La paura, la colpa e il tradimento. Dal lockdown al green pass.

Una profonda riflessione del Prof. Luigi Contadini sulla complessa realtà che viviamo

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Una dichiarazione di non colpevolezza

Riguardo al green pass, si parla spesso dei diritti degli altri da rispettare o dei doveri di ciascuno di noi verso gli altri o della necessità di non fare ammalare gli altri o di principi quali “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”: tutto ciò per giustificare l’esigenza della vaccinazione anti Covid che proteggerebbe non solo la persona vaccinata ma le persone che la circondano e, di conseguenza, si fa ricorso a paragoni presi dalle pratiche del vivere quotidiano (regolate dal codice civile e dalla consuetudine) come per esempio la necessità di non eccedere i limiti di velocità per non mettere a repentaglio la sicurezza degli altri.

Oltre alla palese impertinenza di porre sullo stesso piano il rispetto di regole condivise e accettate da tutti e un trattamento sanitario riguardante una terapia sperimentale che agisce sul corpo, questi ragionamenti, giustissimi in altri ambiti, non funzionano però nei riguardi del lasciapassare verde poiché si considera il non vaccinato come la possibile causa di un danno, ma non si tiene conto, invece, che la figura del non vaccinato come portatore di contagio o alimentatore di varianti è l’effetto di una narrazione imposta e accettata passivamente che dura ormai da parecchi mesi.

La funzione sociale del non vaccinato, dunque, è quella del colpevole che deve essere relegato e allo stesso tempo mostrato e combattuto (come avviene sempre in momenti di crisi e di sciagure). Di conseguenza, il green pass rappresenta una rassicurante dichiarazione di non colpevolezza che mette in secondo piano la sua pericolosità in termini di limitazione della libertà (compresa la libertà di scegliere le cure e le prevenzioni), di salvaguardia del proprio corpo, di discriminazione, di controllo sociale, di ricattabilità, di omologazione.

Considerando gli eventi che stiamo vivendo nel loro insieme, è possibile vedere una quantità di incoerenze, manipolazioni, ipocrisie, paternalismi, abusi di retorica, esasperazioni che rendono inaccettabile il moralismo ricattatorio di questa narrazione dominante. Ciò che conta è valutare le cose nella loro complessità e cercare di sfuggire alla trappola della polarizzazione facendo affidamento ad altri punti di vista articolati in base a conoscenze molteplici e all’insieme delle scienze, non solo quella medica, ma anche quelle umane e sociali.

Quali sono i principali fattori che hanno portato a questo stato di cose, all’introduzione del lasciapassare verde obbligatorio per tante attività e in alcuni casi per il lavoro?

L’autolegittimazione delle autorità
Le istituzioni democratiche, con le quali noi siamo cresciuti, sono ampiamente delegittimate, lo spirito costituzionale (e l’etica che ne conseguiva) si è perso da tempo, viviamo da almeno due decenni e mezzo in una continua epoca di emergenza (terrorismi, guerre, terremoti, emergenza climatica ed ecologica, la terribile crisi economica, ecc.) e i cittadini sono da anni sotto attacco dei media che esasperano e speculano su fatti gravi e meno gravi, il potere esecutivo sembra a volte sostituirsi al potere legislativo (a forza di decreti legge, Dpcm) o per lo meno i due poteri non sono più così separati come sarebbe necessario in una democrazia.

I provvedimenti presi dalle autorità, dunque, fin dall’inizio e compreso il green pass, non hanno avuto e non hanno lo scopo principale di difendere i più deboli, non perché siano stati commessi comprensibili errori, non perché ci siano state o ci sono incongruenze come è normale in questi momenti, tutti siamo stati colti alla sprovvista e tutti possiamo sbagliare, non perché alcuni politici non sono all’altezza, no, non per questo. Ma perché le autorità di fronte alle emergenze, alle crisi anche più gravi, adottano criteri ormai divenuti prassi consolidata: autolegittimazione (difendersi in anticipo per non rischiare di essere accusati e di finire nel mirino della pubblica opinione e dei mezzi d’informazione), conservazione del potere, salvaguardia di interessi economici e privilegi di alcuni settori della società, controllo sociale.

Nel nostro caso, le scelte delle autorità sono servite anche a coprire le carenze strutturali del sistema sanitario nazionale che ha subito tagli economici già da anni, con tendenze all’accentramento e riduzione di personale. Questi sono i veri scopi dei provvedimenti adottati, e solo successivamente, e con una buona dose di retorica e di paternalismo, si pensa ai più deboli.

È ovvio che la necessità primaria dell’autolegittimazione porta le autorità a prendere decisioni che a volte possono coincidere con le esigenze dei cittadini, ma si tratta di coincidenze che producono vantaggi momentanei ed effimeri, gli scopi rimangono diversi, questa differenza è fondamentale e non bisogna lasciarsi ingannare. I provvedimenti adottati per obiettivi diversi da quelli che si dichiarano hanno le gambe corte, come le bugie, e presto rivelano forzature e inefficacia. È stato così per il terrorismo recente, per le guerre in atto nel mondo, per i terremoti, per la crisi economica e del lavoro.

Perché non dovrebbe essere così per la pandemia? Proprio per questi motivi, in momenti così difficili, bisogna vigilare ed esercitare un pensiero critico ancora più attento e radicale.

Il pensiero unico e l’informazione destabilizzante
Da anni ormai le società sono tenute in scacco dai media con forzature ed esasperazioni che destabilizzano i cittadini. Su questa stessa linea, negli ultimi diciotto mesi, i mezzi di comunicazione hanno aumentato e mantenuto costante il grado di pervasività, di aggressività e di esclusione sistematica di ogni opinione diversa.

Quella che è stata messa in atto è una vera a propria strategia della tensione. Fin dall’inizio si è rapidamente diffuso sui principali mezzi d’informazione un pensiero unico che ha espunto ogni dibattito, ogni critica, ogni dubbio rispetto alla narrazione dominante su questioni che riguardano la pandemia, l’emergenza, i vaccini e tutto ciò che ne deriva. Le opinioni diverse da quelle ufficiali si recuperano solo negli spazi marginali, nei canali alternativi e poco influenti dal punto di vista mediatico.

Oppure le opinioni contrarie che invece vengono mostrate dai media in modo limitato e spesso distorto servono ad esibire il nemico e quindi a consolidare il pensiero unico al di là dei suoi principi e delle sue ragioni. E così ognuno crede di avere la sua piccola o grande verità, i suoi dati inconfutabili a cui fare riferimento e si radicalizza nelle sue posizioni trovando sicurezza nel conflitto. Clelia Di Serio, esperta di statistica medica, descrive il tratto principale dell’informazione di questi mesi con un neologismo significativo: “databullismo”, e sostiene che la maggior parte dei dati sulla pandemia diffusi dai media non è passata al vaglio di istituti di statistica, neanche per una minima elaborazione. Ma anche una parte consistente dell’informazione alternativa, tenuta scrupolosamente al margine, presenta miriadi di informazioni certificate, appoggiate da riconosciuti studi scientifici, da enti e istituzioni prestigiose, da medici affermati a livello internazionale.

Per questo motivo, ogni discussione, ogni acquisizione di informazioni dovrebbe muovere proprio da questa consapevolezza, da questa lucidità estrema, dal riconoscimento cioè che ognuno di noi, nessuno escluso, è influenzato irrimediabilmente da una comunicazione che è diventata il nostro habitat e da cui è sempre più difficile prendere le distanze, un’informazione che non si domina, ma da cui si è pervasi fino al midollo e che, inconsapevolmente, dispone le nostre parole, orienta i nostri bisogni e le nostre opinioni facendo leva sulle emozioni più recondite, sulle paure primordiali, come da diversi decenni ormai ci viene dimostrato scientificamente da un’infinità di studi e ricerche.

L’uso strumentale della scienza (medica)
Si sente spesso dire che “con la scienza non vale la democrazia” o che “la scienza non è democratica” o altre cose simili che pretendono di sostituire “la realtà scientifica” ai principi democratici.
Ma la scienza, come sostiene lo scienziato Richard Lewontin, non è neutra come comunemente si crede.

La scienza è plasmata dalla società perché è un’attività umana produttiva che ha bisogno di tempo e denaro, perché è guidata e diretta da quelle forze del mondo che esercitano il controllo sul denaro e sul tempo. Le forze sociali ed economiche determinano in gran parte ciò che la scienza realizza e come lo realizza. Per questo la scienza deve essere in linea con la democrazia e compresa all’interno di pratiche democratiche, e se viene utilizzata per assecondare fini diversi dovranno essere i cittadini ad opporsi.

La scienza, che è per sua natura fallibile e che crea oggi una sicurezza che domani viene già smentita, esige un approccio umile e prudente, che eviti decontestualizzazioni e trasposizioni in ambiti astratti e sovraordinati. Nella sua altissima capacità di specializzazione, la scienza medica (come tutte le discipline scientifiche) non è autarchica, non è in grado di vivere di luce propria, più che mai, invece, c’è bisogno di uno sguardo trasversale che permetta la possibilità di considerare e attingere ad una molteplicità di conoscenze (la comunicazione, la sociologia, la storia, la psicologia, l’economia, la politica, ecc., oltre alla medicina) e di integrarle.

Affermare che la scienza funziona al di fuori della democrazia vuol dire trasformarla in dogma e creare una giustificazione per applicare imposizioni arbitrarie. Nella fattispecie, in questi mesi, la virologia è diventata un filtro unico e strumentale con cui si guarda il mondo, fonte di equivoci provocati da uno sconfinamento aggressivo e grossolano. La scienza, anzi le scienze, frutto della nostra società (e integrate nella nostra società), devono essere in sintonia con la parte migliore dei nostri progetti presenti e futuri e con le migliori esperienze del passato.

La colpevolizzazione
Un fenomeno sempre presente in epoca di crisi e di calamità, spesso trascurato, è quello della colpevolizzazione, collegata ad un’idea distorta della prevenzione che consiste nel porre un’opzione ricattatoria sui comportamenti degli altri, meglio se ascritti ad una categoria con un nome preciso e ripetuto che diventa infamante e che è legittimo attaccare direttamente (no vax, negazionisti). Per proteggersi, dunque, si deve colpevolizzare, denigrare (a volte colpire) una categoria di persone che pensa in maniera diversa o fa cose diverse dalla maggioranza.

È un problema che è sempre esistito e per affrontarlo non si può utilizzare solo la lente della virologia perché anche la messa in atto di un principio medico prevede il coinvolgimento di questioni sociali, politiche ed economiche che possono avere il sopravvento e condizionare la nostra vita attuale e futura. Quando la prevenzione, di per sé utilissima, supera il limite lo si vede proprio dal processo di colpevolizzazione che ha bisogno di mettere in circolo, il quale, nonostante il momentaneo effetto rassicurante, funziona da pretesto per far passare, potenzialmente, qualsiasi tipo di provvedimento.

Nel caso della pandemia, la colpa è entrata in azione fin dall’inizio, alimentata dai media (con i suoi scienziati trasformati in personaggi televisivi) e dalle autorità, ha fatto presa immediata sul corpo sociale e ha colpito vari gruppi di persone: coloro che non stanno a casa, coloro che creano assembramenti, coloro che non usano la mascherina, i negazionisti, infine i non vaccinati e costantemente i giovani considerati incoscienti e irresponsabili. Anche il green pass (o l’obbligo vaccinale se dovesse essere approvato) va in questa direzione e tende a creare, per contrasto, una categoria di colpevoli oltre che di esclusi.

Basare la salvaguardia dei più deboli sulla colpa è un fatto gravissimo, un alibi che alimenta conflitti e radicalizzazioni senza limiti, odio e intolleranza e rende difficile la solidarietà proprio tra le persone più bisognose. La colpa è l’opposto della solidarietà.

Le cure domiciliari e i vaccini
Fin dai primi mesi dallo scoppio della pandemia, diverse centinaia di medici si sono riuniti in associazioni e hanno proposto cure domiciliari (basate su farmaci già diffusi e disponibili) che, secondo la loro testimonianza e quella di numerosi pazienti, attenuano i sintomi del virus in maniera tale da scongiurare la morte in un altissimo numero di casi ed evitando così di intasare gli ospedali. Ciò in contrasto con il protocollo ministeriale che predispone ai malati di Covid la “vigile attesa” con il solo supporto di paracetamolo o antinfiammatori.

Il mantenimento del protocollo ministeriale (nonostante il ricorso in tribunale) ha ottenuto due effetti: aumentare i ricoveri nelle terapie intensive per peggioramenti dovuti alla mancanza prolungata di cure (con alto rischio di morte) e l’attesa del vaccino come unica soluzione possibile. La campagna vaccinale basata sull’inevitabilità, su una propaganda a senso unico e sulla spettacolarizzazione ha avuto e ha, tra l’altro, la funzione di giustificare la mancanza di investimenti strutturali nella sanità e l’esclusione dei non allineati.

Per non parlare dell’enorme controversia che si sta sviluppando in ambito medico scientifico intorno ai vaccini anti Covid (che in realtà sono terapie geniche sperimentali): la legittimità della sperimentazione vaccinale su intere popolazioni, l’efficacia e la durata del vaccino, l’utilità della vaccinazione negli adolescenti, i danni collaterali anche gravi o fatali, l’opportunità di vaccinare durante la pandemia ancora in atto, lo sviluppo delle varianti, la differenza di contagiosità tra vaccinati e non vaccinati (che a quanto pare non esiste anche secondo alcuni dei più accaniti sostenitori dei vaccini).

Idee diversissime tra gli esperti esistono anche sull’efficacia dei tamponi per individuare positivi o possibili portatori di contagio. Ma un mini green pass era già presente in Italia fin dal luglio del 2017 quando, con un decreto d’urgenza, la ministra Beatrice Lorenzin del governo Renzi ha reso obbligatori alcuni vaccini per consentire ai più piccoli di accedere ad asili e scuole. In precedenza, nel settembre del 2014 la ministra aveva partecipato alla Global health security agenda di Washington nella quale l’Italia era stata scelta come paese capofila per le vaccinazioni nel mondo.

Nel frattempo, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) con un documento sui vaccini del luglio 2016, ribadiva che un medico che sconsiglia o esprime pubblicamente dubbi sull’efficacia di un vaccino viola il codice deontologico (e rischia quindi di essere radiato dall’albo), creando così un fronte compatto tra i medici escludendo il dissenso.

Il decreto d’urgenza del 2017, dunque, aveva uno scopo principalmente politico: bisognava ottemperare impegni internazionali. Se la ministra avesse avuto veramente a cuore la salute dei più deboli, invece di imporre l’obbligo avrebbe aperto un dibattito sulle nuove forme di relazione e di conflitto che si vanno delineando tra scienza medica e società e avrebbe dato disposizioni per risolvere gli aspetti critici delle vaccinazioni su cui si discuteva da tempo e che creavano perplessità o rifiuto in alcune famiglie: garanzia di riscontri e trasparenza delle informazioni nei casi di reazioni avverse, flessibilità nelle tempistiche e nelle modalità di somministrazione, informazioni chiare e possibilità di scelta riguardo le case produttrici.

Considerazioni ragionevoli (non certo contrarie ai vaccini) su cui si poteva discutere pubblicamente ed arrivare a soluzioni ampiamente condivise e rassicuranti (tanto più che in questo caso si trattava di vaccini collaudati e diffusi da anni), evitando così uno scontro sociale che invece si è puntualmente verificato. In quel momento è stato creato il contenitore dei no-vax utile ad appiattire e svilire qualsiasi dibattito o pensiero critico e ad assimilare idee diversissime attraverso volgari semplificazioni; e in quel momento alcuni virologi sono apparsi in televisione senza più abbandonarla.

La paura e il tradimento
La paura, una paura atavica si è impadronita di molte persone, anche di quelle che di solito esercitano un pensiero critico e non si accontentano delle versioni ufficiali. A lungo andare la paura si è trasformata in uno stato continuo di inquietudine e di apprensione.

Molti hanno anteposto la propria paura ad una visione storica e politica del fenomeno, cedendo al ricatto di privarsi di alcune libertà in cambio di maggior sicurezza, dimenticandosi del principio che la libertà non è barattabile e che la sicurezza ottenuta in quel modo è effimera e inefficace, una scusa per esercitare un maggior potere sui cittadini.

Proprio nel momento più importante è venuta meno l’opposizione politica, un vero tradimento. Molte persone hanno assimilato il linguaggio del sistema dominante (fino a quel momento rifiutato e combattuto) replicando polarizzazioni, etichette e atteggiamenti denigratori contro chi la pensa diversamente, e senza accorgersi del costituirsi di un immaginario simbolico intorno alla pandemia il quale, con la complicità dei media e delle autorità, ha suscitato e suscita, come scrive Francesco Benozzo, una sospensione dell’incredulità, strategia inconscia per sentirsi parte di un insieme e per mascherare la perdita irreparabile di quegli antichi principi con cui siamo cresciuti.

Altre persone, invece, pur diffidenti e perplesse di fronte alle soluzioni delle autorità, preferiscono rimanere in una posizione defilata forse per timore di essere confuse con un ambito politico avverso e da sempre osteggiato e di essere ricondotte nel contenitore dei nemici attraverso la nomina infamante di no-vax o di negazionisti. Ma la bontà di un principio non viene inficiata dal fatto che anche altri, magari per obiettivi diversi o con malizia o per gettare discredito, dicono di sostenere le stesse opinioni.

È un fatto preoccupante, tra l’altro, indicare come negazionisti coloro che relativizzano i danni del virus o della pandemia o che semplicemente hanno perplessità o contrarietà nei confronti delle politiche di prevenzione, per il rischio che siano assimilati ai negazionisti della Shoah, poiché significa svilire l’irresponsabilità di questi ultimi.

Allo stesso modo, si riconduce al contenitore no-vax una varietà di persone dalle idee diversissime, la maggior parte delle quali affatto contraria ai vaccini, ma solo a questo vaccino o alle speculazioni, ai ricatti e alle coercizioni che intorno a questo vaccino sono stati generati. Ma ecco che all’interno del contenitore il dissenso si spegne, le articolazioni che motivano le differenze di opinione vengono meno poiché risultano livellate e confuse, assimilate alle grida populiste che è facile mettere alla berlina in un atto di condanna collettivo.

Oltre alla questione biopolitica, un altro fattore molto evidente è il cambiamento politico a livello globale. Un cambiamento che è il culmine, la sommatoria di un processo non certo iniziato col Covid, ma che ora, con la gestione della pandemia e la campagna vaccinale, trova il suo compimento e allo stesso tempo il suo punto di svolta e si pone su una linea di continuità con una serie di eventi nefasti accaduti nel passato recente: dalla guerra preventiva in Iraq per esportare la democrazia alla gestione della crisi economica ancora in atto, dalla guerra in Siria alle politiche del lavoro in molti stati occidentali, dai tagli al sistema pubblico alla gestione della questione palestinese, ecc.

È lo stesso sistema, a volte composto dalle stesse persone, affiancato da un tipo di comunicazione che funziona in modo simile (il vero braccio armato del sistema) orientato a favore dei settori privilegiati della società il cui denominatore comune è l’opportunismo senza scrupoli con tutte le sue conseguenze, non un’etica condivisa, non la solidarietà o la difesa dei più deboli. Come afferma WuMing, nel rifiuto o nella perplessità a vaccinarsi vanno riconosciuti dei nuclei di verità, cioè l’anticapitalismo -a volte esplicito, più spesso inarticolato e inconsapevole- che vi si esprime.

Le restrizioni squilibrate
Le restrizioni, in maniera sproporzionata e spesso ingiustificata, hanno creato nei cittadini uno stato di avvilimento, di malessere, di insofferenza (anche in coloro che ritengono le limitazioni necessarie) e un desiderio fortissimo di tornare a svolgere una vita normale anche ad un prezzo alto.

Queste restrizioni hanno colpito la parte molle del paese, quella che non ha potere contrattuale o non ha potere affatto e costituisce la parte più fragile eppure fondamentale della società: scuole, attività formative e ricreative, associazioni sportive, circoli culturali, musica e teatro, ma anche le microimprese, i negozi, i ristoranti e tutte quelle attività commerciali, artigianali e di servizi che vengono gestite spesso a livello individuale o familiare.

Tutto quel mondo che crea tessuto culturale e affettivo fondamentale per mantenere alto il livello di democrazia, che crea solidarietà e socialità, uno strato di protezione nei confronti di derive violente, radicalizzazioni, delinquenza e senza il quale sarebbe molto più difficile aiutare coloro che hanno bisogno di assistenza. Sono stati lasciati invece fuori controllo, di fatto, i settori più forti della società, quelli con molto più potere contrattuale. Con la didattica a distanza e la sospensione delle attività formative e ricreative, tanti giovani in difficoltà e magari con poche possibilità di essere seguiti a casa, sono rimasti indietro e rischiano di non poter recuperare.

Siamo di fronte, quindi, a un pericoloso paradosso: il sistema impone una serie di misure restrittive per proteggere i più vulnerabili, ma in realtà lo fa attaccando un sistema socioculturale che è proprio quello che garantisce la protezione dei più deboli, anche nell’immediato.

Noi siamo cresciuti in un’epoca di sviluppo e abbiamo visto come proprio attraverso le libertà e i diritti molte persone, dal dopoguerra ad oggi, abbiano avuto accesso alle cure, abbiano potuto usufruire di ospedali pubblici, siano migliorate dunque le condizioni generali di vita. Per questo stesso motivo non si può pensare di salvaguardare la salute derogando quei principi che invece l’hanno fino ad oggi garantita e rafforzata, vorrebbe dire creare un cortocircuito fatale proprio per i più bisognosi. Libertà e salute non si possono scindere poiché la libertà del corpo è la base della sua salute.

Se i bambini e i ragazzi non vanno a scuola e non svolgono le loro attività formative e ricreative subiscono dei danni che vanno molto al di là dello sconforto che la proibizione può provocare. La posta in gioco, infatti, non è solo la salvaguardia attuale della salute di tutti, ma anche la società futura, in particolare nel modo con cui si prendono le misure di sicurezza.

Oltre alla salute pubblica è il futuro dei più giovani che viene delineato, e le due cose sono strettamente collegate. Che società siamo in grado di garantire per le generazioni future, quale sarà la nostra eredità? Una società dove il distanziamento sociale (che non finirà presto, come hanno precisato più e più volte le stesse autorità) diventa la caratteristica delle relazioni umane, una società meno libera, meno critica, meno attenta alle ingiustizie e ai grandi temi etici della contemporaneità. In quest’ultimo anno e mezzo il sistema neoliberista, sfruttando l’emergenza sanitaria, ha fatto un salto in avanti come non era mai successo e sono aumentate le sperequazioni sociali anche nei paesi considerati più ricchi e, come denuncia Greenpeace, sono cresciute in tutto il mondo le spese militari (proprio in epoca di pandemia).

Certo, è un processo in atto da tempo, ma che in questi mesi sta trovando nuove modalità e nuove tempistiche di realizzazione. Non riguarda tutto ciò la difesa dei più deboli?

Come mai, per esempio, non è stato avviato un dibattito in seguito alle notizie divulgate in vari paesi d’Europa (in Spagna a fine novembre 2020), anche nei mezzi d’informazione di massa, secondo le quali (in seguito a ricerche documentate) i bambini e gli adolescenti non solo generalmente si ammalano poco e in maniera non pericolosa, ma hanno una capacità di trasmissione del virus, di contagiosità, molto inferiore a quella degli adulti. Non valeva la pena per lo meno discuterne? Stessa cosa per la decisione, nel luglio 2021, del Tribunal Supremo spagnolo di dichiarare incostituzionali le misure più dure dello stato di emergenza.

Il risultato di tutto ciò, di cui poco si parla (ma ogni giorno escono notizie nuove al riguardo per chi le vuole cercare), è un aumento esponenziale di problemi psichiatrici di ogni tipo negli adolescenti e nei bambini, un aumento dei suicidi tra i giovanissimi, e un’infinità di problemi legati alla crescita che rischiano di segnare per sempre la vita di molti ragazzi e ragazze.

Un documento dell’ONU che si riferisce all’intero pianeta (aprile 2020) parla di “catastrofe educativa” dovuta alla didattica a distanza nelle scuole: emarginazione, mancanza di integrazione, abbandoni, involuzione generale e perdita anche della consapevolezza sui temi etici: la salute appunto, la responsabilità, l’ecologia, il rispetto delle minoranze e delle diversità, le questioni di genere, la memoria storica.

A tutto ciò bisogna aggiungere gli anziani che sono morti soli e abbandonati in casa o negli ospedali senza il conforto fondamentale dei familiari perché era stato loro proibito ogni avvicinamento, e sono morti, spesso, anticipando una fine magari non imminente, proprio perché rimasti soli. A protestare con lettere accorate, per esempio (secondo testimonianze provenienti dalla Campania nell’ottobre 2020), sono stati anche familiari di disabili con disturbi cerebrali, rimasti confusi e impauriti in un letto d’ospedale, separati dagli affetti familiari che costituivano l’unica fonte di conforto.

E che dire del divieto, in alcuni periodi e in alcune parti del Paese, di celebrare i funerali e così di integrare simbolicamente nella comunità dei vivi la memoria dei nostri defunti? Pezzetti di civiltà che sono stati strappati. Infine, vari reparti di molti ospedali si sono visti ridurre i fondi necessari per le normali cure perché dirottati sui reparti Covid o, in altri casi, a causa della necessità del distanziamento, sono stati tagliati posti letto senza che quei fondi venissero poi reinvestiti nello stesso reparto lasciando drammatiche lacune (in alcuni periodi dei lockdown i decessi per malattie cardiovascolari, per esempio, sono aumentati sensibilmente).

È sorprendente come di fronte a questi danni incalcolabili, di cui abbiamo proposto solo un campione, molti reagiscano con spiegazioni o giustificazioni intrise di fatalismo: dispiace, ma non si poteva fare altrimenti, era inevitabile…

No, non è così, non esistono minoranze sacrificabili. Il calcolo rischi / benefici è una modalità troppo cinica e spesso fondata su ipotesi e non sempre sono chiari gli esiti. Le minoranze non sono mai sacrificabili.

Le azioni che si devono intraprendere in momenti di crisi devono partire proprio dalla salvaguardia dei più deboli, ma di tutti i più deboli inclusi coloro che potrebbero essere danneggiati gravemente proprio a causa di decisioni sbagliate.

È per questo che i provvedimenti, anche i più urgenti, dovrebbero essere articolati in maniera trasversale intorno ad alcuni diritti fondamentali e non contro di essi, con la consapevolezza che ogni scelta comporta necessariamente ricadute, a breve e a lungo termine, che bisogna prevedere.

La vita di prima
Basterebbe uno solo di questi motivi per avere dei dubbi sulla pericolosità del non vaccinato come di colui che diffonde il virus e quindi sulla reale utilità del green pass (o della vaccinazione obbligatoria minacciata da più parti) e per mantenere un atteggiamento prudente e rispettoso.

Il non vaccinato viene attaccato perché in lui è riconosciuto il colpevole, figura imprescindibile in tempi di crisi e di sciagure collettive, colui che si può condannare moralmente, il nemico che bisogna relegare, esibire e attaccare (e che, di solito, solo molto tempo dopo viene scoperto innocente).

La certificazione verde, dunque, esprime la necessità condizionata di sentirsi in ordine e liberi da colpe e poter recuperare al più presto lo stile di vita di prima. Ma, forse, proprio cadendo in questa trappola “la vita di prima” rischia di diventare sempre più un miraggio.

 

Prof. Luigi Contadini, Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne, Università di Bologna

 

Pubblicato da Giulio Bona per ComeDonChisciotte.org

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