Attivisti della distopia

Quando la minestra ricopre il “Seminatore al tramonto” di Vincent Van Gogh

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È chiaro che al di là del vetro da cambiare ed il pavimento da pulire, del telaio danneggiato per sempre o della cornice da restaurare, i danni profondi di questa operazione internazionale sono subliminali e forse indelebili.

Nonostante il fenomeno chieda palesemente risonanza, e quindi mai mi presterei a dargliela, mi sento in allarme e vorrei spendere una riflessione su questo fregio/sfregio dell’epoca che stiamo subendo, increduli: zuppa su Van Gogh e scarabocchi sulle zuppe di Warhol, il purè di patate sulla grazia di Monet, la torta di panna, la colla, la farina, di recente la vernice, ma anche il termometro al Goya è stato significativo. Qualcosa di veramente fastidioso, senza precedenti, danneggiare opere per non danneggiarle (ma comunque danneggiandole) è qualcosa di unico più che raro. C’è stato un caso simile nella storia dell’arte contemporanea degli anni 70, l’artista Tony Shafrazi, che nel 1974 aveva scritto “KILL LIES ALL” sul Guernica di Picasso in esposizione al MoMA di New York [1]

Un uomo infuriato ha spruzzato ieri le parole “Uccidi tutti i bugiardi” sul dipinto Guernica di Picasso al Museo d’Arte Moderna. L’uomo è stato immediatamente bloccato e la scritta in rosso è stata rimossa dal capolavoro, senza lasciare danni.
Il vandalo, che ha gridato di essere un artista, è stato identificato come Tony Shafrazi… Quando la guardia ha afferrato il signor Shafrazi, l’uomo avrebbe lasciato cadere la bomboletta e avrebbe chiesto: “Chiamate il curatore, sono un artista”. È stato portato alla stazione di polizia della 54esima Strada Ovest ed è stato accusato di danni penali…
Shafrazi, nato in Iran, ha sillabato il suo nome per i presenti nella galleria mentre veniva portato via…
Diversi artisti che hanno partecipato a picchettaggi e proteste nei musei ricordano Shafrazi come un membro marginale di gruppi di protesta ormai scomparsi.
“Era un persiano selvaggio”, ha detto Alex Gross, ex capo dell’Art Workers’ Coalition. Gross ha detto di non aver mai visto nessuna opera di Shafrazi. Né sapeva di cosa si trattasse. Un altro pittore che conosceva Shafrazi, John Hendricks, ha detto di pensare che il sospettato fosse “un artista concettuale”.
-Il New York Times, 1 marzo 1974

Ma quella era la performance di un artista, contestabile, che aveva un significato esatto e specifico. Era un’opera a sua volta e nessuno avrebbe più potuto farla, ma solo rifarla. Questo invece è un assalto a botta di decine di opere al mese in giro per il mondo! Un coordinamento di distruzione dell’anima umana da parte non di artisti, ma di eco-attivisti, una nuova forma di dissenso politico. La piazza non tira più, si va al museo a manifestare.
La cosa è fastidiosa e anche molto preoccupante.

Un conto è la sbornia dello scudetto al Milan che spinge i tifosi fin sopra la grande installazione di Paladino a Milano, deturpandola [2]. Questo atto di pochezza restituisce all’opera una sua vitalità, una sua vita sociale, la gente si accorge che c’è, gli stessi tifosi cominciano a notarla da quando arriva la polizia. Invece, questi recenti atti profusi negli ultimi mesi ad un ritmo sempre più veloce, non mirano a danneggiare le opere, ma distruggono la ritualità dei luoghi dell’arte, profanano lo
spazio intorno all’opera, la sua aura, e ne mettono in ridicolo il valore culturale. Infine con la diffusione esasperata delle immagini online che provocano sdegno negli utenti della rete su scala globale, l’operazione ottiene di iniziare ad abituare le masse all’infrangersi della sacralità e alla svalorizzazione del pensiero umano.
Basta sapere cosa scagliare contro Vita e Morte di Klimt per permettersi di farlo. Tanto c’è il vetro.

Qualcuno si sta domandando quale sia il profondo problema sociale che divide queste nuove generazioni di eco-attivisti del cibo in scatola, dagli altri: sono giovani in un momento storico spaventoso e forse facilmente strumentalizzabili da queste schiere di neo-filantropi che con l’eredità del petrolio del secolo scorso vogliono fare la guerra a chi ne possiede i giacimenti in questo secolo, mandando dei giovani ragazzi, seriamente preoccupati per il loro futuro, a farsi qualche mese di cella. [3]

Nel frattempo quello che accade all’arte nella sua forma più vera e viva, cioè le opere d’arte, e nello specifico non nella loro dimensione materiale, ma in quella spirituale, è che viene infranto lo spazio che queste custodiscono con grazia -quasi- divina e potenzialmente eterna.

“No, sono azioni di protesta contro l’attuale sistema dell’arte…”? Il sistema dell’arte si è già stancato [4]: spenderà dei soldi, magari pubblici, per restaurare queste opere, poi le rimetterà in mostra e incasserà i suoi denari di nuovo. Musei e gallerie si proteggeranno sempre più da probabili dimostrazioni di questo genere con misure di vario tipo, ad esempio al museo Barberini di Potsdam in Germania, dove è stato imbrattato un Monet, non si possono più portare borse all’interno delle sale e giacche e cappotti vengono controllati all’ingresso.

Insomma si allestisce la distopia, che porta in sé fin dal suo embrione il non-senso dell’essere.

Note:

[1] https://www.bidoun.org/articles/tony-shafrazi

[2] https://www.artribune.com/attualita/2011/05/questioni-%E2%80%9Cmarginali%E2%80%9D-%20paladino-la-montagna-e-la-transenna/

[3] https://www.laverita.info/da-soros-a-bill-gates-ai-kennedy-ecco-chi-finanza-i-teppisti-verdi-2658639758.html

[4] https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2022/11/direttori-musei-ecoattivisti/

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