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LA POLITICA ESTERA ITALIANA E IL TEATRINO DELL'IGNAVIA

DI LUCIO CARACCIOLO
repubblica.it

Non c’è nulla di sorprendente, tanto meno di inspiegabile, nella decisione britannica di non consultare il governo italiano prima di lanciare il raid in Nigeria nord-occidentale, finito con l’uccisione degli ostaggi Chris McManus e Franco Lamolinara.

Sorprendente sarebbe stato il contrario, con Cameron a chiedere a Monti se pensasse che il blitz – eufemismo per battaglia campale di alcune ore – sarebbe stato necessario. Delegando eventualmente i responsabili della Difesa a definirne i dettagli. Ciò sarebbe avvenuto se Londra riconoscesse a Roma il rango di alleato paritario. E se Roma si facesse rispettare per tale.

Nella foto: i funerali Franco LamolinaraNella storia delle relazioni italo-britanniche, dal Risorgimento in avanti, siamo stati amici o nemici. Mai però sullo stesso piano. Questione di rapporti di forza. Fondati sulla psicologia collettiva, sugli stereotipi del “carattere nazionale”, più che su fattori oggettivi, misurabili. Tanto che quando, negli anni Ottanta, il volume della nostra economia superò quello britannico, Londra reagì con piccata rimozione: non poteva che trattarsi di errore statistico.

Se sotto il profilo economico e demografico Italia e Gran Bretagna possono essere grosso modo assegnate alla medesima categoria, quando il gioco si fa duro la contabilità cambia. Non è solo questione di potenza militare, di intelligence, di proiezione della forza – tutti campi in cui Londra, pur declinante, ci sopravanza da sempre. Valgono soprattutto la cultura strategica, la tradizione militare.

Gli inglesi amano esibire la forza, anche a costo di rendersi tragicamente ridicoli, come nel caso nigeriano. A noi non salterebbe in mente di spedire una squadra navale per i sette mari onde preservare la sovranità su quattro scogli, come nell’epopea delle Falklands. Se ci tirano addosso qualcosa, come Gheddafi a Lampedusa, preferiamo far finta di nulla.

Per sicurezza, baciamo l’anello. E se proprio ci capita di far la guerra, dai Balcani all’Afghanistan o alla Libia, non l’ammettiamo neanche a noi stessi. I nostri soldati uccidono e vengono uccisi, alcuni eroi vengono decorati. Ma come fossero pompieri, perché sempre operatori di pace sono.

Italia e Gran Bretagna hanno difficoltà a intendersi in tempi di ordinaria amministrazione. Se poi la parola passa alle armi, il dialogo è fra sordi. Certo, siamo tutti soci della Nato. In assenza del Nemico contro cui forgiammo l’asse transatlantico, ognuno si sente però libero di interpretare a suo modo questa strana “alleanza”. Lo abbiamo visto di recente nella guerra di Libia, pensata e confezionata a Parigi e a Londra. Lo vediamo confermato nello pseudo-blitz britannico-nigeriano, che sembra tratto da un manuale d’età coloniale.

Non ci stiamo facendo mancare la consueta cacofonia politichese tra ciò che resta dei partiti nostrani. Dopo tre mesi in cui ci si è dovuti concentrare su urgentissimi affari concreti, è naturale che i dichiaratori di professione non si lascino sfuggire tanta occasione. Costoro attribuiscono l’affronto britannico all’insipienza di questo o quel ministro, se non del governo tutto. E ci assicurano che qualora fossero stati loro su quelle poltrone, non avremmo subìto lo schiaffo di Londra.

Con il dovuto rispetto per l’onorevole La Russa, la cui competenza in materia militare è fuori discussione, e per i suoi esimi colleghi pidiellini o leghisti, temiamo non sia così. Questo governo ha le sue responsabilità nel caso nigeriano: si è fatto giocare.

Ne ha molte di più nel caso indiano, con i nostri marò in mano alla magistratura locale per effetto delle negligenze in serie prodotte da apparati di sicurezza e diplomatici che stentano a comunicare fra loro né brillano per spirito d’iniziativa. Se vi sono colpe, pur solo di omissione, vanno individuate e i responsabili puniti. Dubitiamo che ciò accada: la vicenda del nostro console ad Osaka, rockettaro neonazista tuttora impunito, ci ricorda quanto possano le corporazioni quando sentono minacciati i loro privilegi.

Un passo avanti lo faremo quando cesseremo d’inventarci un mondo ideale, in cui vige il diritto internazionale, gli indiani valgono i somali, gli “alleati” agiscono di concerto. In cui gli Stati non battono moneta ma la cogestiscono in armonia, né sparano, perché siamo nell’èra della globalizzazione. In cui le frontiere non dividono ma affratellano. In cui gli europei lavorano gli uni per gli altri perché insomma siamo tutti europei. In cui noi italiani siamo concordemente amati perché brava gente che non fa la guerra nemmeno quando la fa, distribuendo equamente caramelle e pallottole.

In cui per sentirci grandi ci aggrappiamo alla tavola dei Grandi, pronti ad apparecchiarla e sparecchiarla pur di esserci, in quella stanza e su quella sedia, non importa se nell’altrui indifferenza.

Nessuno ci impedirà di crogiolarci nel comodo teatrino che abbiamo allestito a misura della nostra ignavia. E di continuare a sorprendere i detrattori per la nostra abilità, una volta toccato l’orlo del baratro, di improvvisare un’acrobazia in extremis, finché non ci spezzeremo l’osso del collo. Produrremo di certo altri eroi, della cifra di Falcone o di Calipari. Tutto pur di non scendere a patti con la realtà. E con le responsabilità che ne derivano.

Davvero pensiamo di poterle sempre addossare a Mamma America o alla mitica Europa? D’accordo. Ma almeno evitiamo di sorprenderci.

Lucio Caracciolo
Fonte: www.repubblica.it
10.03.2012
 

Pubblicato da Davide

  • Tao

    I due fatti ben noti che hanno vivacizzato le pagine “estero” dei quotidiani italiani di questi giorni, il ridicolo blitz inglese in Nigeria – che è costato la vita ad un ostaggio italiano- e l’arresto di due militari italiani in India – accusati di aver compiuto omicidio in acque internazionali- evidenziano come il peso internazionale dell’Italia sia oggi ai minimi storici.

    Con la fine del governo Berlusconi in molti si erano illusi: impossibile raggiungere quella sensazione di carnevale permanente che sembrava pervadere la reputazione dell’Italia all’estero in quei giorni, se non altro allegri; a quanto pare non è così e l’influenza, nonché il credito, che la nostra diplomazia (e con essa i nostri interessi) ha fuori dai confini della penisola è sotto lo zero. Nessuna tutela per i militari accusati di illegalità (forse legittimamente), ma in acque internazionali non di competenza indiana; nessun coordinamento (e nemmeno un messaggio) prima della grottesca azione britannica nel tentativo di liberare gli ostaggi. Il governo Monti rappresenta probabilmente il grado più basso della considerazione che ci viene accordata nel mondo. E questo per una serie di motivi, cronici e congiunturali.

    Le radici che determinano la leggerezza internazionale del nostro Stato giungono da lontano: oltre cento basi militari NATO/USA presenti sul nostro territorio hanno negli anni tolto ogni velleità sovrana ai “distratti” ministeri italiani; se furono istallate all’epoca della guerra fredda, durante la quale l’Italia riuscì anche a ritagliarsi un piccolo ruolo di avanguardia sulla cortina di ferro, avendo in cambio un ruolo più deciso nel Mediterraneo, con la fine di quella e i confini del “grande gioco” eurasiatico spostati più a est, l’Italia rimane semplicemente periferia dell’alleanza atlantica: non periferia geografica, ma geopolitica, con la funzione di “granaio” (vedere il caso FIAT) per il centro del sistema di alleanza.

    A queste motivazioni permanenti di debolezza, comuni a quasi tutta Europa (le basi sono diffuse ovunque e ospitano anche le proibite armi atomiche [1]) dobbiamo inoltre sommare le questioni congiunturali che fanno dell’Italia di oggi un attore internazionale di scarsissimo impatto.
    Il compito dell’esecutivo Monti di attuare riforme e politiche richieste dall’esterno è infatti un ulteriore elemento di indebolimento della voce e degli interessi italiani. Una sfilza di scelte, fatte da un governo non legittimato dalla sovranità popolare, che rispecchiano volontà estranee al tessuto sociale nazionale, non possono non rovesciarsi sulla poca sovranità nazionale rimasta, minandola alla base.

    Proprio in questi giorni attraverso decreto il governo ha accontentato le richieste delle istituzioni UE togliendo la “golden share” (praticamente il controllo statale) in ambito di telecomunicazioni, energia e trasporti. In questo modo apre il mercato a grandi corporazioni basate in Europa che, se pur non agiranno nell’immediato causa la crisi economica e la scarsa liquidità, presto assalteranno aziende che sino ad ora erano considerate centrali per i settori strategici da difendere. E a ragione: questa aria di smobilitazione è proprio ciò che crea il vulnus di credibilità, colpendo nel peso e nella proiezione internazionale italiana e mediterranea, come abbiamo potuto pure appurare a causa del trattamento riservateci dalle agenzie di rating (agenzie private, statunitensi).

    La mancanza di sovranità popolare interna (che sarebbe addirittura garantita dalla Costituzione) va in questo modo ad influire anche sulla sovranità nazionale esterna: se non si proteggono i settori strategici, se ci si adegua ai diktat esterni (operazione inevitabile se non ci si crea collegamenti “sovrani” con Paesi emergenti e/o vicini), l’influenza e la voce in capitolo dei nostri diplomatici e rappresentanti diminuisce sempre di più. Per assurdo, probabilmente, aveva più peso a livello internazionale il governo Berlusconi, dati i legami stretti (a quanto pare e purtroppo soprattutto a livello personale, quindi con pochi vantaggi a lungo termine per il Paese) con la Russia di Putin, come ci dimostrano le allarmate opinioni degli analisti governativi statunitensi (questione energetica e rapporti Eni-Gazprom).

    Troncati quei rapporti, per accontentare il centro del nostro sistema di alleanze (Usa) e i satelliti più vicini (Gran Bretagna), ci troviamo di nuovo a fari spenti nella notte della sovranità italiana. L’elaborazione di una strategia di lungo periodo, che abbia come centro d’interesse le prerogative dell’Italia e il Mediterraneo si rende urgente e necessaria: lo studio e l’approfondimento della geopolitica nel nostro Paese può essere quindi di fondamentale importanza per illuminare il nostro futuro.

    Matteo Pistilli (redattore di Eurasia, rivista di studi geopolitici)
    Fonte: http://www.eurasia-rivista.org
    Link: http://www.eurasia-rivista.org/la-lunga-notte-della-credibilita-italiana/14155/

    11.03..2012

    Note:

    1]In cinque chiedono il ritiro delle armi atomiche Usa dal proprio territorio, Matteo Pistilli, eurasia-rivista.org: http://www.eurasia-rivista.org/in-cinque-chiedono-il-ritiro-delle-armi-atomiche-usa-dal-proprio-territorio/3328/

  • maristaurru

    Ci sono mali antichi, di sempre, ma ora abbiamo un Governo che sostituisce il coro degli anti berluscones, protato avanti con evidente ( non so fino a che punto inconsapevole) intento di andare contro gli interessi del proprio Paese, Chirac e Mitterrand per le loro avventure nei sacri palazzi non furono bersagliati come berlusconi, i francesi non si sono date tafazziane botte sui santissimi, qui c’era l’interesse per farlo e lo si è fatto, con la solita immbecille inconsapevolezza. Nella stessa scia io vedo mettersi rappresentanti di governo che come Il ministro Elsa Fornero arrivano a sputare sul piatto si cui mangia, visto che sono questi “pelandroni mangiaspaghetti ” degli Italiani che si sfiancano per pagare a burokrati, politici e tecnoburokrati stipendio ed emolumenti che nessuno al mondo è tanto delinquente da pretendere, simili fiori nascono solo in Italia. E la coccodrilla inconsapevole così e ne esce: “Non si può dare il salario minimo agli italiani, o si siederebbero a prendere il sole e mangiare pasta al pomodoro”.
    Capisco che noi la manteniamo, anzi LI MANTENIAMO a pasta al caviale a 180 euro a porzione ( Lusi) , ma perchè non ci ringraziano invece di insultarci? Siamo noi che disprezzano i “Grandi” o è lor signori che disprezzano , visto che i nostri giovani che vanno a lavorare fuori di Italia trovano ovunque quel rispetto che questi sciamannati non gli tributano?

  • cardisem

    «…Dubitiamo che ciò accada: la vicenda del nostro console ad Osaka, rockettaro neonazista tuttora impunito, ci ricorda quanto possano le corporazioni quando sentono minacciati i loro privilegi. …»

    Queste righe non mi piacciono.

  • cardisem

    «…Dubitiamo che ciò accada: la vicenda del nostro console ad Osaka, rockettaro neonazista tuttora impunito, ci ricorda quanto possano le corporazioni quando sentono minacciati i loro privilegi. …»

    Queste righe non mi piacciono.

  • cardisem

    «…Dubitiamo che ciò accada: la vicenda del nostro console ad Osaka, rockettaro neonazista tuttora impunito, ci ricorda quanto possano le corporazioni quando sentono minacciati i loro privilegi. …»

    Queste righe non mi piacciono.