Il Preludio, la rivoluzione di Chopin

Di Sara, ComeDonChisciotte.org

Sono le 6 di mattina mi sveglio per il mio primo giorno di lavoro. Salgo in macchina e dopo anni da pendolare, mi trovo a guidare l’automobile per andare a lavoro. Guardo il lato positivo e trovo in me la motivazione di iniziare un percorso di lavoro. Mi dirigo verso la fabbrica, entro e vengo affiancata per tutta la giornata dove mi spiegano il da farsi. Nella mia squadra non parlano la mia lingua e mio malgrado rimango in silenzio. Arriva l’ora della pausa, e mi dirigo verso l’auto parcheggiata fuori.

Rientro e continuo a lavorare, sono sprovvista di guanti, che non avevo portato da casa e nessuno sembra preoccuparsene. Le mani sono appiccicose e non riesco a trattenere il bisogno di lavarmi. Decido di andare in bagno, “e velocemente!”, mi viene detto ritorno al mio posto, in piedi. Rientro e le successive quattro ore passano. E’ l’ora di uscire, e con un’azione repentina chiedo cosa sta accadendo. Mi dicono che si resta a lavoro fin quando il lavoro non è terminato.
L’ordine non è finito e il supermercato, aspetta un carico già concordato. Si continua, in piedi e guardando in alto vedo che il Sole inizia a calare e la luce affievolirsi dietro alle grandi vetrate. Il mio primo giorno di lavoro termina dopo 10 ore e l’orario si ripeterà, fino a 12-13 ore per i successivi mesi.

Stanca, al ritorno in automobile cerco di distrarmi e ascolto il Preludio di Chopin.

Il preludio è un brano breve che può essere un’introduzione ad un componimento musicale o semplicemente un inizio con una fine di lì a poco.
La mente scivola altrove, provo ad immaginare come un compositore descrive sentimenti differenti, prima uno slancio di gioia con note più acute e poi ricadendo nella nostalgia con note più gravi. Guardo dal finestrino. Stavolta il suono mi accompagna nel pensare a parole nuove. Non più senza voce, parole forti, miti che proseguono lievi. La vista di un uomo a passeggio con un cane, mi ricorda la fedeltà di un amico e la tranquillità. Perché tra il vivere e il riferire la vita, nel mezzo c’è il profondo, incoscienti di una sensibilità che può cambiare tutto.

Inizio a pensare a un suono che potrebbe descrivere quei sentimenti contrastanti, squilibrio, ombre e ricordi. Perché un suono, un colore, una forma è reale solo fino a quando diventa un significato, un sentimento? Un sentimento a due voci, una voce che accompagna l’altra e canta fino a morire insieme in un accordo. Il canto è la voce narrante, che diventa una vibrazione nell’aria. Un momento di estasi, prima trascritta in note e valori che passa all’azione, fugace. Veloce e lieve.

Chopin inganna la composizione retorica, la stravolge e di suo genio, crea il preludio. Un componimento il Prelude in E-Minor (op.28 no. 4), composto di 24 brani, scritti tra il 1835 e il 1839. Ventiquattro brani per ogni tonalità. Sorpassa l’ouverture ad un’opera sinfonica e scrive brevi brani, intensi e sfumati.

Colorare un sentimento di gioia, passione, dolore, sintetizzato in una tonalità che racchiude al suo interno le variazioni tonali e armoniche per la sua comprensione. L’irrazionalità esce allo scoperto con segni di valore e toni musicali racchiusi in un pentagramma. Uno spartito da ascoltare come una musica e un preludio da guardare come un’opera astratta.
Ma nel preludio di Chopin c’è la sintesi del tempo, che corre, si arresta e riprende faticosamente, dolorante. Il tempo in cui compone i suoi brani, è il Romanticismo, così chiamato per la forma artistica passionale in cui l’artista metteva a nudo i sentimenti interiori, fino ad ora celati in simbolismi religiosi.
La musica è l’attimo, quel momento che il pittore dipinge sulla tela, lo scultore fa emergere dalla materia, fissato nel tempo e nello spazio. Con la musica lo spazio acquista una forma, un’inquietudine risale e si fissa nell’aria, per rientrare e custodire dentro di se.
Tra una moltitudine di note espresse in tonalità differenti, la percezione più affine è la nostalgia profonda, come le memorie storiche descrivono, per la patria Polonia da cui il compositore si trova lontano. Era dunque un patriota, Chopin? Un sentimento che legava quasi tutti nel secolo ottocentesco, protagonista il teatro, unica scena di visibilità delle minoranze che potevano con mezzi espressivi, farsi rappresentazione di una classe minore.

La musica da camera è così non solo intrattenimento per i nobili, ma per gli intellettuali e gli artisti, è il luogo d’incontro, per discutere di politica, per riunire quel popolo che attraverso la pittura impressionista rompe gli schemi, e attraverso il teatro muove l’Europa. Un salotto in fermento dove la musica era la passione per la costruzione di una nuova società che da contadina si avvicina all’epoca industriale. Un palcoscenico con un piano e il suo artista che attraversato da profonde sensibilità e matematica armonia, veleggia note che si infrangono nelle tende di una finestra da spalancare.

Continuo ad ascoltare il preludio di Chopin, con questa certezza. Potrei scrivere e descrivere sentimenti, metaforicamente parlando con impetuoso romanticismo: alberi piegati dal vento forte, l’aria irrespirabile e pesante intorno a me, il senso che si è tramutato in illusione, popoli allo sbando e oggetti di una grande scacchiera, e potenti suoni veloci e irriducibili sogni, finiscono in un appassionata scala di re minore.
Ma in fondo cos’è un preludio di Chopin, se non una dichiarazione di libertà, una scrittura poetica che come un vestito ogni pianista può adattare al proprio corpo e attraversato da sentimenti di oppressione, libera l’invito alla vita più esclusiva e autentica.
Il prossimo brano di Chopin, di cui il celebre commento di Schumann “Se lo ‘Scherzo’ indossa già queste vesti oscure, che abiti dovrebbe indossare l’austerità?”

Arrivo a casa, ed è già l’ora della cena.
Il giorno successivo mi procuro un paio di guanti e abiti peggiori. E tutto ricomincia come da copione.

E’ un racconto noioso, scandito da una realtà ripetitiva, ai limiti della stanchezza. Non c’è ristoro nemmeno negli sguardi per l’italiana, forse un po’ di invidia per la sua compostezza. Glaciale e attonita continua a lavorare. Non è ben accetta dalle operaie e il primo giorno la signora gentile e premurosa nell’insegnamento, con dolcezza parla di una “patria straniera”. Lei dentro quelle mura era “l’italiena”.

Le viene in mente Chopin, quando nei salotti nostalgico suonava il preludio. Iniziò a sentirsi straniera, diversa come lo era sempre stata, probabilmente per la sua sensibilità, non dette peso a questo appellativo e continuò a guardare dalla finestra il Sole che tramontava dietro le dolci colline toscane come ogni giorno, intonando un preludio di Chopin.

Esco dal teatro e mi chiedo cosa mi stia succedendo. La musica e il teatro mi raccontano storie, diverse ma simili. Se l’arte è stata, in verità rottura col presente e visione per le generazioni future, oggi cosa rimane della sua passione? Forse ci resta la necessità di creare una nuova umanità, che nel teatro come nella vita faccia la propria parte.

Di Sara, ComeDonChisciotte.org

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org