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Dogman (o le prevedibili virtù dell’ignoranza)

DI JOE H. LESTER

comedonchisciotte.org

Quest’anno il ricco programma mi ha quasi fatto desiderare essere al Festival di Cannes. E tenete presente che andare a Cannes non è mai stata una delle mie principali aspirazioni, preferisco Venezia. Eppure titoli come Shoplifter (Manbiki kazoku) del giapponese Kore’eda, BlacKkKlansman di Spike Lee, l’attesissimo The Man Who Killed Don Quixote di Terry Gilliam, ma anche Under the Silver Lake di David Robert Mitchell, mi hanno fatto venire l’acquolina in bocca. Ero sinceramente curioso di sapere chi avrebbe infine premiato la giuria a maggioranza femminile del concorso principale, presieduta dalla bravissima e affascinante Cate Blanchett, portavoce del movimento #MeToo. Come anche di leggere le recensioni dell’ultima fatica di Gilliam, considerando poi che non è affatto certo noi comuni mortali riusciremo a vederla in sala.

Per soddisfare questa mia fame con dei surrogati, ho recuperato il meraviglioso Little Sister di Hirokazu Kore’eda, integrando la visione con parte dell’attuale proposta cinematografica, dal brillante L’isola dei Cani di Wes Anderson – regista che mi è parso di riconoscere nel personaggio di Chief, il randagio che si è lasciato addomesticare dai giovani Coppola (Roman, autore del soggetto assieme al cugino Jason Schwartzman e lo stesso Anderson) – al divertentissimo e spensierato Deadpool 2. Ho ceduto pure a Loro 1, lo ammetto (mi manca ancora il 2), una via di mezzo tra uno spot diretto da Sorrentino e uno sketch di Crozza, su cui voglio spendere due parole. Per gran parte del film osserviamo donne nude o seminude ancheggiare in pose plastiche su superfici rialzate e bagnate, cordoli sottili, gradini e così via. Sempre fatte di coca e MDMA, naturalmente. Nella realtà sarebbe stata una strage di scivoloni, craniate e arti spezzati. Persone poco lucide in posizioni precarie, talvolta quasi incastrate… Questo ricorderò del film: l’ansia che potessero farsi male. Più venti minuti finali dell’imitazione di un Berlusconi col cranio troppo allungato rispetto l’originale.

Poi finalmente al cinema è uscito Dogman di Matteo Garrone, uno dei due italiani vincenti a Cannes. L’altro è Lazzaro felice, di Alice Rohrwacher, premiato per la sceneggiatura e del quale, conoscendo l’autrice e la sua filmografia, possiamo facilmente immaginare che non sia proprio la solida scrittura la peculiarità dell’opera.

Il problema principale che ho avuto con Dogman invece, è che quasi mai sono riuscito a empatizzare coi personaggi e credere realmente in ciò che vedevo. Possiamo dire che il patto finzionale tra mezzo e spettatore, la cosiddetta sospensione dell’incredulità, sia una forma di momentanea e desiderata ignoranza? Oggi, dopo questa visione, credo di sì, soprattutto confrontando le mie reazioni con quelle degli amici che mi accompagnavano, decisamente più impressionabili del sottoscritto. Mi spiego meglio, spoilerando pesantemente: fin dalla prima scena, in cui vediamo Marcello lavare un cane molto aggressivo incatenato all’interno di una vasca rialzata, ho percepito un senso di meccanica irrealtà. Come ha potuto il protagonista da solo portare fin lì una bestia tanto furastica? Com’è riuscito a mettergli la catena al collo? Queste domande mi hanno fatto perdere interesse per l’intera sequenza, in quanto l’esito, cioè che Marcello avrebbe rabbonito gradualmente il molosso, era per me scontato. A quel punto avrei trovato più credibile, e anzi interessante, l’improvviso irrompere nell’inquadratura di un’astronave, come in una celebre parentesi di Brian di Nazareth.

Stessa sensazione mi ha lasciato il piano sequenza ambientato nel carcere, dove Marcello, nuovo arrivato, anziché rintanarsi il più velocemente possibile nella sua cella, si concede una lentissima camminata lungo un ballatoio, quasi a mettersi involontariamente in mostra e annunciare il suo arrivo agli altri detenuti che lo osservano truci. Un equivoco tipico del cinema italiano autoriale: lento vuol dire profondo.

Analogamente, riguardo il rapporto con la figlia, non ho mai sentito affetto, quanto più un sentimento ostentato e sopra le righe, l’esatto contrario di quello che ha con l’ex-moglie, con cui scambia a malapena una parola ogni tanto, ma che pure gli affida la bambina. Se vuoi farmi credere a rapporti esistenti o esistiti, e quindi creare un passato ai personaggi pur senza metterlo in scena, la cosa va costruita meglio, con più impegno perlomeno.

Restando nell’ambito della credibilità, la sequenza simbolo potrebbe essere quella della porta del laboratorio che una notte, spinta da un vento poderoso (a suggerire forse l’arrivo di una qualche minacciosa presenza), continua a riaprirsi nonostante gli sforzi contrari di Marcello. La mattina seguente un individuo batte furibondo i pugni su quella stessa porta nel tentativo di entrare nell’ambiente senza però riuscirci. Ma come, quella porta non era così debole da essere spalancata dal vento? È stata riparata nottetempo? E perché non prendersi pochi secondi per mostrarlo? Come può adesso avere pretese di realtà l’energia impiegata dall’attore che batte i pugni?

Ecco forse quello che più contesto a questo film scritto in maniera a tratti approssimativa, non è tanto la recitazione, ma proprio la direzione degli attori. Non ho mai percepito “vero” il continuo sorridere di Marcello, il suo esagerato gridare “ammoreee!” o il dialetto romano del poliziotto che lo porta via e lo interroga.

Scrive Georges Arliss nella sua autobiografia: “Avevo sempre creduto che la recitazione cinematografica dovesse essere esagerata, ma ad un tratto compresi che la dote fondamentale di un attore per trasportare la sua arte dal palcoscenico allo schermo era la misura“. Ho trovato Fonte poco spontaneo, senza misura, quando condivide il cibo col cane, come uno che sa di essere osservato e quindi ho avvertito la presenza della macchina da presa. Ho percepito le indicazioni del regista quando Marcello attraversa il Parco del Saraceno a Pinetamare guardandosi intorno, quando annuisce leggermente fissando i mobili nel suo laboratorio coperti con precisione da teli di plastica (chi li ha messi?). Ho trovato troppo rigidi persino i movimenti delle sue gambe durante le immersioni e troppo snob questa loro passione per i fondali marini (il Canaro era un subacqueo?). Mi ha infastidito l’assenza di pause in tre battute fuori campo, “Tutto a posto? Com’è andata poi? Ciao!”, che mi hanno fatto percepire l’assenza di un interlocutore, come pure la repentina e infantile conclusione di un dialogo importante tra vari personaggi seduti attorno a un tavolo, per le proteste di un singolo, “Ahò, nun ce se può parlà con voi!”, quasi ad ammettere: “non sapevamo in che modo concludere”.

Niente da fare, in Italia non riusciamo a raggiungere la credibilità, di scrittura e recitazione, di opere tipo Manchester By The Sea o Wind River, per citare due titoli premiati rispettivamente agli Oscar e al Festival di Cannes.

Faccio queste riflessioni sapendo di pormi ampiamente controcorrente rispetto al pensiero della maggior parte della critica italiana che tanto ha decantato l’umanità e la tenerezza del film, a cominciare dal suo stimabile e illustre decano, Paolo Mereghetti, il quale però nella sua recensione su Corriere.it racconta di un protagonista uscito di prigione dopo cinque anni. Non è così, la brutta e improvvisa didascalia su schermo nero, in un film che non ne presenta altre né prima né in seguito e che va a riempire un brusco salto temporale, riporta: “un anno dopo”. Voglio dire che probabilmente, questo film, io l’ho solo osservato meglio.

Perché inoltre narrare proprio questa vicenda, modificandola nel suo cruento epilogo? Perché scegliere di raccontare una storia ispirata alla vicenda del Canaro se poi non si ha il coraggio di accennarne anche l’efferata umana violenza per cui è noto l’episodio di cronaca? Perché prima ancora scegliere Lu cunto de li cunti, se obiettivamente non si possiede la propensione né il respiro necessario al fantasy? Il racconto dei racconti – Tale of Tales lo difesi fino all’inizio del secondo tempo, poi l’orco che precipita nel burrone, realizzato con un pessimo effetto digitale, mi aveva definitivamente disturbato. Perché non abbandonare quella scena sul pavimento della sala di montaggio? Bastava mostrarne i protagonisti (tra cui l’altra sorella Rohrwacher) intenti a tagliare la fune, seguirne la caduta magari, e infine inquadrare l’orco in terra. Perché inserire un effetto che avrebbe stonato già ai tempi di Fantaghirò? Perché oggi riproporre ancora Collodi dopo l’insuperabile Geppetto di Manfredi nell’oramai bellissimo Le avventure di Pinocchio di Comencini, dopo un cartone Disney entrato nell’immaginario collettivo, dopo il flop di Benigni e tanti altri progetti in sviluppo tratti da questo medesimo soggetto? Blocco creativo o una fantasia ampiamente sopravvalutata? Qui ingenuamente, presuntuosamente se volete, chiedo all’intera industria del cinema italiano: cosa intendete fare riguardo il problema della scarsa immaginazione degli autori che producete? Dove sono finite le idee originali? Gli unici concept degni di nota recentemente li vediamo nella commedia, non sempre sviluppati a dovere, ma per fortuna da qualche parte e in parte sopravvivono! “Quando dalla società non ti aspetti più niente, ti resta pur sempre la creazione!”, scrive Pennac nell’ultimo romanzo del ciclo di Malaussène (sì, lo so, mi ripeto, ma se dovesse servire la citerò nuovamente). Pare al contrario che, in Italia, a una storia non si dia valore se non discenda in qualche maniera da un episodio reale, oppure non sia figlia di un prodotto di non-fiction. Superbia nei confronti del cinema d’immaginazione e di genere o incapacità?

“Tutto vero, tutto falso” recita la tagline di Loro 1: sarebbe andata più che bene anche per quest’ultimo film di Garrone.

Dogman in conclusione è un film decente e nulla più, con un’ottima color correction e recitato abbastanza bene soltanto in alcuni punti. Per carità, poi siamo felici per la Palma d’Oro al migliore attore, siamo contenti per questo riconoscimento all’Italia, alla parabola umana e artistica del buon Marcello Fonte, pasolinianamente o neorealisticamente scelto da Garrone quasi tra la “gente comune” (cosa che comunque fa spesso, vedi alcuni attori di Gomorra, Reality, ecc.); la sua è una favola che si è davvero realizzata, al contrario del Racconto dei racconti. Ma anche restando all’interno di questo cast, poiché immaginiamo che guardando altrove c’era comunque molto di buono, meritava forse maggiore considerazione Edoardo Pesce, lui pienamente convincente nei panni del temibile Simoncino. E più di tutti ancora l’incredibile branco di eccezionali attori cani presenti nel film, i migliori e senza ironia! Vincitori sempre a Cannes del Palm Dog Wamiz, una categoria per cinofili cinefili evidentemente. Tanto di cappello su questo aspetto al regista e all’animalaro del film (a Cinecittà li chiamano così). Pure se i cani li preferisco vedere correre nei prati e rotolarsi in terra, magari rincorsi dai propri intestatari, che spesso sono persone sveglie e sensibili, non degli incoscienti che lasciano il proprio affetto a quattro zampe nelle mani di un tolettatore inquietante, pregiudicato e cocainomane, né li sottoporrebbero mai allo squallore di certe ambientazioni; e non sono nemmeno degli ebeti assenti che insieme ripetono gli stessi movimenti come nella scena del volantinaggio nella pineta.

Cosa pensare infine di tutta questa cocaina che accomuna i film dei due principali registi nostrani del momento (Sorrentino: Loro; Garrone: Dogman)? Vorrà pur dire qualcosa, è un fil blanc che attraversa una sala cinematografica e giunge all’altra, un sottotesto importante, un McGuffin che muove le cose; questi autori ci stanno forse suggerendo che è vera moneta, linfa vitale e ossigeno della società italiana? Siamo messi così male? A voi le conclusioni. Personalmente una risposta me l’ha data la scena finale di Dogman che concettualmente mi ha ricordato quella di Michael Clayton con George Clooney, pure se quel giro in taxi era un autorisarcimento, lì c’era riposo, riflessione e un pizzico di soddisfazione; qui invece il protagonista, a cui forse sta passando la sbornia di coca, stremato e ansimante, si guarda attorno a lungo non sapendo bene cosa cazzo fare. Una bella metafora del cinema italiano.

Joe H. Lester

Fonte: www.comedonchisciotte.org

maggio/giugno 2018

Pubblicato da Davide