Il destino fra necessità e infinito

di Zory Petzova, ComeDonChisciotte.org

Quello che abbiamo immaginato che potesse succedere, ma non è accaduto, e quello che è accaduto senza che lo avessimo immaginato, sono i due lati della stessa moneta chiamata destino. I due lati di ogni fenomenologia umana, come lo sono la necessità e la coscienza, il determinismo e il caso, la ragione e il sentimento, la miscredenza e la fede in dio.

Quando nasciamo, veniamo immersi in un modello sociale già strutturato, con gerarchie e relazioni di potere in atto, entro quali dobbiamo imparare ad adattarsi e orientarsi per sopravvivere. Ma paradossalmente, è proprio nei brevi distacchi dalle incombenze sociali, quando non programmiamo e non vogliamo sapere cosa ci aspetta nell’indomani, che in noi si instaura uno stato di contemplazione e di imperturbabile calma – lo stupore dell’estemporaneo. Tuttavia, il sistema economico, a cui l’esistenza umana è rilegata, ci impone di programmare ogni passo del nostro percorso, e di rimuovere a priori il potenziale del mistero e il beneficio dello sconosciuto, per non venire meno alla funzione strumentale che ci è stata assegnata.

Il pensiero economico che governa il nostro modo di stare al mondo, e che non si ferma alla necessità immediata, ma tende alla programmazione del futuro di generazioni ancora non nate, determina il nostro agire meccanico. Ma la modalità meccanica, anche se utile alle soluzioni pragmatiche, è indifferente rispetto alle grandi questioni della vita – quelle che riguardano il senso della vita stessa. A secondo del grado di necessità a cui è esposto, ogni essere umano porta in sé la propria gabbia esistenziale, ma porta anche qualcosa altro, che esula da ogni definizione razionale, e che possiamo chiamare coscienza. E’ vero che la domanda “come vivere” in ordine cronologico viene prima della domanda “per cosa vivere”, per il semplice motivo che, essendo noi delle strutture biologiche, l’istinto di sopravvivenza agisce prima della ragione, ma è sempre quello stesso organismo biologico, dotato di programmi di auto-conservazione, che ci dà l’opzione di porci delle domande, di cercare un senso in ciò che accade, e di sperare – che non tutto finisca con il decadere della nostra corazza biologica, che essa sia un mezzo, e non il fine dell’esistenza.

Siamo un insieme di ordini diversi, non commensurabili benché complementari, ma quell’insieme può disgregarsi facilmente appena un elemento prende sopravvento sull’altro. Così come la mente razionale può spiegare e confutare tante delle nostre superstizioni e credenze, nello stesso modo la paura atavica non può essere dissuasa con i sillogismi della ragione, e ancora meno con il calcolo delle probabilità statistiche. Non possiamo controllare né noi stessi, né il mondo fuori di noi, ma possiamo darci l’illusione di poter controllare la vita attraverso la scienza e la tecnologia, i quali hanno un unica ossessione- quella di prevenire la morte, e quindi di attenuare la paura. Ma in realtà quello che ci rende liberi è proprio il non sapere cosa sia la morte, e ancora meno cosa ci sia dopo la morte, essendo la morte un’esperienza non reiterabile. E’ il non sapere che ci emancipa dall’essere automi e ci rende imprevedibili e creativi.

Nel nostro non sapere, quello che possiamo constatare empiricamente è che ogni organismo vivo, a prescindere del grado di coscienza, tende a protrarre la propria esistenza nel tempo e impone il proprio essere qui ed ora. Se il senso della vita è la vita stessa, ogni domanda sul senso del tutto, al di fuori dell’egoismo biologico, sarebbe superflua, e questo darebbe legittimità all’ossessione della tecno-scienza. Ma a volte in noi prende forma un’altra certezza: nella vita ci accadono delle coincidenze e degli eventi premonitori che non possono essere spiegati con il nesso causa-effetto, su cui si fonda il dominio del principio razionale, esperienze che non sono soggette a nessun determinismo e programmazione, ma che hanno un senso compiuto, un senso superiore, per cui possono essere interpretabili come realtà parallele.

Possiamo essere certi che la ragione umana, per lo stesso fatto di essere messa in funzione, spinge il pensiero oltre i limiti della realtà tangibile, ma allo stesso tempo abbiamo la certezza che quella stessa ragione non presiede alle nostre esperienze più intime, e nemmeno a quel senso di infinito che proviamo mentre guardiamo il cielo, che non è lo stesso infinito dei numeri dell’astrofisica. L’essere umano si differenzia dagli animali perché non si accontenta mai del proprio mero esistere. Siamo finiti nello spazio e nel tempo, ma i nostri desideri e aspirazioni tendono verso l’infinito. L’intelligenza riflessa, o una coscienza più elevata non possono non generare una spaccatura fra i limiti delle nostre capacità strutturali e la richiesta di un “oltre lo spazio e il tempo”.

L’uomo vuole l’infinito perché sa di non poterlo raggiungere? O perché rielaborando la memoria del tutto, intrinseca alla coscienza, non tiene conto dei limiti del proprio corpo e dei mezzi di cui dispone? I desideri immaginari compensano l’incapacità di realizzarli, ma è proprio in questo spazio di tensione fra l’imminente prigionia dei nostri corpi e la grandezza dell’immaginario che nasce la tragica bellezza dello spirito umano. Lo spirito non come negazione della morte, ma come conferma della vita mortale quale unico assoluto.

25/12/2020

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Tonguessy
Tonguessy
25 Dicembre 2020 11:25

“E’ il non sapere che ci emancipa dall’essere automi e ci rende imprevedibili e creativi.”
Non mi sembra sia andata così. Non sono convinto che le società “primitive” non siano emancipate, lo sono in base ai parametri odierni che considerano parametri economici soltanto. Nè mi risulta fossero costituite da “automi” solamente, quelle società. Forse l’infinito (qualsiasi cosa significhi) era più alla portata dei “primitivi” che degli odierni abitanti del pianeta terra, occupati come sono nel cercare una perfezione che esiste soltanto nelle ontologie clericali.