Home / ComeDonChisciotte / BASTA. E’ ORA DI BOICOTTARE

BASTA. E’ ORA DI BOICOTTARE

DI NAOMI KLEIN

The Guardian

Il modo migliore di far cessare la sanguinosa occupazione è di colpire Israele con lo stesso tipo di movimento che mise fine all’apartheid in Sudafrica

È giunto il momento. Era giunto già da un bel po’. La migliore strategia per far cessare la sempre più sanguinosa occupazione israeliana di Gaza è quella di rendere Israele il bersaglio di quel tipo di movimento mondiale che mise fine all’apartheid in Sudafrica. Già nel luglio del 2005 una larghissima alleanza di gruppi palestinesi ideò un piano in proposito, facendo appello alle «persone di coscienza di tutto il mondo affinché impongano un vasto boicottaggio e applichino iniziative di ritiro degli investimenti contro Israele, allo stesso modo di quelle inflitte al Sudafrica dell’era dell’apartheid». Nacque così la campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» [Boicottaggio, Ritiro degli investimenti e Sanzioni, ndt].

Ogni giorno che passa i bombardamenti di Gaza convincono sempre più persone a dedicarsi alla causa del BDS, anche fra gli Ebrei israeliani. Tanto che, ad aggressione ormai iniziata, 500 Israeliani, tra i quali anche decine di noti artisti e studiosi, hanno mandato una lettera agli ambasciatori stranieri in Israele, nella quale invocano «l’adozione di immediate misure e sanzioni restrittive», richiamandosi esplicitamente alla lotta contro l’apartheid. «Il boicottaggio del Sudafrica riuscì, ma Israele oggi è trattato coi guanti bianchi. […] Questo sostegno internazionale a Israele deve cessare».Tuttavia, anche di fronte a questo esplicito appello, molti di noi non riescono ancora a convincersi. Le ragioni sono complesse, emotive, comprensibili. Ma non sono abbastanza valide. Le sanzioni economiche sono lo strumento più efficace dell’arsenale non violento: rinunciarvi è quasi come rendersi complici. Espongo ora le quattro principali obiezioni alla strategia BDS, corredate di controargomentazioni.

Le misure punitive isoleranno Israele invece che persuaderlo

Il mondo ha già usato ciò che si suole chiamare «impegno costruttivo». Che è miseramente fallito. Fin dal 2006 Israele ha costantemente inasprito le sue azioni criminali, allargando gli insediamenti coloniali, lanciando una scandalosa guerra contro il Libano, e imponendo una punizione collettiva a Gaza con un brutale embargo. Malgrado questo inasprimento, Israele non ha subìto alcuna misura punitiva, anzi è accaduto il contrario. Le armi e i tre miliardi di dollari di aiuti all’anno che gli Stati Uniti mandano a Israele sono soltanto la punta dell’iceberg. Durante questo periodo cruciale, Israele ha decisamente migliorato le proprie relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con parecchi altri alleati. Per esempio, nel 2007 Israele divenne il primo paese al di fuori dell’America Latina a stipulare accordi di libero scambio con il blocco del Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni verso il Canada sono aumentate del 45 percento. C’è poi un nuovo accordo con l’Ue finalizzato a raddoppiare le esportazioni israeliane di alimenti confezionati. E a dicembre i ministri europei hanno «aggiornato» l’accordo di associazione Ue-Israele, che Gerusalemme desiderava da tempo.

È in questo contesto che i leader israeliani hanno dato inizio all’ultima guerra: sapevano di non dover sostenere alcun prezzo. È interessante infine notare come dopo più di sette giorni dall’inizio della guerra, il principale indice azionario della Borsa di Tel Aviv sia salito del 10,7 percento. Quando la carota non funziona, è il momento di usare il bastone.

Israele non è il Sudafrica

Certo che no. Ma il modello sudafricano è rilevante perché prova che la tattica del BDS può dare risultati quando falliscono le misure più blande, come le proteste, le petizioni, le azioni di lobbying. E in più ci sono rimandi profondamente angoscianti all’apartheid nei territori occupati: le carte d’identità e permessi di viaggio classificati secondo il colore della pelle, le case spianate dalle ruspe e gli sgomberi forzati, le strade accessibili ai soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente politico sudafricano, disse che la segregazione che aveva visto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza era «infinitamente peggiore dell’apartheid». Questo nel 2007, prima che Israele cominciasse la sua guerra totale contro quel carcere a cielo aperto che è Gaza.

Perché isolare proprio Israele, quando gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno la stessa cosa in Iraq e Afghanistan?

Il boicottaggio non è un dogma: è una tattica. Il motivo per cui si dovrebbe provare questa strategia è pratico: con un paese così piccolo, che fa affidamento sul commercio, potrebbe funzionare davvero.

Il boicottaggio interrompe la comunicazione; e invece c’è bisogno di più e non di meno dialogo.

Risponderò con un episodio personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice di nome Babel. Ma quando pubblicai «Shock economy», volli rispettare il boicottaggio. Su consiglio di attivisti BDS, tra i quali l’eccezionale scrittore John Berger, contattai una piccola casa editrice di nome Andalus. La Andalus è una casa editrice militante, assai attiva nel movimento contro l’occupazione, ed è il solo editore israeliano che si dedica esclusivamente a tradurre testi arabi in ebraico. Buttammo giù la bozza di un contratto che garantisce che tutti i ricavi vadano alla Andalus e non a me. Io boicotto l’economia di Israele, non gli Israeliani.

Il nostro modesto progetto richiese decine e decine di telefonate, email e messaggi istantanei, fra Tel Aviv, Ramallah, Parigi, Toronto e Gaza. Quello che voglio dire è che, non appena si dà il via a una strategia di boicottaggio, il dialogo si intensifica enormemente. L’argomento secondo cui i boicottaggi ci separano l’uno dall’altro è particolarmente ingannevole visto l’assortimento di tecnologia informatica a basso costo che abbiamo a portata di mano. Siamo letteralmente sommersi di modi per inviare le nostre chiacchiere da uno stato a un altro. Non c’è boicottaggio che possa impedircelo.

E adesso molti fieri sionisti potrebbero ribattere: non è forse vero che molti di questi giocattoli tecnologici provengono dai laboratori di ricerca israeliani, leader mondiali nella tecnologia dell’informazione? Certamente, non tutti però. Alcuni giorni dopo che era cominciata l’aggressione di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore generale di un’azienda britannica di telecomunicazioni specializzata in servizi di voice-over-internet, ha inviato un’email alla MobileMax, ditta israeliana che opera nel campo della tecnologia, che diceva: «In seguito alla recente azione del governo israeliano, non desideriamo più porre in essere relazioni d’affari con Voi o con altre imprese israeliane».

Ramsey dice che la sua decisione non è politica: è solo che non voleva perdere clienti. «Non ci possiamo permettere di perdere nessuno dei nostri clienti», spiega, «si tratta soltanto di una difesa commerciale».

Fu questo tipo di freddo calcolo affaristico che spinse molte aziende a ritirarsi dal Sudafrica vent’anni fa. Ed è questo tipo di calcolo che ci dà una plausibile speranza di rendere finalmente giustizia alla Palestina.

Naomi Klein
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/jan/10/naomi-klein-boycott-israel
10.01.09

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da PAOLO YOGURT

Pubblicato da Davide

  • Tao

    VATTIMO: “NON ACQUISTIAMO PRODOTTI DI LI'”

    Differenza «Io dico che c’ è differenza tra razzismo e antisionismo»

    DI GIOVANNA CAVALLI
    Corriere.it

    Gianni Vattimo, filosofo. Che pensa della proposta di boicottare i negozi dei commercianti ebrei? «Messa così non va bene. Io non ce l’ ho con gli ebrei, ma con Israele tutto. Perciò avrebbe più senso bloccare le importazioni da lì». Non a Roma o in Italia, quindi, ma direttamente all’ origine. «Certo. Poiché c’ è differenza tra razzismo e antisionismo, anche se il nostro presidente della Repubblica lo ignora. Tra l’ altro il mondo è pieno di ebrei antisionisti. Ma torniamo al punto». Che farebbe lei? «Un’ associazione mi ha mandato per email un elenco di aziende che importano certe merci da Israele. Con accluso un modulo da consegnare ai supermercati in cui si spiega perché ci si rifiuta di comprare certi prodotti. Ecco, questo lo farei di corsa, mi sembra una delle iniziative più pacifiche e civili che si possano prendere». E perché non lo fa? «Perché non faccio io la spesa. Oppure bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù, ma mi pare più complesso. In queste settimane peraltro mi sono convinto ancor di più di una cosa». Dica. «Che non ho nessuna ragione al mondo per sostenere lo Stato di Israele. Se non che esiste e per ciò stesso non va distrutto. Sebbene sia dal 1948 che ignora le indicazioni dell’ Onu. Per quanto pure molti ebrei starebbero meglio senza».

    Giovanna Cavalli
    Fonte: http://archiviostorico.corriere.it
    Link: http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/09/Non_acquistiamo_prodotti__co_9_090109036.shtml
    9.01.2009

  • Tao

    PALESTINA, TRA BOICOTAGGIO E SOCIALISMO


    DI GIANLUCA BIFOLCHI
    achtungbanditen

    Continuo a leggere interventi (ultimo in ordine di tempo quello di Naomi Klein) secondo cui il più efficace strumento per impedire a Israele di comportarsi come uno stato canaglia sarebbe l’arma del boicottaggio. Il precedente del caso sudafricano proverebbe la validità dell’assunto.

    Io credo che manchi qualche passaggio.

    Sono pienamente convinto dell’opportunità e persino dell’obbligo morale di attuare il boicottaggio contro Israele in tutte le forme consentite alla società civile, il che, per lo più, riguarda la libertà di scelta del consumatore e il suo impegno a non acquistare merci israeliane. Ma il boicottaggio del Sudafrica ebbe successo quando le iniziative della società civile si videro affiancate dalle sanzioni commerciali attuate dai governi in ottemperanza a chiare indicazioni delle Nazioni Unite. E ciò accadde quando la realtà abietta dell’apartheid non poté più essere negata. Con il conflitto israelo-palestinese, invece, dopo sessanta anni di flagranti violazioni dei diritti nazionali dei palestinesi e crimini contro l’umanità da parte di Israele, non siamo ancora riusciti ad andare oltre la circolazione privata delle informazioni riguardanti i codici a barre delle merci di provenienza israeliana. Possiamo illudere noi stessi dicendo che siamo prossimi al passaggio di fase decisivo del boicottaggio, cioè all’implementazione di un piano di sanzioni? Quando vedo la felicità del ministro degli esteri ombra italiano, Piero Fassino, nel partecipare al giorno dello “zionist pride”, in pieno massacro di palestinesi in corso, e vedo il suo impegno a strappare applausi alla platea con gli stessi argomenti di un politico statunitense invitato a parlare da un podio di AIPAC, mi chiedo se non dovremmo riconoscere come nella sfera pubblica, semmai, in questi anni abbiamo assistito ad una forte perdita di terreno.

    Date queste premesse l’efficacia del boicottaggio assomiglia molto all’efficacia della bacchetta magica: i suoi effetti sono rapidi e risolutivi, ma dove sono le bacchette magiche? Come se ne entra in possesso?

    Se volessimo dare un terreno più solido al tentativo di aiutare i palestinesi, anche rimanendo convinti della necessità del boicottaggio, io inviterei a riflettere a quale sarebbe la situazione oggi se dieci o quindici nazioni di una certa importanza, anche se non necessariamente del G8, agissero come il Venezuela di Hugo Chavez, operando attivamente per isolare internazionalmente Israele. Le sanzioni a quel punto, se fossero ancora necessarie, non sarebbero che il logico corollario di una politica basata su principi di decenza, che non permetterebbe a Israele di farsi passare per vittima, come incredibilmente sta facendo ora con un certo successo.

    Se questo è vero, allora ci dobbiamo chiedere se non vi sia qualche ragione per cui il governo che ha avuto il comportamento più decente in questa crisi è un governo socialista e rivoluzionario; e se non sia ora di uscire dalla logica dell’umanitarismo piagnone per chiederci perché l’occidente non è in grado di accettare l’idea che i palestinesi siano impegnati in una lotta di liberazione nazionale in un contesto di ritardata decolonizzazione. Se gli imperativi di dominazione che sono alla base della complicità occidentale con Israele non vengono messi in discussione sul piano politico, ideologico e culturale (in una parola, sul piano di una nuova sfida socialista) continueremo a rimanere prigionieri delle logiche di pensiero magico per cui ci affidiamo all'”efficacia” del boicottaggio senza avere idea di come metterlo in pratica.

    PS. Ho appena letto che Abdallah II di Giordania, come Chavez, ha ritirato oggi l’ambasciatore da Israele. Dunque tutto quello che ho detto fin qui non si applica per le monarchie mediorientali con popolazione a maggioranza palestinese, come il regno Ascemita di Giordania.

    Gianluca Bifolchi
    Fonte: http://achtungbanditen.splinder.com/
    Link: http://achtungbanditen.splinder.com/post/19550868/Palestina%2C+tra+boicottaggio+e+
    11.01.2009

  • Affus

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO…lesView=Libero

    Obama: «La crisi è più grave del previsto»

    La crisi è più grave del previsto e bisognerà rivedere le promesse fatte in campagna elettorale: gli americani dovranno fare più sacrifici del previsto. Inoltre, la prigione di massima sicurezza di Guantanamo a Cuba non potrà essere chiusa a breve per motivi di sicurezza.

  • Affus

    Vattino sostiene la tesi : debole con i forti e forti con i deboli.

    Con gli USA (iraq) , con la Cina e con altri ; buoni e cuccia , con isarele , uno staterello mediorientale , bisogna fare la voce grossa.

  • Hassan

    Israele “debole staterello mediorientale” ?

    Non so se ridere o se piangere.

  • zufus

    Ho iniziato il mio personale boicottaggio delle merci israeliane.

    Anche se dovesse avere solo il valore di testimonianza, credo sia meglio che rimanere inerti a guardare

  • zufus

    Tutta l’informazione mainstream è al servizio dei macellai Usraeliani.

    Chiunque abbia il coraggio di schierarsi pubblicamente e con coraggio contro i sionisti merita il più grande rispetto.

    Onore a Vattimo.
  • okinawa

    più che 729 sarebbe bello avere una lista di firme, di marche di prodotti

  • Galileo

    Mi sembra giusto sapere quali sono le marche o ditte produttrici.

    Vi posso iniziare ad aiutare attraverso il seguente link:

    http://www.nodo50.org/csca/palestina/campanya_boicot-2002.html

    Riguarda il territorio Spagnolo, però troverete certamente nomi che vi suonano per farvi una idea di chi sono i produttori.

  • Tao

    NAOMI KLEIN: PERCHE’ IO BOICOTTO

    DI ALBERTO PICCININI
    Il Manifesto

    “La strategia più efficace per fermare un’occupazione sempre più sanguinosa è far sì che Israele diventi il bersaglio della stessa specie di movimento globale che fermò l’apartheid in Sudafrica”. Lo scrive Naomi Klein su The Nation (http://www.thenation.com/doc/20090126/klein?rel=hp_currently) ricordando come alcuni gruppi palestinesi da anni chiedono di condurre iniziative di boicottaggio e di disinvestimento contro Israele, simili a quelle che furono applicate al Sudafrica negli anni dell’apartheid. (http://www.bdsmovement.net/). L’intervento della Klein arriva mentre qui da noi le polemiche, gli imbarazzi, la confusione tra antisemitismo, antisionismo, critica al governo di Israele, si uniscono alla preoccupante difficoltà della sinistra di mobilitarsi contro il massacro a Gaza.

    Alla causa del boicottaggio economico contro Israele – ricorda Klein – hanno aderito in questi giorni circa 500 artisti e studiosi israeliani. Questi “hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri chiedendo di sollecitare ai loro governi misure restrittive e sanzioni”. “Il boicottaggio al Sudafrica – continua citando la lettera – fu effettivo. Ma Israele viene trattato coi guanti bianchi. Questo sostegno internazionale deve cessare”. “Molti noi – riflette ancora Klein – non riescono ancora ad abbracciare questa causa. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. Ma semplicemente non valgono abbastanza. Le sanzioni economiche sono l’arma più efficace nell’arsenale della non violenza”.

    Naomi Klein passa poi ad analizzare e a confutare quattro obiezioni possibile al boicottaggio economico di Israele. La prima: “Le misure punitive allontanerebbero invece che persuadere Israele”. L’”impegno costruttivo” che il mondo adotta nei confronti di Israele – osserva qui la Klein – è tragicamente fallito”. Infatti nell’ultimo periodo “Israele ha goduto di una forte crescita delle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con una varietà di alleati”. “E’ in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra, con la certezza che non avrebbero dovuto affrontare significative reazioni.”

    Seconda obiezione: “Israele non è il Sudafrica”. Naomi Klein cita a questo proposito il parere di Ronnie Kastrils, un politico sudafricano. Questi ha osservato che “l’architettura di segregazione vista all’opera nella West Bank e a Gaza è infinitamente peggiore di quella dell’apartheid”. “Il boicottaggio – aggiunge l’autrice canadese – non è un dogma, è una tattica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio può funzionare”.

    Terza obiezione: “Il boicottaggio restringerebbe la comunicazione e noi abbiamo bisogno di più dialogo”. Naomi Klein cita a questo proposito un’esperienza personale: racconta di aver smesso di pubblicare i suoi libri in Israele con la casa editrice Babel e di aver scelto al suo posto la più piccola e indipendente Andalus, “una casa editrice militante, profondamente convolta nel movimento contro l’occupazione, la sola casa editrice israeliana che traduce testi arabi in ebraico. “Il nostro piccolo piano di pubblicazione – racconta ancora Klein – ha richiesto decine di telefonate, scambi di email e sms tra Tel Aviv, Ramallah, Toronto, Parigi e Gaza City. Voglio dire, appena inizia una strategia di boicottaggio il dialogo cresce in maniera fortissima. L’argomento secondo il quale il boicottaggio produce una separazione è specioso data la disponibilità di tecnologia a basso costo che abbiamo tra le mani”.

    L’ultima obiezione analizzata da Naomi Klein è questa: “Non sapete che molti di questi giocattoli tecnologici provengono proprio dai centri di ricerca israeliani, all’avanguardia mondiale dell’informatica”? La Klein, a questo proposito, cita il caso di Richard Ramsey, responsabile di una compagnia inglese specializzata in tecnologia per internet. Dopo l’inizio dell’assalto a Gaza, Ramsey ha rotto i rapporti con la compagnia israeliana MobileMax con questa email: “A causa dell’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non ci riteniamo più nella posizione di fare affari con voi né con nessuna altra compagnia israeliana”. “Ramsey – spiega la Klein – ha dichiarato che la sua non è stata una decisione politica; semplicemente non voleva rischiare di perdere clienti”. E conclude Klein :“E’ stata questa sorta di freddo calcolo affaristico che ha portato molte industrie a rompere i rapporti con Sudafrica, vent’anni fa. E precisamente questo calcolo rappresenta la nostra più realistica speranza di rendere alla Palestina quella giustizia che le è stata così lungamente negata”.

    Alberto Piccinini
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    Link: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/01/articolo/233/?tx_ttnews%5BbackPid%5D=16&cHash=2507ed4454
    11.01.2009

  • Mangudai

    Trovo giusto postare quest’articolo di Edgardo Fulgente apparso su http://www.quinews.it
    qual’ora qualcuno avesse ancora dei dubbi sul perche é giusto boicottare i prodotti israeliani.

    Gaza, in pericolo la vita dei bambini

    E’ l`allarme lanciato da ‘Save the Children’, i cui operatori continuano a lavorare nella striscia di Gaza. La vita dei bambini di Gaza (320.000 hanno meno di 5 anni, 40.000 dei quali non hanno ancora compiuto 6 mesi) continua ad essere in pericolo, non solo per le violenze che perdurano da ormai due settimane, ma anche a causa del conseguente peggioramento delle condizioni di vita e la difficoltà di accesso ai servizi di base.

    Il più importante ospedale pediatrico di Gaza ha dichiarato che i genitori non sono in grado di portare i loro figli in ospedale. Solo 34 dei 56 ambulatori pediatrici presenti sul territorio sono aperti e, in più, in essi si è rilevata una riduzione delle visite del 90%. Inoltre, i medici e lo staff di ‘Save the Children’, sottolineano che molte donne stanno partorendo a casa, assistite dai parenti, perché non riescono a raggiungere le strutture sanitarie.

    “Il rischio di morte per i bambini nel loro primo mese di vita è molto alto e diventa ancora più elevato nel momento in cui essi non possono ricevere assistenza sanitaria perché la guerra impedisce l`accesso ai servizi di base. Un intervento medico qualificato durante la nascita spesso fa la differenza tra la vita e la morte sia per una madre che per il suo bambino”, ha dichiarato Valerio Neri, direttore generale di ‘Save the Children Italia’.

    Ricerche condotte dall`Organizzazione in tutto il mondo dimostrano che la maggior parte delle morti neonatali potrebbero essere evitate con un`adeguate assistenza medica professionale sia nella fase prenatale che durante il parto, in modo da agire tempestivamente su eventuali complicazioni, soprattutto nelle prime ore di vita, che sono le più critiche.

    “Dalla nostra pluriennale esperienza, abbiamo imparato che a volte bastano misure semplici per salvare la vita di un bambino, come ad esempio tenere al caldo i neonati e assicurare ai più piccoli trattamenti per diarrea e polmonite. Sono proprio i bambini più piccoli a Gaza ad essere più in pericolo, perché non possono ricevere quell`attenzione e quelle cure essenziali di cui hanno bisogno.”

    Già prima dell`esplosione delle violenze, 50.000 bambini a Gaza erano malnutriti; 2 su 3 soffrivano di carenza di vitamina A e quasi la metà dei bambini sotto i 2 anni di anemia. L`indisponibilità o scarsità di cibo, acqua potabile e medicinali non fa che rendere più grave la minaccia al loro benessere e salute.

    ‘Save the Children’ chiede con forza che si arrivi a una soluzione pacifica del conflitto che sta minacciando gravemente la vita dei bambini di Gaza e di quelli israeliani, nelle aree soggette agli attacchi. L`organizzazione chiede a entrambe le parti di cessare le ostilità: ad Israele gli attacchi dal cielo e da terra da parte di Israele e il lancio di missili da Gaza. ‘Save the Children’ chiede, inoltre, che siano assicurati varchi per gli aiuti umanitari, affinché le agenzie umanitarie possano provvedere in modo più adeguato al soccorso e alle necessità dei bambini e delle famiglie, in questo momento bisognose di aiuti essenziali e vitali.
    L`organizzazione internazionale indipendente per la tutela e difesa dell`infanzia, che opera in Medio Oriente dal 1953 con uno dei più ampi programmi di aiuti e progetti nell’area, ha attivato una raccolta fondi a sostegno delle attività di aiuto e soccorso.

    Per donazioni è possibile collegarsi al sito http://www.savethechildren.it o telefonare al numero verde 800 900 063.

    Edgardo Fulgente

  • Jack-Ben

    Schiaffo di Bush alla Rice
    sulla risoluzione Onu per Gaza

    Schiaffo di Bush alla Rice sulla risoluzione Onu per Gaza
    GERUSALEMME – Si chiude con una polemica pesante il rapporto tra Casa Bianca e Dipartimento di Stato nell’era Bush. Il retroscena rivelato oggi dal primo ministro israeliano Ehud Olmert illumina una relazione controversa tra Condoleezza Rice e George W. Bush sulla questione mediorientale, in particolare sulla vicenda dell’offensiva di Gaza. E anche la forte sintonia tra il presidente uscente e il governo di Israele.

    Parlando a Ashkelon, riferisce Afp, Olmert ha detto oggi di aver interrotto un discorso del presidente americano con una telefonata in cui gli diceva che gli Stati Uniti non avrebbero potuto votare in favore della risoluzione che faceva appello al cessate il fuoco a Gaza, che la stessa Rice aveva contribuito a stilare insieme ai rappresentanti di Gran Bretagna e Francia. Bush ha dunque ordinato alla Rice di astenersi e lei, dice Olmert, “si è vergognata”. “Una risoluzione che aveva preparato e mediato, e poi non l’ha votata”.

    La risoluzione, passata al Consiglio di sicurezza con 14 voti a favore e la sola astensione degli Usa, è stata poi rigettata sia da Israele che da Hamas e ignorata sul campo, dove sono proseguiti gli scontri interrotti solo dalla minitregua umanitaria di tre ore ogni giorno.

    “Nella notte tra giovedì e venerdì – ha rivelato Olmert – mentre il segretario di Stato voleva essere in prima linea nel voto sul cessate il fuoco, noi non volevamo che votasse a favore”. Il premier prosegue: “Ho detto: datemi il presidente Bush al telefono. Mi hanno detto che era nel mezzo di un discorso a Philadelphia. Ho detto: non mi importa, ho bisogno di parlargli subito. Lui è sceso dal podio e mi ha risposto. Gli ho detto che gli Usa non avrebbero potuto votare a favore di quella risoluzione. Lui ha immediatamente chiamato il segretario di Stato e le ha detto di non votarla”.

    Bush ha sempre attribuito ad Hamas la responsabilità del conflitto, e anche oggi ha ripetuto che la possibilità di un cessate il fuoco dipende dalla volontà di Hamas di bloccare il lancio di razzi su Israele.

    repubblica.it

  • myone

    è stata poi rigettata sia da Israele che da Hamas e ignorata sul campo, dove sono proseguiti gli scontri interrotti

    Non serve boicottare.

    Fate uscire tutti i palestinesi civili dal libano e fateli andare in isdraele. Nessuno potra’ fermare un esodo cosi.

  • portoBF

    Hai ragione, sono sempre i soliti piagnoni, sta storia del piccolo staterello è una delle litanie sioniste, gli è andata bene per sessant’anni, è ora di finirla. A me risulta che israusa è una potenza nucleare, percui basta lamenti.
    BOICOTTIAMO sti criminali.

  • boeufenrage
  • marimari

    La mia domanda è: come fare un boicottaggio efficace? boicottare solo i prodotti in Israle mi sembra limitativo visto che ci devono soprattuto essere holding connesse con gli usa che gestiscono i brevetti e i marchi di mezzomondo e li chi ha la lista?
    ad esempio ho scoperto delta galil che ha tantissime partecipazioni e filiali