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L’economia del futuro

DI MICHAEL HUDSON

counterpunch.org

A un primo sguardo l’ultimo libro di Steve Keen “E’ possibile evitare un’altra crisi finanziaria?” (Can We Avoid Another Financial Crisis? ) sembra un piccolo libro di 147 pagine. Ma, come una bomba atomica ben assemblata, è studiato appositamente per la massima risonanza una volta colpito il suo bersaglio.

Spiegando perchè l’attuale residuo debitorio ha trasformato Stati Uniti, Gran Bretagna e Europa Meridionale in economie zombie, Steve Keen mostra come ignorare il debito sia il punto morto dell’economia neoliberale, che praticamente non ha fatto nessun passo avanti rispetto alla vecchia visione neoclassica del “facciamo finta che”. Il suo abile abuso della matematica non è che una mano di vernice per coprire il suo assunto antiscientifico: “non c’è niente di cui preoccuparsi rispetto al debito”. Le critiche all’ incapacità attale di USA, Gran Bretagna e Europa meridionale di raggiungere una ripresa economica sono interamente frutto di questa incapacità da parte dell’economia mainstream di riconoscere il peso del debito.

I modelli mainstream non hanno alcuna capacità di prevenire o spiegare una crisi. Ciò poichè le depressioni hanno carattere essenzialmente finanziario. Il ciclo economico in sè è un ciclo finanziario, vale a dire un ciclo di accumulazione progressiva e successivo collasso di debiti.

Il modello “alla Minsky” di Keen rintraccia l’origine di questo in ciò che egli ha definito “creazione endogena di moneta”, ossia al fatto che la banca accredita principalmente compratori di beni immobili, di società o di beni capitale. Ultimamente ha suggerito una formula più accattivante: “Soldi e debito creati dalle banche” (Bank originated money and debt, BOMD). Formula facile da ricordare.
Il concetto risulta più accessibile rispetto alle sterili formule accademiche che generalmente vengono coniate. E’ abbastanza semplice da mostrare che la matematica degli interessi composti ha portato il debito a eccedere i tassi di crescita del PIL, spostando sempre più reddito verso il settore finanziario sotto forma di pagamento del debito e relativo interesse. Keen riconduce questa intuizione al famoso articolo del 1933 di Irving Fisher sulla deflazione da debito, il residuo da debiti impagabili. Tali pagamenti a creditori lasciano meno risorse disponibili da spendere in beni e servizi.

Nello spiegare le dinamiche matematiche soggiacenti al suo “modello alla Minsky”, Keen traccia un parallelo tra dinamiche finanziarie e occupazionali. Se l’indebitamento privato cresce più velocemente del PIL, il rapporto PIL/debito cresce. Ciò soffoca i mercati, di conseguenza l’occupazione. La fetta dei salari crolla in termini percentuali sul PIL.

Esattamente ciò che sta accadendo. Ma i modelli mainstream preferiscono infischiarsene della crescita esponenziale del debito, come se l’economia fosse ferma al baratto. Keen definisce ciò “l’illusione del baratto”, e ripensando al suo portentoso scambio di vedute con Paul Krugman (che fa la figura intellettuale di un Bambi di fronte a un Keen-Godzilla), il quale insiste che le banche non creano credito ma si limitano a riciclare i risparmi, come se fossero mere casse di risparmio, non banche commerciali. E’ la vecchai logica che recita che non importa nulla, tanto in fondo “noi” dobbiamo denaro a “noi stessi”.

Ma se “noi” siamo il 99% i “noi stessi” sono l’1%. Krugman li definisce risparmiatori “pazienti” VS prestatori “impazienti”, sostenendo che la colpa di una economia malissimo strutturata sia da ricercarsi nella psicologia personale delle vittime del debito, che devono guadagnare per vivere e passare le loro vite lavorative a ripagare il debito di cui hanno avuto bisogno per avere una casa il cui possesso è legato al ripagamento del debito, una istruzione che hanno dovuto indebitarsi per ottenere, debitori a cui resta in tasca forse solo abbastanza per fare fronte ai costi più elementari.

Nonostante la sua compattezza, il libro che abbiamo citato è capace di far comprendere alcuni principi matematici accessibili a tutti che sono costantemente soggiacenti all’ “economia spazzatura” mainstream. Keen spiega come mai, matematicamente, la Gran Moderazione che ha portato alla crisi del 2008 non sia stata un’anomalia, ma al contrario inerisce a un principio base: le economie possono prolungare delle fasi di boom stimolate dal debito e differire un crash semplicemente continuando a elargire credito, stile Australia. L’effetto è di fare in modo che il crash, quando avvenga, sia ancora peggiore, di più lunga durata e più difficile da districare. Per questo egli attribuisce la colpa principalmente a Margaret Thatcher e Alan Greenspan, in qualità di lobbysti dei banchieri. Ma alle spalle di essi si staglia l’intero edificio di quel lavaggio del cervello che è l’economia neoliberista.

Keen attacca la “metodologia neoclassica” evidenziando la fallacia logica di cercare di spiegare la società considerando solo l’esistenza dell’individuo. Tale approccio e la “serie di preposizioni plausibili ma false” rende i laureati in economia ciechi davanti all’ovvio. La loro disciplina è il prodotto di un desiderio ideologico di lasciare banche e creditori sempre e comunque immuni da qualsiasi colpa, avvolta in un antagonismo libertario verso il ruolo del governo come regolatore dell’economia, creatore di moneta, finanziatore delle infrastrutture essenziali.

L’esposizione di Keen mette a nudo gli assunti basici fondamentali dell’economia neoclassica (ossia, per chi non sia familiare con il termine: antigovernativa, antisocialista) mostrando come al posto di personificare le classi economiche come “individui”( i soggetti “prudenti” di Krugman con le loro fortune ereditate e la loro capacità di fare soldi perchè ci stanno giù dentro VS spendaccioni che si ritrovano già troppo schiacciati dal debito per potersi permettere l’acquisto di una casa senza ricorrere al mutuo). E’ semplice partire con le categorie economiche di base: creditori, salariati, datori di lavoro, deficit di bilancio governativo (che è ciò che provvede all’iniezione di denaro nel sistema) o surplus (che succhiano soldi fuori dal sistema e costringono a dipendere dalle banche commerciali).

La sua figura 16 mostra la stabilità del rapporto indebitamento privato/PIL per un secolo relativamente alla Gran Bretagna, finchè Margaret Thatcher non ha deragliato l’economia.  Il debito è salito alle stelle, e gli economisti mainstream hanno applaudito il boom (suggerisce di chiamare questa ondata di politiche neoliberiste “Deforme”, in antitesi a “Riforme”. E ci serve senz’altro un nuovo vocabolario per contrastare i soporiferi eufemismi usati dai falsari dell’informazione economica mainstream). La privatizzazione dei Council Housing (Enti per le case popolari in Gran Bretagna) e delle infrastrutture più elementari hanno costretto la popolazione all’indebitamento, persino soltanto per i bisogni di base. Tutto ciò a vantaggio esclusivo della City finanziaria di Londra, che ne è uscita da gran vincitrice, mentre sia industria che lavoratori ne sono usciti stritolati dal debito.

Il modello concepito da Keen mostra che una lunga accumulazione di debito nel tempo possa dare l’illusione della prosperità, finchè non arriva il crash. Ma quando arriva, i votanti se la prendono con il partito al potere in quel momento, mai con chi ha messo già prima l’intera nazione alla merce della schiavitù del debito. Insieme alla Thatcher, Keen accusa l’autore della regolamentazione di Wall Street Alan Greenspan, che egli definisce “gran maestro illusionista, non certo d’intuito”. Cita inoltre Larry Summers come esempio della dotta ignoranza che obnubila il dibattito economico, ragione per la quale i vari Clinton e Obama sono stati istruiti dai loro “benefattori” di ungerlo e coronarlo d’allori.

Il libro consente al non-matematico di riuscire a comprendere oltre il guscio di finta matematica basata su falsi presupposti nella quale l’economia mainstream di oggi avvolge il suo sforzo lobbystico per giustificare le banche e il loro prodotto, il debito. L’unica fuga dalla deflazione debitoria che hanno causato è la cancellazione dei debiti.

Il problema è che al pubblico è stato fatto il lavaggio del cervello affinchè immagini che siano le banche ad avere bisogno di risparmi, non l’economia indebitata. Keen propone un “moderno giubileo del debito”, il quale è essenzialmente uno scambio di valore (equities nel testo, ndt) per debito. Il pedigree intellettuale della politica che riconosce la necessità di mantenere l’indebitamento nei limiti dell’abilità a ripagare risale a due secoli fa, con Saint Simon in Francia. La sua soluzione risiedeva nel fatto che le banche acquisissero una quota nell’attività economica del richiedente a fronte di un prestito, così che i pagamenti ai prestatori del capitale potessero oscillare in base alle fortune dell’impresa. Keen ritiene ciò debba essere la base dell’attività bancaria futura.

Come soluzione all’odierna stagnazione debitoria, suggerisce che le banche centrali creino una certa somma e la accreditino sui conti di tutti. I debitori sarebbero costretti a usarla per ripagare i debiti, i non debitori potrebbero tenersi i soldi, in modo da non lasciare spazio agli avversari politici per sostenere sia stato un regalo agli spendaccioni.

Se questa, o una soluzione del genere, non viene presa, i debitori continueranno, a fronte di tasse, rate e interessi sul debito, a poter spendere nel migliore dei casi soltanto un  terzo del loro salario nei beni e servizi che il lavoro altrui produce. Il necessario circolo virtuoso tra produttori e consumatori diverrà sempre più ristretto, dal momento che la maggior parte del valore verrà risucchiato fuori dal circolo dal ripagamento del debito e dalle tasse (che servono sempre a cacciare fuori dai guai [bail out] i banchieri e mai le loro vittime).

Questo dovrebbe essere il primo argomento nella politica di oggi. Dovrebbe essere il principio della politica del futuro. Ma ciò richiede una Economia del futuro, che altro non è poi che una Economia della Realtà.

A tale scopo, il pamphlet di Keen dovrebbe essere una lettura di base per far comprendere come il debito dovrebbe giustamente essere al centro del dibattito politico attuale e rimpiazzare una volta per tutte l’economia mainstream, la quale continua ottusamente a far finta che l’economia funzioni con il baratto, con una disciplina ben più aderente alla realtà.

Michael Hudson

Fonte: www.counterpunch.org

Link. http://www.counterpunch.org/2017/05/02/the-economics-of-the-future/

2.05.2017

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONZI

Pubblicato da Davide

  • Ronald Angell

    http://www.andersoninstitute.com/alcubierre-warp-drive.html Alcubierre Warp Drive Description Alcubierre Warp Drive for Spacetime Travel In 1994, the Mexican physicist Miguel Alcubierre proposed a method of stretching space in a wave which would in theory cause the fabric of space ahead of a spacecraft to contract and the space behind it to expand. The ship would ride this wave inside a region known as a warp bubble of flat space. Since the ship is not moving within this bubble, but carried along as the region itself moves, conventional relativistic effects such as time dilation do not apply in the way they would in the case of a ship moving at high velocity through flat spacetime. Also, this method of travel does not actually involve moving faster than light in a local sense, since a light beam within the bubble would still always move faster than the ship; it is only “faster than light” in the sense that, thanks to the contraction of the space in front of it, the ship could reach its destination faster than a light beam restricted to travelling outside the warp bubble. Thus, the Alcubierre drive does not contradict the conventional claim that relativity forbids a slower-than-light object to accelerate to faster-than-light speeds.
    Alcubierre Metric
    The Alcubierre Metric defines the so-called warp drive spacetime. This is a Lorentzian manifold which, if interpreted in the context of general relativity, exhibits features reminiscent of the warp drive from Star Trek: a warp bubble appears in previously flat spacetime and moves off at effectively superluminal speed. Inhabitants of the bubble feel no inertial effects. The object(s) within the bubble are not moving (locally) faster than light, instead, the space around them shifts so that the object(s) arrives at its destination faster than light would in normal space.
    Alcubierre chose a specific form for the function f, but other choices give a simpler spacetime exhibiting the desired “warp drive” effects more clearly and simply.
    Mathematics of the Alcubierre drive
    Using the 3+1 formalism of general relativity, the spacetime is described by a foliation of space-like hypersurfaces of constant coordinate time t. The general form of the Alcubierre metric is:
    where α is the lapse function that gives the interval of proper time between nearby hypersurfaces, βI is the shift vector that relates the spatial coordinate systems on different hypersurfaces and γij is a positive definite metric on each of the hypersurfaces. The particular form that Alcubierre studied is defined by: