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SCATOLE CINESI, PARADISI ESOTICI COM'E' FACILE PAGARE POCHE TASSE


DI LUCA MARTINELLI
Altraeconomia

Dall’Ikea a Eni ed Enel. Dalle società di consulenza ad hoc ai siti internet low cost: trucchi per tutti

I titoli sulla lotta all’evasione fiscale e sulla stretta ai paradisi fiscali conquistano le prime pagine dei giornali agostani. L’Agenzia delle entrate promette controlli per almeno 170mila sospetti evasori, con ricerche che si concentreranno «in quattro Paesi -scrive il Corriere della Sera -: San Marino, Montecarlo, Svizzera e Liechtenstein». Per smuovere l’afa e l’apatia di Ferragosto, i principali quotidiani nazionali “puntano i riflettori” su Tiziano Ferro: il cantante, infatti, ha spostato la sua residenza a Londra, e il Fisco vuole capire se il trasferimento sia reale oppure fatto per garantirsi un carico fiscale più leggero.
Ridurre il carico fiscale è un’ossessione, in particolare per le imprese multinazionali, italiane o estere. In questo caso, però, il meccanismo non si chiama né evasione né elusione, ma “ottimizzazione fiscale”, e raccoglie quell’insieme di strategie che permettono di ridurre la leva fiscale senza violare la legge. L’esempio di Ikea

La vera fortuna di Ikea e del suo fondatore Ingvar Kamprad (oggi uno dei dieci uomini più ricchi del mondo), ad esempio, non è stata l’idea di vendere i mobili smontati, obbligando i clienti a caricarseli sull’auto per portarli a casa. Ma quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamente senza violare la legge. A febbraio 2009 Altreconomia ha provato a ricostruire la struttura del gruppo, che da tempo ha spostato le sede legale dei propri interessi dalla Svezia in Olanda, dove il regime fiscale è agevolato.
In Italia, l’azienda è arrivata vent’anni fa, nel 1989. Oggi esiste una Ikea Italia Holding, il cui socio unico è la holding olandese Ingka Holding BV, a sua volta controllata da una fondazione non profit (Stichting Ingka Foundation, la cui sede è pure in Olanda).
Vale la pena, però, di leggere con attenzione i bilanci delle società Ikea registrate nel nostro Paese, Ikea Italia Retail, Ikea Italia Distribution, Ikea Italia Property e Ikea Trading Services Italy: tra le prime tre, Retail, Distribuition e Property, ci sono fitti scambi di beni e servizi (per quasi 800 milioni di euro nel 2007), che permettono di spostare voci di bilancio positive dall’Italia all’estero, per ridurre il carico fiscale nel nostro Paese. Il 3% del fatturato invece prende direttamente la via delle Antille Olandesi, via Olanda e Lussemburgo: è il valore delle royalties che Ikea Italia Retail (i magazzini italiani), come tutti i negozi Ikea del mondo, pagano ad Inter Ikea System Bv, proprietaria del “concetto Ikea”. Insomma, capire la struttura societaria di Ikea è più difficile che montare un mobile Ikea usando solo la brugola in dotazione nel kit.

La regola dell'”ottimizzazione”

Ma Ikea non è la sola. Anzi: la “pianificazione fiscale” è una scienza, che impiega fior di società. Come la Kpmg, multinazionale specializzata nella revisione di bilancio e nella consulenza alle imprese in materia fiscale, di outsourcing contabile e legale. Kpmg (kpmg.com) monitora il livello di tassazione in 106 Paesi, per “aiutare” le società clienti a ottimizzare il proprio carico fiscale. Dall’ultima edizione della ricerca, pubblicata in anteprima da Altreconomia nel marzo 2009, emerge che nel 2008 il livello di tassazione medio mondiale è stato del 25,9%, mentre solo un anno prima era del 26,8%. Il trend degli ultimi 10 anni è tutto negativo: nel 1999 la percentuale era del 31,4%. L’Europa segue e anticipa questa tendenza: nel 1999 la tassazione media era del 34,8%: oggi è precipitata al 23,2%. Nessun Paese del mondo, sottolinea Kpmg, ha aumentato il livello di tassazione rispetto al 2007; solo America Latina e l’area Asia/Pacifico sono sopra la media, con rispettivamente il 26,6% e il 28,4%.

Il “transfer pricing”

Se l'”ottimizzazione” non paga a sufficienza, le imprese passono alla fase 2: aprono filiali nei paradisi fiscali o nei Paesi a fiscalità agevolata (proprio come ha fatto Ikea). Sappiamo, ad esempio, che nel 1990 le multinazionali erano 37mila, con 175mila filiali nel mondo, e oggi sono non meno di 64mila con 875mila filiali. Molte di queste (ma il dato preciso non c’è) sono registrate in un paradiso fiscale: al momento del fallimento, ad esempio, la Enron aveva 692 compagnie registrate alle isole Cayman.
La presenza di filiali diffuse crea una ragnatela che permette alle multinazionali di sfruttare il meccanismo del transfer pricing, di trasferire cioè denaro da un Paese all’altro importando ed esportando i propri prodotti a prezzi differenti. Secondo l’Ocse, questo meccanismo fa perdere ai Paesi del Sud del mondo circa 160 miliardi di dollari l’anno di entrate fiscali. È certo che il 60% del commercio mondiale avviene all’interno delle stesse imprese.

Quando il ministero chiude un occhio

Queste pratiche d’impresa non avvengono solo oltre l’arco delle Alpi. Riguardano anche le multinazionali di casa nostra.
Eni, ad esempio: «Scorrendo il bilancio 2008, troviamo società collegate o controllate in Paesi quali le Bahamas, le Bermuda, il Lussemburgo, la Svizzera, il Principato di Monaco, le Isola del Canale (Saint Helier, Jersey), le Isole Vergini Britanniche, Cipro e altri ancora», scrive Andrea Baranes nel suo Come depredare il Sud del mondo (Altreconomia, 2009). Ma nel bilancio sociale che la stessa impresa pubblica, e che riporta l’elenco dei “Paesi di attività di Eni”, molti di questi Stati non compaiono. Eni – il cui azionista di riferimento è lo Stato italiano, tramite le partecipazioni del ministero dell’Economia e della Cassa depositi e prestiti – afferma da una parte di avere imprese partecipate o controllate in queste giurisdizioni, mentre dall’altra segnala di non avere nessuna attività in essere in questi stessi Paesi. «Secondo voi – ironizza Baranes – quale può essere allora l’utilità e il motivo di tali partecipazioni?».
Enel non è da meno. Solo la capofila Enel spa controlla almeno 60 società registrate in Delaware, lo Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa. «Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International Sa, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding Bv (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Queste imprese fanno finalmente riferimento all’impresa madre, la Enel spa».

Un angolo in paradiso

Una catena made in Usa che fa impressione, ricostruita un anno fa da Pietro Raitano e Andrea Baranes sul numero 96 di Altreconomia (luglio-agosto 2008). La copertina, con due sdraio in riva ad un mare cristallino, era dedicata a “Un paradiso per tutti”. Sì, perché oggi le porte delle società off shore sono aperte a tutti. Basta un giro sul sito thedelawarecompany.com, ad esempio, che propone di aprire in maniera perfettamente legale una società in un paradiso fiscale. Il tutto per 299 dollari (per i primi sei mesi c’è anche lo sconto sulla registrazione, e risparmio 75 dollari), che posso pagare comodamente con la mia postepay da impiegato (o qualsiasi altra carta di credito). Il procedimento è semplice, i campi da compilare pochi: tutto si conclude in pochi minuti e di siti che offrono questo servizio se ne trovano a decine.
Ricordiamocelo quando, passata questa bufera estiva, tutto tornerà come prima: oggi il “paradiso fiscale” non è più un’opportunità offerta solo a ricchi affaristi, scaltri manager, esperti fiscalisti. Ma a tutti.
Resta un problema, che interessa senz’altro l’azionista di riferimento di Eni ed Enel: quando si riduce l’imponibile (sfruttando transfer pricing o paradisi fiscali) o il livello di tassazione, cala la percentuale media della ricchezza prodotta da una società che finisce nelle tasche dello Stato in cui questa opera. Ma è il gettito fiscale a garantire che un Paese possa fornire servizi ai propri cittadini.

Luca Martinelli (Altreconomia)
Fonte: www.liberazione.it
19.08.2009

Pubblicato da Davide

  • maristaurru

    Ma è il gettito fiscale a garantire che un Paese possa fornire servizi ai propri cittadini.

    Esatto, e a quello pensano egregiamente le pecore italiche, le più tosate al mondo, cosa che permette a grandi Enti, e a gran furboni non solo di pagare, se e quando pagano, poco, ma anche di atteggiarsi a ipocriti santoni con slogan tipo:pagare le tasse è bello, oppure pagare tutti per pagare meno, e qui si deve capire che si intende per “tutti”, forse “tutti gli altri”, calcolando poi che i più starnazzanti predicatori al riguardo sono i peggiori evasori, quelli che riescono a farla franca, puliti per virtù divina , sempre ed a prescindere anche contro l’evidenza

  • LonanHista

    dove sta la novità?

    addirittura quando ci fu la cartolarizzazione degli immobili pubblici(scip 1 scip 2 etc)…fu fondata una società in olanda da parte del governo italiano per portare avanti l’operazione…………………..IL MASSIMO SONO LE FONDAZIONI…NEGLI USA BUFFETT E GATES I 2 PIù RICCHI HANNO CREATO UNA FONDAZIONE DA 80 MILIARDI DI DOLLARI A BENEFICIO DEI POVERI……ai poveri va una cippa di cazzo..la fondazione serve solo a non pagare le tasse!

  • marcop

    di tasse ne sono gia state pagate abbastanza alle elites illuminate OSRAM, è ora di rovesciare il tavolo da gioco, facendo cadere tutte le lampadine OSRAM, di soluzioni per vivere in equità, giustizia e benessere per tutti ce ne sono a iosa, basta con il buttarla in caciara, basta con gli illuminati OSRAM

  • illupodeicieli

    Ok è interessante la cosa: quando nel 2004 mi hanno messo col culo per terra facendomi fallire, ho pensato anch’io a come poter continuare a lavorare e senza doverlo fare ,come ora, in nero. Avevo letto che all’estero Delaware compreso, c’era la possibilità di poter appunto aprire un’azienda. Ora non so come funzioni con chi ha fallito, considerando che “io” ero una ditta individuale, mentre chi ha fallito con altre aziende, tipo srl o spa fa di fatto ciò che vuole,apre o riapre quando gli pare e piace. Ma il succo del mio commento è questo:come si può, ammesso sempre che si voglia, dare una mano, una dritta ad aziende, le piccole intendo dire, che sono nella realtà bersagliate da costi e tasse varie? La ditta,chiamiamola così,a suo tempo e per tanti hanno l’ho avuta: per poter lavorare dovevo pagare.Ad esempio per partecipare a un appalto l’offerta è su carta legale, idem le dichiarazioni. Ora non so cosa è cambiato dal 2002 (anno in cui ho smesso di partecipare ad appalti) a oggi,ma i costi reali da sostenere sono numerosi. Penso alla persona che nei giorni prima di ferragosto prendeva appunti per vedere le vetrofanie,le insegne, le scritte che erano presenti nei vari negozi:a un certo punto un suo capo, un controllore chiamiamolo così, le fa osservare che deve riportare le scritte che hanno una data dimensione.Ecco come si prepara un piccolo tributo che,unito ad altri, farà cifra. Che cosa suggerire?Qui mi riferisco ai piccoli non certo a chi,con il ricatto ad esempio dei posti di lavoro, dei finanziamenti occulti o di altre diavolerie, può alzare la voce, minacciare di trasferire baracca e burattini altrove:se il negozio di scarpe o di frutta e verdura sotto casa sparisce, che cosa ce ne frega?Del resto siamo già abituati a comprare porcherie che stanno mesi in frigo altrove,nei grossi centri commerciali con sede reale all’estero! Ma quando cominceranno a venire meno i versamenti dei contributi, delle tasse comunali, dei parchimetri e di tutto il sistema impositivo, allora non so dove verranno reperiti i quattrini per le mense, per i rimborsi, per riparare le buche:dato che anche i soldi delle multe servono per pagare le divise dei vigili, oggi, in futuro per pagare gli stipendi. L’aiuto che pensavo è per permettere di sopravvivere il tempo necessario per prendere una decisione che in tanti pensano di adottare ma che pochi poi adottano:andarsene via, altrove, dovunque, ma non quì in Italia. Mi hanno parlato bene della Spagna (due anni fa) e del Marocco (un amico che già da due anni vive e lavora laggiù). Concludo dicendo che i grossi sanno già come muoversi, i piccoli boccheggiano e se la fanno sotto se arriva la guardia di finanza, se vedono un ufficiale giudiziario o se gli fa visita una coppia di vigili urbani: i grandi e grossi, risponderebbero di “rivolgersi ai nostri avvocati o commercialisti”.

  • maristaurru

    Anche io ho avuto una ditta, non ho fallito, ho chiuso quando ho capito in quanti avevano il diritto legalizzato e no di vivere sulle mie spalle, non solo tasse, ma richieste velate o meno di “ungere”, se non ungi, sei finito, arrivano errori delle amministrazioni , casuali.. e il comercialista ammiccante ti esorta a lasciar perdere, o subisci furti a ripetizione, o mille strani danni. Fatti due conti, prima di farmi rubare tutto, ho chiuso, non ho pagato il pizzo.. ma me l’hanno fatta pagare, comunque le tasse e le gabelle, oltre il 75%, perchè non volevo lavorare in nero… detto da chi non avrebbe dovuto nemmeno pensarlo.. concordo, unica soluzione, lasciare questo paese in mano a gente che evito di definire se non come “la piovra della burokrazia”, sperando che almeno questo si possa ancora dire, l’ italia è una nave pienadi topi e scarafaggi, da abbandonare quindi.. che si divorino tra di loro.