di alimenti e devono fronteggiare un’epidemia di obesità.

Nella sua ansia di dominare, saccheggiare e sfruttare i paesi in via di sviluppo, il mondo industrializzato (con in testa gli Stati Uniti) è responsabile di buona parte delle carestie che abusivamente attribuisce a una procreazione irresponsabile.

“Libero commercio”, “sviluppo economico”, e “assistenza” di FMI/Banca mondiale sono le ricette del disastro imposte ai paesi in via di sviluppo. Dopo essersi accaparrati molta della loro terra arabile per destinarla a uso commerciale o industriale, i padroni neocolonialisti si affidano in buona parte agli alimenti importati dagli stati vassalli, riducendo significativamente la capacità di questi paesi impoveriti di sfamare i propri cittadini. L’inurbamento dei paesi in via di sviluppo (incoraggiato dallo sviluppo economico occidentale) sposta nelle città grandi masse di popolazione, che non ha più la possibilità di coltivare da sé il proprio cibo. I prestiti della Banca mondiale finanziano di solito progetti che vanno a tutto vantaggio dei padroni e creano un mare di debiti per i loro sudditi.

Nel loro intento di opprimere il mondo, spesso gli Stati Uniti mettono al potere e sostengono capi autoritari interessati ad attuare politiche neoliberaliste tali da fomentare condizioni che portano alla fame e alla carestia i loro stessi popoli. Fino ai recenti successi democratici dei populisti indigeni in America latina, i governi che rifiutavano di allinearsi agli Stati Uniti erano di solito composti da crudeli elite che il popolo aveva in un primo momento accolto come una bene accetta pausa (o come una alternativa) all’oppressione yankee. Entrambi gli scenari portavano di solito a una profonda miseria per i poveri e a una manna per le elite aristocratiche.

Priorità di bilancio… 99,50 dollari per ucciderli e 50 centesimi per tenerli in vita…

Non solo gli Stati Uniti contribuiscono in modo preponderante all’atroce diffondersi della denutrizione, ma l’aiuto economico contro le carestie, tanto esaltato da certi apologisti statunitensi, è trascurabile in confronto alle somme spese per scatenare guerre e uccidere esseri innocenti.

Fate attenzione a questo estratto dalla brillante opera di Andrew S. Taylor Moral Mathematics in the Post-Enlightenment Era, che ha ispirato il mio scritto:

“Il 22 ottobre 2006 il costo totale della guerra in Iraq ammontava a 336 miliardi di dollari. Facciamo due conti. Quattro anni dopo l’Afghanistan avevamo speso 1,62 miliardi di dollari per aiutare i cittadini di quel paese a ricostruire le infrastrutture e a rafforzare la loro “libertà”. Meno di quattro anni dopo aver invaso l’Iraq, abbiamo speso 207 volte di più per violare i diritti di una società che non ci vuole tra i piedi a casa sua.

E ancora:

Per l’anno fiscale 2006, gli Stati Uniti hanno fino ad oggi impegnato oltre 175 milioni di dollari per interventi umanitari urgenti destinati alle aree più colpite del Corno d’Africa: acqua e igiene, sanità, nutrizione, assistenza alimentare.

E poi:

Il Congresso ha già destinato circa 850 milioni di dollari per aiuti all’intero Sudan negli anni 2005 e 2006, e la Casa Bianca ha sollecitato altri 880 milioni.

Ma santo cielo, questo è poco più di quanto abbiamo investito in Afghanistan ed è solo circa lo 0,5% del bilancio annuo in Iraq, dove a quanto pare abbiamo ucciso un numero di persone che già supera i 400.000 morti per denutrizione nel Darfur, e ne abbiamo sradicato un numero non lontano dai 2 milioni deportati laggiù”.

Tornando adesso all’innocente martire la cui foto mi aveva dato voglia di studiare a fondo il tema della carestia, mi sono chiesto se non fosse sopravvissuto per un qualche miracolo. E mi si sono affacciate alla mente altre domande: come si chiama? Quanti anni ha? Quali sono i suoi giochi preferiti? Che cosa ama mangiare, quando può farlo? Che fine hanno fatto i suoi genitori? E se è morto, come e quando è successo?

Poiché non potevo fare altro che congetturare o speculare, mi sono nuovamente concentrato sui miei sentimenti, e mi sono reso conto che la mia pena per il ragazzo si era andata trasformando in rifiuto delle elite, oligarchie e plutocrazie, di questo paese e di tutte le altre nazioni flagellate dalle carestie.

Mi sono anche rallegrato per avere imposto a me stesso di analizzare i pensieri e le sensazioni suscitate nel mio animo dalla sconvolgente immagine di un ragazzo morente.

E quali conclusioni ho potuto trarre o ribadire?

1. Sviluppare l’empatia è un balsamo per l’anima e un anatema per il Capitalismo Americano.

2. Una parte importante della fame nel mondo è deliberatamente perpetuata per garantire che un numero relativamente esiguo di persone possa golosamente indulgere ai propri piaceri.

3. Manipolazione e sottomissione economica sono spesso le cause principali della carestia e della denutrizione di massa.

4. Dietro la facciata di benevola superpotenza, gli Stati Uniti nascondono una massa codarda di spietati predatori con principi morali degni di Caligola.

5. Cosa forse più importante, trova conferma la mia spesso esternata antipatia per molte istituzioni, sistemi, politiche e azioni dell’Impero americano.

In ultima analisi, il piccolo sfortunato per il quale avevo provato tanta pena non aveva sofferto invano. Era morto di fame per consentire alla “gente che conta” di poter far mostra della propria opulenza.

E al di sopra di tutto ciò, abbiamo un Impero da mandare avanti. Qualcuno deve ben sacrificarsi. E questo qualcuno può ben essere il “Terzo mondo”.

Fonti e approfondimenti:

http://www.lovearth.net/

http://www.mhhe.com/biosci/ap/vdgconcepts/digestive/reading5.mhtml

http://www.secondharvest.org/who_we_help/hunger_facts.html

http://en.wikipedia.org/wiki/Starvation

http://www.globalaware.org/Artlicles_eng/Famine_intro.htm

http://www.mendacitypress.com/12.2006Taylor.html

Jason Miller è uno schiavo salariato dell’Impero americano che si è liberato intellettualmente e spiritualmente. Prolifico scrittore (i suoi saggi sono ampiamente diffusi in Internet), opera come volontario nei rifugi per senzatetto. Accetta con piacere ogni corrispondenza costruttiva all’indirizzo [email protected] o via il suo blog, Thomas Paine’s Corner, all’indirizzo http://civillibertarian.blogspot.com/

Jason Miller
Fonte: http://civillibertarian.blogspot.com
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09.12.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO

Pubblicato da God