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SPLATTERKAPITALISMUS


DI FRANCO BERARDI BIFO
Carmilla Online

Lo sviluppo economico

Narra la leggenda che nei primi anni ’60, il giovane Romano Alquati si aggirasse a bordo di una (forse allora fiammante) motoretta lungo le strade piemontesi (aria tersa, orizzonte sereno e lontane montagne innevate) che circondano Ivrea e l’Olivetti. Ne nacque il saggio (Forza lavoro e composizione di classe all’Olivetti di Ivrea) che più di ogni altro a mio avviso influì sulla comprensione del sistema industriale maturo, e della nuova classe operaia che di lì a poco avrebbe sovvertito l’ordine esistente delle cose, la società la politica la cultura.
Sull’orizzonte cupo di una terra campana marcescente, tra l’odore velenoso delle discariche, anche lui a bordo di una motoretta, si aggira Roberto Saviano, con quello sguardo intenso e dolorante che ho lungamente fissato sulla quarta di copertina del suo primo libro, Gomorra.

E’ questo il primo libro che ci ha raccontato – senza infingimenti ideologici rassicuranti – la composizione sociale e culturale del capitalismo globalizzato del nostro tempo. La sua motoretta si è inerpicata sulle collinette artificiali della discariche e nei vicoli di Secondigliano, ma da lì ha visto le folle sterminate di schiavi che piegano la schiena negli innumerevoli laboratori clandestini di mezzo mondo dove si produce la merce onnipresente che ha sta soffocando il pianeta.
Tra quelli che hanno parlato di questo libro, alcuni dicono che si tratta di un romanzo altri che si tratta di un reportage. Credo che sia una cosa e l’altra, ma in effetti è anche altro: qui si tenta un’analisi sistematica del capitalismo contemporaneo, della sua vera natura, del suo funzionamento deterritorializzato e reticolare, nelle sue dimensioni planetarie. Si tenta un’analisi sistematica di un fenomeno che non ha più nulla di sistematico: l’analisi di un sistema che non ha più nessuna regola, e proprio su questa perfetta deregolazione fonda la sua efficienza e produttività.
Un lavoro di questo genere andrebbe svolto in molti altri territori simili. Il territorio campano va visto come l’ologramma di un pianeta consegnato dalla deregulation capitalista al controllo di organizzazioni criminali, come il Messico in cui le narcomafie adottano tecniche sempre più simili a quelle di Al Qaida, o la Colombia o il Pakistan, o il golfo del Bengala, o i Balcani. O la Russia dove il PCUS, senza cambiare le sue strutture gerarchiche si è trasformato in una rete di mafie che firmano contratti miliardari con gli ossequiosi capi degli stati europei, dove killer del KGB eliminano predoni alla Yodorkhovski per dividere il malloppo estorto con i ben educati manager dell’ENI e dell’ENEL. Altro che Provenzano, altro che Riina: Putin e Berlusconi-Prodi non hanno bisogno di strangolare la gente con le loro mani, c’è qualcuno che lo fa per loro, prima che i presidenti firmino insieme il contratto. Saviano ha descritto il funzionamento paradigmatico del capitalismo post-borghese, e ha usato questo modello per analizzare una situazione particolare, che si connette per mille fili a mille altre situazioni simili.

Il modo peggiore di intendere questo libro sarebbe quello di considerarlo l’ennesimo quadretto napoletano, la descrizione di un territorio arretrato e marginale, un caso di criminalità residuale.
I politici italiani raccontano abitualmente il Sud come un’escrescenza. Ma non è vero niente. Escrescenza significa qualcosa che vien fuori da un corpo sano. Qui non c’è alcun corpo sano: il Sistema descritto da Saviano è il corpo, come mostrano gli affari di Tronchetti Provera, ultimo di una genia di capitani coraggiosi a cui il governo di centrosinistra dieci anni fa ha consegnato gratuitamente l’azienda pubblica Telecom perché i capitani coraggiosi la spolpassero e poi la vendessero al miglior offerente come se fosse cosa loro, mentre è cosa nostra.
Cosa nostra, cioè loro. Questo è il capitalismo deregolato post-borghese, in cui gli assassini non sono affatto un’escrescenza, ma il corpo intero.
Quel che Saviano ci permette di capire è che in Campania si manifesta la forma avanzata del ciclo globale della produzione capitalista, la tendenza verso cui tutto il processo di produzione evolve.
I bonzi istituzionali dello Stato italiano promettono di agire contro la criminalità attraverso lo sviluppo economico del Sud, ma la criminalità è lo sviluppo economico, perché lo sviluppo economico non è più altro che criminalità.

L’impresa

L’efficienza è il tratto decisivo di ogni operazione imprenditoriale, che si tratti di trasportare merci con centinaia di TIR incolonnati o di sciogliere nell’acido un paio di cadaveri

“Impartimmo istruzioni affinché fossero comprati cento litri di acido muriatico, servivano contenitori metallici da duecento litri, normalmente destinati alla conservazione dell’olio e tagliati nella parte superiore. Secondo la nostra esperienza era necessario che in ogni contenitore venissero versati cinquanta litri i acido, ed essendo prevista la soppressione di due persone facemmo preparare due bidoni.” (63).

In questo libro si parla molto di problemi di efficienza: solo l’efficienza decide del successo economico dell’impresa.

“L’ordine è laissez faire laissez passer. La teoria è che il mercato si autoregola. E così in pochissimo tempo vengono attirati a Secondigliano tutti coloro che voglio mettere su un piccolo smercio tra amici, che vogliono comprare a quindici e vendere a cento e così pagarsi una vacanza, un master, aiutare il pagamento di un mutuo. La liberalizzazione assoluta del mercato della droga ha portato a un inabissamento dei prezzi.” (78).

Anche se si presenta come un caotico aggirarsi tra labirinti di vicoli e di villaggi, cantieri e desolate spiagge, il libro ricostruisce alcuni cicli merceologici su cui il opera il Sistema.

“Camorra è una parola inesistente, da sbirro. Usata dai magistrati e dai giornalisti. E’ una parola che fa sorridere gli affiliati, un termine da studiosi, relegato alla dimensione storica. Il termine con cui si definiscono gli appartenenti a un clan è Sistema: appartengo al sistema di Secondigliano. Un termine eloquente, un meccanismo piuttosto che una struttura. L’organizzazione criminale coincide direttamente con l’economia, la dialettica commerciale è l’ossatura del clan.” (48)

Un meccanismo, piuttosto che una struttura: un dispositivo, una concatenazione macchinica capace di generare profitto. I componenti del dispositivo possono cambiare senza che nulla cambi del suo funzionamento. Il carattere astratto del capitalismo (del lavoro e dell’impresa) è una lezione che i criminali hanno assimilato, e ora il centro del sistema d’impresa, depurato dalla concretezza personalistica o familiare, usa le persone e le famiglie per servire lo scopo superiore, l’accumulazione, la crescita, lo sviluppo.

Cicli merceologici

Nella prima parte del libro, raccontando il formicolante mondo dei laboratori clandestini che connettono il lavoro progettuale di sarti che hanno ereditato la tradizione popolare locale con il lavoro esecutivo di migliaia di operai sparsi su un territorio multicontinentale, si ricostruisce il ciclo merceologico del tessile, della moda, della creazione. Il ciclo del vero-falso, o piuttosto del falso vero è connesso con una rete commerciale del tutto analoga a quella di ogni altra catena, anche se è stata costruita con l’eliminazione fisica dei concorrenti. Nessuno ti chiederà mai quante persone hai strangolato, quando dirigi un centro commerciale che generala profitti. E se per uno spiacevole incidente qualche magistrato ti chiede conto di qualche dozzina di cadaveri, nessun problema, l’impresa non si fermerà per questo. Il boss può andare in carcere, l’importante è che la sua funzione continui a funzionare.

Saviano descrive poi il ciclo della droga, le forme di organizzazione dello spaccio sul territorio, le dimensioni economiche della filiera. Nulla a che fare con le dinamiche marginali del ghetto.

“Non potrebbe essere ghetto un territorio capace di fatturare trecento milioni di euro l’anno solo con l’indotto di una singola famiglia. Un territorio dove agiscono decine di clan e le cifre di profitto raggiungono quelle paragonabili a una manovra finanziaria.” (81).

Quando i ministri economici parlano del Prodotto nazionale lordo, dovrebbero ammettere la verità: quanto più sangue, quanto più morte, quanto più veleno, tanto più punti di crescita del PNL.
Secondo le statistiche ufficiali il 20% del prodotto nazionale evade il fisco: almeno un quarto della ricchezza che si produce e si scambia in Italia è generata in condizioni criminali. L’omicidio, l’occultamento di cadavere, il ricatto, la banda armata andrebbero catalogati come fattori decisivi della formazione del prodotto nazionale lordo. Andrebbero contabilizzati regolarmente, se si vuole recuperare un po’ dell’evasione. Dato che questo è il capitalismo liberista sarebbe meglio riconoscere le cose come stanno: se un bel giorno le famiglie di camorra e di mafia decidessero di abbandonare i loro traffici, convertite da un’apparizione di Padre Pio, l’economia italiana sprofonderebbe.

Continuando l’analisi dei cicli merceologici, Saviano fa un breve accenno al mercato delle armi. Ci riferisce che L’Italia spende in armi ventisette miliardi di dollari, più soldi della Russia, il doppio di Israele. La classifica l’ha stesa l’Istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace.). Ne sono informati coloro che sono stati portati al governo dal voto dei pacifisti?
Il ciclo delle armi è strettamente legato al ciclo dello sterminio, che dell’economia liberal-camorrista è naturalmente parte integrante. Tremilaseicento sono i morti che Saviano ha contato negli anni, solo nella regione della camorra.

“Qui è il cuore d’Europa, qui si foggia la parte maggiore dell’economia della nazione. Quali ne siano le strategie di estrazione non importa. L’importante è che la carne da macello resti impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e di monnezza, nelle fabbriche in nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni.”(135)

Non è una guerra per bande, è normale concorrenza commerciale. Non è guerra tra straccioni, è il cuore pulsante dell’economia nazionale.

“Imprenditori. Così si definiscono i camorristi del casertano, null’altro che imprenditori.” (210)

E come altrimenti dovrebbero definirsi? La loro impresa non è diversa dalle altre se non per alcuni dettagli formali. In tutto il mondo le regole sono state dichiarate lacci e laccioli, e da trent’anni gli Stati hanno un’unica preoccupazione: rimuovere le regole che impediscono il libero estrinsecarsi della competizione, rallentano il libero fluire della manodopera, e la riduzione interminabile del costo del lavoro.

Competere

Competizione è il concetto chiave che ha preso il posto del concetto di competenza.
Competenza è la capacità intellettuale che permetteva al borghese di svolgere la sua funzione progettuale, amministrativa, organizzativa, e giustificava il suo diritto alla proprietà.
Da quando le tecnologie dell’intelligenza hanno reso possibile la standardizzazione dei processi di progettazione coordinamento e amministrazione che un tempo erano fuse con la funzione proprietaria, le funzioni intellettuali si sono trasformate in funzioni del lavoro dipendente.
La borghesia competente è stata sostituita da un ceto che fa della competizione l’unica regola e l’unica competenza. Ma quando si parla di competizione non è forse evidente che il più competitivo è colui che sa eliminare gli avversari? E quando si tratta di eliminare non bisogna andarci troppo per il sottile.

Dal momento in cui la proprietà non coincide più con la persona, ma con un pulviscolo di frazioni di investimento, la competizione prende il posto della competenza. Naturalmente nella produzione molte altre competenze sono necessarie, ma queste sono scorporate dalla funzione d’impresa. Ogni competenza intellettuale che non sia quella speculativa è precarizzata, svalutata, mal remunerata. Solo chi ha sviluppato un’accentuata competenza nella funzione manageriale può arricchirsi con il suo lavoro. E cos’è la funzione manageriale, quando scorporata dalla specificità delle competenza intellettuale concreta? La menzogna, il raggiro, il falso in bilancio, l’evasione fiscale, e in caso di bisogno l’eliminazione fisica dei concorrenti, la tortura, il genocidio. Su questo piano la Halliburton è molto più efficace ed efferata che il clan dei Casalesi o dei Corleonesi.
L’ignoranza assurge al potere, e le scelte economiche si compiono in base alla sola considerazione del massimo profitto immediato. La sola cosa che conta è ridurre il costo del lavoro, dato che la competitività consiste in questo, non certo nel produrre qualità. Di conseguenza l’ultima parola nelle scelte produttive non ce l’hanno i chimici o gli urbanisti o i medici, ma coloro che posseggono competenze manageriali, cioè coloro che hanno la capacità di abbassare i costi del lavoro e di accelerare la realizzazione del profitto. La dinamica del neoliberismo ha distrutto la borghesia e l’ha sostituita con due ceti distinti ed opposti: da una parte il cognitariato, lavoro precario cellularizzato dell’intelligenza, dall’altra parte il ceto manageriale che possiede un’unica competenza: la competenza in competitività. E quando le cose vengono condotte al loro limite estremo, come accade in territori sempre più vasti della produzione capitalista globale, la competizione diviene eliminazione armata del concorrente, imposizione armata di un fornitore, devastazione sistematica di tutto ciò che non si sottomette al profitto del più forte. Quale competitore è migliore di quello che elimina il suo concorrente? E quale eliminazione è più sicura di quella che consiste nel murare vivo, scannare o sciogliere nell’acido muriatico?
Gomorra è iscritta nel codice logico del neoliberismo.

Regole

La fase neoliberista del capitalismo appare come un processo interminabile e ininterrotto di deregolazione, in realtà è l’esatto contrario. Si aboliscono le regole della convivenza e si impongono le regole della violenza. Mentre si aboliscono le regole che limitano l’invadenza del principio competitivo, si introducono automatismi sempre più ferrei nelle relazioni materiali tra le persone che divengono tanto più schiave quanto più libera è l’impresa.
Il processo di deregulation ininterrottamente elimina le regole che imbrigliano la mobilità dei fattori produttivi e limitano la potenza espansiva del capitale. Le forme di civiltà sociale e i diritti umani che si sono affermati nel corso dell’epoca moderna costituiscono regole che la deregulation deve eliminare. Le convenzioni culturali e giuridiche stabilite nel corso della modernità dal diritto borghese vengono sradicate una dopo l’altra dall’incedere della deregulation capitalistica.
Per questo il capitalismo si è trasformato in un sistema criminale e continuamente lavora ad espandere la sfera di pura violenza in cui la sua espansione può progredire senza limite alcuno.
Splatterkapitalismus: fine dell’egemonia borghese e dell’universalità illuminista del diritto.

Il crimine non è più una funzione marginale del sistema capitalistico, ma il fattore decisivo per vincere in un quadro di competizione de-regolato. Il ricatto, la violenza, l’eliminazione fisica degli avversari, la tortura, l’omicidio, lo sfruttamento di minori, l’induzione alla prostituzione, la produzione di strumenti per la distruzione di massa, la circonvenzione di incapaci sono divenute tecniche insostituibili per la competizione economica. Il crimine è il comportamento meglio rispondente al principio competitivo.

Spazzatura

Per finire, l’ultimo ciclo dello Splatterkapitalismus descritto da Saviano è il ciclo dei rifiuti.
Rifiuti sono anzitutto gli uomini e le donne che il processo di valorizzazione criminale lascia continuamente lungo il suo percorso, storpiati, bruciati, gettati una fossa e poi fatti esplodere con una bomba a mano, o semplicemente umiliati, svuotati, incarcerati. A differenza della borghesia, che attribuiva un valore sacrale ai diritti umani, e li rispettava effettivamente, almeno quando si trattava delle persone appartenenti alla classe borghese, lo Splatterkapitalismus non riconosce alcun valore sacrale neppure alla vita di coloro che gestiscono potere. Per il Sistema i boss non sono che funzionari provvisorie:

“La dittatura di un uomo dei clan è sempre di breve termine, se il potere di un boss durasse a lungo farebbe levitare i prezzi, inizierebbe a monopolizzare i mercati irrigidendoli, investirebbe sempre negli stessi spazi di mercato non esplorandone di nuovi.” (222)

Marx ha descritto il processo generale di valorizzazione partendo dalla cooperazione sociale in cui si compongono infiniti atomi di tempo astratto. Alla fine della sua indagine sulla splatter-merce, Saviano cerca una metafora teorica capace di descrivere quel processo con altrettanta efficacia, ma si tratta di un’impresa disperata:

“La cosa più complicata è immaginare l’economia in tutte le sue parti. I flussi finanziari, le percentuali di profitto, le contrattazioni di debiti gli investimenti. Non ci sono fisionomie da visualizzare, cose precise da ficcarsi in mente.”

Poi, con un salto logico geniale, che permette finalmente di trovare il luogo più essenziale dell’iper-capitalismo contemporaneo, eccolo scrivere:

“Le discariche sono l’emblema più concreto di ogni ciclo economico.” ( 310)

L’Iper-capitalismo aumenta continuamente la sua capacità produttiva perché su questo si fonda il potere, non perché ci sia bisogno di produrre di più. I beni alimentari necessari a sfamare sei miliardi di esseri umani sono già largamente disponibili, ogni anno se ne distruggono milioni di tonnellate per evitare crisi di sovrapproduzione. I vestiti con cui gli umani si coprono eccedono largamente i bisogni, e ogni altra merce è reperibile nei magazzini infiniti che l’industria moderna ha provveduto a rifornire. Dunque perché si accelera si accelera si accelera, perché si impongono ritmi di lavoro sempre più forsennati, perché si corre a velocità sempre più frenetiche?
Perché l’Iper-capitalismo è intimamente Splatter.
Il capitalismo non si può più descrivere altrimenti che con la metafora (che non è poi neppure una metafora, ma una analisi clinicamente esatta) del cancro. Nelle discariche campane il cancro si nasconde malamente dietro un dirupo, sotto un leggero strato di erba marcia. Ci sono giovinotti laureati alla Bocconi che procurano alle aziende lombarde e tedesche ed emiliane territori campani in cui scaricare milioni di metri cubi di sostanze che diffondono cancro.

“Il territorio è ingolfato di spazzatura e sembra impossibile trovare soluzioni” (325).

Terre divorate dalla diossina. Ragazzini di quindici anni spediti dai camorristi della discarica a respirare l’aria densa di morte delle discariche per completare l’opera di smaltimento.

“I piccoli autisti più sentivano dire che la loro era un’attività pericolosa più sentivano di essere all’altezza di una missione importante. Nessuno di loro poteva immaginarsi dopo una decina di anni a fare la chemioterapia, a vomitare bile con lo stomaco fegato e pancia spappolati.” (329)

Le ultime pagine di Gomorra descrivono il paesaggio dei territori avvelenati dai rifiuti, dai residui, dalla spazzatura. Con un fazzoletto arrotolato intorno alla bocca per respirare meno aria possibile, Saviano si chiede che possiamo fare.

“Forse non restava che dimenticare, non vedere. Ascoltare la versione ufficiale delle cose. Mi chiedevo se potesse esistere qualcosa che fosse in grado di dare possibilità di una vita felice, o forse dovevo solo smettere di fare sogni di emancipazione e libertà anarchiche e gettarmi nell’arena, ficcarmi una semiautomatica nelle mutande e iniziare a fare affari, quelli veri.” (330)

Speranza

Alla domanda “che fare” c’è ancora risposta? C’è ancora risposta, oltre l’ovvio consiglio: non proliferate, non gettate altra carne innocente sul rogo che si diffonde? Per il momento altra risposta non c’è.
Ma sale dai quattro angoli del mondo una nuova armata, priva di bandiere, un’armata di senza futuro cui soltanto il suicidio appare come una speranza. Sembra che la principale inquietudine dei partecipanti al recente Congresso del Partito comunista cinese fossero le decine di migliaia di contadini che si uccidono perché la crescita economica li espelle dalle campagne e li riduce alla fame. E lo stesso accade in India, di fronte all’avanzare della modernizzazione industriale.
Dall’11 settembre del 2001 il suicidio è l’atto politico decisivo del nostro tempo. Quando la vita umana non vale più niente, e l’umiliazione cresce fino a farsi intollerabile ed esplosiva, forse è dai suicidi soltanto che possiamo attendere la speranza.

Franco Berardi Bifo
Fonte: http://www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/04/002203.html#002203
10.04.2007

Pubblicato da Davide

  • dalemoni

    Bifo: >Alla domanda “che fare” c’è ancora risposta? (…) non proliferate
    (…)Per il momento altra risposta non c’è.>—–LOL—–LOL———————

    Il Profeta del capitalismo immateriale,dell’anarcocapitalismo della internet economy…il Corifeo del funky business,delle dot com…che danno l’assalto al cielo del mercato borsistico…del lavoro autonomo di seconda generazione,del cognitariato…e di un infinito stupidario di neologismi sembra depresso…————————————————
    A rileggere una recensione su Carmilla di un suo ennesimo libro nel 2004 sembra che sia passata un’ eternità – google+bifo+capitalismo=(www.carmillaonline.com/archives/2004/0700089.html)——————–
    Gli darei volentieri un consiglio al dispensatore di consigli superflui…che la smettesse pure di scrivere…almeno di pubblicare…oltre che di proliferare(LOL)…inutile perseverare…si rischia di passare dal ridicolo al grottesco…Il Capitalismo è splatter…PURE TROPPO!…scriverebbe
    Thomas Prostata (Bebo Storti).

  • pierrot

    Bifo scrive “Ne nacque il saggio che più di ogni altro a mio avviso influì sulla comprensione del sistema industriale maturo, e della nuova classe operaia che di lì a poco avrebbe sovvertito l’ordine esistente delle cose, la società la politica la cultura.”

    Io vorrei capire cosa diavolo abbiano mai sovvertito dal punto di vista della produzione, del lavoro, della proprietà, ecc. Io proprio non riesco a non vedere la linearità del tragitto del capitalismo, semmai appena appena intralciato in quegli anni, nei quali se qualche cosa è stata sovvertita è stata la società e la cultura (e si faccia un po’ il conto dei grandi sovvertitori positivi italiani in questi campi e li si confronti con quale tipo di sovversione ha accusato piuttosto la cultura), ma quanto ai rapporti col sistema industriale, perchè insistere su questa barzelletta?

  • Tao

    SPLATTERKAPITALISMUS. NOTE CRITICHE
    di Carlo Gambescia

    Il capitalismo contemporaneo, può essere liquidato come puro e semplice sistema criminale? Come una specie di ultimo stadio produttivo dove gli uomini sono trasformati in spazzatura? E davanti al quale l’unica forma di protesta accettabile può essere suicidio? No. Un approccio del genere, magari suggestivo sotto il profilo letterario non ha alcun riscontro empirico. Per tre ragioni.

    In primo luogo, il capitalismo resta un sistema fortemente istituzionalizzato (strutturato), che può anche utilizzare canali criminali, come dispositivi, ma sempre in posizione subordinata. In realtà, l’intreccio tra criminalità e capitalismo, in termini istituzionali (strutturali), è più stretto nelle fasi in cui il capitalismo non esiste ancora o non è particolarmente sviluppato. Si pensi a un fenomeno come la pirateria, all’inizio dell’età moderna, oppure, contemporaneo, come quello della criminalità diffusa nelle aree arretrate (anche urbane). Ad esempio, il controllo del territorio da parte della malavita, come a Napoli e Rio, indica che siamo davanti al predominio di un sistema economico arcaico o pre-moderno, fondato sulla pura forza. Ben diverso da quello moderno (e capitalistico) basato sul contratto. Detto in breve: la criminalità è anticapitalista per eccellenza, quasi come può esserlo una tribù di primitivi. La criminalità, per cultura e pratiche, rientra pienamente nell’universo “arcaicizzante” del sottoproletariato.

    In secondo luogo, la riduzione dell’uomo alla stregua di una merce, spesso di scarto (privandolo della sua costitutiva “umanità”), rinvia al capitalismo in quanto tale (come fatto strutturale), e non a una sua particolare fase (o congiuntura). Quanto ai rifiuti, in senso stretto, sono un “sottoprodotto” fisiologico del capitalismo, presente fin dalle sue origini. Si pensi alle montagne di scorie di carbone su cui nascevano e si sviluppavano i villaggi dei minatori inglesi dell’Ottocento. Di conseguenza, invece di fare voli pindarici, si dovrebbe prestare più attenzione, in termini di studi, alla forza razionalizzatrice del capitalismo e alle sue eventuali falle. E, soprattutto, evitare di confidare in termini agostiniani, nell’imminente fine di una brigantesca Città degli Uomini”, abitata solo da biechi camorristi.

    In terzo luogo, definire il suicidio, come unica forma di protesta è assolutamente patetico. Perché, per quanto possa essere nobile, si tratta di una scelta totalmente impolitica. Dal momento che è sempre il nemico a indicarci come suoi nemici, a prescindere, dalla nostra benevolenza o indifferenza nei suoi riguardi. Di riflesso suicidarsi, significa solo rendere la vittoria del nemico, in questo caso il capitalismo, più facile. Per farla breve: sperare che la “salvezza” giunga dai suicidi di massa è un atteggiamento da anime belle piuttosto che da analisti sociali.
    Perché, allora, non mettersi a studiare sul serio, invece di rifugiarsi nel mondo della fiction? Che tra l’altro è un vecchio (e incapacitante) vizio della destra romantica e anticapitalista?

    Carlo Gambescia
    Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
    Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/04/note-critiche-sullo-splatterkapitalismu.html

    11.04.07

  • Truman

    Gambescia fa notare che la visione di Bifo non rientra esattamente nella logica del capitalismo, il quale preferisce il contratto alla forza bruta.

    Mi appare una visione limitata. Il capitalismo si è potuto permettere un approccio legalitario finchè la violenza e sporcizia venivano esportate nelle innumerevoli colonie dell’impero inglese (e in seguito nelle colonie dell’impero americano). Il diritto anglosassone cresce insomma sullo sfruttamento e sulla disperazione delle colonie, invisibili nel centro dell’impero.

    Adesso il mondo è diventato globale e la sporcizia del capitalismo non è più esportabile con facilità. Tra breve sarà del tutto impossibile. Esplodono così alcune contraddizioni del capitalismo, per lungo tempo non visibili, neanche a Marx.

    Insomma, secondo me, potrebbe avere ragione Bifo ed il capitalismo sarebbe sostanzialmente un sistema criminale, da cui si esce solo passando per un nuovo medioevo.

  • silviu

    Ho trovato splendido (e non lo trovo per niente depresso, anzi assai battagliero) lo scritto di Bifo. Che ha scovato nel libro di Saviano (devo proprio decidermi a prenderlo) l’anticipo del nostro mondo a venire. Dal poco che ho letto e che trapela, qua e là da una informazione ormai da Bagaglino, l’evoluzione in Cina e anche in Russia va nella medesima direzione. E cosa dire del Giappone e della sua yakuza? Possono variare i modelli culturali ma resta il nucleo inossidabile di una realtà: la mercificazione globale, quella sì, avanza come una metastasi e Bifo lo ha colto. Io lavoro in una cosiddetta on_lus ma vi assicuro che la realtà anche qua dentro è proprio la stessa. E i cosiddetti “contratti” sono solo una foglia di fico di carta velina, tanto ipocriti quanto trasparenti.

  • dalemoni

    Le inchieste di Saviano hanno messo in evidenza alcuni aspetti oscuri della globalizzazione come il riciclaggio dei proventi illeciti della criminalità campana sotto forma di investimenti in imprese manifatturiere taiwanesi.
    Questo è il lato più innovativo delle inchieste di Saviano.
    Per il resto il traffico illegale di rifiuti industriali dal Nord alla Campania è iniziato negli anni ’70…una questione datata…che aggiungendosi alla pessima gestione pubblica del ciclo dei rifiuti sta determinando un disastro ambientale.
    Questo traffico è una delle conseguenza dello squilibrio politico economico tra Nord e Sud,che una volta avremmo semplicemente definito la colonizzazione del Sud da parte dello Stato unitario e della borghesia del nord…
    Una traffico illegale che come tale viene gestito dalla criminalità,soggetto sociale prodotto e controllato dall’apparato penale e giudiziaro.
    Fare di tale traffico una metafora letteraria della globalizzazione è demagogia…soprattutto da parte di chi fino a pochi mesi prima era impegnato nel propagandare i fasti del capitalismo immateriale…e demagogia varia.
    Tutto questo non ha niente a che vedere,in senso stretto, con la globalizzazione…Invece di scrivere impropriamente di globalizzazione,imperialismo,criminalità…Per Bifo sarebbe più proficuo rileggere gli studi e le interviste di Michel Foucault…—–citato da “Dalle torture alle celle”
    (Ed. Lerici 1979) “(Domanda) Se ho ben capito: per il potere il crimine paga. ———- (Foucault):Sicuro,certi crimini pagano. La prigione(…)”

  • dalemoni

    Concordo con Gambescia…sottolineando per inciso però,che Bifo, profeta depresso, consiglia ai cittadini del primo mondo la non proliferazione (sic!)…mentre il suicidio,inteso non come forma di protesta fine a stessa ma come forma di lotta,con un chiaro riferimento al 9/11, lo riserva ai poveracci del terzo mondo.
    Bifo scrive : “Dall’11 settembre 2001 il suicidio è l’atto politico decisivo del nostro tempo”…In questo modo da per vero e scontato uno degli aspetti fondamentali della disinformazione ufficiale sul 9/11 e sul cosidetto terrorismo integralista islamico.
    Concordo inoltre con Gambescia…il capitalismo è fondato sul contratto…non a caso il contrattualismo è stata una delle teorie delle teorie politiche della rivoluzione francese…va sottolineato però che nella UE sono state migliorate le norme contrattuali per i consumatori,mentre sono state peggiorate le norme contrattuali per i lavoratori,al punto che ad esempio, in Francia e in Italia sono state introdotte delle norme paracontrattuali.
    Nel marzo/aprile 2006 la protesta degli studenti francesi ha impedito l’introduzione del CPE,per i giovani al primo impiego fino a 26 anni (Contrat Premiere Embauche),una forma paracontrattuale con la clausola del periodo di prova di 2 anni,che di fatto avrebbe consentito l’impiego di lavoratori senza la convalida del contratto.
    La durata irragionevole del periodo di prova del CPE avrebbe trasformato una clausola di garanzia a tutela dei contraenti in una clausola anticontrattuale.
    La protesta non ha impedito la promulgazione del CNE,equivalente del CPE per le imprese fino a 20 dipendenti.
    A proposito della protesta antiCPE, Bifo aveva significativamente scritto nell’articolo “Insorgenza Europrecaria”,che in definitiva era una protesta superata,perché aveva per oggetto solo la “formalizzazione giuridica della precarietà” (Lol)…Secondo il Nostro era un’illusione cercare di opporre il diritto alla forza dell’economia…chissà perché il padronato e il governo insistevano per la promulgazione della legge.
    In Italia sono state introdotte delle norme paracontrattuali omologhe al CPE/CNE,come il Contratto di Collaborazione a Progetto,una mistificazione giuridica inapplicabile,introdotta al solo scopo di negare il diritto del lavoratore al contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
    Alla luce dell’art.2094 del codice civile,che definisce la fattispecie giuridica del lavoratore subordinato,tutti i contratti di collaborazione a progetto andrebbero convertiti in contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato…Tanto è vero,che la stessa Cgil,incalzata dalle mobilitazioni e dagli scioperi degli operatori call center, è stata costretta ad avviare in questi giorni una campagna (strumentale) di vertenze legali.
    La globalizzazione del sistema economico USA (quello si ipercapitalista!),dove non esistono uno specifico diritto e processo del lavoro,si traduce nella codificazione di norme che negano i principi giuridici del contrattualismo trasposti nel diritto del lavoro europeo.