Home / ComeDonChisciotte / CAPITALISMO, IL VIRUS CHE INTOSSICA I MERCATI

CAPITALISMO, IL VIRUS CHE INTOSSICA I MERCATI

DI ALESSIO MANNINO
alessiomannino.blogspot.it

Udite udite: dalla Bocconi escono cervelli critici, non soltanto dogmaticamente liberal-liberisti come l’esimio Mario Monti. Insegnano storia economica nella famosa università milanese, i professori Massimo Amato e Luca Fantacci, autori di un consigliatissimo libretto pubblicato dalla Donzelli nel luglio scorso, “Come salvare il mercato dal capitalismo”.

Il titolo può mettere in sospetto il lettore anti-sistema: non è che questi due, giocando sui concetti di mercato e capitalismo, in realtà hanno l’intenzione di salvare lo status quo che nei fatti vede i due termini come sinonimi?

Economia liquida

Il fondamento su cui i due bocconiani costruiscono la loro analisi consiste, al contrario, nel disconoscere la sinonimia abituale. Il mercato è l’economia dello scambio misurato attraverso la moneta, il capitalismo è il mercato dominato dalla finanza. Il primo è da salvaguardare, il secondo da combattere e abolire perché rende lo scambio succube della mercificazione del credito. 

Leggiamo: «Economia di mercato e capitalismo … a ben vedere, sono anzi incompatibili. Il capitalismo è un’economia di mercato con un mercato di troppo: il mercato della moneta e del credito». Di troppo, nel doppio senso negativo che riveste la liquidità o finanziarizzazione: «da una parte, è il carattere del credito, nella misura in cui può essere comprato e venduto su un mercato, il mercato finanziario, come quel luogo dove si investe senza responsabilità e tutti ci guadagnano. D’altra parte la liquidità è anche il carattere eminente della moneta capitalistica, nella misura in cui è una moneta che può essere trattenuta indefinitamente, come forma suprema della ricchezza, come rifugio sicuro in tempi di incertezza, quando non ci si può più fidare di nessuno». In altre parole, il male originario del sistema capitalistico sarebbe nel suo fondarsi sull’illusione del profitto illimitato e abbordabile da tutti, resa possibile da una moneta basata sul debito. 

Il problema a monte, insomma, è l’economia liquida, è la liquidità definita come «il principio per cui i debiti non sono fatti per essere pagati ma per essere comprati e venduti su quel mercato sui generis che è il mercato finanziario. La liquidità trasforma il rischio inerente a ogni atto di credito… in un rischio ben differente:  il rischio che i titoli che rappresentano i debiti non trovino più acquirenti». Che è esattamente la tipica situazione di insolvenza riscontrata nella crisi mondiale di questi anni. 

 

Creditore fa rima con debitore

Ma, secondo Amato e Fantacci, neppure la finanza è un male di per sé. A patto di intenderla come si dovrebbe intendere l’intera economia: come una relazione di cooperazione, e non di concorrenza. Una cooperazione non certo moralisticamente compassionevole, sia chiaro: il creditore ha interesse che il debitore possa pagare il suo debito, e il debitore ha interesse a pagarlo per non diventarne schiavo. 

La liquidità o finanziarizzazione opera una scissione, perché rende la relazione una merce, un pezzo di carta rivendibile, e rivendibile in tempi sempre più brevi e veloci (la famosa speculazione). D’altronde questo fa la finanza sanguisuga: compra, vende e rivende, impacchettati e spacchettati, i debiti. E infatti la famigerata crisi greca è scoppiata quando i titoli di debito ellenici hanno smesso di essere vendibili, perché pagabili non lo erano stati mai.

Aver mercificato il rapporto creditore-debitore «gli toglie la sua caratteristica di solidarietà intrinseca facendone un titolo negoziabile, toglie alla moneta il suo carattere di misura comune per renderlo un fattore di accumulazione, toglie al lavoro la dignità che si matura nella competenza per consegnarlo alla precarietà». È la lezione del caro vecchio Marx che torna a galla dall’oblio. Peccato che gli ultimi marxisti dei nostri tempi non tocchino mai, paurosi di scottarsi, il tema monetario e creditizio. Invece chi si oppone al lavoro-merce non può non opporsi al credito-merce. Cosa che non avviene perché a sinistra si è dimenticato pure Keynes, che nel capitolo 12 della Teoria generale condanna senza mezzi termini la liquidità come un «feticcio anti-sociale». E allora bisogna chiamare le cose con il loro nome, e qui sta la parte concettualmente più coraggiosa, benché non certo rivoluzionaria, del libro in esame: «l’idea che la moneta sia ricchezza e che il fatto stesso di prestarla meriti di essere premiato è la radice di un male endemico, sociale e insieme umano. Chiamatela come vi pare. Fino a un paio di secoli fa si chiamava usura. Poi gli economisti classici l’hanno chiamata rendita. E l’hanno aspramente criticata. Oggi si chiama tasso d’interesse». 

 

Usura e cooperazione

La schiavitù dell’interesse è, come avrebbe detto Aristotele, “odiosa” perché costituisce un prelievo forzoso alla fonte sui redditi, perché vampirizza il lavoro e l’impresa togliendo risorse per una sterile accumulazione puramente monetaria (la deflazione, in cui le banche sguazzano facendosi in pratica regalare miliardi dalla Bce senza girarli alle aziende), perché, con la foglia di fico della “finanza democratica” (i fondi gestiti dalle banche), fa credere al comune risparmiatore di poter guadagnare senza lavorare. E così si finisce col far lavorare senza guadagnare, come dimostra la proletarizzazione del ceto medio diffuso. 

Come se ne esce? Politicamente1, è chiaro. Ma non certo limitandosi a indignarsi, come è in voga dire oggi. Innanzitutto bisogna fare chiarezza teorica su quali sono gli obbiettivi di un’altra finanza: «La finanza deve assolvere due compiti essenziali: finanziare gli scambi e finanziare gli investimenti. Nessuno dei due compiti richiede il mercato del credito o il prestito a interesse. Il finanziamento degli scambi può avvenire attraverso sistemi di compensazione (improntati non alla crescita indefinita delle operazioni finanziarie, ma all’equilibrio degli scambi). Il finanziamento degli investimenti e dell’innovazione può avvenire attraverso forme di compartecipazione alle perdite e ai profitti (all’interno dei quali la crescita non è obbligata, ma semplicemente possibile)». 

Gli autori chiudono il libro, infatti, con una proposta innovativa: l’introduzione di un doppio corso, con un Euro a vocazione globale – perché piaccia o no la globalizzazione bisogna fronteggiarla – e una moneta di conto complementare, che rifletta i tessuti sociali ed economici locali. E si tratta di un’idea nient’affatto peregrina, dato che esistono numerosi esempi, antichi e attuali, di una felice assenza di mercati finanziari col prestito a interesse: dalle fiere dei cambi rinascimentali alle banche mutualistiche e cooperative, dalla finanza islamica al venture capital, dagli esperimenti di denaro a scadenza durante la Grande Depressione ad alcuni esperimenti di monete locali.

 

Essere ragionevoli è rivoluzionario

In concreto, la nuova divisa complementare sarebbe connessa all’istituzione di una camera di compensazione locale, una banca pubblica per piccole e medie imprese che abbiano almeno una parte di clienti e fornitori sul territorio. Ma pubblica non perché usa capitali pubblici ma perché pubblica è la logica che adotta e pubblico è il servizio che rende. Una specie di credito cooperativo, in quanto i partecipanti si concedono il credito mutualmente. «Ciò che caratterizza lo spirito della cooperazione non è il fatto che tutti sempre ‘si vinca’, ma piuttosto il fatto che, si vinca o si perda, il vantaggio e il peso sono sopportati insieme e secondo proporzione.» 

Banale e un po’ ingenuo riformismo? Mica tanto. Mettere in discussione l’idolatria dei “mercati” signori e padroni è già un atto rivoluzionario. Così come mettere all’indice il ricatto politico ed economico delle banche private come frutto di un vizio strutturale che ha il preciso nome di usura. Solo, non si può soltanto abbaiare alla luna2. Occorre sforzarsi di proporre alternative ragionevoli, imperfette e perfettibili come tutte le proposte. Ma è la direzione che conta. E a me pare quella giusta. 

Alessio Mannino 

 

Alessio Mannino
Fonte: http://alessiomannino.blogspot.it
Link: http://alessiomannino.blogspot.it/2012/09/si-al-mercato-no-al-capitalismo-parola.html
26.09.2012

Note

 

  • L’ideologia dominante, quella liberal-capitalistica, l’unica rimasta sul terreno dopo la sconfitta del suo alter ego social-comunista, finora ha impedito di rompere il muro d’omertà sulla dittatura finanziaria: “la finanza ha potuto usurpare lo spazio della politica e asservire l’economia reale solo perché l’ideologia del mercato ha occupato lo spazio della finanza. Frutto di questa ideologia che nessuno, da trent’anni, ha saputo contrastare adeguatamente, il mercato finanziario in quanto tale è un problema. È un problema economico, politico e, infine, umano. È un problema perché ha preteso di fare mercato di una relazione sociale e umana fondamentale, quella fra debitore e creditore. Se solo la poniamo così, l’assurdità del proposito emerge da sola. Occorre dunque una riforma della finanza che le tolga lo spazio usurpato e la riannodi al compito mancato. Togliere alla finanza la forma del mercato, significa rimetterla al servizio dell’economia di mercato. E questo è un compito politico” (Amato-Fantacci, op. cit, pag. 6). 
  • Anche perché siamo tutti complici, volontariamente o involontariamente, della mistificazione finanziaria: “il colpevole non è «qualcun altro», giacché i mercati finanziari siamo tutti noi, nella misura in cui condividiamo, socialmente e individualmente, i presupposti antisociali del loro funzionamento. In questo odioso regime dei creditori siamo tutti implicati. Innanzitutto, perché siamo tutti creditori: basta avere un conto in banca per contribuire a creare quella pressione sul debitore che può diventare intollerabile. Ma soprattutto, e più profondamente, perché anche chi non investe in borsa, talvolta perfino chi protesta contro lo strapotere di Wall Street, difficilmente mette in discussione ciò su cui i mercati finanziari si fondano: il dogma della liquidità. Ossia l’idea, apparentemente naturale, secondo cui il denaro contante (la liquidità, appunto) è la forma più sicura di risparmio e, di conseguenza, si può accettare di privarsene solo in cambio di un investimento che sia ugualmente liquido o che frutti un interesse adeguato. Detto altrimenti, questo è il credo generalizzato a cui tutti implicitamente ci atteniamo: la moneta è il sommo bene, e deve generare interesse nella misura in cui è data a credito. Chi accumula denaro, si aspetta che conservi il suo valore. Chi lo cede in prestito, si aspetta di riceverlo aumentato. Lo dà per scontato. E in effetti è scontato, letteralmente, in termini contabili. Così opera il dogma trinitario della liquidità: moneta-credito-interesse, uni e trini, inseparabili” (Amato-Fantacci, op. cit, pag. 10).

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    L’Euro va riformato, tolto dalle mani di BCE privata, emesso senza titoli di Stato, le banche devono vivere senza inventarsi i doldi con la riserva frazionaria, le borse vanno prootette dall’High Frequency Trading. Le monete locali, magari emesse da privati, sarebbero deboli e garantirebbero solo la miseria a livello locale. I soldi devono essere del popolo, basta signoraggio = debito pubblico

  • alberto_his

    “Il finanziamento degli investimenti e dell’innovazione può avvenire attraverso forme di compartecipazione alle perdite e ai profitti” ovvero uno dei principi della finanza islamica, che vieta il prestito a interesse. Sarà anche per questo che Sharia e Islam sono sotto tiro dell’esercito dei banchieri?

  • AlbertoConti

    Musica per le mie orecchie! E’ proprio vero che dal letame nascono i fior!
    Nel merito riprendo questo punto: ” …. dei nostri tempi non tocchino mai, paurosi di scottarsi, il tema monetario e creditizio.” Vale per tutti, non solo i marxisti, ed è un tabù inconcepibile, da portare alla luce del sole e gridare nelle piazze, fino a che gli umani non si rendano conto di cosa li sta uccidendo, e di quanto semplice sia uscire dall’incubo. Cioè introducendo una vera base monetaria, quantitativamente maggioritaria, di fiat-money di Stato EMESSA SENZA DEBITO ALLA FONTE !!! Se non ora, nel momento dei QE ripetuti, quando? Qual’è il vero motivo di questo tabù, che intellettualmente parlando non incanterebbe neppure un bambino, mentre invece storicamente incatena l’umanità intera da secoli? Ovvio, il moloch fatto di interessi illeciti che la moneta totalitaria debito-credito ha consentito di realizzare, occupando il sistema bancario mondiale. In parole semplici, la possibilità nascosta dietro questo tabù, di rubare tramite l’uso liberistico sfrenato dello strumento monetario. Anche perchè il corollario del semplice principio sovraesposto è il ricondurre la gestione della moneta a SERVIZIO PUBBLICO GRATUITO PER L’UTENTE, IL DOVERE PRIMARIO DI UN VERO STATO CHE RAPPRESENTI LA VERA COMUNITA’ NELLA SUA INTEREZZA.
    In parole povere nazionalizzare il sistema bancario, espellendo al contempo la funzione di “banca d’affari” (visto anche il significato sistemico del servizio e la garanzia di Stato che non possa fallire). Solo a questo punto si potrà parlare di abolizione dell’usura nella concessione del credito.

  • ROE

    Hanno ragione. Ma l’alternativa non è la moneta locale. Io penso che presto tutti useremo EkaBank (www.ekabank.org) e quando crolleranno le monete a corso legale passeremo a Dhana (www.dhana.org).

  • mincuo

    Toh Albsorio, così almeno quando parli di HFT almeno hai una pallida idea di quello di cui parli, basato su un articoletto scritto da gente che ne ha meno ancora di te.
    HFT SEC [sec.gov]
    HFT IOSCO [www.iosco.org]
    HFT SSRN [papers.ssrn.com]
    HFT SEC2010 [www.sec.gov]
    HFT MONEY SCIENCE [www.moneyscience.com]

  • albsorio

    Sono comunque contento che non mi attacchi sul signoraggio

  • albsorio

    La parte divertente è più l’economia va bene più cresce la massa monetaria più cresce il fabbisogno di moneta quindi aumentano le emissioni di debito pubblico… assurdo, se va male le entrate dello Stato non coprono i debiti gia fatti + spese corrente = nuova emissione moneta/debito 🙂 comunque vadano le cose siamo rovinati col signoraggio. Bisogna solo cambiare sistema.

  • Truman

    Il meno peggio che propongono questi economisti non va rifiutato in blocco, almeno in una prospettiva tattica (a breve termine). Ma in sostanza hanno torto. Hanno torto perchè sono economisti e continuano a parlare di capitalismo e comunismo. Hanno torto perchè in sostanza sono dei chierici che difendono un dio moribondo.

    Nel merito, l’articolo ripropone una vecchia trappola: la contrapposizione tra capitalismo e comunismo, la quale definisce il piano del discorso (in realtà c’è anche la contrapposizione tra economia e finanza, che ha un suo interesse, ma qui vorrei discutere dei fondamentali).
    La trappola si richiude nel momento in cui le popolazioni, guardando le differenze tra comunismo e capitalismo, perdono di vista ciò che è invariante nei due sistemi: l’idea che la vita umana sia riconducibile a scambi monetari. E’ un’idea errata che di solito nemmeno viene percepita, esso è uno dei dogmi non espressi del pensiero unico odierno.

    No, la vita umana non è riconducibile all’economia. L’economia (da oikos + nomos, spesso con l’aggiunta sottintesa di polis) è la scienza che si occupa di soddisfare bisogni umani con risorse limitate, è una scienza interessante, ma essa si occupa di mezzi, non di fini.
    I fini vanno stabliti da un’altra parte, e deve essere l’etica o la politica a stabilire i fini. Se si antepongono i mezzi ai fini (come si è fatto di recente con il pareggio di bilancio in Costituzione) si possono solo combinare disastri.

    “Non di solo pane vive l’uomo” diceva un ebreo semidimenticato.
    Oggi invece si gioca ancora con il fantasma del marxismo, che viene contrapposto al capitalismo, dimenticando che sotto molti aspetti Marx è uno dei più grandi apologeti del capitalismo. Non per nulla la sua opera più nota è “Il Capitale”. E nel Capitale Marx sosteneva la priorità dell’economia (“struttura”) sulla religione o sulle discipline umane (come l’etica), che sono “sovrastruttura”.

    “Nel sacro abitano i mostri” dice Galimberti.
    La norma interiorizzata dalle popolazioni, dopo incessante lavaggio del cervello, è la riduzione della vita ad economia. E’ una norma ancora più forte nel momento in cui non viene nemmeno percepita.
    La norma proibisce di cercare altre forme di esistenza. Esse sono tabù.
    Ma il tabù identifica la presenza del sacro, dice Mircea Eliade.

    E nel sacro abitano i mostri.

  • bysantium

    Ottimo.
    Cardini va (forse) oltre e scrive:
    “La Modernità si è costituita, dal medioevo ad oggi, su successive “liberazioni” ch’erano in realtà depauperamenti. La filosofia si è liberata dalla teologia, quindi la politica e la scienza si sono liberate dalla filosofia, quindi l’economia e la tecnologia si sono liberate dalla politica, si sono fatte politica esse stesse e hanno asservito la scienza. Ma l’indefinito sviluppo economico e tecnologico, spogliato dalle ragioni etiche e politiche, ha fatto progredire l’Impero del Nulla. “
    Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35808

  • mincuo

    Cosa vuoi “attaccare” Siete maniaci dell’ “amico” “nemico”. Buono/cattivo, fedele/infedele. Che vuoi che ti attacchi sul signoraggio? C’è da mettersi solo le mani sui capelli. Ma tanto per fortuna almeno il succo è che hai degli usurai che ti schiavizzano. E quello almeno va bene. Il resto poi pazienza…..la riserva “totale” “frazionaria” e tutte le altre fesserie, pazienza, non è poi importante. Anche se sarbbe un pò meglio conoscere le cose al posto delle favole. Ma se le favole sono più semplici o più belle, bene così.

  • reio

    ciao mincuo, è una vaccata questo: http://www.nber.org/chapters/c0121.pdf

  • mincuo

    Non mi sembra proprio una vaccata, anzi. Ho dato un’occhiata in fretta, sono gli squilibri di c/a.

  • Georgejefferson

    Hai ragione.Ma Voglio aggiungere che la comprensione dei fondamentali dell’economia e’il massimo apice dela sottomissione delle masse verso alcune elite.Diffondere maggiore comprensione dovrebbe essere il preludio al ritorno dell’etica in predominio sul mero strumento dell’economia.Ma e’un cammino lungo di cui il problema non sta nel sperare al mondo migliore domani,o nell’arco della nostra vita,ma ostacolare le intenzioni della retrocessione in atto.Il progresso civile vero e’cosa lunga,ma come vederlo nei pur minimi piccoli passi se si attua retrocessione?Per profitto/egemonia?Una riflessione personale mi induce a convincermi che l’uomo in se avrebbe tutte le potenziabilita di creare un mondo piu equo e di vita dignitosa,se ci fosse piu cooperazione,ma prima di questo dovrebbe cambiare l’uomo,accrescere culturalmente ed eticamente ed allontanare le abitudini genetiche deviate costruite dagli eventi storici del passato.Prima di sperare in una cooperazione ottimale e umana negli scambi,va combattuta la propaganda che induce e stimola nell’inconscio collettivo la visone ideologica della legittimazione costruita/modellata sulla legge del piu forte,quella pseudo legge di natura che parte nell’inganno gia dal termine..dove forza sottointende istintivamente ad una connotazione positiva..e niente di piu falso in realta,perche non e’altro che l’imposizione degli ideali dell’istinto predatorio antico ed ancestrale,del piu scaltro/furbo/sleale..quell’impulso che portiamo tutti dentro in eredita dall’antica lotta per la soppravvivenza,che tanto l’uomo col suo sentimento e la sua ragione ha cercato di ridimensionare per meglio evolvere.Insomma l’evoluzione spacciata come naturale e progressista(di cui la globalizzazione ne e’un chiaro aspetto)non ha in realta niente di evolutivo o progressista,umanamente parlando.Ma un chiaro tentativo di ripristinare gli antichi ordini.L’indietro spacciato per avanti con l’inganno.

  • Georgejefferson

    errata corrige..nella prima righa la MANCATA comprensione

  • geopardy

    Concordo.

  • Primadellesabbie

    L’atteggiamento esplorativo/propositivo, proprio dei giovani, deve fare riferimento e via via superare, visioni pregiudiziali e le ideologie sono, prima di tutto dei pregiudizi. Per alcuni queste ideologie rappresentano un mezzo, per altri si trasformano in una finalità. Questa é una spia per capire chi siamo o con chi abbiamo a che fare. I “mercanti” non possono prescindere da una ideologia di stampo liberista. I “soldati” fanno riferimento ad una visione semplicistica della società unita ad una indole sprezzante e coraggiosa. Altre inclinazioni portano con sé tendenze diverse. Siccome abbiamo deciso che bisogna vivere in una “cultura unica” non prevediamo di dover armonizzare, regolare e dirigere queste tendenze che hanno il difetto di essere insopprimibili (almeno dal nostro Noè fino al prossimo). Il risultato é che lo spirito dei “mercanti”, che privo di strette regole é destinato a dilagare, ha imbrigliato l’intera società per mezzo della finanza, in un inestricabile e paralizzante problematica completamente priva di qualsiasi finalità che non sia l’arricchimento di un numero sempre minore di persone. I “soldati”, invece di disporsi agli ordini del re, decidono di risolvere le cose “a modo loro” e quindi fascismi, albe dorate e borghezi vari. Mi sembra evidente che “i tecnici” (non solo economisti) che vogliono sostituirsi al re non risolveranno un bel nulla, nella migliore delle ipotesi. Da queste considerazioni esulano problemi come sovrappopolazione, scontri tra monoteismi guerrafondai, ecc. .