Gilets-Jaunes, mai morti

DI MICHEL ONFRAY

michelonfray.com

In un primo tempo i Gilets-Jaunes hanno avuto il loro luogo simbolico: le Rotonde. Era il momento vero e chimicamente puro del movimento. In un film di Jacques Tati, il mio regista preferito, “Trafic”, la rotonda è il luogo dove la civiltà gira in tondo, si morde la coda, ritorna su se stessa, non riesce a trovare una via d’uscita, quella di cui Cartesio ci diceva che una volta persi nella foresta era necessario una rotta chiara e sicura.

Sappiamo che non c’è stata una rotta chiara e sicura, ma al bordo della rotonda, dei provocatori e delle provocatrici arrivati numerosi per sollecitare l’uscita di strada piuttosto che una via d’uscita in favore dei Gilets-Jaunes.
Chi sono stati questi spaventapasseri dei poveri? I politici di destra e di sinistra, i sindacalisti di sinistra e di sinistra, gli oppositori che governano come quelli che erano al potere una volta che ne hanno preso il posto. In altre parole: i Maastrichtiani del partito socialista, dei repubblicani o degli ecologisti; ci sono anche stati dei cantanti che una volta erano di moda, delle attrici dello showbiz preoccupate di aver mancato il treno arrivato in stazione dopo tanto tempo e tutto un giro di gente che si è affrettata a votare Macron col pretesto di evitare un quarto Reich francese, una minaccia che non è mai esistita se non nel cervello guasto dei Maastrichtiani che hanno trovato lì un formidabile argomento di propaganda per concedersi di dividere la torta tra gente di alto lignaggio. Un’invenzione di Mitterrand, dobbiamo ricordarlo?

Lasciare Le Rotonde per puntare sugli Champs Élysées è stato un errore strategico enorme. Si capisce che possa essere andato a genio ai Giacobini che sono gli spaventapasseri da poveri di cui ho appena parlato, è collegato al loro modo di ragionare ammuffito, alla loro prospettiva marcia, al loro pensiero stagnante.

Primo: Era un errore perché i Gilets-Jaunes dovevano pagare per manifestare: “recarsi nella capitale” come si diceva, comporta delle spese insostenibili in benzina o in biglietti del treno, e non parlo degli oneri annessi: panini o bevande a prezzi esorbitanti, impossibile reperire un hotel, necessità di effettuare andata e ritorno in giornata.

Come si fa, se si abita in Lozère, nel Finistère o nel Béarn, a venire a manifestare sui Champs-Élysées della capitale una volta, 5 volte, 10 volte? Era un’impresa persa in partenza: il potere sapeva che gli sarebbe bastato giocare sull’imputridimento, la fatica, lo sfinimento, l’impoverimento dei poveri.

Secondo: era un errore perché un avversario debole, disorganizzato e concentrato tutto insieme è una preda facile per un potere forte e organizzato che dispone sul posto di tutto l’apparato dello stato: polizia, esercito, servizi segreti e “informatori”, “provocatori”, conserviamo le vecchie formule, facilmente gestibili da professionisti della repressione politica e militare. Era il vaso di coccio contro il vaso di ferro. Tutti i trattati sulla guerra, dai più vecchi cinesi, ai più recenti prussiani, purtroppo [1] sanno che un nemico debole e disarmato, senza mezzi e senza capi, senza strateghi che diano la linea e senza tattici che forniscono i mezzi per realizzarla, sono dei nemici vinti, ancora prima dell’inizio di qualunque battaglia.

Terzo: era un errore perché Parigi, mal conosciuta dai provinciali, non lo era da parte del gruppo dei Black Blocks, cresciuti in città e spesso usciti dalla borghesia, i quali, non senza complicità con certe bande provenienti dalle periferie e in virtù della convergenza delle lotte tra l’estrema sinistra e l’islamismo radicalizzato (e questo costituisce il nocciolo duro dell’islamo-gauchismo …), il tutto associato alle strategie urbane e alle tattiche di guerriglia stradale ben conosciute da quella gente, hanno permesso loro un gioco con un doppio vantaggio: questi Black Block hanno preso il controllo mediatico del movimento dei Gilets-Jaunes, soprattutto durante la giornata insurrezionale dell’Arco di Trionfo.

Contemporaneamente hanno fornito a Macron, Castaner e al loro potere l’argomentazione per bastonarli, ripreso fino alla nausea dai giornalisti: che i Gilets-Jaunes sono nemici della democrazia, odiano la Repubblica; mentre invece la loro (dei G.J. -N.d.T.) battaglia di partenza rivendicava una reale democrazia, una vera repubblica, o perlomeno una democrazia restaurata, una repubblica migliorata, cosa che non hanno cessato di testimoniare le bandiere tricolori che hanno accompagnato tutte le loro giornate. Certo ci sono stati dei Gilets-Jaunes messi in mezzo da certi vandali dell’Arco di Trionfo, ma quanti di quelli là sventolavano la bandiera francese? Da parte mia non ne ho visto nessuno…

Quattro: era un errore perché mediaticamente l’informazione poteva essere manipolata, dunque maltrattata, dai mezzi di comunicazione del sistema il cui cuore pulsante è parigino. Ci fu dunque allo stesso modo la centralizzazione del trattamento delle notizie, dunque del trattamento politico dell’informazione. Ecco che la stampa quotidiana regionale, le radio e le televisioni che trasmettono nelle regioni, per la loro quantità numerica, non mi faccio delle illusioni questa è l’unica ragione, permettevano più facilmente che emergessero informazioni vere in grado di essere rilanciate immediatamente dai social network. Parigi monolitica è facile da circoscrivere dalla troupe dei giornalisti del sistema, la provincia polimorfa conservava la sua potenzialità ribelle, per il suo carattere inafferrabile.

Quinto: era un errore perché farsi vedere a Parigi era immancabilmente investire nella vecchia formula delle manifestazioni di strada con bandierine, cortei, megafoni, bandiere, comunicazione dell’itinerario dei cortei alla prefettura, servizio d’ordine, inquadramento, organizzazione, una specialità nazionale per i partiti e sindacati di sinistra che hanno tirato fuori ed imprestato il loro materiale per l’occasione, poi hanno fornito la logistica, non senza avere un retro pensiero: pensare al posto dei Gilets-Jaunes, come il verme nematode pensa al posto del grillo di cui occupa il cervello per condurlo laddove vuole: all’annegamento. Per questa gente che non riusciva a realizzare la convergenza delle rivendicazioni era necessario pretendere di avere sostenuto fin dall’inizio i Gilets-Jaunes, cosa falsa, che la loro battaglia era la medesima, falso, salvo mettere sotto il tappeto le questioni dell’Islam e dell’immigrazione e che la soluzione dei problemi si trovava nel votare Melenchon, e questo era altrettanto falso…

La volpe aspettava al piede dell’albero che il formaggio cadesse dal becco del corvo; [come nella favola di La Fontaine – N.d.T.] l’uccello ingannato ne ha lasciato cadere una buona parte, la volpe, in ossequio al suo percorso personale, ha creduto che la parte fosse il tutto. Le elezioni europee la hanno crudelmente smentita. Mélenchon in seguito ha deciso di mettersi da parte, ma solo per lasciare che si sporcassero meglio le mani i suoi sostenitori, prima di riapparire come uomo della Provvidenza alle prossime elezioni presidenziali. Per cominciare questa campagna presidenziale, a Belfort, Mélenchon ha indossato un gilet giallo in sostegno dei salariati di General Electric secondo la vecchia abitudine del senatore socialista e del ministro socialista che votava “si” a Maastricht e vomitava su quelli che votavano “no”, una roba molto gratificante e accomodante.

Sabato 22 giugno si è svolto un nuovo “atto” dei Gilets-Jaunes, ma il portafoglio è più vuoto che mai, la disorganizzazione sembra arrivata al parossismo, Parigi non accoglie più nessuno, i giornalisti ormai fanno silenzio, le manifestazioni di strada sono da ridere se non ridicole e Macron può continuare ad andare ad abbronzarsi in montagna con la sua “tipa” per parlare il linguaggio scelto della sua portavoce.

Ma, tuttavia, malgrado tutto, nel frattempo, eppure, nondimeno, è apparso un barlume di speranza nella decisione presa da alcuni Gilets-Jaunes le cui facce e i cui nomi sono conosciuti: ho citato Jerome Rodrigues, Maxime Nicolle, Priscilla Ludowsky e Julien Pariente. Un applauso a loro!

Perché questa tetrarchia che si è infine riunita propone una piattaforma comune per il movimento al fine di creare un potente organo di contestazione collettiva in grado di pesare nel dibattito pubblico. Ed ecco finalmente la bozza di un programma comune e di una concreta positività! Vogliono creare “i loro propri organi di controllo cittadini” , i loro “mezzi di comunicazione”, i loro “circuiti di approvvigionamento agroalimentare”, i loro “enti di risparmio etico”. Un’assemblea politica autogestita, un mezzo di comunicazione veramente libero e per nulla infeudato al denaro, al capitale, al potere, una distribuzione autogestita, una banca popolare. È esattamente il progetto dell’anarchico Proudhon, del quale io dico, da quando è cominciato questo movimento, che è l’uomo della situazione, perlomeno che la sua idea è il pensiero del momento, agli antipodi di quello di Marx che ha fatto il suo tempo (e i suoi morti) e anche opposto a quello dei robespierristi che sono anch’essi caduchi.

I Giacobini hanno fatto abbastanza danni. Forse è proprio arrivato il tempo del girondinismo libertario e delle province. Questo programma politico appare esattamente il contrario dell’uomo della Provvidenza che prevede di saltar fuori dal cappello all’epoca delle prossime presidenziali – entro i prossimi tre anni, dunque domani…

Che le volpi robespierriste e giacobine non possano più far conto sulla debolezza del corvo vestito di giallo come unico loro punto di forza, sarebbe una buona e bella cosa.

E poi vedremo…

 

Michel Onfray

Fonte: https://michelonfray.com/

Link: https://michelonfray.com/interventions-hebdomadaires/gilets-jaunes-pas-morts?mode=video

settimana de l24.06.2019

 

Scelto e tradotto dal francese per www.comedonchisciotte.org da GIAKKI49

Note dell’Autore:

[1] Dico purtroppo perché non esiste un trattato di arte della guerra francesi anche se ho scoperto poco tempo fa in libreria un’opera di Guy Debord intitolata “Strategie”, un’opera diretta da Laurence LeBras e con la prefazione di Emanuel Guy, (Édition de L’Échappée, 520 pagine). Ero lontano da casa, con un bagaglio leggero, in aereo, il libro è grosso e ne ho rimandato l’acquisto. Può darsi che questo grande volume, che attribuisce un posto importante al generale de Gaulle, colmi questa lacuna.
[2] Mélenchon e i cacicchi del fronte di sinistra credevano talmente nell’elezione del loro capo alle ultime presidenziali che avevano già costituito un governo. E’ tutto dire.
http: //www.lefigaro.

Ricordiamoci che arrivato quarto alla prima votazione, Mélenchon non è neanche andato al secondo turno. Aggiungiamo a questo che nell’ipotesi di un secondo turno che avesse opposto Mélenchon, la portavoce del governo Macron Sibeth Ndiaye ha chiaramente detto che avrebbe votato per Mélenchon. Chiunque voglia continuare a ignorare come funziona questo piccolo gioco che pretende di essere democratico è definitivamente un ritardato.

http://www.lefigaro.fr/politique/jean-luc-melenchon-veut-prendre-du-champ-20190621

 

Pubblicato da Rosanna

"Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est." Tito Lucrezio Caro, De Rerum Natura, Libro II
Precedente La Sea Watch è puro liberismo
Prossimo Non sanno più cosa inventarsi

6 Commenti

  1. Pensare che gente abbia perso occhi e mani per nulla è ben triste…
    Ma le Rivoluzioni si fanno in un colpo solo, si butta giù tutto, si bruciano e si assaltano i simboli e i difensori del Potere costituito con tutti i mezzi, ecco intervenire la “fantasia rivoluzionaria” che con il potente motore della rabbia tutto travolge e demolisce.
    Naturalmente sangue feci e budella si vedranno copiose..
    Ma il giorno dopo la Tempesta che spazza via gli oppressori dovrebbe tornare la Quiete dei giusti…
    Utopie sono, mentre le ferite rimangono…
    Mi sa che i Francesi stavolta non ce la facciano contro quello delle merendine (brioche)..

  2. Vincenzo Siesto da Pomigliano

    Cito: “….Lasciare Le Rotonde per puntare sugli Champs Élysées è stato un errore strategico enorme…..” Siamo sicuri che si tratti di un errore fatto in buona fede? Proprio il fatto che si parli di un errore “strategico enorme” lascia pensare a male….
    E poi cito ancora: “….Ed ecco finalmente la bozza di un programma comune e di una concreta positività! Vogliono creare “i loro propri organi di controllo cittadini” , i loro “mezzi di comunicazione”, i loro “circuiti di approvvigionamento agroalimentare”, i loro “enti di risparmio etico”. Un’assemblea politica autogestita, un mezzo di comunicazione veramente libero e per nulla infeudato al denaro, al capitale, al potere, una distribuzione autogestita, una banca popolare. È esattamente il progetto dell’anarchico Proudhon, del quale io dico, da quando è cominciato questo movimento, che è l’uomo della situazione, perlomeno che la sua idea è il pensiero del momento, agli antipodi di quello di Marx che ha fatto il suo tempo (e i suoi morti) e anche opposto a quello dei robespierristi che sono anch’essi caduchi….”. Anarchia? Mah!!!!????

  3. I Gilet sono nati da una giusta causa e sono giusti, e le cose giuste non muoiono mai.
    Ma che fatica ragazzi!
    Sono arrivata a pensare che in Italia avrebbe dovuto vincere la sinistra, così si colava a picco prima e a quest’ora c’eravamo tolti il pensiero. In USA doveva vincere la Hillary così adesso avremmo la guerra nucleare alle spalle. Ammesso che avessimo ancora delle spalle….

  4. Credo che le rivoluzioni come una volta oggi siano difficile da far accadere, persino in Francia, che é stata la patria della rivoluzione.

    Una volta c´era un sovrano, una sua famiglia, qualche boiardo di stato, era fisicamente fattibile. Oggi il potere é liquido, abbiamo un gatekeeper in ogni stato, ma la megacorporazione alla base é la stessa per tutti. Non hanno ancora preso tutto il mondo, ma buona parte dell´occidente siede giá allo stesso tavolo.

  5. Stavolta Onfray è molto più esplicito riguardo le sue convinzioni e le sue proposte politiche sul movimento francese dei GJ, cioè un movimento della società e del luogo in cui vive. Io dissento sulla sua interpretazione degli eventi, ma io sono in Italia e lui è in Francia, e dissento su parte della sua dietrologia degli eventi. Inoltre Onfray è allergico alla violenza di strada, ma ognuno abbiamo i nostri modi. Convengo che non debba essere l’unico modo e convengo con altri commentatori che il modello insurrezionale non è di per se risolutivo. Tuttavia è un metodo e un mezzo: quando, quanto e come usarlo se ne può discutere al netto, possibilmtente, delle dietrologie fondate e infondate che siano.

    Convengo e convergo fortemente sulla asserzione prospettica proudhioniana di Onfray, ma non so quanto sia condivisa in Francia, non sono lì. Per me ha un forte valore e inoltre le mie ultime esperienze di vita asosciativa nell’ultimo decennio sono improntate più all’associazione autonoma e alla costruzione di relazioni associative di necessità volte al mutuo appoggio; questo ovviamente per me non preclude ideologicamente il metodo insurrezionale: perchè castrarsi e costruire l’autogestione degli eunuchi mi pare un regalo ai dominanti.

    I liberi e la popolazione possono sempre tirare fuori gli artigli, si può discuterne l’etica individuale e sociale, i modi e i tempi anche, ma precludere il metodo insurrezionale con dogmi mi pare sbagliato altrettanto quanto il feticismo onanistico del metodo insurrezionale stesso. Insomma essere schiacciati dal terrore è proprio dei servi e la paura dovrà pure cambiar campo in un modo o nell’altro.

    Dunque questo articolo è un manifesto propositivo di Onfray, lo fa esplicitamente ed è giusto così. Non condivido la sua ricostruzione dei fatti specialmente su ciò che lui definisce “provocazioni” da parte della teppa urbana che chiama Black block. Riguardo ciò penso (avendo assistito dall’Italia) che:

    – la calata a Parigi all’arco di trionfo fu di fine novembre del 2018; non c’erano black block che decisero questo; allora non era ancora chiaro per i sovversivi francesi se e come partecipare. Fu una decisione propria di parte dei GJ di calare sugli Champs Elisee e di sfidare direttamente il governo;

    – la calata sugli Champs Elisee e il proposito di assedio all’Esagono fu pensato e voluto dai GJ per un senso autentico di frustrazione di fronte all’ostentato menefreghismo da parte del governo: della serie se tu non chi caghi adesso spacchiamo tutto e ci devi cagare per forza;

    – il black block è un metodo e parimenti a tutti gli altri metodi e sottolineo “tutti gli altri metodi”, esso è infiltrabile dal governo; quindi non mi si venga a dire che gli altri metodi e gli altri milieu politici sono esenti da tale rischio ed evenienza; tralascio i soliti luoghi comuni dei figli di papà e menate varie.

    – la partecipazione esplicita e concordata del blocco nero a marzo fu una convergenza con l’assenzo dovutamente tacito dei GJ. Dico dovutamente tacito perchè sfido chiunque a mettere manifesti pubblici firmati e paginate Face Book che invitino a spaccare tutto. A mio parere anche questo passaggio fu dovuto al senso di frustrazione di cui al secondo punto;

    – ritengo che la forza dei GJ sia stata sia quella di calamitare tutte le opposizioni sociali e parimenti di mantenere in parallelo sia il metodo insurrezionale e sia il metodo della sperimentazione sociale nelle rotonde e nelle proposte sociali sempre più ampie, radicali e di classe. Parimenti il rifiuto elettoralistico, almeno esplicito, è stato un grande punto di merito (evitando il recupero) e di onore.

    Ora, il metodo insurrezionale ha il fiato corto, è come una vampata di benzina e può bruciare facilmente anche chi lo usa. Ma se esso si innesta come punta di lancia su un’asta costituita da una nuova sperimentazione sociale di autogestione allora il limite del metodo insurrezionale non può condizionare il movimento rivoluzionario sociale che ne è alla base.

    Le sperimentazioni di autogestione sociale sono alla portata di tanti, veramente. Le possibilità associative sono tantissime e rivendicano la legittimità che la costruzione sociale deve essere un percorso autonomo e libero degli individui e non precostituito dallo stato che ci pre-definisce come imprenditori, consumatori, utenti, cittadini, ecc… abbiamo l’arte nelle nostre mani, abbiamo le idee nelle nostre teste e un nuovo mondo nei cuori: possiamo distruggere quel che vogliamo perchè possiamo ricostruire quel che vogliamo.

    Siamo la vita, non siamo strumenti, merce e oggetti.

    Ma il lavoro della rivoluzione sociale è il lavoro della talpa, il lavoro delle termiti, un lavoro rizomatico, solidale, di autogestione e mutuo appoggio. Esso riemerge come fenomeno epigeo anche con sprazzi insurrezionali, con la propria morale di bene e male, caro Onfray, non con quella dei dominanti.

    Dobbiamo togliergli la terra sotto i piedi, e la terra siamo noi subalterni che dobbiamo associarci con alterità rispetto al dominio, prendendoci le nostre responsabilità e costruendoci la nostra morale.

    Se il lavoro sotterraneo viene abbandonato allora anche le mani spappolate, gli occhi cavati, i morti, gli incarcerati, gli adolescenti umiliati in ginocchio dagli sbirri (cioè il futuro umiliato e messo in ginocchio dal dominio e questo dovrebbe far ribollire il sangue di chiunque abbia a cuore libertà e dignità egregio Onfray!!!) sarranno solo un vano sacrificio al moloch del dominio.

    Per il resto Onfray si faccia un brindisi a lei e alla salute chi ha lottato: qui in Italia siamo più indietro delle palle del cane!

  6. I Gillet Gialli sono fantastici, basterebbe leggere le rivendicazioni di tutti 33 gli atti che hanno preso luogo ogni sabato, pioggia o SOLE dal NOVEMBRE scorso, oggi 2 luglio stanno prendendo d’assedio la sede centrale parigina di Amazon rivendicando posti di lavoro persi per colpa della multinazionale e l’impronta ecologica dovuta ai trasporti per decine di migliaia di km, se questo non fosse abbastanza aggiungiamo la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Questa è evidentemente la dittatura del capitale portata avanti indistintamente da tutti i BABBEI di tutti i partiti politici in Europa. Hanno fatto benissimo sino ad ora, hanno messo a nudo i meccanismi criminali del potere uno ad uno ed hanno colpito i simboli del capitale, non si sono persi in inutili contraddizioni interne, non hanno formato nessuna leadership, l’unica cosa che spaventa è il resto del popolo europeo o sedicente tale che sta alla finestra a guardare come se si trattasse di un film… NO COMMENT.