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IL MONDO SELVAGGIO NELLA MENTE

DI ADAM

cluborlov.blogspot.it

Sono cresciuto in un piccolo paesino di meno di 1500 persone nel Montana Occidentale. E’ una terra di incredibile bellezza naturale e per 18 anni ho vissuto ininterrottamente nella stessa casa immersa in una sorta di perfezione bucolica. Ci vantavamo di vivere a 100 miglia di distanza dal primo semaforo. Sorrido immaginando che la maggior parte dei giovani abitanti dei piccoli villaggi in tutto il pianeta condividano una sorta di comunanza creata dalle leggi non scritte della vita di una piccola comunità e dalle montagne.

Quella era la mia casa ed i miei paesani erano la mia gente, ma dopo aver viaggiato, aver studiato ed aver abitato altrove per 13 anni circa sono consapevole di quale strano incidente della Storia sia l’America dei piccoli paesini, un residuo dell’incessante marcia verso ovest dei limiti della frontiera con rimbalzi verso l’interno. Questo è il resoconto di un corrispondente che ha passato 18 anni 100 miglia dietro l’ultima frontiera Americana.

Sono stato in grado di vedere chiaramente dal fatto che quasi ogni edificio sulla strada principale sono ancora quelli originali, risalenti a quando il paese fu popolato per la prima volta, 1890 circa. Un secolo dopo la struttura urbana e sociale sono ancora le stesse. Mi ricordo ancora chiaramente il momento in cui notai questo fatto chiaramente: stavo attraversando la strada principale con i miei genitori per andare a mangiare in un ristorante cinese. Uno sguardo a destra mostrava già gli ultimi lampioni, uno sguardo a sinistra e si vedeva l’altra fine del paese. Le montagne ci circondavano, tutte buie con l’eccezione di qualche lucina delle poche case sparse come le ultime scintille di un fuoco quasi spento. Mi fermai in mezzo alla strada vuota ed esclamai “questo è ancora un paese di frontiera!”. Questa epifania spezzò l’immaginata perfezione insulare della mia casa, e da allora lotto con questa consapevolezza.

E’ traumatico avvertire la frontiera approssimativamente impressa sul paesino che amo e sulle sue personalità e culture individuali, ma adesso che sono ormai uno straniero a casa mia lo avverto chiaramente. Le loro piccole casine di legno tra i boschi circondate da cancelletti in filo spinato sono l’eredità del quid pro quo che i loro antenati crearono: addomestica la natura e le tue necessità private saranno soddisfatte. I loro desideri sono chiari e semplici: vogliono poche tasse, una infrastruttura mediocre (di nessun aiuto ai più poveri senza mezzi propri) e benzina a poco prezzo. Amano i loro camion, le loro moto d’acqua, i loro quod, le loro macchine, le loro motocross, motoscafi, gatti delle nevi, motociclette, SUV, decespugliatori, motoseghe, seghe circolari, motofalciatrici, scavatori, fucili a canne mozze, caravan, fucili da caccia e pistole varie. Odiano il Governo e si lamentano che non fa mai abbastanza per loro.

Sono profondamente ignoranti della vastità della storia umana e della diversità delle genti che esiste nel mondo intorno a loro e sprezzanti pure di quel poco di cultura che hanno raccattato. Potremmo mettere 500 di loro tutti in una stanza e molto probabilmente non se ne caveremme fuori una singola frase di una poesia o la trama di un singolo classico della letteratura, e casomai ci fosse sarebbe nella testa di un originale solitario. Esistono solo tre date che apparentemente tutti quanti conoscono: 1492, 1776, 1945 e dai miei ultimi anni al liceo, l’11 settembre 2001. Molti di loro a un certo punto completano il loro pellegrinaggio verso la grande città del Sud, il posto del deserto toccato da Dio, sacralizzato, dove si è materializzato per tutti. Tornano da Las Vegas rigenerati, risollevati, la loro fede nella manipolazione finanziaria rinforzata e pieni di speranza sul fatto che se saranno abbastanza puri il dio Denaro benedirà anche le loro vite un giorno.

Dunque per quanto possano essere poveri, in debito e conoscano solo una frazione insignificante del mondo reale nelle loro teste sono tutti piccoli aristocratici. In questo risiede il “genus” e la giustificazione della frontiera. Se nei primi dell’800 si foste stati un proprietario di piantagioni in Virginia o un magnate finanziario a New York, come avreste fatto a mettere le mani sulle risorse a ovest dei Monti Appalachi e smorzare le pressioni per le riforme sociali in un colpo solo e per giunta senza doverci mettere mani personalmente? L’architettura sociale della frontiera soddisfa tutti e tre i detti requisiti in eleganza, ma è pure la ricetta per una società superficiale ed un governo senza una vera nazione alle spalle.

Ottenni la mia epifania e divenni straniero frequentando l’Università alla periferia di Tacoma, nello Stato di Washington. Non vi era alcuna reliquia fisica della frontiera da poter ammirare, ma vagando a caso nelle zone periferiche la notte e specialmente dopo aver visitato le patrie di nazioni antiche in Perù o in Guatemala in viaggi studio esteri mi si rivelò piano piano il fatto che la frontiera sia ovunque negli Stati Uniti. Le sue particolari dinamiche sono inscritte talmente nel profondo da definire gli Americani meglio di qualsiasi retorica interpretativa, molto tempo dopo che la frontiera non esiste più come realtà fisica.

Quello che ci ho messo anni a capire mentre abitavo alla periferia di Tacoma è stato che la frontiera è stata praticamente rigirata su sè stessa. Non invertita, una frontiera invertita infatti ci fa pensare semmai ai contadini Brasiliani che si ritirano chilometri e chilometri oltre il confine della foresta amazzonica e si mettono insieme per costruire nuove città sostenibili. No, quello che vedo è semmai una interiorizzazione di questa terribile interfaccia di frontiera.

I fast food sono l’esempio lampante: sono il modo perfetto per fare soldi con prodotti alimentari tanto scadenti che non avrebbero valore se venduti per come sono, ridurre la pressione sociale e la domanda di riforma ingrassando e instupidendo la popolazione comune, e chiaramente, soprattutto, senza, tu ricco, sporcarti le mani in prima persona. I fast food economici non sono affatto da considerarsi ristoranti, sono discariche di prodotti scadenti. Sono un modo di gonfiare profitti da risorse altrimenti inaccessibili. Se la spazzatura che servono al posto di cibo vero fosse frutto di agricoltura sostenibile, se i lavoratori fossero pagati in maniera decente e la popolazione Americana ci tenesse alla sua salute, i fast food non esisterebbero neanche. La stessa identica dinamica si può applicare alla realtà delle periferie: scatoloni di cartone a prezzi gonfiati pieni d’elettrodomestici, la maggior parte dei quali non avrebbero nemmeno senso se il Pianeta Terra rientrasse nella logica commerciale. Qualunque attività umana volessimo esaminare, medicina, istruzione, scienza o arte, l’interfaccia-frontiera gli impedisce di servire ai bisogni umani reali e fa in modo che servano solo a uno scopo: convertire risorsa in profitto.

Gli Americani non stanno costruendo una società, stanno ancora svolgendo un lavoro di conversione per gli stessi interessi che tempo fa aprirono la frontiera. Lo stesso impulso che mosse i loro antenati oltre l’Atlantico e li mantenne attraverso deforestazioni e creazione di terre arabili è adesso orientata alle motofalci, a pulire le grondaie, a lavare l’auto e specialmente a fare shopping. Mettetevi in qualsiasi strada affollata e potete vedere la frontiera in azione. Soffermatevi sugli sguardi sui volti dei camionisti, ad esempio. Caccerebbero e liquiderebbero (renderebbero finanza) l’ultimo atomo di risorse naturali sulla terra se potessero.

Ritengo che la frontiera come lente interpretativa possa aiutare a chiarire il suicidio apparentemente bizzarro e irrazionale dell’Impero Americano. Ricordiamoci sempre che impadronirsi dell’Ovest degli Stati Uniti fu facile e rapido. Superiorità tecnologica, malattie e numeri favorevoli consentirono ai civili l’esecuzione della gran parte della pulizia etnica richiesta mentre ancora esisteva un confine tra popolazione nativa e coloni Europei.

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto bisogno di chiedere sacrifici ai loro cittadini o di negoziare realmente con i nativi. Dopo che la totalità del territorio Nord Americano fu colonizzata, una sequenza di incidenti storici lanciò all’improvviso gli USA nel loro breve periodo d’egemonia. L’industrializzazione esplose non appena si esaurì la frontiera. Gli stessi coloni che andarono a piedi da St. Louis all’Oregon ritornarono ad Est sui treni qualche decennio più tardi. Allora i vecchi poteri Imperiali Eurasiatici erano impegnati a distruggersi a vicenda in due guerre mondiali e così per magia l’America si ritrovò ad essere l’unica potenza industriale rimasta intatta. Non è questa la stoffa di cui sono fatti gli imperi con qualità per durare a lungo. Le classi dominanti non hanno mai assaggiato una sconfitta o hanno mai dovuto autolimitarsi o vedersi costrette a chiedere alla popolazione un grande sforzo collettivo.

Fatto che spiega pure come mai il Governo non sia in grado di mantenere una buoan infrastruttura nazionale o promuovere una buona politica industriale. La frontiera interiorizzata è la ragione per la quale l’esercito USA non è in grado di amministrare territori conquistati ed anche per il fatto che le minoranze nazionali non hanno mai davvero ottenuto uguale trattamento dinanzi alla legge. Il regime di Washington DC non sta lì per creare una vasta struttura imperiale poliglotta (come l’Impero Achemide) né per rappresentare la volontà collettiva di una nazione (come in Svizzera o molti altri Stati), esiste per il saccheggio e la spartizione di risorse e per la difesa ad ogni costo degli interessi dell’aristocrazia dominante. Fin dall’inizio è stato inteso in questi termini.

Ciò spiega anche perchè l’11 Settembre è finito per puntellare un’altra data che giustifica le pretese dell’aristocrazia, esattamente in linea con 1776 e 1945. Anzichè dirigere uno sforzo globale per garantire i criminali alla giustizia e intervenire sulle vere cause scatenanti dei mali, il regime ha ben pensato di creare nuove frontiere in posti come l’Iraq e tanti altri, terreni di caccia per determinate multinazionali ed agenzie governative. Questi sforzi hanno risvegliato l’ira di due tra i più antichi e anticamente più potenti sistemi Imperiali al mondo e sono finiti sotto scacco.

Nessuno a DC sembra aver appreso la lezione che è finito il tempo in cui erano liberi di stabilire liberamente frontiere per i loro soci (o padroni, a seconda di quale lato della porta scorrevole tra multinazionali e Governo si trovino). Non comprendono che Cina e Russia non si accomoderanno mai agli interessi Occidentali e che l’assurda causa del “libero mercato” non è altro che una porta secondaria aperta nel cuore di ciò che resta dell’economia Americana.

Ovviamente un regime simile non può acquisire tali consapevolezze e anche se non farebbe nessuna differenza. Il Governo USA non può chiedere alla gente comune di fare un sacrificio colossale come quello che richiederebbe sbarazzarsi di Russia e Cina in un colpo solo. Non può nemmeno farla finita, o almeno controllare, il meccanismo della frontiera. Deve continuare a parlare di “libero mercato” in quanto rappresenta il maggiore scudo linguistico per schermare la libertà di azione aristocratica da ogni controllo democratico. E’ del tutto fuori questione che possa introdurre una tassazione progressiva per i ricchi o chiedere di fermare la delocalizzazione offshore.

Se dunque le sue armate mercenarie continuano a incassare sconfitte in paesi esteri e gli sforzi per controllare risorse e mercati in posti quale il Medio Oriente finiscono sempre nel nulla, la stessa gente incompetente deve comunque continuare a gudagnare miliardi senza sporcarsi le mani e la frontiera si sposta altrove. Il governo comincia a sbarazzarsi della popolazione in eccesso e a militarizzare il Governo civile, a privatizzare il patrimonio pubblico a incatenare i più poveri ai debiti e all’austerity, a spiare su tutto e tutti etc etc. Dopotutto se non possono controllare con la forza bruta tutta l’Asia centrale e il Medio oriente non fa niente, nessun posto è come casa!

Non ci sarà nessuna reazione nazionale coerente al suicidio in corso. Non è possibile perchè non esiste realmente una nazione Americana. Le vere Nazioni sono caratterizzate da eventi formativi e definitivi quali, ad esempio, l’affare Dreyfus, la ribellione di Tupuc Amaru, Tharir square, la presa del Palazzo d’Inverno, l’assedio alla Bastiglia, il processo alla banda dei quattro, le invasioni della Polonia. L’agonia e l’estasi di essere una nazione, di essere un popolo, evolvere nel tempo nonostante fatti specifici quali dov’è la città capitale o quale dinastia siede sul trono non è successo per il caos di immigranti e discendenti di imigranti del Nord America.

Il processo sta iniziando. Alaska, Sud California, Cascadiana o Texana sono vere nazionalità embrionali. Se Washington DC provasse per davvero a vincere una volta per tutte la sfida con la Russia (lasciamo stare la Cina) e a tenere in piedi il suo impero finanziario che fa acqua da tutte le parti, lo sforzo medesimo finirebbe per esacerbare le nascenti spaccature lungo queste direttive già evidenti. Che vantaggio ne ha dopotutto un pescatore in Alaska ad obbedire a un burocrate a Washington DC quando la sua sussistenza è basata sul vendere pesce ai Cinesi? Quale ipotetica situazione o figura politica sarebbe in grado di allineare gli interessi di un Texano e di un Cascadiano? L’inevitabile frammentazione dell’unità politica ed economica degli USA è evidente a chiunque con un minimo di consapevolezza di come le nazioni si formano ed evolvono su questo pianeta. Sarà un caos, lubrificato da litri di sangue e in molti luoghi accompagnato da lunghi periodi bui, ma probabilmente il resto del mondo ne trarrà un sospiro di sollievo.

Per individui come il sottoscritto, nati dentro la frontiera e innaffiati dalla sua propaganda gli Stati Uniti sembrano qualcosa di veramente importantissimo. Per menti intrappolate una dissoluzione degli USA è equiparabile alla fine del mondo stessa, che poi è un modo per semplificare gli eventi in modo da non pensarci affatto. Mi piacerebbe concludere questa piccola descrizione esplorando una prospettiva insolita sui decenni prossimi venturi, una che non implica guerre nucleari, collassi totali o fine del Dollaro USA.

Il Nord America era indubbiamente destinato ad essere trattato come un’unica enorme frontiera dal momento in cui qualunque esploratore mondiale con le sue armi, le sue malattie infettive, animali domesticati e semi da piantare avesse varcato l’Oceano. Le moderne antiche nazioni ed Imperi capiscono ciò e non invidiano più o temono quella che non è altro che una coincidenza della Storia. Osservano anche che le profonde fondamenta sociali necessarie a un governo per giocare da grande nell’arena culturale mondiale non esistono. Ma una grande frontiera lontana è quanto basta per convertire risorse in denaro come lo è stato per gli aristocratici d’ogni tempo.

Tenendo a mente ciò ho il sospetto che attraverso campagne militari tutt’altro che decisive e guerra economica spietata potremmo assistere a Cina e Russia (e non soltanto) che gestiscono pazientemente il declino USA, mantenendo a galla il regime di Washington DC con piccoli sforzi finchè gliene torna comunque qualcosa in termini d’investimenti. Dopotutto centri di potere come quelli hanno sempre eventualmente bisogno di una discarica dove vendere i loro prodotti scadenti. Finchè la frontiera esisterà nelle menti e nei cuori degli Americani non mancherà mai gente disposta a fare lavoro di conversione per loro.

Adam

Fonte: http://cluborlov.blogspot.it/

Link: http://cluborlov.blogspot.it/2015/09/the-howling-wilderness-of-mind.html

1.09.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONZI

Pubblicato da Davide

  • Primadellesabbie

    Questa inarrestabile "corsa all’Ovest", qui ben colta nei suoi estremi sviluppi, sembra l’esito ultimo dell’evolversi di quello spirito che ha spinto a "scoprire" l’America, e poi a popolarla nel tentativo estremo di fuggire la miseria sognando nuove forme di convivenza umana.

    Ma chi, arricchendo se stesso impone la miseria tra altre disgrazie, ha viaggiato assieme ai sognatori fuggiaschi, o li ha addirittura preceduti.
    Ed é ancora lì, vigile e attivo, sostenuto dall’esperienza millenaria, ed armato di cultura e scienza che ha avuto agio di plasmare secondo i suoi disegni, spalleggiato da eserciti di tapini, colti o ignari ma rassegnati e gongolanti, che le Chiese, tra altro, hanno saputo guidare ben lontani da provvidenziali visioni Religiose o laiche.
  • agomau

    Davvaro curioso che un autore americano infarcisca un suo articolo con espressioni colte e citazioni latine.
    Una osservazione semantica per chiarimento:  l’espressione "quid pro quo" sembra non avere senso nel contesto. Si tratta invece di una espressione usata nei paesi anglosassoni che ha un significato diverso dal nostro "qui pro quo" (che significa ‘equivoco’). Quid pro quo significa avere una cosa in cambio di un’altra cioè significa ‘scambio’.
    Ha fatto bene il traduttore ha lasciarla così com’è, anche se, forse in un eccesso di zelo, essa avrebbe potuto essere tradotta, in modo assai preciso, con do ut des‘, che è la locuzione che si usa nei paesi latini per indicare la stessa cosa.
    Le due espressioni hanno una radice comune. In età medioevale si usavano entrambe in farmacia per indicare che si utilizzava una sostanza al posto di un’altra, presumibilmente simile. I paesi latini hanno dato al termine il significato, vagamente truffaldino, di ‘equivoco’ mentre i paesi anglosassoni si sono limitati al più neutro ‘scambio’.
    Da qui la curiosa uguaglianza: Quid pro pro = Do ut des, che permette di dare frase incriminata un senso logico.
     

  • Servus

    Yankees, stupidi cowboys americani.

    Ecco il sunto dell’articolo.
  • Truman

    Corretta l’osservazione sulla frase latina. Comunque nel mondo anglosassone continuano ad essere usate numerose parole latine, lì dove l’italiano le ha ormai sostituite. Forse la parola più diffusa è "media" (plurale del latino "medium") solitamente preceduta da "mass".
    Il termine "data" (dimenticato plurale del latino "datum") ha diffusione paragonabile.
    Comunissima poi l’abbreviazione "e.g." ("exempli gratia") per dire "ad esempio".

  • makkia

    "e.g." è stato trasformato in "example given" mantenendo l’abbreviazione latina.
    Usano spesso anche "vice versa" nel parlato (pronunciando vàisi voersa, per cui quando poi lo scrivono escono tutte le grafie possibili).

    En passant il vocabolario inglese è uno dei più vasti al mondo. Anche se i manuali di tecnica giornalistica consigliano di attenersi a un ristretto ambito di 2.000 lemmi in modo da garantire comprensibilità ai meno acculturati, consiste di circa 250.000 voci, in parti uguali derivate da latino, germanico e francese, quindi circa 80.000 termini sono di origine latina.

    Usare termini con assonanza latina, rispetto a sinonimi
    di sapore anglo-sassone, dona un tono colto e forbito al parlante.

  • geopardy

    Regala una visione molto sintetica ed efficace della mentalità statunitense.

    Davvero bravo questo Adam