È arrivata una cicogna

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Di Alceste

Roma, 5 giugno 2023

I tagli lineari … il taglio delle accise … il taglio delle tasse … il taglio dei boschi … eppure solo un taglio è centrale per la distruzione, probabilmente l’ultimo per l’Italia, quello mortale – l’unico colpo di rasoio a cuore agli psicopatici che comandano a bacchetta la feccia in cravatta e tailleur della dirigenza nazionale, protetta dal basso patriziato che spera ancora di lucrare qualche cioccolatino – quello, orizzontale, fra le generazioni.

Il Sessantotto, rivoluzione coloratissima e psichedelica che iniziò l’operazione “homunculus”, fu il primo tentativo “radicale” di recidere la tradizione (lat. trā-dere, dare oltre, affidare, consegnare in mani fidate id est piene di fede, a cui prestare fede). Non si contarono mai abbastanza gli eserciti di filmini, le canzoncine, le concioni e le invettive varie contro i padri, le madri, gli avi, persino i padri della patria, ridotti a lestofanti e mestatori; la consegna andava sventata … non una, ma due tre cento volte si dipinse il mondo del passato coi colori bui di una reazione ferina e depravata, da rigettare e dimenticare … in nome della falsa libertà, come sempre, si arrivò alla perversione perfetta dell’etimologia stessa, tradire, fondata sul tradimento supremo e insuperato, quello del ragionier Giuda, che consegnò il Cristo.
E ora assistiamo allo spettacolo di tale mondo libero

E poi seguirono altre rasoiate.
Nelle università contro la trasmissibilità del sapere (il diciotto politico, il trentasei politico, il crollo casual della selezione); nei reparti di ostetricia onde triturare feti e svuotare il ruolo della madre, quella vera, simbolo supremo della vita e della gerarchia legata al sangue; nelle scuole in cui si doveva, da subito, disimparare tutto ciò che ci legava allo ieri, dalla storia (non si studia la guerra in Vietnam, ma ci rendiamo conto!); nella religione (e il buddismo dove lo mettiamo? E il giainismo? Vi fa schifo?); nella lingua (l’inglese vi servirà come il pane! Come troverai lavoro senza inglese? Meno genitivo da latinorum e più genitivo sassone!); in economia, disincentivando mercé miriadi di leggine e regolamenti locali, le più sciocche e gratuite, i piccoli proprietari e il rapporto stesso degli Italiani con la terra onde favorire il latifondismo da multinazionale, spacciato per efficiente; nel sociale con l’irruzione del divorzio; nella psicologia fomentando un immaginario da rotocalco femminile in cui occorreva liberarsi dei tabù instaurati da quei delinquenti di mamma e papà; e ancora: imposte vertiginose sulla casa e i servizi locali (il decentramento!) per costringere alla resa gli omiciattoli e sfarinare lentamente, ma fatalmente, l’asse ereditario (l’eredità è un furto: così i falsi socialisti di ogni risma già in secoli meno sospetti); nel Cristianesimo, tramite il Concilio, che prevedeva minutamente un’architettura, una liturgia e una lingua sciatti, falsamente vicini al fedele, brutti, squallidi, generici – in sostanza un corpus di credenze svalutato come respingente, insulso, fungibile, e reso buono per quaccheri, hippie e animisti, inutilizzabile; nei mestieri e nelle professioni, resi, grazie alla tecnica digitale, roba da passacarte o fenomeno sussunto velocemente dalla sfera seriale; in ogni arte, anche la più minuta, investita al ribasso da torme di dilettanti cui faceva gioco la mancanza di selezione (abolizione della terza pagina, della figura del critico etc).

Cosa significa tagliare quei fili? Cosa significa, in ultima analisi, la rinuncia alla sapienza come tradizione, alla profondità dei secoli?

Equivale alla resa, definitiva. Anche la mia generazione, che pure ha annusato, tanto da ricavarne una sottile nostalgia, tempi quasi normali, è stata devastata da tale mancanza. Perché non vi erano più maestri. Un maestro, un padre o una madre che ci educhi, o il maestro di bottega; il maestro nella professione, un professore che istruisca, questi sono i testimoni in grado di “tradire”. Senza di essi si brancola nel buio poiché ogni minimo brandello di verità ci porta via decine di anni. L’avevamo a portata di mano, la verità, quasi d’istinto, grazie ai maestri, ma i maestri più non sono tra noi. Quanto tempo abbiamo perso a ricercare piccole e mezze bugie, da soli, senza aiuto? Siamo invecchiati e ne sappiamo ancora poco. Per questo anneghiamo nella palude dei dati, dei grafici, delle statistiche, e ne chiediamo ancora, come drogati, senza cavare un ragno dal buco. Chi ci insegna la gioia della sapienza, ora? La scorciatoia, la via, l’astuzia che lavorava entro di noi, inavvertita … il circuito, corto, fra chi sa e chi apprende? Quel filo si è spezzato, come sempre accade alle civiltà morenti. Gli anziani muoiono ai bordi del villaggio, i padri sono smarriti, i figli passano al nemico. Già ora gli adolescenti nemmeno sospettano che possa esserci un’esistenza alternativa, più aspra, più dura, ma piena e viva che la mia generazione ha solo lambito; questi esserini, né gioiosi né tristi, né malinconici o iracondi, né mai accesi da una qualsivoglia passione, nemmeno razionali, di quella lucida razionalità che si guadagna nel placare la passione; sempre eguali, senza riferimenti, come i visitatori di una pinacoteca di astrazioni in bianco e nero dove tutto assomiglia a tutto. S-passionati, già defunti, seriali anche loro, come i prodotti che comprano, il cibo che son costretti a trangugiare, spaventati dalle parole, dalla ricchezza, dalla multiforme e vertiginosa corsa alla vita.

Il consueto ritorno dell’eguale disgusta. Sto parlando di un malessere fisico, immedicabile. Dopo mezzo secolo, il minuscolo spicchio di storia che ho avuto il meschino privilegio di sperimentare, e sopportare, c’è ancora gente che si rallegra della vittoria e della sconfitta di un partito politico. Quando gli dai dello stupido, questi estremi difensori dello status quo, si risentono pure … o si rinchiudono in un silenzio sdegnato, o pontificano o ti danno sulla voce con arroganza. Mai visti simili impiastri in tutta la mia grama esistenza. Collezionai, nei decenni, traditori, cialtroni, pazzi, criminali … ma tale impasto di puerilità e protervia digitale supera ogni psicopatologia pregressa … non che non me l’aspettassi: si tratta del cretino 2.0, il cretino integrale, l’uomo a prova di qualsivoglia ragionevolezza … colui che si getta a capofitto nei solipsismi di un pensiero o capriccioso e stolidamente autoreferenziale o falso poiché le premesse, che l’idiota crede di aver elaborato in proprio, le ha acquistate surrettiziamente al mercato della miccaggine globalista, come i falsi ricordi dei Nexus 6 o di Total recall… l’abolizionista del principio di non contraddizione continua a prendere calci in culo rialzandosi ottusamente ogni volta … dal fango e dalla polvere, da qualsiasi polvere … lui alla “X” da analfabeta non rinuncia, per carità … la fede nella matita copiativa è il lembo postremo di terra democratica rimastagli … al di là c’è il mare aperto della logica e del disinganno … gelido e pericoloso … meglio restare sulla spiaggetta, i cenci da naufrago, attorno al fornelletto da campo delle convinzioni indotte: si può cambiare, yes we change, podemos … sono ossessionati dal cambiamento, non possono stare fermi, come certi ossessi nelle celle imbottite … andiamo, partiamo, rivoluzioniamo! E poi le paroline d’ordine al miele che gli hanno sussurrato nell’ombra: se non voto vince il despota, il fascista, il comunista, il nazista, il bolscevico … se votano in tre il consiglio comunale si farà comunque, quindi … il solito ciarpame che sento da una vita, inesausta scusa allo sfacelo della nazione … non li tange, questi allocchi in brodo, la considerazione bruta della realtà: che è l’entità della distruzione a rilevare; e solo quella. Una volta di qui, un’altra di là: l’euro, le trentacinque ora, la secessione, il mattarellum, il porcellum, la devoluzione, il reddito di sudditanza: a quante esche avete abboccato confidando che la Testa Tonda avrebbe scacciato col voto la Testa Quadra … e la Testa Quadra sostituito quella Tonda  … quanti milioni di post su tali minuzie, mai importanti, mentre la distruzione, unica agenda, avanzava a passi da Moloch? Quanto è stato distrutto dal 1973 in poi? Quanti guappi di cartone avete votato? L’inesauribile teoria di gaglioffi oscura il cielo della ragione, eppure … e poi il tifo: le vignette, le parodie, gli attacchi ad personam … quello è basso, calvo, coglione … quella è brutta, dentona, strabica … e poi la questione principe, vera: il rifiuto del sistema democratico. Ma come? Come si permette! Lei è pazzo! La libertà! Siamo liberi! Solo nella democrazia c’è libertà! I diritti, signor mio, i diritti … il Medioevo … l’oscurità … e poi il progresso … guardi quanto siamo avanti, oggi! Da allora! Avevamo le pezze al culo, invece adesso … guardi che ben di Dio! E poi la libertà! Sono libero … libera … di fare questo e quello … e pure quell’altro …

Il sonno della razionalità, sono d’accordo, genera cretini … soprattutto l’ignoranza di ciò che si è stati … e la fede nel progresso, ah ragazzi miei, non toglietegli la fede nel progresso o vi saranno ecatombi suicidarie … questi davvero credono che Massimo Giannini sia superiore a Tacito … o che nel Medioevo vi fosse oscurità e mancanza di libertà … e, invece, come sempre accade, vige qui la regola dell’inversione … a forza di massaggiargli il cranio di sciocchezze, a scuola, all’università, negli olovisori di ogni risma, si son convinti dell’esatto contrario, come il cane di Mustafà … contro ogni evidenza, qualsiasi buon senso … sono automi cui hanno impiantato il sol dell’avvenire … a tutti: vivono nel Medioevo Ellenico, uno sprofondo culturale che non serberà traccia alcuna ai posteri, e però cicalano dei tempi oscuri … e poi la teologia della liberazione … da Freud in poi … ciò che doveva restare incatenato si è scatenato … la donna, specialmente, è libera, indubbiamente, talmente libera che a quarant’anni deve infilarsi un pezzo di plastica su per la fica, se non peggio, onde sentirsi ancor più libera … ha perduto qualsiasi ruolo guida nella società e però è libera … di far cosa? Di lavorare? Di non fare figli? Di realizzarsi? Di fumare e bere? Di non essere perseguitata da fischi d’approvazione per strada? Di vestirsi come al Rocky Horror Picture Show? La poveretta è allo sbando psicologico, come tutti i liberati. Non gli rimane che scivolare ancor più nell’abisso, di rilanciare la depravazione … di inorgoglirsi della degradazione … sempre più, in una spirale che la controlla ormai, povero esserino del futuro …

Il cretinismo dell’into the wild è uno degli esempi perfetti per capire la devoluzione dell’omarino 2.0. L’esotismo da quattro soldi cominciò a formicolare per l’Occidente durante il Grand Tour di anglosassoni e crucchi al Sud d’Europa … l’europeo liberato, illuminista, volteriano, cercava il Colosseo e gli aranceti siciliani, ma ambiva anche a comprarsi i figli dei poveri o a cercare emozioni forti. L’europeo iniziava a non sopportare sé stesso poiché nel proprio animo intravedeva la desolazione dell’apostasia dall’Antico Ordine. Strappato alla tradizione, egli veniva insidiato dal nichilismo più abietto; la Bestia risaliva i precordi; come in Kavafis e Verlaine, la cura consisteva, quindi, nella depravazione dei bassifondi, nello shock culturale, nelle sanguinose e barbare tradizioni locali, giudicate arretrate, ma sentite ancora vive. La letteratura fantastica occidentale, da Stevenson a Machen, da Ewers a Robert E.Howard pullula di tali impulsi. I liberati cercarono un medicamento al nichilismo in India, in Africa, in Sudamerica … dappertutto meno che in patria dove avevano tutto negato, in nome del Nuovo Mondo Mirabile … la liberazione li rese incivili, estranei alla civiltà … il nepente del colonialismo li calmò per qualche tempo poi la Bestia del Nulla iniziò nuovamente la risalita … cosa potevano fare questi sradicati se non distruggere finalmente sé stessi? La colpa dell’apostasia veniva ora dimenticata grazie a un forsennato escapismo: droga, viaggi alla ricerca di un sé qualunque, purché non tradizionale: tolkeniani in Irlanda, pedofili in Cambogia, ristoratori in Messico, kibbuzzari in Israele, caritatevoli in Congo, anacoreti in Patagonia, gesuiti in Cina, battaglieri in Amazzonia, sciamani in Mongolia, uranisti alle Figi, indiani a Milano centro, troie a Portofino, esploratori alle cascate del Ruwenzori, qualsiasi cosa pur di non ammettere che la liberazione li aveva devastati irrimediabilmente e che la parte recisa costituiva l’unica ragione di un’esistenza piena, a tratti persino felice … il turismo divenne nel postmoderno la maniera che l’occidentale aveva di sfuggire alla propria colpa. Con ricaschi di comicità macabra, qua e là: la cinquantenne che sposa il nigeriano di trenta e, oltre al fannullone, deve accollarsi la sua famiglia agnatizia; l’idiota inghiottito dalle rapide di uno sperduto fiume venezuelano, l’autostoppista stuprata a morte nei deserti anatolici, lo scemo americano morto avvelenato nello scheletro di un pulmann in Alaska, l’antropologo rap lautamente sovvenzionato per dimostrare che Atena è negra, ma non ci riesce, la coppia che adotta bimbo brasiliano conflittuale e già drogato a tredici anni … libertà vo cercando ch’è sì cara, ma questi, al contrario, poiché sono preda della falsa libertà, vanno raminghi per l’orbe terracqueo alla ricerca della pietra filosofale … condannati a un desiderio inesaudibile, al modo dei dannati infernali … a gridare, con la bocca muta: come possiamo compensare questo vuoto nella nostra anima, il bianco delle mappe di Cuore di tenebra … come? La queste del Saint Graal gira a vuoto, alimenta odio, e furia, che si scarica ancor più nell’abiezione … è un avvitamento spettacolare, inarrestabile: allo schianto, però, non assisterà nessuno.

Si fa un gran cicalare di femminicidio, l’ultima trovata per instillare odio fra generazioni … perché qui, al centro del circo, non è il rapporto attuale fra uomo e donna, inesistente, bensì i ruoli che essi hanno sempre sostenuto all’interno della famiglia, nei millenni: femmine sottomesse e maschi oppressori, eredi d’una malsana tradizione patriarcale. Quello il bersaglio, non l’omarino attuale. Tutte menzogne di carta velina, ovviamente, dato che, anche nell’ultimo femminicidio preso a modello, non rilevo né maschi oppressori e né femmine sottomesse, figuriamoci il patriarcato. Come nell’episodio di Davide Fontana e Carol Maltesi, si rinviene la totale gratuità degli atti, persino i più orrendi, recitati da sonnambuli etici che nuotano senza passioni in un liquido amniotico autodistruttivo, di letale e pastosa omogeneità. Perché no, avrà detto l’omicida. Quale morale, quale individuo, quale comunità mi riprova davvero? Le cose si desiderano e al desiderio non c’è scampo; si coglie il frutto, ci si annoia, se ne coglie un altro; nessuna vera scelta, però, è presente: l’esistenza degli esserini è dominata da una condanna, ch’essi scambiano per piacere, a non trovare mai requie; essi trascorrono i pochi anni terreni in un Limbo invertito ove l’inconsumabile anelito al Nulla rimane sempre inappagato; e ogni ostacolo a tale vana cupidigia genera un furore freddo e omicida. Siamo nei territori postmoderni del mondo al contrario cui fa da sfondo la piccineria e l’ignoranza, la superficiale quanto agghiacciante angustia delle ambizioni. Cosa vogliono davvero? A cosa aspirano? Non lo sanno, son solo esseri perduti. Dissoluti, in senso tecnico. Persino l’omicidio di un nascituro, carne della propria carne, è sentito come pegno da pagare per liberarsi dallo stress. Lo stress, sono stressato, voglio divertirmi, scappiamo, andiamo via, i mari del sud, la spiaggia incontaminata, la vetta desolata, una relazione senza impegno, un’uscita senza impegno, un libro sì, ma leggero, studiare sì, ma senza nozioni, voglio diventare ballerino classico, cantante, critico cinematografico, però con fare leggero, la grand ronde de jambés fatta in casa assieme agli assistenti di Maria De Filippi, il falsetto senza conoscere metronomi e solfeggi, per carità, rilasciare recensioni avendo in corpo Quentin Tarantino e il frullato di generi … no, Alceste no, è troppo pesante, pessimistico, catacombale, bisogna volare come libellule del pensiero debole, in un post voglio il tifo, i grafici allusivi, le statistiche false che mettono in difficoltà l’avversario … anzi, voglio le battute su Biden, sulle femministe, sulla Murgia, basta coi recessi della storia, le noiose indagine psicostoriche. Il taglio netto con ciò che siamo stati ha prodotto omuncoli che volan via a ogni alito di vento, a qualsiasi ruttino. Le loro voci son davvero come fruscii di foglie secche; vagano sperduti, per inerzia, accesi solo da brevi spasmi polemici, l’ansia divorante che si libera in gesti mostruosi oppure li fa implodere su sé stessi gravati da una pressione sociale insostenibile; annientati già a vent’anni, privi di futuro, defunti, ridotti al turismo: ché l’ometto postmoderno questo è, un esemplare homo turisticus, col meteo digitale innestato nel cervello: la voglia per le isole Figi e l’escapismo intellettuale sono volti della medesima deriva da naufraghi.

Negli allucinanti e asettici tableaux antropologici, l’uomo segnato dal dolore dei secoli annusa il fetore della Bestia che più teme, l’Indifferenziato. Si china su tali tragedie, irte di urla e maledizioni, ben conoscendone la finzione. Liberate dal rumore di sottofondo mediatico, egli non rinviene che figurine prive di spessore, fungibili; comparse d’una puntata di “Uomini e Donne” andata male, tutto qui. I protagonisti sono spinti non dal Male, il che donerebbe una parvenza di profondità metafisica, ma solo agiti da una mesmerizzazione che li muove con fare ridicolo e kitsch a commettere crimini mostruosi; in nome di chi o cosa? Né di un dio e nemmeno d’una passione che, morta la ragione, ammalori l’anima concupiscibile. La gratuità degli atti robotici, soprattutto, fa orrore: l’aborto e l’omicidio quali delitti perpetrati entro uno spirito dei tempi caliginoso e tumorale per cui essi assumono la validità, non solo ai loro occhi, di liberanti scelte personali.

Mesmerico, robotico, inorganico: a due opere, di eguale valore, amo riandare per illustrare la fine dell’umanità così configurata: Der Sandmann di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (L’uomo della sabbia, 1815) e Il gabinetto del dr. Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920) di Robert Wiene. Non lasciatevi ingannare dalle citazioni di Freud, Hitler e Weimar esalate dai critici superficiali: queste sono creazioni astoriche, da profeti biblici. Finisterre.

Ecco qui un mondo al di là del bene e del male. Nessuna bestia bionda all’orizzonte, nessuna vera liberazione. Vi piace? Un deserto senza colori, al mezzodì, attraversato da legioni di ciechi che gridano inutilmente alla volta chiusa del cielo, o bestemmiano, graffiandosi l’uno con l’altro: il paradiso in terra della Pacem in terris è il nostro inferno.

Kass Theaz, una ragazzetta sconosciuta, vuole far causa ai genitori per averla messa al mondo. Arriva, però, il contrordine. Ma no, dicono, si tratta solo d’una presa per i fondelli, uno scherzo di Kass, goliarda teen da Tik Tok. S’intuisce, però, al di là del caso particolare, forse addirittura veritiero, la tecnica collaudata: ingigantire ciò che serve ai propri fini, riesumandolo  dalla pattumiera digitale di ogni dove, e minimizzare o celare ciò che non vi rientra. La sparata di Kass, infatti, viene da lontano. L’uomo accorto, con le vibrisse storico-sociali più sensibili, la ritrova già pronta in Indovina chi viene a cena? (Guess who’s coming to dinner?, 1967), ineguagliato pamphlet sessantottino (a lieto fine) sulle prime coppie interraziali in America. Johanna Drayton, bianca, liberal e bella, e John Prentice, negro, liberal e bello, s’innamorano alle Hawaii e decidono per il matrimonio. Johanna è ricca e buona, John, affermato medico, col ghiribizzo della filantropia, lo è altrettanto; John, però, decide di sottoporre l’unione all’auctoritas dei genitori. Le esitazioni, le contraddizioni, le oscure pulsioni e i rimorsi di coscienza razziale delle due coppie più anziane costituiscono il nerbo del finto dramma. Il meglio (il succo della spremuta vitaminico-progressista) è nello scontro fra i Prentice padre e figlio. Il papà-postino Roy Glenn, granitico e proletario, ricorda al figliolo-altoborghese-modello Sidney Poitier: “Non ti permettere di chiamarmi così. Tu non hai il diritto di tapparmi la bocca dopo tutto quello che ho fatto per te! … Io mi sono ammazzato per guadagnare tutti i soldi che ti servivano per farti studiare! Lo sai quanta strada ho fatto con la borsa a tracolla in trent’anni? 75.000 miglia! … Tutte le volte che tua madre aveva bisogno di qualcosa .. spendeva per te … E adesso vuoi dirmi che questo non conta? E le vuoi spezzare il cuore?”. Al che Sidney Poitier, negro sì, ma di nuovo conio, risponde: “Hai già detto quello che volevi dire. Ora parlo io. Tu non mi devi insegnare come devo vivere. E finora cosa hai fatto? Mi hai detto quali diritti ho e quali non ho. Quello che ti devo per ciò che hai fatto. Lo sai che cosa ti dico? Che io non ti devo: niente! Se con la borsa a tracolla avessi fatto un milione di miglia avresti fatto quello che dovevi fare. Perché mi ci hai messo tu a questo mondo e da quel giorno tu mi dovevi tutto ciò che dovevi darmi come io lo dovrò a mio figlio … ma io non sono tuo! Non  puoi dirmi dove né quando sto sbagliando né puoi farmi vivere secondo le tue regole … tu non sai nemmeno chi sono, papà … tu non sai quali sono i miei sentimenti e cosa penso … e se te lo volessi spiegare non ti basterebbe tutta la vita per capirlo”.
Questo capolavoro narrativo (e perciò minore) di un’arte già minore, il cinema, fu sceneggiato da William Rose e diretto da Stanley Kramer. Quando la limpidezza o la sovrana e semplice durezza dei rapporti di sangue fra genitori e figli sono intorbidati da tali mossette – cento, mille, diecimila mossette psicologiste – allora, quasi sempre, si trova l’Ebreo … l’uomo perfetto per rivoltare le frittate … i gourmet dell’inversione danno il colpo di polso e la frittata rotea nell’aria per poi ricadere in padella: dalla stessa parte? Macché, da quella opposta, ma tutti si son fermati a guardare il gioco di prestigio in cui il cerchio roteava attorno ad assi invisibili, generando solidi inusitati, d’inafferabile quanto ineffabile complessità; e non vi hanno fatto caso. Cosa significa quel dialogo fra Poitier e Glenn? Primo: non esiste nessun debito di gratitudine verso chi ci ha preceduto: ogni atto, infatti, era dovuto; non esiste, al contempo, alcuna famiglia, o una più ampia comunità da cui l’individuo può trarre incontrovertibili nozioni etiche o morali; il singolo sorge nuovo alla terra: è solo; si distacca dall’alveo storico e culturale in cui è nato, non è di nessuno, incede libero per il deserto, con sentimenti tutti suoi. Che tali ideali siano del tutto falsi e che, in virtù della loro aura di libertà, altrettanto falsa, abbiano schiacciato l’umanità in poche generazioni è sotto gli occhi di tutti e riconosciuto da quasi nessuno; si continua a rimanere abbagliati dall’evoluzione aerea della frittata come dalle configurazioni aeronautiche degli storni.
Il Potere esalta, rimpiccolisce, elimina, inventa … il guardaroba digitale è immenso, e ricco di trovate, basta scegliere l’abito giusto … sempre quello, però …

Brucia Londinium, a tagliare i ponti col passato europeo. Nasce Londra. Siamo nel 1666.
1602 anni prima, nel 64 d.C., bruciava Roma. L’incendio sorprende il ventisettenne Claudio Cesare Augusto Germanico Nerone in Anzio. Il rogo dura una settimana, poi riprende nel Campo Marzio. La Repubblica Romana, la cui ombra virtuosa s’allungava sulla prima serie di imperatori, finisce qui.
Ricostruiremo tutto, dice Nerone, mentre appronta le prime costruzioni di fortuna per gli sfollati. S’aggirò mai fra i tizzoni fumanti della ex Roma? Comprese la portata di quella devastazione?
La Suburra, affollata di Ebrei, fu la prima ad ardere generando l’accusa anticristiana. Secondo una tradizione, quell’anno verranno giustiziati anche il primo pontefice Pietro e il formidabile metafisico Paolo di Tarso, entrambi giudei come Flavio Giuseppe, vittorioso postulante della seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina, e storico eminente.
Trent’anni più tardi i compilatori dell’Apocalisse avranno a transnumerare il nome “Cesare Nerone” nel famigerato 666. Birichinamente, dividendolo a mezzo, troveremo il 333, anno in cui fu ultimata la basilica di San Pietro, per ordine di Costantino I. Eretta sopra la tomba dell’Apostolo e sulla necropoli pagana del Campus Vaticanus, che ne costituì le fondamenta, visibili ancor oggi; e sui ruderi del circo di Nerone, l’Innominabile, il Piromane.

Ricordi? Ti ricordi Giucas Casella? Giucas (Giuseppe Casella Mariolo, 1949-vivente) con la mano sulla fronte, lo sguardo infitto negli occhi dei milioni incollati alla TV, intimava, senza scoppiare a ridere,  di cercare in casa un orologio fermo … supposto rotto … e di tenerlo ben stretto nelle mani, dacché lui, grazie al tracimante fluido siculo-mesmerico in dotazione, trasmesso via VHF al micco nel tinello, l’avrebbe fatto ripartire … e ripartivano sul serio, i catorci … inoppugnabili le telefonate in RAI: la patacca della Comunione, il cipollone del nonno, l’elegante tipo a bracciale del fidanzamento, persino la pendola inchiodata da anni alle quattro e trentasette nell’ingresso … certo, i cronometri digitali, chissà perché, facevano eccezione alle guarigioni via antenna, e però … e però come negare il fenomeno? Ma qui non c’era mica da negare nulla … gli è che il calore delle mani, gli scotimenti, la prestidigitazione nei tentativi di ricarica, avevano stimolato a nuova vita i delicati ingranaggi di qualche rottame … e così un banale fenomeno che riguardava una dozzina di teleutetenti assurgeva a operazione parapsicologica di massa, mercé l’auctoritas di Pippo Baudo, o chi per lui … allo stesso modo il climate change: non vi diciamo se o quanto farà più caldo … o più freddo … stiamo solo affermando: cambierà … per colpa antropica … cioè per colpa tua … qualunque colpa, a piacere … mucche, tubi di scappamento, deforestazione, maschilismo tossico … in un mondo di soggetti marci, babbei e ipocondriaci, una folata di vento, una grandinata, un’insolazione, qualunque accadimento, una volta quisquilia da scampagnata, provocherà ansie da apocalisse … ai tempi di Giucas la gente era meno credula poiché meno informata … oggi, in piena epoca incorporea, tempestati di notizie, dati e grafici isterici, col meteo che urla tempesta dagli i-phone di ogni ordine e grado, è quasi naturale scambiare uno spetezzo per uragano.

Il declino del supposto impero americano, lento e inevitabile, al di là del mito del grande botto, si porterà via milioni e milioni di frescacce sulla letteratura, sul cinema, sull’etica protestante yankee; con tutto lo scemenzario sulle università, i lavoretti degli adolescenti, il pragmatismo, l’invincibilità bellica, i grattacieli e le case di cartongesso … sarà un crollo dell’immaginario che lascerà a bocca aperta i più superficiali, tramortiti a fronte a quanto sia stato ottuso, meschino e piccolo ciò che essi hanno adorato; o meglio: ciò che gli hanno insegnato ad adorare, ai Nando Moriconi del giornalismo, delle cattedre, della politica più sdraiata e stracciona … intere biblioteche si scioglieranno come neve ad agosto, di notte, mentre nessuno vede.

È l’alto patriziato istituzionale che si deve temere per primo. Quel mondo praticamente sconosciuto di silenziari, cancellieri, grand commis, segretari particolari, protospatarii eunuchi, scansafatiche in gessato blu, lenoni, venditori d’auto di lusso, alti comandi militari con la tartina sul Risiko presso il centro ufficiali a cinque stellette – l’intera razzumaglia che, tra una sfilata e una presa per i fondelli commemorativa, trastullandosi nella vita dolcissima degli ultimi giorni della Patria, manovra ancor più per intrigare, corrompere, lucrare; depistaggi, ammuine da guitti consumati e ghiotte prebende, mostruose, a fronte dell’omertà: venti, quaranta, sessanta, novantamila, centomila euri mensili per coprire, dileggiare, ingannare – milioni, moltiplicati per dieci, per cento, cifre inimmaginabili, appalti nazionali, commesse europee, spalloni internazionali – camerlenghi apicali che sovraintendono alle partite di droga onde scongiurare episodi imbarazzanti come lo spacciatore preso in castagna mentre entrava e usciva liberamente dai palazzi istituzionali, brillantina e anello d’oro compresi; dignitari addetti al Triclinio dei Diciannove Letti che scelgono, con oculatezza felpata, prostituti e mignotte da smistare con le Lancia Thesis del Meritato Trastullo … su tale invisibile merda liquida galleggiano i continenti noti come partiti e sindacati, associazioni private che i gonzi scambiano per istituzioni … tutti ricattabili, miserabili, stupidi, d’un ignoranza crassa; ma tenaci, e accortissimi mafiosi, in grado di reprimere sul nascere l’intelligenza, l’indipendenza, l’amor di Patria. E la gente ci crede, continua a crederci, inebetita dal tifo: non a caso continuamente rinfocolato tramite attori da suburra reclutati all’uopo; di cui s’ingigantiscono dichiarazioni, menzogne e impennate d’arroganza, di destra, di sinistra, di centro, mai a favore dell’Italia, comunque; e gli Italiani bevono tutto, a garganella, accanendosi a difendere questo e quello, confidando in una buona fede mai esistita: per quasi tutti è importante sbandierare i colori di fronte al nemico, le chiappe rosse da babbuino in mostra, a mimare scherni e seduzioni di parte, per poi rilasciare il meme urticante o condividere il post che rilancia le consuete idiozie in inglese dei mille ciarlatani digitali, credendo di far parte di una koiné avvertita, con la verità sulla fronte.

Qualche tempo fa, camminando lungo i suburbi della città di confusione, Roma, presso un pratone di erbacce stitiche ricoperto di rifiuti, ultima diga all’urbanizzazione per diseredati, scorsi, da lontano, un leggero frullare; m’avvicinai; fra calcinacci e mattoni sgretolati, un sacco che conteneva immondizie e cartacce: dallo squarcio, ecco un libriccino che il vento, a tratti, improvviso scompaginava, come un uccellino ferito che raccolga a tratti la vitalità e non si conceda alla morte. Lo raccolsi. È arrivata una cicogna, s’intitolava; una di quelle amabili produzioni anni Cinquanta che si dovevano proprio avere a commemorazione d’una nascita e d’un battesimo, della Comunione, del matrimonio. “Il babbo voleva chiamarti: Carlo, se bambino; Francesca, se bambina. La mamma voleva chiamarti Carlo, se bambino, Rosa, se bambina”: queste le prime pagine. E poi, alla successiva, debitamente compilata con grafia incerta dai genitori, la nascita: la data, l’ora, il luogo, l’altezza, il peso e i capelli (“lunghi, folti e neri”, annotano) e gli occhi (“blu intenso”); e finalmente il nome, scelto, forse, dopo un compromesso: “Beatrice, Bea”, ovvero beatrix, colei che reca la felicità. E poi, seguivano, minuziosamente vergati, i testimoni, i dottori, gli assistenti, persino gli impiegati dell’anagrafe, reputati come invitati alla festa; e poi i segni particolari: “Nasino all’insù, colorito roseo e molto vispa”. Somiglianze? Come papà”. Le partecipazioni, i primi visitatori, i primi regalini, la galleria agnatizia (nonni, zii, cuginetti), gli attributi zodiacali, foto varie; e il battesimo: data, ora, luogo, chiesa, padrino e madrina, doni (fiori, braccialetti e collanine) e i presenti alla cerimonia, ancora nonni, zii e cugini, lombardi, veneziani, calabresi o emigrati in Australia, tutti rigorosamente citati da tali sconosciuti e popolarissimi amanuensi: Maria, Adelaide, Crispino, Giovanni, Cesare. E poi la crescita progressiva dell’altezza e del peso, il pediatra, il primo dentino e il ciuffetto dei capelli; che ritrovo ancora qui, nel libriccino, intrappolato dopo sessant’anni in una bustina trasparente assicurata con la colla, come un insetto nell’ambra primordiale. E le parole, graziose storpiature: Beatrice vede una pecorella e la chiama “caporella”, Giancarlo è “Caccallo”, il telefono lo chiama “pronto”; e quindi la scuola, le prodezze ginniche, i compagni, la maestra, i libri, la prima firma, il catechismo; e ancora foto: Beatrice a San Pietro con la neve, Beatrice in groppa a un somarello, Beatrice con la mamma in una pineta, accoccolate su una linda tovaglietta da pic-nic, il papà un po’ più indietro, pantaloni e giacca scuri, camicia e capelli lisciati all’indietro, ma senza vezzi, il volto segnato, la sigaretta mezza consumata stretta fra indice e medio destri; un poco vergognoso, come tutti i maschi di una volta, estranei a quel minuscolo recinto sacro ove la donna, signora e sacerdotessa celeste della trasmissione della vita, celebra la propria funzione eterna di educatrice. Pronto a subentrare, magari, anni dopo, col figliolo maschio, a definire la virilità da quel primo gineceo, tramite segreti e accettati riti d’iniziazione, a volte volgari, altre brutali, cascame antichissimo di un ruolo apollineo da sempre assegnatogli.

Dopo tre millenni a Roma si scava. Cosa ne esce? Tombe. Ed epigrafi. Migliaia, decine di migliaia. Uomini, donne, bambini, adolescenti; magistrati, artigiani, soldati; nomi, gentilizi, cognomina, soprannomi; date di nascita, dediche, ammonimenti, parole d’affetto per i parenti, un maestro, la moglie, un figlio. In alcune zone della città si potrebbero ricostruire interi nuclei familiari. La scrittura, il ricordo. E poi cosa esce alla luce? Acquedotti, condotti idraulici, vasche, ninfei, cunicoli agricoli, peschiere e vivaria, cisterne, aree fluviali di sfogo: italici, etruschi, romani, protocristiani, altomedioevali. L’acqua, e il tempo. Questi uomini, semplici e profondi assieme, conoscevano i valori fondanti della civiltà: il dominio delle acque; e del tempo. Costringere l’elemento indefinito per eccellenza, l’acqua, potenzialmente distruttore, alla definizione di un giogo ineluttabile e mutarlo in vita perenne vincendo il Caos; e così per il tempo, a scorno dell’Oblio Conquistatore.

Aeliae
Maximae fil(iae)
dulcissim(ae)
q(uae) v(ixit) a(nnos) IIII m(enses) VIIII d(ies) XX
P(ublius) Aelius Maximus
tr(ibunus) et
Flavia Detelia
parentes
infelicissimi

(Aemilia, Regio VIII, Ravenna, CIL 11, 00025)

Tagliar via tutto questo … quale crimine inguaribile si sta commettendo?
Chi piangerà la piccola Aelia Massima, figlia dolcissima?

Fonte: https://alcesteilblog.blogspot.com/2023/06/e-arrivata-una-cicogna.html

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