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Dove trovano i soldi i cinesi ?

DI GIOVANNI ZIBORDI

cobraf.com

“Senza che ci siano stati annunci, il premier Li Keqiang sta implementando quello che ai vertici di China Development Bank (una banca statale), chiamano uno “stimolo economico ufficioso”, in cui si iniettano fondi nei governi locali tramite le banche, invece di aumentare i deficit del governo centrale” (Forbes, agosto 2013) ”la provincia del Sichuan ha stanziato 4,300 miliardi di yuan per autostrade, ferrovie, aereporti nei prossimi due anni, una cifra pari a due volte il suo PIL e dieci volte le sue entrate fiscali dei prossimi due anni…” (Skynews.Sina.com, 23 ottobre 2013)
Dove hanno “trovati i soldi” i cinesi per industrializzarsi negli anni ’80 e ‘90, visto che il loro paese non aveva materie prime da esportare, non aveva riserve in valuta o oro da cui partire, era estremamente povero con livelli di risparmio elevati in percentuale, ma marginali in valore assoluto e non si è mai indebitato sui mercati internazionali?
Come ha fatto la Cina in venti anni (dal 1992 ad esempio) ad aumentare il PIL da 2.600 miliardi a 51.000 miliardi di Yuan e in dollari da 488 miliardi a 8.200 miliardi, come ha finanziato in venti anni questo incremento di 20 volte del PIL, misurato in yuan e di 16 volte misurato in dollari, in termini di “trovare i soldi” come dicono Monti, Letta e i capi della UE?

La Cina ha puntato sull’export e sui surplus commerciali e ha accumulato ora enormi riserve in valuta, ma la quantità di investimenti che sono andati nella sua industrializzazione e nelle enormi opere infrastrutturali create dal 1990 ad oggi supera di un ordine di grandezza il valore dei surplus commerciali cinesi (che comunque sono diventati rilevanti solo dopo il 2001, cioè dopo che è stata ammessa nel WTO e l’occidente ha rimosso le barriere commerciali). Si può sostenere quindi che la Cina “non aveva i soldi” per industrializzarsi così in fretta, nel senso che non aveva risparmi e ricchezza di qualche genere preesistente per finanziare questo ammontare colossale di investimenti, che è sempre stato, anno dopo anno, superiore al 40% del PIL.

Il motore dello sviluppo cinese è stato la creazione di enormi quantità di credito, con le banche che rispondono ai governi locali o centrali ed erogano prestiti a tassi pari o inferiori all’inflazione e che quando risultano inesigibili vengono semplicemente presi a carico dallo stato e “dimenticati”.

Quando è scoppiata la crisi finanziaria del 2008 la Cina ha subito un crollo dell’export e il suo surplus con l’estero è passato dall’8% al -2% del PIL. Il governo cinese ha immediatamente lanciato un piano colossale di opere pubbliche e infrastrutture e i governi locali hanno incoraggiato le costruzioni residenziali e commerciali, per cui la quota di investimenti sul PIL della Cina dal 43% è arrivata al 50% (nessun paese prima, neanche in Asia, era mai arrivato oltre il 40% del PIL). Dove hanno trovato i soldi? Hanno usato la valuta che hanno accumulato esportando?

No, hanno espanso il credito del 30% l’anno e hanno usato il deficit pubblico: i governi locali hanno aumentato il loro debito dal 25% al 50% del PIL (anche se le cifre esatte non sono conosciute e le stime variano). Dopo la crisi finanziaria del 1994 (quando le banche cinesi erano tutte fallite con perdite stimate pari a metà del PIL) e quella del 1999-2000 (quando erano pure quasi tutte fallite), era stato vietato ai governi locali farsi prestare dalle banche, e questi allora hanno creato veicoli finanziari ad hoc, controllati da loro, che hanno finanziato i loro deficit con prestiti o bonds venduti alle banche. Si calcola che sia stata finanziata in questo modo quasi tutta la spesa per infrastrutture dal 2008 e si stima che il debito di questi veicoli finanziari locali sia già in buona parte da considerare in default. Secondo Nomura senza la garanzia del governo centrale metà del debito sarebbe già stato dichiarato in default l’anno scorso.Il governo centrale cinese ha debito pubblico pari a solo il 23% del PIL e ha anche riserve di valuta di 3,500 miliardi di dollari, per cui si può pensare che sia per questa ragione che la Cina possa permettersi questa esplosione dei deficit locali. Ma in realtà ha sempre utilizzato questo approccio, anche quando non aveva già accumulato riserve in valuta.

Nel 1998-1999, prima di essere ammessi nel WTO (nel 2001), quando la Cina non aveva un surplus estero rilevante ed era anzi quasi in pareggio come commercio verso l’occidente, si verificò una situazione simile, in cui le maggiori banche cinesi erano tecnicamente fallite a causa della creazione di credito a ritmi accellerati. Il modo in cui il governo risolse il problema fu che nell’ottobre 1999 creò quattro “veicoli” finanziari ad hoc, indicati genericamente come “società di gestione”, che presero in carico in un solo colpo l’equivalente, stimato da 200 a 400 miliardi di dollari, di crediti marci dalle banche.

Come riferimento, nel 1999 il PIL della Cina era di 1,083 miliardi di dollari. Nessunosa esattamente quanto fossero accurate queste cifre, ma anche prendendo le stime più basse lo stato cinese assunse su di sé crediti in default per una cifra intorno al 15% del PIL. Sono passati ora 14 anni e questi crediti sono sempre “a bagnomaria” presso questi enti statali ad hoc, ma si sono ridotti molto rispetto al PIL cinese, perché da allora questo è aumentato di sette volte. Non sembra che questo sistema poco ortodosso e poco “di mercato” di creare enormi quantità di credito per industrie, infrastrutture e costruzioni e poi correggerne gli eccessi facendo assorbire il debito nei bilanci dello stato abbia finora creato gravi problemi alla crescita della Cina.Un discorso analogo lo si può poi anche fare per Corea, Singapore, Hong Kong, Taiwan: come hanno finanziato i paesi dell’Est asiatico un’ industrializzazione accelerata spettacolare, che in due generazioni li ha portati da livelli di povertà africana a raggiungere e ora superare molti paesi occidentali ?

In estrema sintesi, i paesi dell’est asiatico: i) hanno evitato quasi interamente di indebitarsi con l’estero come stato e in misura più limitata come settore privato, ii) non hanno istituito un vero sistema “di mercato” di banche private e investitori finanziari aperto al mercato globale (salvo Hong Kong e Singapore), iii) i governi, nazionali e locali, hanno diretto e controllato la quantità di credito e regolato pesantemente il settore finanziario per fargli finanziare a tutti costi la crescita economica, iv) i governi hanno manipolato indirettamente e direttamente il tasso di cambio.

Questo sistema dirigistico di creare moneta e credito e di allocarla ha funzionato largamente in questi paesi, perchè il denaro creato in questo modo “elastico” è stato usato in gran parte per investimenti produttivi e infrastrutture, nonostante sprechi enormi e fenomeni di corruzione su larga scala. E’ difficile dire quanto il meccanismo monetario di questi paesi sia stato un fattore preponderante del loro rapido successo economico, che fa leva ovviamente anche su altri fattori socio-culturali. Ma i paesi asiatici di successo sono ora diventati una decina, producono più del 40% del PIL mondiale e continuano a crescere, mentre in occidente c’è stagnazione e anche depressione. Le modalità che incontri non sono identiche tra Giappone, Corea, Taiwan, Singapore o Cina e va detto che in occidente gli studi sul sistema monetario asiatico sono rari. Quelli che esistono però, come il fondamentale lavoro di Richard Werner sul Giappone 1, mostrano un modello abbastanza simile, centrato sulla creazione di moneta “elastica” da parte dello stato o di banche controllate o dirette dallo stato, che non si affida al mercato finanziario globale, ma mantiene poteri di intervento sulla valuta, sulle banche e il credito. Non si tratta qui della solita contrapposizione di “dirigismo” verso “liberismo”, in cui il primo si adatterebbe meglio alla “mentalità asiatica”, perché questi paesi hanno regolamentazioni e tassazione dei paesi occidentali e in questo senso sono più “liberisti” dal punto di vista dell’attività imprenditoriale. Ma per quanto riguarda il sistema finanziario la loro posizione si inverte e sono quasi tutti più “dirigisti”: controllano il tasso di cambio indirettamente, non lasciandolo fluttuare senza interferenze, non si indebitano quasi all’estero come stato, danno “plafond” o “direttive” alle banche in termini di credito e quando delle banche risultano fallite lo stato assorbe le perdite con meccanismi “ad-hoc” in pratica annullando il debito che tratta come se fosse “verso se stesso”.

L’esempio della Cina citato sembra estremo (un governo che assume su di sé crediti marci o tossici pari a metà PIL!), ma un altro esempio estremo si è avuto in Giappone nel 1945, quando i crediti inesigibili erano il 100% degli attivi delle sue banche e il governo utilizzò un sistema simile: li spostò sul bilancio della Banca centrale e il paese ripartì con i bilanci delle banche ripuliti. Richard Werner ha notato che in Germania nel 1945 si verificò la stessa cosa, grazie alla politica di denazificazione degli alleati, che dichiararono nulli tutti i debiti privati e pubblici esistenti, in quanto dovuti a entità coinvolte nel regime e in questo modo la Germania ripartì praticamente senza debiti. Quando si è verificata la crisi finanziaria asiatica del 1997, la soluzione dei paesi asiatici più coinvolti come la Thailandia e la Malesia è stata simile (e come noto la loro crescita è ripartita nel giro di un anno e per ora non ha subito battute d’arresto paragonabili a quelle dei paesi occidentali nel 2001 e nel 2008).

Come si è visto però negli altri capitoli del libro, curiosamente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, con la crisi seguita a Lehman Brothers dal 2008, sono stati costretti a fare qualcosa di simile. Quando infatti le Banche Centrali inglesi e americane comprano centinaia di miliardi di crediti tossici dalle loro istituzioni finanziarie (o comprano bonds del loro governo), senza dare segno di rimetterli più sul mercato, cosa fanno di così diverso dai meno sofisticati asiatici? Anche loro utilizzano il potere dello stato, tramite la banca centrale nel loro caso, per creare moneta e far sparire debito sia pubblico che privato che sia diventato eccessivo o inesigibile. Anche loro capiscono che la moneta non è una quantità di oggetti, ma una convenzione sociale, regolata dalle leggi della collettività e quando un eccesso di debito minaccia il funzionamento della società lo stato ha il potere di rimuoverlo.

Sono questioni che coinvolgono la storia di molti paesi e non c’è la presunzione di fornire una teoria, ma si vuole notare il fatto che lo stato in molti di questi paesi ha utilizzato i suoi poteri di creare moneta e non ha lasciato che l’economia si paralizzasse o collassasse solo per evitare di “interferire con il mercato”. In America nel 2009, quando l’eccesso di mutui cartolarizzati marci stava paralizzando il sistema, lo stato, tramite la banca centrale, ha creato moneta e i debiti se li è assunti lui (neutralizzandoli).

Il mercato, quando esiste una situazione di concorrenza, funziona nel produrre beni e servizi. Ma la moneta non è un bene prodotto e scambiato in condizioni di concorrenza, è l’unità di misura con cui scambi tutti gli altri beni e quando non sia convertibile in qualcosa d’altro come l’oro è una convenzione sociale, per cui è assurdo che uno stato si dica vincolato dal problema di “trovare i soldi” visto che li può creare senza costi. Il compito dello stato è utilizzare o allocare la moneta in modo che serva a far produrre più beni e servizi e far lavorare più gente e se quello che lo impedisce è del debito accumulato, lo stato può usare il privilegio di cui gode di definire cosa sia moneta e cosa sia debito e far sparire il debito (soluzione asiatica) o scambiarlo con moneta (soluzione recente USA e UK). E va notato che soluzioni monetarie “poco ortodosse” di questo genere non hanno creato inflazione, come dimostra l’esperienza di quasi tutti i paesi dell’est-Asia che sono cresciuti per 20 o 30 anni costantemente a ritmi da “miracolo economico” senza inflazione rilevante. E come dimostra l’esperienza recente degli Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno creato moneta per monetizzare deficit pubblici e assorbire tonnellate di crediti tossici dalle banche, senza avere creato inflazione rilevante.

Giovanni Zibordi

Fonte: http://cobraf.com/

Link: http://cobraf.com/media/filer_public/32/15/32158eeb-739b-4d2f-b65f-e90e3ff99b94/23_dove_hanno_trovato_i_soldi_i_cinesi.pdf

 

Tratto da:  Marco Cattaneo Giovanni Zibordi  La soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana”

2014, Hoepli

 

Note
1.Richard Werner: “Princes of the Yen, Japan’s Central Bankers and the Transformation of the Economy”. New York: M.E. Sharpe. 2003

Pubblicato da Davide

11 Commenti

  1. Si va avanti finchè le persone si rendono conto che la moneta fiat è carta straccia,e non la accettano più.L’oro fisico,almeno non lo puoi espandere all’infinito come la moneta fiat,un kg rimarrà sempre un kg.E’ tutta una finzione finanziaria delle banche centrali,ma alla fine qualcuno dovrà pur pagare.In europa grecia-italia-spagna hanno salvato le banche,sia nazionali che quelle tedesche che hanno speculato su di loro con lo spread,e inoltre hanno distrutto l’economia,non potendo inflazionare l’euro,fatto che ha avvantaggiato la germania.La Cina si salverà,perchè attualmente ha le maggiori riserve auree,se si tornasse ad un gold standard.Oppure si salva lo stesso,perchè con pistole e distintivo,ti obbligano ad usare la carta straccia,che si può produrre all’infinito.

  2. I “soldi” non si vanno a cercare, semplicemente si producono dal nulla, FIAT e amen.
    Il “monarca” si arroga tale diritto, ora chiedetevi di quale monarchia siamo sudditi e di cui si vive in europa.
    Ma sopratutto chi sono i suoi cani guardiani.

    Il credito che deriva dalle attività produttive è l’indice vero della ricchezza di uno stato.

    La Cina usa la moneta per produrre ricchezza e non per fare semplice usura.

  3. Come nulla si sa di che fine fanno, qui da noi, i cinesi che muoiono, così ben poco si sa di come facciano i cinesi ad avere l’economia che hanno, anche in rapporto alle esportazioni di cui tanto si favoleggia. Inoltre, quando si paragonano gli imperi, almeno dal punto di vista etico, e si tende a pensare che i cinesi non hanno un’etica (ovviamente così non è), basterebbe confrontare il comportamento degli stessi con i vicini asiatici rispetto a quanto fanno ad esempio gli americani (meglio, il gruppo di potere transnazionale che comanda in occidente) rispetto agli alleati minori. I primi non hanno di fatto impedito a nessuno dei vicini-concorrenti diretti, di far progredire le loro economie, mentre i secondi non hanno esitato ad affamare interi popoli. Poi, capire perché l’occidente abbia creato le condizioni, al suo interno, per una inferiorità, almeno a livello economico, rispetto agli asiatici è un mistero, che richiederebbe un discorso a parte.

  4. Probabilmente occorre supporre una condizione che precede l’emissione della moneta, ovvero che lo Stato abbia il pieno controllo dell’economia, ovvero che le decisioni politiche prese dal governo si riflettano immediatamente nel sistema bancario e finanziario più in generale: cioè che tutti obbediscano. Qui da noi non è così: le decisioni sono avversate spesso da una pluralità di centri di potere che si rifrangono in una diluizione delle decisioni politiche qualora queste non siano gradite da centri finanziari esteri e sopratutto la prudenzialità del sistema bancario nel concedere prestiti ( ai ‘non amici’ … ) è nota a tutti . Insomma, il discorso di Z. regge ma presuppone una sovranità politica che noi non abbiamo più da almeno 70/80 anni … e oggi meno che mai. Non solo l’ Eu a fare da schermo, non è solo il nostro ingessato sistema bancario ad agire con i piedi di piombo ( i prestiti dal 2009 sono diminuiti drasticamente ) sono anche le istituzioni internazionali, le agenzie di rating, le decisioni assai opache dei centri finanziari relative al ‘gradimento’ su di un determinato governo, ed infine quello che raramente si dice, il peso della Nato nell’ ‘orientare’ questo gradimento in vista dell’ una egemonia globale. Con questi pesi e vincoli, e le ‘guidelinees’ implicite che ne derivano, è ben difficile realizzare una politica monetaria autonoma e puramente ‘tecnica’. Ultimamente è stata presa una decisione da parte della ‘banca delle banche’, ovvero la BRI, che non mi pare sia stata commentata con la dovuta attenzione ( qui: https://reseauinternational.net/bale-iii-la-revolution-que-personne-na-vu-venir/ ). Si tratterebbe in breve di innalzare la valutazione dell’ oro nei bilanci delle banche centrali, portandolo al 100% del suo valore e non piu’ al 50% come finora. Questo determina un innalzamento della massa monetaria globale dato il moltiplicatore finanziario delle riserve e dovrebbe esser di stimolo all’economia dei singoli Paesi. Mi rimetto naturalmente al pare di chi ne sa più di me…ma mi sembra che in questo modo si possa attuare una parte del discorso di Z. a livello ‘macro’.

  5. Una analisi interessante del miracolo economico asiatico e dell’uso dei mezzi finanziari per lo sviluppo economico. Noto inoltre che l’esplosione del surplus commerciale cinese è conseguenza dell’entrata di quel Paese nel WTO. Una decisione non solo discutibile ma equivalente al suicidio economico da parte dell’occidente, oggi contrastata efficacemente solo da Trump a forza di dazi. L’Europa invece continua nella via del declino economico con la libera circolazione dei beni e la globalizzazione. Manca nell’articolo un accenno alla ‘guerra economica’ praticata da tutti i Paesi asiatici nei confronti dell’occidente : cercare di limitare al massimo le importazioni e proteggere la produzione di beni nel mercato interno, e conquistare i tutti i modi possibili i mercati esteri. Questa politica è stata favorita dalla sciagurata ideologia liberista europea e americana (fino all’avvento di Trump) e oggi ci ritroviamo non solo con un tranfer di ricchezza reale dall’occidente ai Paesi asiatici ma anche con una dipendenza nei beni tecnologici essenziali (molto spesso dual use) per lo sviluppo economico e per il settore militare. È ora di cambiare radicalmente politica economica, prima lo si fa e meglio è.

  6. la questione è semplicissima:
    la banca centrale della cina appartiene al governo cinese…opera nell’interesse di tutti i cinesi…
    mentre in europa, sono i politici ed i governi i come quello italiano ad appartenere alla banca centrale europea ed alle sue filiali ed operano nell’esclusivo interesse dei banchieri e delle multinazionali. a scapito dei popoli.

    ps.è questo l’inganno di cui parlava l’industriale henry ford…i soldi dovrebbero essere solo una convenzione(come in cina)..e non una merce di cui subire ricatti e diventare una corda che ti strozza o un giogo che ti schiavizza..(europa).

  7. Ottimo spunto di Zibordi, al quale modestamente aggiungo che tali politiche monetarie sono attuabili laddove lo Stato eviti di indebitarsi in valuta estera e/o mantenga una bilancia dei pagamenti in surplus.
    In Italia oggi abbiamo una bilancia dei pagamenti in attivo, inoltre da anni produciamo un saldo primario positivo.

    Con queste premesse non riesco a contenere la mia rabbia quando ascolto gli esperti del Governo del cambiamento, come Conte e Tria, affermare che il nostro problema sono i soldi ed il debito.
    Almeno queste castronerie da parte leghista non vengono affermate…

  8. Comunque abbiano fatto, si sono meritati ampiamente tutto quello che hanno: lavorano come disperati e sono molto seri. Il mio desiderio sarebbe di scambiare tutti gli euro che abbiamo in cambio di Yuan. Poi loro, con gli euro potrebbero strangolare l’UE che ci offende di continuo . E così Italia e Cina vissero per sempre insieme felici e contente.
    Una favola? Mica tanto: vedrete che qualcuno ci penserà prima o poi.

  9. Vincenzo Siesto da Pomigliano

    Per favore, non mi dite che li stampano a iosa! :-))

  10. Anche senza scomodare la Cina, l’Italia ha avuto un sistema di monetizzazione del debito, una moneta “elastica” che le ha consentito dalla fine della guerra fino al 1981, quando fu deciso il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, di sviluppare un’economia di grande sviluppo fino a diventare la quinta potenza industriale del pianeta. La questione della moneta va perciò inquadrata nella prospettiva più ampia di ciò che sta accadendo a livello globale.
    Nel 2016 le principali banche dell’ occidente FED, BCE, Bundesbank, Banca d’Inghilterra e Banca di Francia definirono le nuove regole del sistema bancario inserite nel pacchetto “Basilea 3”. Fra le altre venne inserita la norma che considera l’oro, in lingotti “fisici” detenuto dalle banche, “cash equivalent”, cioè moneta contante alla pari del dollaro o dell’euro. E’ un evento eccezionale che di fatto inverte il processo di demonetizzazione dell’oro avviato da Nixon nel 1971. Non è un ritorno tout court al Gold Standard, ma una sorta di rimonetizzazione dell’oro “Gold remonetization”, introdotta pare, per aiutare, dicono, la capitalizzazione delle banche di paesi a basso rating come i soliti PIGS e in particolare l’Italia nelle cui banche sono presenti BTP “a rischio” per quasi 400 mld di euri. Di fatto però questo processo di rimonetizzazione dell’oro consente alle banche centrali di monetizzare il 100% delle riserve auree fisiche al prezzo dell’oro attuale. In prospettiva però, l’oro fisico può diventare il moltiplicatore finanziario della moneta “cartacea” per 20, 30 volte il suo valore attuale. Da qui è nata una sorta di “corsa all’oro” da parte delle banche centrali con acquisti massicci e rimpatri di riserve depositate in altri paesi. Ma mentre le banche centrali silenziosamente fanno acquisti, speculatori e banchieri fanno a gara per tenere basse le quotazioni dell’oro, con speculazioni sui derivati dell’oro “cartaceo”. A cosa mira tutto questo non lo so, ma probabilmente rientra in una situazione di cambiamento di paradigma per quanto riguarda la riforma della moneta egemone, del petrodollaro, giunto ormai alla conclusione della sua parabola storica.
    Per quanto riguarda l’Italia,la questione della “proprietà” delle riserve auree è comunque una questione vitale per la sopravvivenza stessa del nostro paese.

  11. La differenza è che le banche cinesi creano moneta per comandare “lavoro” mentre le banche centrali occidentali creano moneta solo per sostenere/ aumentare il comando della “finanza” sul “lavoro”.
    Nel primo caso cresce il PIL in beni e servizi reali nel secondo cresce il PIL ( se cresce) solo in indici finanziari.