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LE RADICI STORICHE DELLA FAME

DI PIERO BEVILACQUA
Eddyburg

Se ne parla ormai con allarme da molti mesi. Agli abituali 800 milioni e passa di affamati annualmente censiti dalla FAO se ne va aggiungendo un numero imprecisato che aumenta di giorno in giorno. Analisti e commentatori hanno chiarito soprattutto le ragioni congiunturali di ciò che sta avvenendo: crescita della domanda, soprattutto di carne e quindi di mangimi nei Paesi emergenti, annate di prolungata siccità in importanti regioni cerealicole, vaste superficie di suoli convertiti ai biocarburanti, aumento del prezzo del petrolio, speculazione finanziaria sui titoli delle materie prime, ecc. E tuttavia l’attuale fase non è un congiuntura astrale, il fatale combinarsi di “fattori oggettivi”. Luciano Gallino, su Repubblica, ha ben messo in luce le responsabilità dell’Occidente nel determinare le condizioni dei nostri giorni. Ma le responsabilità non sono solo recenti, rimandano a una storia di scelte e di strategie che occorre rammentare se si vogliono trovare soluzioni durevoli a un problema di così scandalosa gravità.

La diffusione epidemica della fame nel mondo ha una origine storica ormai non più recente. Essa nasce con la rivoluzione verde avviata dagli USA negli anni ’60 in vari Paesi a basso reddito e proseguita con crescente intensità nei decenni successivi. Quella rivoluzione venne definita verde perché essa aveva il compito strategico di contrastare, nelle campagne povere del mondo, l’onda rossa del comunismo.
Essa doveva impedire che l‘avanzare di una rivoluzione sociale – come quella che aveva consegnato la Cina al partito comunista di Mao – investisse altre aree del mondo povero di allora. Ed era verde non perché rivestisse anticipatrici connotazioni ambientalistiche, ma perché puntava a una radicale trasformazione tecnologica dell’agricoltura senza sovvertire i rapporti di proprietà. Non la liquidazione dei latifondi, ancora così diffusi in tutti i continenti, né la distribuzione della terra ai contadini, ma una via tecnologica. Essa puntava a innalzare la produzione unitaria, a modernizzare le campagne sul modello occidentale, risolvere il problema elementare del cibo per tutti e fornire così un potere stabile alle classi dirigenti locali amiche dell’Occidente. In una fase storica in cui una moltitudine di Paesi si stava liberando dal giogo coloniale una rivoluzione sociale nelle campagne costituiva una eventualità tutt’altro che remota..

La rivoluzione verde si è imposta attraverso un dispositivo molto semplice: la difusione di un “pacchetto tecnologico” (technical package ) composto da sementi ad alte rese, concimi chimici, pesticidi, ecc. Tutti gli elementi del pacchetto erano indispensabili e fra loro interdipendenti per la riuscita dell’innovazione. Senza i concimi chimici le sementi non davano rese elevate, senza i pesticidi le piante, create in laboratorio, venivano decimate dai parassiti. E occorreva, infine, un ricorso senza precedenti all’uso dell’acqua. D’un colpo i saperi millennari con cui i contadini avevano provveduto sino ad allora alla produzione del proprio cibo venivano sostituiti da uno schema tecnologico calato dall’alto su cui essi non avevano più alcun potere. Non potevano più utilizzare le loro sementi, perché dovevano ormai acquistarle all’esterno, e così il concime, i pesticidi, più tardi i diserbanti, ecc. Essi dovevano limitarsi ad applicare i dettami di una scienza esterna di cui non capivano i meccanismi e che alterava gravemente il loro habitat naturale. Ma la loro agricoltura diventava dipendente dall’industria agrochimica occidentale. Oggi i contadini che sono rimasti sulla terra subiscono l’aumento generale dei prezzi di tutti questi imput esterni dipendenti dal petrolio.. Di passaggio rammentiamo che l’introduzione degli Ogm aggiungerebbe a queste spese di esercizio anche il pagamento delle royalties sui semi protetti da patenti: con quali vantaggi per risolvere il problema della fame è facile capire.

Ma allo spossessamento culturale si è accompagnato, ancor più violento, lo sradicamento sociale. La grande maggioranza dei contadini non era in grado di reggere le spese di esercizio di quella nuova agricoltura e abbandonava le campagne. D’altra parte, per applicare con piena efficienza economica il pacchetto tecnologico occorreva puntare sulle grandi aziende, accorpare le piccole proprietà coltivatrici, abolire le agricolture miste (che garantivano l’autosuffcienza alimentare delle famiglie), estendere le monoculture, introdurre i trattori. Era il trionfo dell’agricoltura industriale, con pochi addetti (in regioni del mondo affamate di lavoro) che aumentava significativamente la produzione globale dei vari Paesi, ma spingeva milioni di contadini ad abbandonare la terra, costringendoli a comprare il modesto cibo quotidiano che prima producevano con le proprie mani. Ma quei contadini non hanno trovato fonti di reddito alternative. Diversamente da quanto è accaduto in Europa o in USA, nella seconda metà del ‘900, non hanno avuto la possibilità di trovare lavoro nelle fabbriche o nei servizi urbani. Hanno creato un nuovo esercito di poveri. La crescita delle megalopoli asiatiche e latino-americane, la diffusione delle baraccopoli in Africa e in varie altre regioni del mondo, nel secolo scorso, sono in gran parte l’esito di queste migrazioni rurali. E qui la fame trionfa.

A partire dagli anni ’80, con le politiche della Banca Mondiale e del FMI volte ad “orientare al mercato” le economie dei Paesi a basso reddito, le scelte avviate con la rivoluzione verde hanno ricevuto una definitiva consacrazione. Ma esse hanno mostrato, in maniera ineccepibile, il loro stupefacente fallimento. L’innegabile successo economico-produttivo di quelle scelte non ha affatto scalfito l’iniquità sociale dei rapporti sociali e dell’accesso ai mezzi di produzione, soprattutto alla terra. Esemplare il caso dell’India. Qui, tra il 1966 e il 1985 la produzione di riso è passata da 63 milioni di tonnellate a 128, facendo di questo Paese uno dei maggiori esportatori di derrate fra i Paesi poveri. Eppure la maggioranza degli oltre 800 milioni di affamati si trova oggi in India. Qui, nel 2000, si è verificato un surplus di cereali di 44 milioni di tonnellate, che sono state destinate all’esportazione, come vuole il credo liberista. Ma diversamente esemplare è il caso dello Stato indiano del Kerala. Qui, nel 1960, è stata realizzata un’ampia riforma agraria, che ha distribuito la terra ai contadini – il 90% della popolazione – assegnando ad essi una superficie non superiore agli 8 ettari. La fame del resto dell’India qui è sconosciuta, l’ambiente è integro, le foreste ben curate. Eppure il Kerala ha una densità di 747 individui a km2, il triplo di quella della Gran Bretagna. D’altra parte è ben noto: numerose ricerche condotte in USA, in Europa e in giro per il mondo hanno mostrato la più elevata produttività unitaria della piccola proprietà coltivatrice rispetto alla grande azienda agricola. Senza considerare che essa garantisce la rigenerazione della terra, impiega poca energia, acqua, pesticidi, conserva la biodiversità agricola, riduce la produzione di CO2.

Dunque, dopo tanti decenni di questa strategia verde oggi tutti possono ammirarne i mirabolanti successi: il numero degli affamati nel mondo non è mai significativamente diminuito e oggi rischia di conoscere una nuova e tragica impennata. L’agricoltura dipende da potenze economiche inesistenti solo mezzo secolo fa: i colossi chimico-sementieri la cui strategia può condizionare la vita di intere popolazioni. Cargill, Dupont, Monsanto, ecc accrescono i loro affari mentre anche nella civilissima Europa si diffonde il salariato agricolo semischiavile e ovunque continua l’esodo dalle campagne. Eppure governi, organismi internazionali, esperti perseguono nel loro vecchio errore: voler trasformare le campagne del Sud nella copia delle agricolture industriali occidentali. La panacea è sempre la stessa, garantire l’espansione del cosiddetto libero mercato. Pazienza se il mondo tende a diventare un’immensa megalopoli e le campagne si ridurranno a poche monoculture lavorate con le macchine. Quanto agli affamati è sufficiente l’elemosina degli aiuti, che servono a smaltire le eccedenze agricole dei Paesi ricchi e a tacitare la coscienza delle più ipocrite classi dirigenti di tutta la storia contemporanea.

Piero Bevilacqua
Fonte: www.eddyburg.it
Link: http://www.eddyburg.it/article/articleview/11386/0/155/
4.06.08

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.

    Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.

    Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.

    Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.

    L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.

    Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.

    Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.

    La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.

    Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.

    Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.

    Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.

    È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.

    Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.

    Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.

    Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.

    In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.

    Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.

    Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.

    Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.

    Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.

    Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.

    Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.

    Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare.

    Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria.

    Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati.

    Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.

    Luciano Gallino
    Fonte: http://www.repubblica.it
    10.05.08

  • aprileali

    Bell’articolo, ma manca un particolare importante: la politica agricole comune meglio nota come PAC. Dal 1958 gli Stati europei si sono associati per promuovere insieme la loro agricoltura. Erano anni difficili e bisognava produrre cibo per la popolazione europea appena uscita dalla guerra. magia: ha funzionato e l’Europa é arrivata all’autosufficienza alimentare! Gli Stati Uniti hanno seguito l’esempio con il loro Farm Bill.Risultato: un Europa e degli Stati Uniti forti produttori e con delle eccedenze da smaltire. Queste eccedenze erano destinate o all’esportazione o a riempire i granai pubblici per dare una stabilità ai prezzi e poter intervenire sul mercato in caso di forti anomalie.
    Ora, il FMI e la anca mondiale hanno impedito ai paesi in via di sviluppo di creare una politica simile, e hanno imposto di coltivare solo per l’esportazione. A mio parere, promuovendo delle politiche agricole pubbliche di sostegno all’agricoltura sul modello della PAC si potrebbero risolvere molti problemi. Poi é chiaro che il modello di agricoltura sostenuto non devono essere i latifondi ma i piccoli produttori familiari.
    E, least but not least, togliere una volta per tutte l’agricoltura dalle negoziazioni al WTO! L’agricoltura non puo essere trattata come tutti gli altri settori, pena le consequenze che vediamo ora sul pianeta!
    Saluti a tutti
    Angela

  • sultano96

    Angela io sono un produttore agricolo e tu? Consentimi di non ricevere la tua conclusione sulla PAC che considero semplicemente deleteria ed antagonista alle conclusioni e filosofia mosse dal post di nota. Non ti ho mai letto in questo forum, perciò ho dovuto ribadire ancora una volta i miei intendimenti sulla politica agricola comunitaria, invitandoti, conseguentemente, ad evidenziare quali sarebbero in realtà i benefici derivanti da tali scelte. Grazie per quanto vorrai parteciparci.

  • sultano96

    In più di una occasione ho segnalato l’esistenza di una agricoltura a conduzione biologica, biodinamica o omeodinamica, risolutrice universale delle condizioni nefaste che si sono attute con l’agricoltura di sintesi. Questa si è realizzata, a partire dagli anni venti dello scorso secolo, con la necessità di smaltire le immense quantità di esplosivo accumulate negli arsenali militari. Per chi non ne fosse a conoscenza i fertilizzanti dell’attuale coltivazione agricola sono la materia di base per la fabbricazione di esplosivi. Ancora una volta tutto prende la stura dalla sfera militare, gradirei conoscere quali sono le conoscenze della produzione agricola dei soloni che maneggiano tali materie, abituati a focalizzare la loro attenzione sul ristrettissimo foro del microscopio, sconoscendo completamente che l’agricoltura è guidata dal cosmo!
    Sarebbe molto difficile inventarsi rendite finanziarie trattando di costellazioni, molto più facilmente si sarebbe scambiati per fattucchieri.
    Basterebbe semplicemente chiedere lumi ai statunitensi visto che sono allunati!

  • Tao

    Nella teoria della “varianza correlata” sull’origine dell’uomo Charles Darwin riteneva che le tre peculiarità della nostra specie rispetto al resto dei primati antropomorfi – stazione eretta, linguaggio e tecnologia – fossero il risultato dell’uso di armi attraverso gli arti superiori. La parola armi va intesa letteralmente, come strumento bellico, e non genericamente come utensile per la caccia. In ciò Darwin rifletteva la mentalità imperiale nella quale era cresciuto, in cui l’ideologia vittoriana voleva che il benessere avesse come precondizione la capacità di difesa militare del territorio controllato. Nell’espistolario del naturalista troviamo frequenti riferimenti agli investimenti della sua famiglia nelle colonie, alla preoccupazone per la rivalità dei Francesi, e all’ansia di come le minacce al predominio britannico potessero mettere a repentaglio la posizione di rentier dei suoi numerosi figli. Ciò, in un uomo dal temperamento mite e pacifico.

    Oggi, non solo la concezione della “varianza correlata” appare superata agli occhi degli antropologi, ma l’idea stessa che l’aggressività e la violenza abbiano avuto un ruolo pilota nell’evoluzione umana non riceve più molto credito. E’ probabile anzi che lo sviluppo del linguaggio sia il risultato del complessificarsi di interazioni sociali all’insegna della cooperazione e dell’assistenza reciproca.

    Ma qual è il gruppo che l’uomo è capace di percepire come proprio, e di cui percepirsi come una parte? Il sentimento di solidarietà riesce effettivamente ad andare oltre la dimensione di clan o di villaggio?

    Il nazionalismo o patriottismo, che ha indotto molti esseri umani a dare la vita sui campi di battaglia, comportava davvero la dimensione del sacrificio di sé, per il proprio popolo, come il genitore è disposto a fare a favore del figlio, o ha come ingrediente fondamentale la propaganda di demonizzazione del nemico, che ha il potere di sublimare le pulsioni distruttive delle persone, facendole apparire come nobili?

    La semplice verità è che della cosiddetta “natura umana” sappiamo tutti molto poco. Nè sappiamo quali sono i fattori costitutivi della nostra specie che avranno la prevalenza nella risposta a sfide globali come il riscaldamento climatico e la fame. Se si pensa alle funzioni superiori della nostra corteccia cerebrale c’è di che essere ottimisti: non si stratta di problemi senza soluzione, e con il necessario impegno possono essere risolti in maniera soddisfacente. Ma se pensiamo alla spinta ad invadere ogni habitat naturale e a sfruttarne le risorse per il nostro vantaggio, lo scenario si fa molto più cupo. Se le nostre capacità di cognizione e decisione non sono proporzionali per intensità a questo istinto espansivo all’antropizzazione ossessiva siamo perduti.

    Naturalmente non sono solo problemi di tipo biologico. E’ necessaria anche un’analisi dei sistemi istituzionali e dei rapporti di potere dati nella società per individuare dei percorsi di salvezza. Pensate a come i nostri mezzi di comunicazione di massa esagerano pericoli statisticamente irrilevanti, come il terrorismo, ed assumono invece un atteggiamento sostanzialmente evasivo di fronte alle imminenti catastrofi ambientali. Provare ansia rispetto ad un allarme sociale è una risposta sana radicata nel nostro istinto di sopravvivenza, e dunque nella nostra dotazione genetica, ma la scelta del tipo di allarme a cui reagire è il risultato di una scelta che riflette interessi settoriali e non della specie. Di conseguenza non si può prevedere in che modo le masse reagiranno. Anzi, ci sono elementi in abbondanza per non fare eccessivo affidamento alle loro capacità di giudizio indipendente.

    Di fronte ai temi dibattuti all’ultimo vertice della FAO, i numerosi programmi di gastronomia che si affollano sulle nostre reti televisive hanno qualcosa di offensivo. Ma pensate al tipo di resistenze che dovrebbe affrontare chi volesse ridefinire le abitudini alimentari degli Italiani in base alle esigenze dietetiche reali e non al cosiddetto “piacere della buona tavola”. Di che natura sono queste resistenze? Vi è senza dubbio un elemento di egocentrismo animale, ma la vicenda grottesca del consumo abnorme di acque minerali in Italia, come risultato di campagne pubblicitarie mirate, segnala anche la natura artificiale di certe abitudini di consumo.

    Decifrare l’intreccio del determinismo animale (non necessariamente negativo) e delle esigenze della civilizzazione (non necessariamente positive) dovrebbe essere alla base di una nuova visione dell’essere umano che porti con se un valore di speranza.

    Gianluca Bifolchi
    Fonte: http://achtungbanditen.splinder.com/
    5.06.08

  • Affus

    Caro Blondet, complimenti per il lavoro di ricerca svolto! Lei è
    riuscito a scovare quei 5 o 6 esempi di esseri viventi la cui
    esistenza non è in sintonia il darwinismo! Peccato che l’esistenza
    di altre circa 10 milioni di specie lo sia… Lungi da me il voler
    difendere Facchini, ma il montaggio strumentale delle nozioni che ha
    appreso e sopratutto l’uso malizioso che lei fa del lessico, sono
    indecenti! Secondo lei in senso scientifico cosa
    significa `primitivo’? E `complicato’? Lei sarà anche un buon retore
    ma umanamente non fa una bella figura… Ah un ultima cosa… Il
    discorso dell’Intelligent Design è molto interessante, ma affermare
    che questa teoria dimostri l’esistenza di un’intelligenza nella
    natura non le sembra tautologico? In fondo non era proprio il punto
    di partenza?!»

    Le altre «dieci milioni di specie», se obbedissero alla teoria
    evoluzionista (trasformazione da una specie all’altra a forza di
    accumulazioni casuali) dovrebbero aver lasciato dietro di sè
    miliardi di «anelli di transizione» tra una specie e l’altra. Anzi
    centinaia di miliardi, perchè il darwinismo suppone che questo
    processo sia avvenuto infinite volte per ciascuna specie. Invece, di
    anelli di congiunzione non se n’è mai trovato uno.

    La risposta darwiniana è che i fossili sono rari, sono scomparsi…
    bella scusa. Finchè i darwinisti non esibiranno un convincente
    anello di congiunzione, la loro teoria è una fantasia senza
    fondamento alcuno.

    Nessuna specie è «in sintonia col darwinismo», cari evoluzionisti:
    ognuna è perfettamente adattata alla sua nicchia ecologica, in tutti
    i minimi particolari. Un pipistrello non è un topo a cui sono
    spuntate le ali; dispone di un sonar, di un pelame fatto per
    assorbire i suoni tipico di un insettivoro notturno, ecc.

    Il picchio ha una lingua concepita come una fionda: comincia
    dall’attaccatura alla sinistra del becco, «va all’indietro», gira
    attorno al cranio e si reinnesta nel becco a destra. Solo così il
    picchio può proiettare una lingua lunga 15 centrimetri, quanto il
    suo intero corpo, per catturare insetti nascosti sotto la corteccia.

    Mi sa immaginare cosa hanno mangiato gli antenati del picchio
    durante l’evoluzione di quella lingua, avendo – soli nel creato – la
    lingua che andava «all’indietro»?

    E naturalmente il picchio ha tutte le altre qualità e apparati
    necessari per la sua specialissima nutrizione: qualunque altro
    uccello che usasse come lui il becco come scalpello tante volte
    avrebbe una commozione cerebrale; le zampe e gli artigli sono
    specialisticamente progettati per una presa fortissima durante l’uso
    dello scalpello, ecc. Non si tratta di 55 o 6 specie che
    contraddicono il darwinismo, ma di tutte.

    Un disegno che raffigura l’incredibile lingua a fionda del picchio

    Anche le giraffe che, nei documentari della BBC – che diffondono la
    propaganda evoluzionista – sono accreditate della «scelta» di
    allungare il collo per brucare le foglie sugli alberi alti… chissà
    perchè, visto che le giraffe vivono in mezzo ad ogni genere di
    antilopi e bovini ed erbivori in genere che campano benissimo
    brucando l’erba a terra, nella savana!

    Andiamo al «primitivo» e al «complesso». Sono concetti storicamente
    variabili. Charles Darwin credette di trovare forme di
    vita «semplici», perchè non conosceva il DNA. I microbi e gli
    unicellulari sono stati a lungo considerati «semplici»: ma oggi la
    biochimica li rivela estremamente complessi, come gli esseri
    pluricellulari (qualche biochimico li ha paragonati ad astronavi),
    benchè i loro organi e organelli siano costituite di singole
    molecole, ciascuna delle quali è una proteina ad hoc, fatta apposta
    per svolgere una specifica funzione.

    L’ultima frase rivela infine che il lettore non ha capito
    l’evoluzionismo, che pretende di difendere: «Il discorso
    dell’Intelligent Design è molto interessante ma affermare che questa
    teoria dimostri l’esistenza di un’intelligenza nella natura non le
    sembra tautologico? In fondo non era proprio il punto di partenza?!».

    No, non è tautoligico, perchè il darwinismo, anche nelle sue forme
    riformate (l’evoluzionismo è la sola «cosa» che deve evolversi per
    sopravvivere…) nega appunto che esista una
    qualunque «intelligenza» nella meravigliosa varietà del vivente che
    abbiamo attorno; sostiene che tutto ciò è opera di ciechi mutamenti
    casuali, un accumulo dei quali è stato mantenuto dalla selezione
    naturale perché «utile». Ma la lingua del picchio non era «utile» a
    nulla mentre si sviluppava, nè le ali del pipistrello mentre
    aspettava che il sonar raggiungesse la sua funzionalità.

    Molti darwinisti d’accatto, come il lettore, inseriscono più o meno
    consapevolmente e tacitamente l’idea (o pseudo-idea) che nella
    materia inerte, zimbello del caso, sia all’opera un qualche impulso
    verso l’organizzazione intelligente. Ma questo principio auto-
    organizzativo è ancora più fideistico di Dio, e non è constatabile.

    Il caso non trasforma pezzi di ricambio in un motore; righe casuali
    in un programma software non migliorano mai il programma, ma lo
    oscurano, ne aumentano il disordine e infine – molto presto – lo
    rendono non funzionante.

    Ciò è ineluttabile, per il secondo principio della termodinamica:
    ogni sistema degrada, lasciato a se stesso, dall’ordine verso il
    disordine, e verso uno stato stabilmente disorganizzato.

    Ma il darwinismo pretende di negare tale principio: ecco quanto
    è «scientifico».

  • aprileali

    Ciao sultano

    anche io sono nell’agricoltura, e sono nuova nel forum. Spero che sarà l’occasione di dibattiti costruttivi. Ho fatto l’esempio della PAC non perché sia una politica perfetta, anzi, tanto si puo fare per migliorarla, ma per ribadire che non é smantellando tutte le politiche pubbliche di sostegno all’agricoltura che risolveremo il problema della fame. Penso che come una politica agricola pubblica é riuscita a fare uscire l’Europa dalla fame e a renderla autosufficiente sul piano alimentare, la stassa cosa potrebbe essere attuata dai governi dei paesi in via di sviluppo. Certo, il modello di agricoltura che andrebbe incoraggiato e finanziato non é quello industriale attuale, ma un modello d’agricoltura familiare che mantenga i produttori nelle campagne.
    Cosa che il FMI e la Banca mondiale impediscono da sempre, imponendo ai paesi sottosviluppati di produrre industrialmente per esportare nei nostri paesi (vedi esempio cotone).
    Quindi piu che difendere la PAC in se stessa é il concetto della necessità di una politica agricola pubblica che difendo. Che non deve essere per forza la copia della PAC.
    E tu, che ne pensi del fatto che l’Europa stia smantellando la PAC (questione di far felici i rapaci del WTO) e che invece gli Stati Uniti continuino a finanziare la loro agricoltura? pensi anche tu che quest’ultima non debba entrare nelle discussioni al WTO?
    Cordiali saluti

  • sultano96

    aprileali la deluderò ma sono per la totale abolizione di qualsiasi tipo di aiuto e aborro ogni cosa che odora di sociale, non avendo molto tempo per dialogare, ma dei fugaci ritagli, obbligatoriamente mi devo dedicare ad una continua ricerca e studio, dal momento che nella mia coltivazione applico il sistema biodinamico se non omeodinamico, imploro il suo perdono. Sono dell’avviso che bisognerebbe accorpare i due ministeri, cioè quello dell’ambiente e quello delle politiche agricole, sfuggendomi la distinzione fra le materie trattate. Con il metodo biodinamico i rapaci del WTO avrebbero gli artigli completamente spuntati, in quanto il potere decisionale è esclusivamente in facoltà di ogni singolo consumatore, le consiglio di utilizzare la rete per approfondire l’argomento, io glielo ho semplicemente accennato perchè ha matrice cosmica. Per meglio dire, non solo i 2 precedenti ministeri dovrebbero essere accorpati ma molti altri!
    La salute sociale e lo stesso destino del pianeta, a ben vedere, sono nelle mani dei coltivatori agricoli, chi ha orecchie per intendere….

  • sultano96

    Dovendo, obbligatoriamente, essere franco caro Gianluca Bifolchi mi deve scusare ma non ho ricevuto nulla del suo post.
    Charles Darwin chi?
    Solidarietà cosa?
    Corteccia cerebrale che significa?
    Egocentrismo animale??????
    Natura artificiale di certe abitudini di consumo????
    Lei è in grado di distinguere la rucola selvatica da quella di serra?

  • aprileali

    Guardi il mondo é bello perché é vario. Bella é la discussione e bello il confronto con chi la pensa diversamente. Magari un giorno se avrà tempo mi spiegherà perché lei aborre ogni forma di politica sociale. ma lo so per esperienza che un agricoltore é sempre impegnatissimo. per il momento, sinceri auguri e spero a presto.
    Magari mi suggerisce qualche libro dove approfondire le mie conoscenze in agricoltura biodinamica?

    Grazie e cordiali saluti

  • aprileali

    Guardi il mondo é bello perché é vario. Bella é la discussione e bello il confronto con chi la pensa diversamente. Magari un giorno se avrà tempo mi spiegherà perché lei aborre ogni forma di politica sociale. ma lo so per esperienza che un agricoltore é sempre impegnatissimo. per il momento, sinceri auguri e spero a presto.
    Magari mi suggerisce qualche libro dove approfondire le mie conoscenze in agricoltura biodinamica?

    Grazie e cordiali saluti

  • Tao

    [Interessante articolo del quotidiano messicano La Jornada sui paralleli tra l’attuale crisi alimentare e le vecchie politiche dell’impero coloniale britannico. Traduco dallo spagnolo — Gianluca Bifolchi]

    Torna l’olocausto dimenticato

    Alejandro Nadal, La Jornada, 4 Giugno 2008

    Sessant’anni fa in India una carestia uccise sei milioni di persone nelle province di Bihar, Orissa e Assam, sotto la ferrea occupazione coloniale inglese. Nel 1943 il prezzo del riso iniziò a crescere, e in pochi mesi quadruplicò. Intorno al 1945, quattro milioni di persone erano morte di fame per l’alto prezzo del cibo.

    La storia economica del Bengala rivela che per molto tempo ci fu lì un robusto sistema produttivo, basato sull’agrobiodiversità, che gli permetteva di esportare eccedenze ed assicurava alla popolazione gli alimenti di cui aveva bisogno. Ma arrivò l’amministrazione coloniale inglese e pose fine a tutto. In effetti, la carestia fu provocata dalla rapacità della Compagnia delle Indie e dal cinismo dell’impero inglese. In base alle sue politiche, si confiscarono i raccolti, si dette impulso alle esportazioni per non “distorcere il flusso del commercio”, e si posero restrizioni alle importazioni per ragioni strategiche. Infine, il progresso giapponese nel sudest asiatico e l’occupazione della Birmania ( Myanmar) convinsero gli inglesi che le risorse del Bengala non potevano cadere in mano nemica, ed applicarono una politica di terra bruciata che distrusse ciò che restava dell’agricoltura contadina.

    Le lezioni di questa ed altre carestie sono importanti per capire la crisi alimentare mondiale. Il primo insegnamento è che il pianeta è ricco in biodiversità e in risorse produttive. Ma oggi 12 coltivazioni e 14 specie animali costituiscono l’80% dell’offerta globale di alimenti. La tendenza alla monocultura è uno dei principali pericoli per l’umanità: la distruzione dell’agrobiodiversità e l’erosione delle risorse genetiche sono una catastrofe silenziosa che in futuro provocherà crisi di fronte alle quali la carestia del Bengala sembrerà un picnic.

    Nell’ultimo secolo si è ignorato questo principio: la ricchezza di biodiversità è la chiave per affrontare i rischi agricoli. Per questo l’agrobiodiversità è il miglior amico di milioni di produttori indipendenti del mondo. Ma per l’agricoltura capitalista i sistemi di multicoltivazione non sono l’ideale per la redditività degli investimenti, in parte perché richiedono una maggiore intensità di lavoro. Nella dimensione della contabilità capitalista, l’omogeneità e la tediosa uniformità della monocultura sono essenziali.

    La seconda lezione è che i canali di commercializzazione, le agenzie di intervento pubblico e una sana struttura di produzione basata su piccoli produttori indipendenti sono i tre pilastri per mantenere un regime di produzione agricola salutare. In Bengala questa triade fu distrutta con conseguenze catastrofiche.

    Dal 1982 i programmi di aggiustamento e riforma strutturali dettati dai saggi del Fondo MOnetario Internazionale, della Banca Mondiale, e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno perseguito i medesimi obiettivi che ebbe il regime coloniale inglese in India. Primo, distruggere le basi della produzione degli alimenti per “sfruttare i vantaggi comparativi”. Secondo, perturbare le reti locali di commercializzazione per consegnarle a grandi conglomerati internazionali. Terzo, eliminare l’intervento di agenzie pubbliche che precedentemente aveva permesso di stabilizzare i prezzi mediante l’amministrazione di inventari. L’obiettivo è chiaro: consegnare il mercato mondiale degli alimenti a pochi conglomerati transnazionali. Oggi, il saldo della globalizzazione è che 850 milioni di persone sono in pericolo di morire di fame, un olocausto che fa apparire piccolo quello del Bengala degli anni sessanta.

    Sotto gli auspici delle Nazioni Unite è in svolgimento a Roma un vertice di capi di stato per analizzare la crisi alimentare. Mentre si riuniscono, continua la distruzione dell’agricoltura mondiale. La perdita di risorse genetiche è accelerata dalle monoculture commerciali a livello planetario. Gli oligopoli nel mercato delle sementi e i prodotti agricoli ottengono profitti osceni, ma Pascal Lamy rivolge inviti a concludere il round di Doha, come se l’Organizzazione per il Commercio Globale non avesse responsabilità nel disastro. E il contributo della Banca Mondiale e delle Fondazioni Rockefeller e Bill Gates è promuovere tutto ciò anche in Africa. Frattanto, i grandi gruppi che dominano il commercio agricolo nel mondo si proteggono sul mercato dei derivati di Chicago, aumentando la pressione sui prezzi.

    I partecipanti al vertice di Roma devono prendere in conto le lezioni della storia. Il nemico è uno degli invitati d’onore nella stessa sala del convegno.

    Gianluca Bifolchi
    Fonte: http://achtungbanditen.splinder.com/
    6.06.08

  • margotmine

    Questa politica studiata a tavolino ha solo un nome GENOCIDIO.

  • sultano96

    L’agricoltura biodinamica è una branca della scienza-filosofica propugnata da Rudolf Steiner definita col nome di Antroposofia ed il testo che le posso consigliare, specifico sulla coltivazione, è “Corso sull’agricoltura” di Rudolf Steiner edito dalla Casa Editrice Antroposofica via Vasto, 2 Milano. Per quanto riguarda la mia avversità al sociale è facilmente riconducibile ad un unico ragionamento: nella storia NON esiste alcun balzo evolutivo imputabile ad una qualche forma di organizzazione sociale, viceversa tutte le migliorie, in tal senso, sono ascrivibili a singoli individui, credo di essere stato esemplificativo.
    Quando una massa di persone si sposta, la velocità di detto movimento, è uguale a quella del più lento individuo che la compone e non a quella del più veloce, ne consegue una castrazione per i più avanzati senza alcuna miglioria per i più lenti. Ognuno di noi nasce e muore da solo e la sua parabola evolutiva è squisitamente individuale. Comunque il mio commento al post aveva l’unico intento di sviluppare il tema specifico dell’agricoltura e non trattare di massimi sistemi, ma evidentemente la socialità le sta a cuore, dal canto mio questo tema non sta al vertice dei miei interessi, io terra terra sono allo stadio di procurami la pagnotta in modo equilibrato all’interno dell’evoluzione planetaria. Mi perdoni, lavorando nei campi ho sempre tratto qualche insegnamento pratico, agendo nel sociale, solamente delle disillusioni immateriali, in ciò sono confortato dalla storia, questultima è disseminata di guerre e stermini, figli di gruppi sociali che ambivano a far riconoscere all’altro la propria superiorità nello specifico. Detto ciò rispetto le sue idee in materia e mi auguro che lei faccia altrettanto, non ho intenzione di intraprendere alcuna guerra di religione! Mi deve perdonare, sarò stato sfortunato, ma dalla collettività ho ricevuto solamente amarezze e tutto ciò che di sinistro si può ricondurre in un qualsiasi dizionario della lingua italiana. Cordialità.