Becchi, Trevisan e Zibordi – “Stop Vax. I fatti che vi tengono nascosti”

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Riportiamo un brano tratto dal capitolo finale di “Stop Vax. I fatti che vi tengono nascosti” di Paolo Becchi, Nicola Trevisan e Giovanni Zibordi, recentemente pubblicato. Si ringrazia Byoblu Edizioni per la gentile concessione.

Il movimento di chi ora si oppone ai Lockdown e alla Vaccinazione indiscriminata è dalla parte giusta del diritto, della libertà e anche semplicemente della razionalità, applicata alla salute.

Oggi si riconosce che le guerre in Afghanistan e Iraq e gli interventi in Siria e Libia sono stati complessivamente un disastro e che i governi USA e UK (e alleati), nonché i grandi media, hanno mentito per giustificarle. I governi inglesi e americani, ma anche francesi (nel caso della Libia) hanno potuto farle perché i principali mass media non hanno mai messo in discussione la versione ufficiale. Non è mai stato provato che Bin Laden avesse un ruolo nell’11 settembre tanto è vero che l’FBI non lo ha mai indicato come sospetto ed è stato eliminato senza processo. E’ stato invece dimostrato che nel caso dell’Iraq i governi USA e inglese hanno inventato le cosiddette prove delle armi di “distruzione di massa” usate come pretesto per la guerra. E così via anche per Assad e Gheddafi, Hanno potuto continuare per quasi venti anni perché i grandi media occidentali, dal New York Times alla BBC al Corriere della Sera (che metteva in prima pagina la Fallaci contro gli islamici) hanno collaborato a convincere il pubblico che i talebani, Saddam, l’ISIS, e poi Assad e Gheddafi erano un pericolo letale per nostra civiltà.

.Si tratta di un precedente che illustra il fatto che governi eletti in paesi in cui esiste una molteplicità di mass media possono ingannare il pubblico su questioni vitali come sono le guerre e il terrorismo, e farlo per decenni.

In quel caso si è trattato di guerre e “interventi umanitari” in cui 15 mila soldati americani e alleati (inclusi i “contractor”) sono morti, decine di migliaia mutilati, almeno un milione di afgani e irakeni sono morti (senza contare siriani e libici) e in più queste guerre contro paesi islamici hanno innescato  centinaia di attentati terroristici di ritorsione in Europa, a Londra, a Parigi, a Nizza e così via durati anni, con oltre un migliaio di vittime, E per finire poi hanno indotto una migrazione di milioni di “profughi” arrivati in Europa. Sono passati venti anni, le vittime, a Bagdad, Kabul o Damasco così come a Parigi o Londra, sono sepolte da un pezzo e ora ci si limita a notare che sono stati fatti “errori”, senza mai ammettere che era tutto falso sin dall’inizio. Perché i talebani non c’entravano con l’11 settembre, il coinvolgimento di Bin Laden non è mai stato provato e Saddam, uno dei tanti dittatori del Medio Oriente, non aveva armi chimiche o atomiche, e non era un pericolo per nessuno in America o Europa (e così anche Gheddafi e Assad).

Oggi abbiamo da quasi due anni una situazione simile con la “Pandemia”, perché i governi occidentali e i media globali stanno palesemente mentendo sul fatto che esista una pandemia che minaccia tutta l’umanità, per la quale non esistono cure e terapie di alcun genere, e che sia necessario vaccinare l’intera popolazione mondiale. Per la prima volta nella storia, i governi si sostituiscono ai medici dichiarando che non esistono cure come per le altre malattie, scoraggiano e vietano l’uso di farmaci in commercio da decenni e privi di controindicazioni e parlano solo di Lockdown e Vaccinazione indiscriminata di tutti. In più, censurano attivamente chi dissente, come non era successo neanche con la “guerra al terrore” e solo durante le guerre mondiali.

La narrazione però sul Covid19, il Lockdown e la Vaccinazione di massa, se si prova a verificare i fatti, risulta falsa come lo era quella su Bin Laden, i Talebani, le armi di distruzione di massa e la “guerra al terrore”.

Non esiste innanzitutto nessuna evidenza statistica che il Sars-Cov-2 sia una minaccia per l’umanità, dato che ha una mortalità media nel mondo intorno a uno o due decessi su 100 contagiati. Quando una malattia presenta una mortalità dell’1 o 2% (tra chi la contrae) non si tratta di un emergenza che richieda di fermare la vita sociale ed economica, come nel medioevo per la peste, che aveva una mortalità superiore al 50% e ogni appestato contagiava in modo mortale. Soprattutto considerando che l’età media dei deceduti di Covid19 è intorno agli 80 anni e, ad esempio, in Italia tre quarti avevano almeno due altre patologie e più della metà ne aveva tre.

La mortalità media sotto i 65 anni invece è rimasta praticamente invariata ovunque nel 2020, si tratta dell’80-85% della popolazione, tutti i lavoratori e i giovani. Sotto i 60 anni la mortalità è nell’ordine di 1 su 1.000 e scende man mano al diminuire dell’età.

Sotto i 20 anni, poi, non è morto nessuno che fosse sano. Nel Regno Unito, ad esempio, dove i dati sono piuttosto precisi, sono morti finora con diagnosi Covid solo 20 minorenni e quasi tutti avevano altri problemi concomitanti. A riprova, in Svezia questo era stato notato sin dall’inizio e si era quindi deciso di evitare i lockdown e di continuare sostanzialmente a vivere come prima, lasciando che il virus circolasse tra la popolazione sana che in questo modo si immunizzava naturalmente. Per chi volesse controllare, in Svezia da mesi la media dei morti Covid è scesa intorno a un singolo decesso al giorno, cioè è inesistente, a differenza di paesi come Israele, Regno Unito e Italia dove, in percentuale della popolazione, è circa 10 volte maggiore. E la Svezia è anche l’unico paese che negli ultimi mesi non ha mostrato un aumento di contagi. E ora ha derubricato il Sars-Cov-2 a malattia ordinaria togliendo ogni tipo di restrizione (come gli altri paesi scandinavi).

Oltre ad essere concentrata tra gli anziani e le persone fragili, la mortalità con il Covid varia poi anche di 10 o 20 volte nelle varie zone del mondo e questo indica che non è il virus in sé, ma il sistema e la politica sanitaria che fa la vera differenza. Ci sono molti paesi, come la stessa Svezia e tutta la Scandinavia, il Giappone e tutta l’Asia orientale, l’Australia, nonché l’Africa tropicale, che hanno avuto mortalità da 10 a 20 volte inferiore all’Italia, al Regno Unito e agli Stati Uniti. In tutti questi paesi sia il contagio che soprattutto i decessi sono stati irrilevanti, nel senso che la mortalità complessiva da quando è iniziato il Covid19 non è aumentata rispetto alla media storica. In parole povere, in Cina, Giappone, Corea, Malesia, Tailandia, Australia e anche nei paesi scandinavi, negli ultimi due anni i decessi totali sono stati nella media, non ce ne sono stati più del solito. In Italia invece c’è stato un aumento del 12-14% circa su base annuale rispetto alla media storica dei decessi totali, sia nel 2020 che nel 2021 e nello stato di New York, che è il caso limite, un aumento di oltre il 30%.  Anche in Europa però vi sono grandi differenze, la Germania ha avuto una mortalità che è un terzo della nostra, pur avendo applicato un lockdown meno restrittivo.

La differenza clamorosa tra la mortalità Covid in Lombardia, nella provincia di Piacenza e nello stato di New York rispetto, ad esempio, a quella in Asia (una differenza di 1 a 10 o anche 1 a 50), Scandinavia, Germania o Austria, si spiega logicamente più che altro con le politiche sanitarie adottate. Ad esempio, la moltiplicazione dei contagi nel marzo 2020 è stata attribuita (anche da un report dell’OMS) in buona parte alla decisione di ammassare i contagiati nei reparti ospedalieri e persino nelle case di riposo. Nel caso della città di New York lo scandalo è stato l’ordine del sindaco Cuomo di spostare tutti i malati Covid nelle case di riposo.  Questo clamoroso errore è stato riconosciuto ora, così come quello dell’uso indiscriminato dei ventilatori (che sono stati comprati e poi sono finiti a decine di migliaia nelle discariche).

Ma cosa altro spiega queste enormi differenze di mortalità del virus, per le quali in alcune zone del mondo resta anche oggi un problema serio e in altre zone non ha avuto impatto sulla mortalità?

Il cuore del problema delle politiche sanitarie per il Covid19 è stata la repressione delle cure da parte dei governi, che per la prima volta nella storia hanno intimato ai medici di non trattare i loro pazienti, di starne lontani e di “attendere” senza fare niente. In Italia come in USA, le autorità sanitarie hanno deciso che non si dovessero usare i farmaci esistenti. Si doveva solamente attendere il decorso della malattia per poi spostare in ospedale chi peggiorava e aveva bisogno di ventilatori e ossigeno. In Italia, il paziente Covid medio per la prima settimana riceveva solo la visita ogni due giorni di un infermiera e un neolaureato (le “USCA”) con il compito di fare tamponi, misurare la febbre e l’ossigenazione e basta. Nel caso il paziente poi peggiorasse l’ambulanza lo portava alla terapia intensiva. Sono passati ora 19 mesi, e ancora, a parte un’autorizzazione recente ad usare anticorpi monoclonali, le linee guida del Ministero stabiliscono che non esiste alcuna terapia efficace da applicare ai pazienti. In particolare, si sconsigliano, ad esempio, idrossiclorochina e ivermectina, anche se sono privi di effetti collaterali, sono usati da decenni e per il Covid sono state impiegate sia da medici autonomamente che da alcuni stati come il Perù.

Allo stesso tempo, però, tanti medici di tutto il mondo hanno invece, sulla base della propria esperienza clinica, trattato i pazienti con combinazioni di farmaci esistenti e hanno riportato riduzioni della mortalità del 70%, 80% o anche 90%. Ad esempio, l’articolo più scaricato nella storia dell’American Journal of Medicine, era su come curare i pazienti Covid19 ed è apparso il 6 agosto 2020 ad opera di un gruppo coordinato dal dr. Peter McCullough di Dallas, a cui hanno collaborato anche medici italiani.

 

 

Questo studio apparso 14 mesi fa è stato la base dell’approccio terapeutico delle cure domiciliari precoci, di cui si è tanto parlato in Italia ed è stato usato con successo da molti medici sia in America che in Italia.

Si tratta di una terapia che utilizza combinazioni di farmaci esistenti, pubblicata in riviste mediche importanti, adottata da medici sia organizzati in associazioni che su base individuale, che è stata soppressa sistematicamente dalle autorità dei maggiori paesi occidentali.

Questo non è avvenuto ovunque, perché ad esempio l’impiego dell’ivermectina è stato suggerito dall’Ordine dei Medici giapponesi già un anno fa ed è stata impiegata dal più importante stato indiano, l’Uttar Pradesh, che ha ora azzerato i morti Covid. Per l’idrossiclorochina ci sono più di 240 studi in riferimento al Covid19, in maggioranza positivi, ed è stata usata fin dall’inizio dal virologo con il più alto indice di pubblicazioni al mondo, Didier Raoult, a capo dell’Istituto di Malattie Infettive di Marsiglia.

L’OMS e le autorità sanitarie americane e inglesi, seguiti a ruota dalle altre autorità governative, hanno deciso però dall’inizio che la soluzione era il “lockdown” dell’intera popolazione per impedire il “contagio” (i positivi), in attesa della vaccinazione di massa. Una malattia che colpiva un decimo circa della popolazione e che era curabile con farmaci in commercio è diventata così “la Pandemia”, che fa chiudere in casa tutti, anche i bambini (che ne sono immuni), in attesa solo della vaccinazione indiscriminata della popolazione.

La cosa nuova e drammatica del Sars-Cov-2 è il fatto che per la prima volta nella storia le autorità sanitarie hanno bloccato i medici che volevano curare i propri pazienti sulla base della propria esperienza, come avevano e hanno sempre fatto per ogni altra patologia. Molti medici hanno obiettato che se si fosse adottato questo approccio per altre malattie sarebbero diventate tutte molto più letali. Al posto dei medici che curano i propri pazienti sono intervenuti i governi a chiudere in casa milioni di cittadini, anche questo per la prima volta nella storia, a impedirgli di muoversi e di andare a scuola o al lavoro perché non “contagiassero”. Da marzo 2020 l’intera popolazione in tanti paesi è stata in balia dei “contagi” misurati tramite i tamponi. Ma come spiegato anche da Giorgio Palù, presidente della società italiana di Virologia, (20 ottobre 2020) “se parliamo di contagiati usiamo un termine improprio, parliamo di “positivi” ad un test, il cosiddetto tampone molecolare. Ci sono positivi che contagiano e positivi che non contagiano, positivo non vuole dire malato. Trovare dei positivi vuole dire che, con una tecnica detta PCR, prendo la materia sul tampone e in laboratorio viene amplificata milioni di volte, se trovo un segnale positivo vuole dire che trovo un poco di acido nucleico del virus, ma non è detto che quel frammento di acido nucleico rappresenti una particella virale infettiva. Può essere un residuo, un virus morto oppure un virus in una concentrazione troppo bassa per infettare”.

Essere “positivi” non significa quindi, secondo il più importante virologo italiano, contagiare o essere malati, ma i governi hanno chiuso in casa, imposto il coprifuoco e fermato attività economiche, culturali e scolastiche sulla base del numero dei “positivi”. I media non hanno parlato d’altro che di “contagi”, ogni giorno, senza eccezioni e senza mai obiettare che almeno l’80% erano persone che stavano bene e non potevano contagiare, perché chi non ha sintomi non ha neanche una carica virale sufficiente a far ammalare altri.

Le autorità sanitarie, i governi e i grandi media non hanno invece parlato di come curare la minoranza (anziani e persone fragili) che si poteva ammalare. Hanno censurato, deriso o emarginato chi parlava invece delle cure efficaci esistenti, anche quando si trattava del più qualificato virologo al mondo come Didier Raoult, ad esempio, e anche quando i medici mostravano di ridurre la mortalità, come Peter McCullough. La censura c’è stata sia all’interno della professione medica che sui media e anche per la prima volta sui social, con Twitter e Facebook che cancellavano migliaia di post e video perché parlavano di idrossiclorochina e ivermectina. Chi scrive ad esempio è stato bandito due volte da Twitter per aver messo collegamenti a studi favorevoli all’uso dell’ivermectina.

L’enfasi sui “positivi“ e l’emarginazione delle terapie disponibili si spiegano solo come necessarie all’obiettivo della vaccinazione di massa. Perché sono riusciti a convincere il pubblico che si devono vaccinare tutti, anche chi non ha quasi rischio Covid (le persone sotto i 50 anni, ad esempio)? Perché hanno martellato per un anno che ogni “positivo” al tampone è un caso di “contagio”, una persona contagiosa e quindi pericolosa per la comunità. E’ il primo caso nella storia in cui qualcuno che non si ammala e sta bene sembra possa far ammalare o morire qualcun altro. Non esistono studi a sostegno di questo fatto, che i “positivi” al tampone, ma senza sintomi abbiano una carica virale pericolosa, ma non importa. Aver associato il “positivo” con il “contagio” e quindi con la malattia è stato martellato sui media ogni giorno per un anno e mezzo per cui ora si vaccina il nipote di 14 anni per proteggere il nonno, che se dovesse ammalarsi verrebbe poi lasciato per una settimana senza cure in “vigile attesa”.

Come si possono autorizzare dei vaccini in soli nove mesi, quando tutti gli altri 50 o 60 vaccini esistenti non hanno mai richiesto per essere sperimentati meno di quattro anni? Dichiarando che non esiste nessuna cura. Anche legalmente occorre una autorizzazione di emergenza, che è possibile solo dichiarando che non esistono cure alternative disponibili.

Da qui la necessità di bloccare le terapie disponibili fin dall’estate scorsa e in pratica di non trattare i pazienti (la “vigile attesa” raccomandata nelle linee guida del Ministero della Salute italiano e anche americano). Era necessario legalmente e psicologicamente per poter poi approvare in pochi mesi, per la prima volta nella storia, una vaccinazione di massa dell’intera popolazione.

Copertina del libro

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