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C'ERA UNA VOLTA QUANDO I BAMBINI POTEVANO USCIRE DA SOLI

DI NATALINO BALASSO
facebook.com

Emilia Romagna, torneo di calcio dei giovanissimi. Le partite durano un’ora. Una squadra si trova in vantaggio per 31 a zero. La media è di un gol ogni 90 secondi. Il divario tra le due squadre è assurdo, forse non dovevano trovarsi sullo stesso campionato.
Fatto sta che l’arbitro, un ragazzo di 20 anni, si consulta coi due allenatori e decide di finire la partita prima del tempo (la notizia qui).

Alla fine l’arbitro verrà sospeso e la partita dovrà essere rigiocata. La federazione degli arbitri dice che il ragazzo sospeso, imparerà e crescerà grazie a questa punizione.

La morale di questa storia è che:

1) Il calcio, fin da giovanissimi, non può essere considerato mai un gioco, è invece un lavoro da affrontare anche quando non ha più senso il confronto.
2) Crescere significa rinunciare al buonsenso e seguire le famose regole.
3) il ragazzo che arbitrava imparerà così a mentire, infatti se non scriveva nel suo referto che aveva interrotto la partita prima del tempo, nessuno gli avrebbe detto niente.

Quando, da piccoli, si giocava sui prati, con due maglioni al posto dei pali, se il confronto era impari si rimescolavano le squadre per ottenere un confronto più equo, non c’erano regole, tutto era autogovernato da bambini, ma eravamo più saggi di questi poveri burocrati del calcio. Ma noi giocavamo per divertirci, mentre ora i ragazzini devono inseguire il sogno di essere miliardari, avere una macchina con la quale possono ignorare le regole della strada, e una moglie di rappresentanza.

Mi fa ridere chi dice che si ruba il futuro ai giovani, il futuro non si può rubare e i giovani se lo devono conquistare, la verità è che stiamo rubando il presente ai giovanissimi. Una volta ho sentito una bimba dire “Mia nonna mi ha raccontato una storia dei tempi di quando i bambini potevano uscire da soli” e ho pensato che stiamo creando generazioni di inetti, che in futuro saranno incapaci di prendere una decisione se non su consulto di entità superiori.

Natlino Balasso
Fonte: https://www.facebook.com/natalinobalasz?fref=ts
14.10.2015

Pubblicato da Davide

  • Coilli

    C’era una volta quando i padri dicevano “se non studi ti mando a fare il manovale!”… oggi ci sono i laureati che sognano un posto da manovale…

  • ottavino

    Vorrà dire che gli daremo consulenze a pagamento!!

  • Nieuport

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    Non la pigliate a ridere, con battutine. È un post
    serissimo, che segnala un problema colossale: stiamo creando generazioni di
    inetti. Per colpa delle buone intenzioni dei piddini e delle boldrine impediamo
    ai bambini di confrontarsi col mondo. Io, come tutti ai miei tempi, mi sono
    fatto le elementari andando a scuola a piedi da solo, le mamme ci buttavano
    fuori di casa, a giocare in strada, e dalle maestre si prendevano schiaffi e
    bacchettate, e non è mai morto nessuno. Oggi se una mamma mandasse un bambino
    solo arriverebbe la polizia, i bambini non si possono fotografare, i ragazzi non
    possono andare a bottega a imparare un mestiere. L’età del sesso lecito è
    passata da 14 anni a 16 e ora a 19 (d’accordo, vale solo per Berlusconi, ma la
    legge quella è). I bambini servono solo ai politicamente corretti per mostrare
    come sono bravi ad indignarsi.

  • temuchindallaCina

    E’ vero! Mia mamma mi diceva sempre "se non studi, vai a fare lo spazzino!" Per anni poi, ho pensato, MAGARI! 14 mensilità un buon stipendio e un buon contratto nazionale altro che palle

  • rossland

    Concordo: il tema è molto serio, tanto da risultare difficile comprenderne davvero la portata.
    Arrivavo alle stesse conclusioni giusto un paio di settimane fa ragionando su un fatto che osservo quasi quotidianamente.
    Oltre la siepe del giardino dove abito, c’é un "campetto" dove alcune mamme portano i bambini a "giocare". Fra questi, quest’estate e fino a un paio di giorni fa, un robo di circa 3 anni che viene portato lì con una sorta di motoretta elettrica. Il pargolo gira ogni giorno in tondo, seduto su questo arnese elettrico che con il suo bzzz bzzz attira la mia attenzione, quindi lo cronometro per il fastidio, perché altrimenti non ne avrei notizia, fino a che si scarica la batteria. Il che mediamente significa per circa 40 minuti, più o meno. Solo, mentre la madre seduta sulla panchina chiacchiera con altre mamme. Il pargolo si mette a urlare ogni qualvolta incontra un ostacolo che blocca l’arnese elettrico: un rametto d’albero, un sassolino, un muretto. La madre si alza, lo rassicura, toglie l’ostacolo e torna a sedersi. E lui a starsene solo e in silenzio a girare in tondo su un attrezzo che non gli fa muovere un solo muscolo.
    E questo ogni giorno in due ondate, mattino verso le 11 e pomeriggio intorno alle 16.
    Immagino che per la mamma sia un "lo porto al parco a giocare". Per il bambino immagino l’incentivo sia "Andiamo a fare i giri in motoretta".
    Ma non gioca: sta seduto sul trabiccolo a girare in tondo e in silenzio, tranne quando urla perché nemmeno di scendere a togliere un ostacolo se ne parla.
    Di contro, a fianco a me abita un bambino, stessa età, figlio di due extracomunitari. Ha una uguale motoretta, non però elettrica, solo di plasticone usato (penso sia un recupero, non è nuovo). Ques’estate "usava" letteralmente il trabiccolo di plastica come arma contundende contro porte, muri, arbusti (la mia ssiepe): non pedalava, lo trascinava (facendo un fracasso infernale) e se incontrava un ostacolo glielo sbatteva con impeto contro per toglierselo dai piedi senza atnti salamelecchi.
    Ecco, riflettevo che quando questi due bambini coetanei saranno adulti, il primo magari diventerà bravissimo a usare technologie o a ragionare di fino ma il secondo, se se lo trova fra i piedi, ci metterà trenta secondi a stenderlo di brutto con la forza fisica e una maggior esperienza nel valutare l’ambiente in cui si trova.
    Stiamo allevando una generazione di mollicci fighetti, magari sportivi da palestra e garette competitive ma decisamente poco preparati alla vita vera, quella dove puoi anche scegliere di essere un mistico e atletico pacifista ma se il rude cavernicolo ti trova sulla sua strada e gliela ingombri, ti mena a sangue comunque tu la pensi.
    Al dunque, siamo destinati a scomparire proprio perché non riusciamo a coniugare realtà e filosofia esistenziale: posso anche educare mio figlio alla non violenza e preferire immaginarlo scienziato dedito al miglioramento della qualità di vita sulla terra ma, finché sulla terra convivono yin e yang, bisognerà ben tener conto che scegliere la non violenza non fa con questo sparire la violenza. E con quella, prima o poi, dovremmo farci i conti anche se passiamo la giornata a gambe incrociate a invocare nel cuore un OM…

  • makkia

    Nessuno ride, mi pare 😉

    Abbiamo creato la baby-sitter perfetta, meglio delle tutrici svizzere dei ricchi di una volta.
    Gli consegnamo lo smartphone a 7-8 anni "perché così sappiamo sempre dov’è"… ma in pratica SAPPIAMO dov’è: è rincoglionito davanti a Facebook tutto il tempo che può.

  • Holodoc

    Articolo bellissimo, già dal titolo si capisce dove l’autore vuole arrivare.

    Essere adulti significa avere la sicurezza di avere il controllo sull’ambiente dove si vive, al contrario il bambino ne è spaventato ed ha quindi bisogno di un adulto che lo guidi e protegga.

    Ma come fa un bambino a conquistarsi quella fiducia se non può iniziare ad essere indipendente nelle sue uscite da casa?

    Ci scandalizziamo se in certi paesi le donne non posso andare per strada da sole, fatto questo che le rende anche psicologicamente dipendenti dagli uomini, ma siamo contenti di fare fare la stessa fine ai nostri figli di entrambi i sessi. La civiltà occidentale è proprio alla frutta.

  • Hamelin

    Se gli adulti non hanno nulla di buono da insegnare … cosa dovranno mai imparare questi poveri bimbi ?

    Magari crescessero solo inetti !

    Basta guardare la nostra società priva di qualsiasi valore sano , morale ed etico , dove la massima aspirazione è arrivare a fare il politico per poter rubare impunemente dicendo vagonate di bugie o a fare il calciatore o entrare nello star system .

    La Futura Inettitudine delle nuove genereazioni è solo lo specchio di quella della generazione temporanea  .

  • GioCo

    Bene, qui si tocca un argomento che pare periferico, rispetto ai tanti argomenti apparentemente più urgenti e importanti, mentre è centrale e il nodo su cui si blocca tutto il resto.
    E’ ciò che chiamo "la fabbrica dei disabili" che non a caso arriva nell’epoca del massimo "splendore" della società demoniocratica.
    Allora si parta di educazione e non si sa più che cosa significa.

    Ai tempi dei nostri nonni era chiaro: vai a scuola o impari un mestiere. Non c’era una distinzione tra le due cose, entrambe potevano aprirti la strada al futuro. Potevi essere un ciabattino ed essere bravo e fortunato, potevi essere laureato in fisica e barbone.
    Era abbastanza chiaro che lo studio apriva migliori e più grandi prospettive, ma anche che costava sacrificio e fatica in proporzione maggiore. Avevo dei parenti che mi raccontavano di come per studiare ingegneria e lavorare, dormivano sui treni e nel tragitto tra l’aula e la fabbrica, praticamente vedendo casa solo il fine settimana. Non tutti avevano la fibra per un tale stress era una palestra che selezionava gente di spessore, rispettata e rispettabile.

    Oggi qualunque sciacquetta abbastanza porca può coprire la carriera di Ministra, anche se si tratta del ministero dell’istruzione e anche se è un oca giuliva e non ha mai aperto un libro se non per caso o per obbligo.

    In un mondo così, l’arroganza fa tutt’uno con l’ignoranza. Non è un peccato l’ignoranza, ma se si associa all’arroganza diventa una forza distruttiva tremenda, perché si autogiustifica da sola e non è visibile al resto della massa se non per quel che rispecchia.
    Così ogni singola azione diventa arrogante perché regge in un rimando di autogiustifica: non è importante quel che faccio ma che lo dice la ministra dell’istruzione, o l’insegnante, o chi per essi.

    Il punto non è che bisogna avere fede di quel che dicono le persone qualificate o incensate dal pubblico rito, ma che ognuno dovrebbe avere gli strumenti per capire da sé se quel che viene detto è una stupidaggine, permanendo però nel dubbio che costringe a orientarsi verso la probabilità migliore osservata rispetto il punto di osservazione raggiunto e che quel che si palesa al momento. Ma una simile elasticità mentale è difficile da ottenere per noi, perché viviamo in un mondo che ci costringe a cristallizzare i pensieri dentro gli stipetti sicuri delle "classi", in un flusso continuo di tempeste, come fossimo tutti barchette in un uragano perpetuo di informazioni.

    A scuola cosa impariamo? A leggere e scrivere? Secondo i dati che possiedo una persona adulta impara in media in 6 mesi a leggere e scrivere. Un bambino è molto più rapido, quindi che ci fa a scuola 5 anni?! Impara la disciplina. A stare ore seduto dietro a un banco, a rispondere all’appello, al reagire al suono della campanella, ad aver timore degli adulti, a non avere a cuore il suo lavoro ma solo la valutazione che gli daranno altri, a stare per giorni e giorni dentro spazi angusti e tristi, fatti di stanzoni dove ti stipano come i polli da batteria, vuoti di prospettive ma pieni di lunghi corridoi e di porte anonime, alienanti e puzzolendi di formalina quanto un ospendale psichiatrico.
    Ma dove tutto appaia normale e sensato, tant’è che sono i tuoi genitori che ti ci ficcano e vogliono che tu ci rimanga. Questo non per un ora o un giorno, ma per anni.

    Se sei un tipo irruento, un tempo ti davano la riga sulle nocche e a volte il cappello dell’asino e l’obbligo di stare per ore in piedi dietro la lavagna. Oggi è vietato per legge, ma ti diagnosticano un oscuro malessere dell’animo per giustificare l’iniezione nelle vene di spicotropi. Tanto perché all’uscita è vietato per legge lo spaccio del mercato nero, ma non quello delle case farmaceutiche, che nel frattempo si sono inventate delle speudomalattie, come la "sindrome del bambino vivace".
    Tutto pur di non affrontare il problema alla base e cioè la mefistofelica incompatibilità del modello educativo con le necessità umane di base.

    Una fabbrica quindi dei disabili, ma costruita sopra una gigantesca architettura burocratica gotica degli orrori, necessaria a stare in piedi, come ogni montagna di pattume, per sola grazia della quantità di schifezza cumulata e per sua propria continua autogiustifica. Tipo: ci è costato tanto sacrificio, varrà pure qualcosa!
    Per capire quanto vale, basterebbe vedere qual’è il pensiero dominante creativo raggiunto in ogni momento di svago della nostra società.
    Ma ovviamente, è solo svago, intrattenimento. Niente di serio da valutare quindi.
    No?

  • Nieuport

    Solo svago e intrattenimento, certo. Infatti 50 anni fa in ogni piazzetta o cortile c’erano ragazzini che giocavano al calcio, ora sono tutti in casa a giocare a calcio sul computer.

  • Hamelin

    Pardon " Contemporanea "  🙂

  • ottavino

    Sapendo che la civiltà è votata all’auto-distruzione, è tutto normale.

    Prima del botto ci sono le crepe.
  • tamerlano

    Sono spazzino e confermo. 😏

  • MarioG

    Andando oltre una certa perplessita’ circa il risalto dato a questo articoletto, c’e’ di che essere perplessi anche rispetto al contenuto (benche’ de minimis).

    Dunque dice: 

    La morale di questa storia è che:

    1) Il calcio, fin da giovanissimi, non può essere considerato mai un gioco, è invece un lavoro da affrontare anche quando non ha più senso il confronto.
    2) Crescere significa rinunciare al buonsenso e seguire le famose regole.
    3) il ragazzo che arbitrava imparerà così a mentire, infatti se non scriveva nel suo referto che aveva interrotto la partita prima del tempo, nessuno gli avrebbe detto niente.

    Se ho ben capito, non e’ d’accordo con la sanzione data all’arbitro? 

    Da quando si accorcia una partita di calcio, in qualche modo ufficiale, in base al risultato parziale in campo? Forse non si capisce la differenza da un incontro di boxe?

    Mah!




  • Coilli

    La morale e’ che troppi non si avvedono del disastro compreso te.

  • MarioG

    Beh, allora veda di spiegarlo, non solo a me, ma anche a Natalino.

  • rossland

    Forse ciò che intende Balasso, che peraltro lo scrive, è che anche il giocare a calcio è oggi un’attività fin da subito impostata in modo "professionale", cioè si gioca solo seguendo le regole. Le stesse stabilite per il calcio professionale. Seguire le regole non è sbagliato, in sé, ci mancherebbe. E’ che manca nell’approccio al gioco l’aspetto ludico fine a se stesso, quel giocare fra ragazzi il cui senso non è tanto qualificarsi o meno come ottimi giocatori in base alle regole stabilite ma imparare a relazionarsi agli altri anche dove le regole sono tutte possibili di essere reinventate proprio perché è nel reinventare ogni volta il gioco conosciuto che come umani apprendiamo qualcosa di importante (ma invisibile e non regolamentabile) sugli altri e sui noi stessi.
    Oggi tutto spinge fin dalla più tenera età alla regolamentazione di ogni aspetto dell’esistenza e orientato a finalità premianti: nella scuola, nel gioco, nelle prestazioni sportive e nell’apprendere in generale.
    La schematizzazione è ripetizione di cose morte, senza più possibilità di sperimentazione dell’ignoto, che viene sedato e in qualche modo represso in quanto potenzialmente rivoluzionario.
    Cioè capace appunto di riscrivere le regole esistenti.
    Il gioco per il gioco è esattamente questo: sperimentazione anarchica delle proprie potenzialità.
    Se intruppiamo i bambini nelle regole (premianti) fin dall’asilo, ne faremo tanti piccoli bravi esecutori con ottimi punteggi ma incapaci di stare al mondo, che è anarchico (caotico) di per sé (è l’uomo ad applicargli leggi e regole).

  • yakoviev

    Specie in città,l’attività fisica dei bambini è legata all’aspetto istituzionale. Si gioca a calcio presso qualche società, ci si iscrive a nuoto o a altri sport. Raramente si gioca a calcio (o si fanno altre attività) autonomamente perché non esiste più la strada (o il giardinetto) come luogo di ritrovo ludico e sociale fra bambini e preadolescenti. E’ solo un aspetto del cambiamento generale del tessuto sociale: nei quartieri non ci sono più le botteghe, le mamme non vanno più la mattina a fare la spesa, i ragazzi non vanno più per la strada etc.

  • makkia

    Se ho ben capito, non e’ d’accordo con la sanzione data all’arbitro?

    Hai capito qualcosa, ma decisamente non hai BEN capito.
    Per cominciare Balasso è un umorista, e come tale la "morale" è una presa in giro ai danni del/dei bersaglio/i della satira.
    Spiegare l’umorismo significa distruggerlo, ma tant’è… la cosa che è apparsa abbastanza chiara agli altri commentatori dell’articolo è che "la morale" vuol dire qualcosa di molto diverso da quello che esplicita se interpretata in senso letterale. I tre punti, grosso modo, significano:

    1- caricare di seriosità una partita di calcio tra bambini, lasciandola proseguire non ostante non sia più giocare ma un’inutile umiliazione, è crudele e imbecille.

    2- Seguire le regole a tutti i costi, anche quando è appunto palesemente crudele e imbecille farlo, non è affatto un "buon insegnamento" per la futura vita adulta di quei bambini.
    E’ invece altamente diseducativo.
    In primis perché addestra a subire impotenti e passivi le angherie, idiozie e protervie dei "custodi delle regole".
    In seconda battuta perché non insegna che le regole si seguono PER UN MOTIVO. Ai bambini bisogna sempre spiegare il perché delle regole: (ad es.) "non si attraversa la strada senza prima aver guardato a destra e a sinistra" è un’istruzione insulsa per un bambino. Affinché la "trattenga" come concetto e la rispetti, ha necessità di capire che arrivano le macchine, che non hanno la possibilità di frenare a secco come nei cartoni e che fanno tanto male se ti prendono. A quel punto, invece di "entrargli da un’orecchio e uscirgli dall’altro", la regola acquisterà senso, diventerà narrazione interiore e avrà PIU’ PROBABILITA’ (non la certezza, è sempre un bambino) di essere rispettata.
    Imporgliela senza spiegare alcunché ha molte meno probabilità di avere senso per il bambino, che la seguirà pure, ma con un’incentivazione molto debole: la paura di essere beccato a trasgredire e la eventuale punizione.

    3. Sempre in tema di seguire le regole apoditticamente, la scarsa motivazione (del tipo: è così e basta!) a seguirle è fonte del "farsi furbi". Seguo la regola solo finché non escogito il sistema per non farmi beccare a violarla. Il che è un rapporto malsano con le regole, sia per un bambino che per un adulto: è il contrario dell’essere "bravi e ubbidienti" (per i bambini) o "dotati di senso civico" (per gli adulti).

  • MarioG

    Mi scusi eh!

    Abbi, fantozzianamente, pazienza!
    L’impostazione ‘professionale’ deriva dal fatto che si tratta di una partita di torneo, con tanto di arbitro dell’Aia. Non vedo nessuna forzatura.
    Per curiosita’ sono andato al link inserito dal Balasso. L’articolo finisce con questa frase:
    Oltre a domandarsi che ci facciano due squadre che mettono tra loro 31 gol di scarto in meno di un’ora nello stesso campionato, la vicenda ripropone l’interrogativo, valido non solo nel calcio, su fino a che punto le regole debbano sempre venire prima del buon senso.

    Sembra che l’arbitro, pietoso, abbia posto termine a un tormento fisico dei giocatori!
    Prendere trenta gol non e’ come prendere pugni su un ring.
    Avesse terminato regolarmente l’incontro un quarto d’ora dopo, se ne sarebbero andati 45 a 0.
    Il "caso" in se’ e’ abbastanza curioso.  Ma non ci vedo nessun collegamento con la "morale" che ne vuol trarre. Sarebbe potuto partire da qualcosa di piu’, non dico eclatante, ma  significativo della microscopica vicenda  di questo arbitro.
  • MarioG

    Beh, cio’ che scrive conferma che avevo afferrato correttamente il senso, per cui la rimando alla replica che ho dato al rossland.

  • MarioG

    PS. Sono stati ben crudeli a lasciar finire Germania Brasile 7 a 1…

  • rossland

    "Avesse terminato regolarmente l’incontro un quarto d’ora dopo, se ne sarebbero andati 45 a 0."

    Vero. Dal punto di vista delle regole l’arbitro ha fatto una scelta idiota: il quarto d’ora in più non avrebbe cambiato che la sua parte in questa commedia.
    E tuttavia, è proprio la sproporzione dei numeri a dar ragione all’arbitro: che senso aveva continuare una partita che aveva ormai il sapore di un massacro alla stima della squadra avversaria? Se è un gioco, si gioca fino a che è chiaro chi vince e chi perde. Oltre, è solo crudeltà.
    Ma lei dice che queste soo le regole del calcio e se giochi a calcio le rispetti, altrimenti giochi nel campetto sotto casa e non in una squadra (ho capito bene?).
    Giusto, d’accordo.
    Infatti, dal mio punto di vista, l’assurdo è il proliferare di squadrette di ragazzini che giocano a calcio secondo le regole del calcio professionale.
    Amassero il gioco per il gioco, nessuno impedirebbe loro di darsi anche 50 goal a 0, e la lezione che potrebbero imparare non sarebbe la stessa.
    Nel primo caso subiscono un’inutile umiliazione, nel seconod potrebbero perfino divertirsi a spararsi goal per il solo gusto di sfidarsi a pararne almeno uno ricominciando dallo stesso punto il giorno dopo e quello dopo ancora.
    Perché diavolo ‘sti ragazzini devono tutti entrare nelle squadrette di calcio fin dal primo tiro che gli insegna a fare papà?
    Tutti a soddisfare le ambizioni da superstar dei paparini, forse?

  • natascia

    A mio avviso, e questo e’ il frutto di una lunga esperienza sia familiare, che commerciale, quello che manca e’ il dialogo e la condivisione.  I genitori non parlano tra di loro, non parlano con gli amici, ne’ con i fratelli.  E’ logico che non sappiano comunicare con i figli. Per comunicare bisogna trascorrere del tempo assieme, anche in silenzio. Nulla si improvvisa. Un tempo  tutto questo era normale perchè anche i piu’ negati erano costretti alla promiscuità e alla condivisione ". Adesso si e’ convinti di parlare con i propri figli perchè li si accompagna maniacalmente e scuola, gli si impone l’attvità fisica, gli si impone il telefonino, gli si impone i gadget della pubblicità. Sarebbe veramente strano se allevati cosi i figli diventassero normali. Magari anche lo sono, ma lo tengono ben nascosto per paura.

  • makkia

    Non direi che abbia capito i concetti che Balsso voleva esprimere. Direi che insiste nel "non capisco perché farne un caso".
    Quanto al suo tentativo di fare dello spirito le porgo un aforisma (del quale, ahimé, non ricordo l’autore):
    "Tra ironia e sarcasmo c’è la stessa differenza che c’è fra un sospiro d’amore e un rutto"

  • gnorans

    La morale di questa storia è che:
    1) Il calcio, fin da giovanissimi, non può essere considerato mai un gioco, è invece un lavoro da affrontare anche quando non ha più senso il confronto.
     2) Crescere significa rinunciare al buonsenso e seguire le famose regole.
     3) il ragazzo che arbitrava imparerà così a mentire, infatti se non scriveva nel suo referto che aveva interrotto la partita prima del tempo, nessuno gli avrebbe detto niente.

    Qui di morali ce ne sono tre, tutte azzeccate, ma la numero 2 sintetizza magistralmente un male mai espresso chiaramente, cioe’ che la legge (o in questo caso il regolamento) è uno strumento troppo rozzo per regolare i normali rapporti quotidiani, e deve essere invocata solo quando le cose non vanno, non quando vanno bene.
    In questo caso credo che la decisione dell’arbitro abbia accontentato un po’ tutti, le due squadre e probabilmente gli spettatori, quindi l’intervento della Federazione è fuori luogo e dannoso.
    Con l’osservanza stretta e continua della legge si fanno gli scioperi bianchi.

  • MarioG

    Non prendo posizione sulla scelta dei ragazzini o dei genitori) di giocare ‘alla maniera professionale’ (qualunque cosa significhi…tra l’altro la partita in questione era comunque una partita di torneo giocata sui 60 minuti anziche’ 90).

    Sulla prima parte del commento, pero’, mi spiace ma devo di nuovo dissentire totalmente.
    Non so, forse ho io una concezione strana dello sport…
     "che senso aveva continuare una partita che aveva ormai il sapore di un massacro alla stima della squadra avversaria? Se è un gioco, si gioca fino a che è chiaro chi vince e chi perde. Oltre, è solo crudeltà".

    Io dico che, se e’ un gioco, si gioca fino alla fine.
    Il livelli delle squadre  in quel momento erano quelli. Punto.
    Il massacro alla stima e’ finire la partita prima ‘perche’ … "tanto non c’e’ partita".
    Se vuol parlare di umiliazioni, essa risiede appunto nel terminare la partita prima. 
    E’ peggio perdere 4 a 0 contro un avversario che ti "lascia fare" per compassione che perdere 30 a 0 contro uno che si impegna sempre e comunque al massimo.
    Questo e’ il rispetto dell’avversario, non quello che dice lei.
    (E qui, devo riconoscere, si avverte "l’effeminazione") 

  • pippospano

     Di poche parole ma di gran spessore!

    Complimenti!!
  • Phitio

    Propongo di far eleggere l’arbitro ventenne alla federazione al posto di quei tromboni.

    Infatti in una partita di bimbi far rispettare le "regole" sul 31 a 0, quando ormai era fuori da ogni intento educativo far proseguire, significa solo esercitare il buon senso.

    Cosa che alla federazione, che a quanto pare mette i codicilli sopra le persone e sopra i bambini, manca.

    UN richiamo all’arbitro sarebbe bastato, ma questi hanno un libro al posto del cuore e un fischietto al posto del cervello.

    RIpeto: era una partita di bambini. A quella eta’ imporre in questo modo bovino e freddo le regole, sogifica inculcargli che gli arbitri sono degli stronzi senza alcun cuore umano. Agli effetti, ho questa opinione dei facenti parte della federazione arbitri

  • Phitio

    Aggiungo che sarebbe un bel messaggio, al momento di ripetere questa dannata partita, che le squadre lasciassero il campo in segno di solidarieta’ all’arbitro.

  • MarioG

    Ma come le vengono idee illuminate come questa e quelle del commento precedente?

    Sarei curioso di sapere come andra’ a finire la nuova partita.
  • lanzo

    Il titolo del post e’ una solenne cazzata.

    Da bimbo – 9 – 10 anni – fui avvicinato da un gentile signore, che voleva gli toccassi il pisello – scappai. PaRLO DI MEZZO SECOLO FA.
    Ora con con le nuove risorse il bimbo sarebbe stuprato senza vasellina.
  • tornosubito

    sane partite di calcio auto organizzate sul prato tra mocciosi liberi e sane 5 ore di scuola seduti dietro un banco, campanella appello note, regole, oggi non c’è più libertà solo adulti ossessivamente presidianti, regole poco niente, gli adolescenti quando finalmente e non tutti si liberano dagli adulti onnipresenti ne abusano, della libertà, alcol droga, non vanno a scuola perché non ne possono più del controllo, c’è squilibrio. come finirà mi piacerebbe saperlo ma tra poco girerà il vento