Il divieto di vivere

 

Di Saura Plesio (Nessie)

Il 31 gennaio  ricorre un anniversario che ogni italiano farebbe bene a ricordare anche se non vuole, perché è stato l’inizio della sottrazione della nostra libertà: la Gazzetta Ufficiale del 2020 pubblicò il piano d’emergenza sanitaria del governo Conte2-Speranza. Le clausure iniziarono più tardi, verso il 9 marzo, cioè il giorno dopo la Festa della Donna, ma chi ha fatto scrivere sulla GU il piano emergenziale, sapeva già bene dove voleva andare a parare. Sono stati tre anni maledetti e non ne siamo ancora fuori. Però, visto che si parla tanto di memorie relative a crimini avvenuti quasi un secolo fa, è bene ricordare anche i torti, le malversazioni e i soprusi recenti. Specie se nessuno dei responsabili ha finora pagato il giusto prezzo delle sue colpe.

Chi vuole seguire qualche racconto fatto in quegli anni può andare all’archivio di questo blog del 2020, 21, 22, dove ci sono commenti indimenticabili, da parte dei miei ospiti. Ma più d’ogni altra cosa, contano le impressioni ed emozioni personali di quel periodo, quelle che ci sono rimaste dentro prigioniere  e cristallizzate in una sorta di confinamento perpetuo. Sembrerà strano, ma  colsi  d’istinto due o tre cose rivelatrici che la masquerade fosse stata preparata anzitempo: la canzone di Sanremo vincitrice fu “Fai rumore” di un certo Diodato, mai sentito nominare prima di allora. Ecco le parole galeotte e allusive: Ma fai rumore sì/ che non lo posso sopportare/questo silenzio innaturale.

Da notare che la macchina sanremese del febbraio 2020 andò avanti, nonostante alcune avvisaglie sanitarie già in atto. Pecunia non olet e può perfino sfidare la forza dei virus.

 
Un altro elemento che mi insospettì circa la finzione era lo slogan mondiale “Andrà tutto bene“. E’ mai possibile che  tutti i coglioni  del globo debbano scrivere la stessa cosa in tutte le lingue? Certo, le pecore sono conformiste, ma deve pur esserci stata una regia occulta per tutto questo magico sincronismo, una cabina di regia  che passa sopra ad ogni cosa. Tutti saltellano e cantano dal balcone all’unisono, con lo stesso slogan? E che c’era da festeggiare nello starsene segregati in casa?
Anche la chiesa fece la sua parte di mistificazione. Bergoglio  attraversò le piazze solitarie di una Roma notturna e  surreale, mentre le note della canzone “Fai rumore” diventata già colonna sonora, accompagnavano il suo faticoso incedere, nei servizi di reportage televisivi. Quando vidi le code in farmacia che parevano quelle dei paesi comunisti prima che cadesse il Muro, code ai supermercati con persone zombificate al carrello come nei film horror di Romero, capii subito che eravamo dentro una macabra farsa più grande di noi.
  Una sorta di drammatico Truman Show nel quale le nostre vite avevano la funzione di una recita carpita e manipolata altrove. C’era la foto-simbolo,  quella destinata ad andare per il mondo come durante le rivoluzioni colorate: una povera infermiera stanca morta per i turni che crolla davanti a un computer, la citata canzone divenuta la  traccia sonora di quel periodo. Ogni sera in tv  comparivano  le brutte facce di Rezza dell’Istituto Superiore di Sanità, di Angelo Borrelli di quella Protezione Civile fondata dal fu valoroso Giuseppe Zamberletti detto Zambo di Sacromonte sopra Varese, passata poi tristemente nelle mani di maneggioni del Sud. Di Domenico Arcuri Commissario Straordinario per l’attuazione delle misure per il contenimento dal Covid-19, implicato poi nello “scandalo mascherine”.
Poi fu la volta della parata delle virostar che si contraddicevano a vicenda.
Ma soprattutto c’era Conte  che, per l’evenienza,  usò toni gravi  da statista (quale non è) alla Churchill parlando dell'”ora più buia”. Giuseppi, con la pochette e ciuffo spettinato ad arte come un gagà pugliese che, alle 5 della sera di ogni sera,  invitava con impudenza a scaricare i moduli dei famigerati Dpcm come se fosse obbligatorio possedere per tutti un computer e una stampante. Poi minacce di sanzioni su minacce (“vi sarà consentito, non vi sarà consentito”).  Multe se non avevi la certificazione, se violavi il coprifuoco, se varcavi un comune che non era il tuo.  Moniti severi, a chi andava troppe volte ai supermercati, unico svago consentito.  Perfino se avevi la sventura di essere un’ inerme vecchietta che usciva dal cimitero (peraltro zona vietata). Multe per un preticello di campagna, reo di officiare la Messa e di somministrare l’Eucarestia ai suoi fedeli. Multe se un barista misericordioso osava offrirti un bicchiere d’acqua minerale e il servizio alla toilette. Ah sì, perché tra i tanti divieti di vivere, amare, passeggiare, pregare, mangiare, giocare, correre,  fare sport, c’era anche quello di fare i bisogni, come se volessero umiliare e barbonizzare la popolazione,  privandola d’ ogni dignità.
Con mio grande sgomento, cercai almeno un rifugio spirituale in una chiesetta di campagna, ma erano tutte sbarrate, come sbarrati erano gli ambulatori medici. Gli artefici della cura del corpo si erano dati pavidamente alla macchia, come pure quelli dello spirito.
Tutti ricorderanno che durante i primi mesi, le mascherine erano introvabili, dato che erano diventate oggetto di speculazione affaristica. Un ministro così oculato e attento come Di Maio, le aveva spedite in Cina quale atto di beneficenza, mentre i reparti ospedalieri ne erano sprovvisti.  In seguito, perfino le griffe di alta moda si misero a produrre mascherine, camici, berretti, calzari…Insomma, tutti gli strumenti del galeotto sanitario, quale forma di  riconversione tessile e produttiva. Che creatività e che stile, da vero made in Italy!  Improvvisamente l’introvabile mascherina divenne uno strumento così indispensabile che davano la multa se non la mettevi anche per bere un bicchiere d’acqua minerale. Inoltre,  i fautori dell’Italia democratica, unita, indivisibile e antifascista, suddivisero le regioni della Penisola in colori, laddove i contagi erano considerati più alti: bianco, giallo, arancione, rosso, a seconda della gravità dell’indice dei contagi per cifre diramate sempre da loro. Una vera guerra dei colori e dei numeri. 
La fase 2, quella di Draghi, (sempre con Speranza al suo posto), legata ai “salvifici”  vaccini, non andò meglio per  i  renitenti all’inoculazione. Il suo gelido e terribile motto “Non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire”, suonò come il monito delle alte massonerie che si arrogavano il supremo diritto di vita e di morte su di noi.  Il problema è che  quel “ti ammali e muori” di draghiana memoria avvenne sì, ma soprattutto dopo le vaccinazioni mRNA. Parlano chiaro i bollettini quotidiani di ieri come di oggi, sulle “morti improvvise” nel sonno per  giovani e meno giovani; dei “malori improvvisi” di gente sconosciuta, ma anche di celebrità del mondo sportivo, dello spettacolo, della moda e della cultura. Oltre a multe e Dpcm, divenne palese l’apartheid legato al pass sanitario chiamato stoltamente green pass. Si istigò a una sorta di guerra civile tra vaccinati e non vaccinati. Si sobillò i più ottusi e collaborazionisti a praticare la delazione – già  presente durante la gestione Conte  con le fatidiche “cene vietate” o  tuttalpiù, con non più di tre componenti.
Tra chi poteva avere accesso alle molteplici  funzioni legate al vivere, e a chi ne doveva rimanere tagliato fuori. Si impedirono perfino normali adempimenti come il ritiro di raccomandate alla posta. E il marchio verde col QR code, divenne la conditio sine qua non per avere accesso al proprio lavoro. In pratica, si rese obbligatoria la vaccinazione, senza dichiararlo, ipocritamente e subdolamente: lo era  di fatto, poiché chi non lavora non mangia. Le conseguenze le conosciamo. Guerricciole civili, piccoli pogrom, umiliazioni per avventori da parte di quei commercianti che cercammo in ogni modo di difendere dai soprusi del governo Conte 2 con le sue inutili clausure.
Per tutta ricompensa del sostegno dato loro nella campagna “Io Apro“, notai che alcuni esercenti si trasformarono in poliziotti non autorizzati che richiedevano non solo il pass, ma anche il super-greenpass, quello da avvenuta vaccinazione, come riportato dal cartello della foto sottostante, messo sulla porta di una pasticceria.
Cacciarono dai locali il consumatore non vaccinato che portava soldi e  accresceva il loro commercio, per obbedire  in modo vile a chi i soldi glieli toglieva.  In alcuni casi, si spinsero a chiedere anche i documenti, come se baristi e ristoratori appartenessero a un corpo speciale delle forze dell’Ordine. Anche  in queste circostanze, fioccarono multe, ricorsi, contenziosi presso avvocati che non lavorarono mai così tanto in vita loro, come da quando inventarono questo diabolico virus della malvagità (la loro), della divisione, dell’ istigazione alle risse e alle discordie intestine anche tra parenti stretti alcuni dei quali pretendevano tamponi e green pass tra fratelli e sorelle, nonni e nipoti,  durante le riunioni di famiglia. Ditemi voi, come diavolo è possibile dimenticare tutto ciò.
Cartello di divieto in un bar-pasticceria varesino
Vale la pena di citare un piccolo aneddoto personale – di quelli che ognuno di noi ha in serbo.  Correva il 23 febbraio 2020 e non c’erano ancora i confinamenti. Mi trovavo al mare quando la Lombardia nella zona del Lodigiano (Codogno, Alzano e Nembro ) venne “cinturata” e presidiata da forze dell’ordine che ne impedivano l’accesso a causa del fatidico “virus cinese”. Riuscirò a tornare a casa mia? – pensai tra me e me. Sarà solo una zona piccola circoscritta della Bassa Lodigiana? O si allargherà?
I bambini del villaggetto marino dove mi trovavo al momento,  vennero spostati dal salone dell’Oratorio dove avrebbero dovuto festeggiare il Carnevale con chiacchiere e frittelle, coriandoli e stelle filanti, al campetto di calcetto all’aperto, ma recintato da una specie di rete da pollaio verde. Intanto diramarono le ordinanze municipali:  c’era un’epidemia in corso ed era più prudente non tenerli al chiuso. Scattai una foto dei bimbi mascherati e rinchiusi nel campetto, auspicando in cuor mio che questi poveri ignari pulcini, non dovessero fare la fine dei polli da batteria.  Nel giro di  un mesetto, i parchi giochi di tutta Italia, con le altalene e gli scivoli, le piccole giostre, rimasero transennati col divieto di giocare mantenuto fino a luglio. Parchi in zone verdi rimasti silenziosi e proibiti ai bambini che non dovevano più comportarsi da bambini.  Potevano avere a disposizione solo 200 mt dietro casa. I cani ne avevano di più.  Impossibile dimenticare tutto ciò, perché da allora, non è ancora finita.

 

No, non è finita,  dato che vorrebbero un pass digitale internazionale per poterci spostare e  sorvegliarci in ogni minima azione giornaliera, con un governo mondiale a guida OnuOms su base sanitaria e falso-salutista, allo scopo di  controllare la popolazione del mondo nella loro vita quotidiana. Vorrebbero trasformare ciascuno di noi in una cartella clinica elettronica ambulante, da poter precettare in qualsiasi momento nel nome della suprema “biosicurezza”.
Non è finita, perché anche i  pupazzi politici nostrani hanno appena varato la bozza di un piano pandemico 2024/2028 del tutto simile a quello delle gestioni precedenti. Noi non vogliamo mai più un lasciapassare per vivere né nazionale, né europeo, né internazionale, e dobbiamo impedirlo in ogni modo. Costi quel che costi. Sì, perché come ho già scritto infinite volte, si può anche perdere la salute per la libertà, ma non si può e non si deve, perdere la libertà per la salute. Salute, verità,  libertà, giustizia sono cose intimamente legate per favorire una vita dignitosa. E non dobbiamo farcela togliere.
San Timoteo

 

Di  Saura Plesio (Nessie)
26.01.2024

 

Fonte: https://sauraplesio.blogspot.com/2024/01/il-divieto-di-vivere.html 

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