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Ritratto di un pianeta sull’orlo della catastrofe climatica

DI ROBIN MCKIE

TheGuardian.com

Prima ancora che cominci l’annuale conferenza ONU sul clima, molti esperti credono che la terra abbia già superato il punto di non ritorno

Questa Domenica (NdR: il 2 dic.) centinaia di politici, funzionari dei governi e scienziati si riuniranno nella grandiosità del Centro Congressi Internazionale di Katowice, in Polonia e qui si ripeterà ancora una volta la stessa storia, infatti sono già 24 anni che questa conferenza ONU sul clima ci propina la solita solfa di retorica, di colloqui dietro le quinte e di drammatici accordi dell’ultimo minuto, che vorrebbero fermare il riscaldamento globale.

Ma quest’anno l’affare sarà più duro – molto più duro. Come ci hanno chiarito meglio gli ultimi rapporti, il mondo potrebbe non essere più in bilico sul baratro della distruzione, ma probabilmente, barcollante,  ha già superato il punto cruciale del non-ritorno e sembra che la catastrofe climatica ormai sia inevitabile. Abbiamo semplicemente fatto troppo tardi per tenere le temperature globali sotto il limite massimo di +1,5°C in modo da poter prevenire un futuro di coste sommerse dalle acque, di barriere coralline distrutte, di deserti dilaganti e di ghiacciai sciolti.

Un esempio è stato fornito la scorsa settimana da un rapporto dell’ONU che ha rivelato che i tentativi di garantire il picco delle emissioni di combustibili fossili entro il 2020 sono destinati al fallimento e l’obiettivo non sarà  raggiunto nemmeno entro il 2030. Un altro rapporto , del World Meteorological Organization,  afferma che gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi mai registrati e ha informato che le temperature globali potrebbero facilmente aumentare di +3-5°C  entro il 2100, ben al di sopra del tanto sospirato vecchio obiettivo di +1,5° C.  Non si salverà neanche il Regno Unito, il  Met Office ha detto che le temperature estive potrebbero arrivare  a + 5.4 C,entro il 2070.

Allo stesso tempo, le prospettive di raggiungere qualche accordo globale per fermare le emissioni stanno indebolendosi per effetto della diffusione del populismo di destra. Non ci sarà tanto da ridere a Katowice.

E comunque il pianeta non finirà nel 2100. Anche se si parla tanto di quell’anno come un facile punto di riferimento per raccontare quello che sarà il probabile destino della Terra, i cambiamenti che si sono già innescati dureranno ben oltre quella data, ha detto Svetlana Jevrejeva, del Centro Nazionale di Oceanografia di Liverpool.  La Jevrejeva ha studiato gli innalzamenti del livello del mare che saranno innescati dallo scioglimento delle calotte di ghiaccio e dall’espansione delle zone di mare con acque calde in un mondo dove si vivrà con +3-5° rispetto ai tempi preindustriali, e conclude che le acque potrebbero raggiungere + 0,74-2,8 metri entro il 2100. Basterebbe questo per scatenare il diluvio sugli stati insulari dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano e provocare la fuga di milioni di profughi da Miami, Guangzhou, Mumbai e da altre città troppo basse sul livello del mare. Il costo totale per il pianeta potrebbe superare gli 11.000 miliardi di sterline.

Ma i mari continueranno a crescere ancora, ha aggiunto la Jevrejeva. “Continueranno a salire per secoli anche dopo che si sarà stabilizzato il livello dei gas serra e ci troveremo a dover sostenere in tutto il mondo il più alto innalzamento delle acque mai registrato nella storia della civiltà umana “.

Una gran quantità di case di lusso verranno distrutte, proprio in un momento in cui la terra ne avrà un disperato bisogno, con una popolazione che ammonta oggi a sette miliardi di persone e, si prevede, salirà a nove miliardi entro il 2050 e poi, nel 2100, si assesterà a oltre 11 miliardi – quando i cambiamenti climatici distruggeranno i principali ecosistemi e trasformeranno le terre coltivate in distese piene di polvere.

Abitanti di Anaroro, Madagascar, remano lungo le strade allagate della città dopo il passaggio di un ciclone. Foto: Gregoire Pourtier/AFP/Getty

Sfortunatamente molti esperti ritengono che la popolazione della Terra raggiungerà effettivamente un picco che supererà gli 11 miliardi. “Potrebbe raggiungere i 15 miliardi”, ha detto Sarah Harper, dell’Institute of Population Ageing di Oxford. “Ci sono tutti i segnali per cui le donne, in particolare nell’Africa sub-sahariana, vorranno comunque avere un numero relativamente alto di bambini e questo potrebbe portare la popolazione mondiale vicino ai 15 miliardi anziché agli 11 miliardi”.

Il mondo avrà il doppio dei suoi abitanti attuali – ma le aree di terra fertile per fornire cibo saranno estremamente ridotte. Vivremo in un pianeta rinsecchito, brullo e pieno di esseri umani.

Il Somaliland (NdR: Stato dell’Africa orientale non riconosciuto dalla comunità internazionale) offre una visione cupa di questo futuro. Qui  negli ultimi anni il cambiamento climatico ha ucciso il 70% del bestiame e costretto decine di migliaia di famiglie a fuggire da terre inaridite per andare a vivere nei campi profughi. La scorsa settimana Shukri Ismail Bandare, Ministro dell’ambiente del paese,  ha dichiarato sul Financial Time“Puoi toccarlo, il cambiamento climatico, in Somaliland. È reale. È arrivato.”

Anche Sudan e Kenya sono vittime di una siccità che ha prosciugato il Corno d’Africa in così poco tempo, che non si era mai visto negli ultimi 2000 anni. Allo stesso modo, in Vietnam, migliaia di persone stanno scappando dal Delta del Mekong, una volta fertile, perché l’acqua del mare salendo ha inquinato le risaie. La Banca Mondiale dice che entro il 2050, oltre 140 milioni di persone saranno rifugiati climatici.

Sarà male per gli esseri umani, ma sarà una catastrofe per gli altri abitanti della Terra. La scomparsa dei ghiacci artici minaccia gli orsi polari, la siccità minaccia la farfalla Monarca e l’habitat del koala viene distrutto dagli incendi dei boschi. In tutto, un sesto delle specie viventi sarà in via di estinzione, affermano gli scienziati, per cui, alla fine, nessuna creatura animale o vegetale sarà al sicuro. “Persino le specie più adattabili saranno inevitabilmente vittime, quando gli ecosistemi saranno sottoposti a stress estremi e crolleranno”, ha scritto la scorsa settimana Giovanni Strona, del Europe’s Joint Research Centre, in un rapporto sui cambiamenti climatici.

Gli scienziati diedere l’allarme più di 30 anni fa sulle prospettive di un futuro di questo genere, ma non fu fatto niente per evitarlo. Ora ci sono da prendere solo misure drammatiche per cercare di salvare un pianeta in fiamme, e queste misure possono avere conseguenze politiche negative. In Francia, ad esempio, le nuove tasse messe dal presidente Macron sui combustibili fossili, introdotte per ridurre le emissioni e per finanziare progetti di energia rinnovabile, hanno innescato delle sommosse. Se solo qualche decennio fa si fossero fatti solo dei modesti cambiamenti, oggi non ci sarebbero problemi, dicono alcuni analisti.

Ma l’esempio più significativo è fornito dagli Stati Uniti – un paese che ha emesso circa un terzo del carbonio responsabile del riscaldamento globale – che, in sostanza non ha fatto niente per tenere sotto controllo l’aumento annuo in termini di produzione. Le lobby dell’industria dei combustibili fossili si sono rivelate molto efficaci nel bloccare qualsiasi cambiamento nella politica – come hanno dimostrato recentemente gruppi come il Competitive Enterprise Institute ed il Heartland Institute, che hanno contribuito a persuadere il presidente Trump a ritirarsi dall’accordo di Parigi, affossando così anche l’ultima speranza di salvezza ecologica per il pianeta. “La coalizione (degli industriali) ha messo sul tavolo tutto il suo potere per rallentare la nostra corsa proprio nel momento in cui dovevamo accelerare”, ha detto l’ambientalista Bill McKibben al New Yorker. “Di conseguenza, un certo tipo di politica messa in atto da un (solo) paese per un mezzo secolo ha cambiato la storia geologica della Terra.”

Florida

Non c’è nessuno stato degli Stati Uniti che abbia da perdere dai cambiamenti climatici più della Florida meridionale. Se dovessero verificarsi le peggiori previsioni fatte dagli scienziati, un’intera area metropolitana, attualmente abitata da più di sei milioni di persone, prima della fine di questo secolo, rischia di essere sommersa dall’innalzamento del livello del mare di oltre un metro e mezzo, un aumento che potrebbe vedere Miami – Mecca del turismo – semplicemente sparire.

È uno scenario da giorno del giudizio che unisce i capi della Contea di Miami-Dade e le città di Miami e Miami Beach nel tentativo di trovare qualche soluzione, contro gli effetti più gravi che produrrà l’innalzamento degli oceani, prima che sia troppo tardi. Il loro piano per combattere le sfide fisiche, economiche e sociali del cambiamento del clima, come parte del programma  delle 100 Resilient Cities  svolgerà un ruolo chiave nel capire se le aree più basse saranno ancora abitabili nei prossimi decenni o se ci si dovrà arrendere al continuo innalzamento del livello delle acque dell’Atlantico.

“È un problema che deve essere gestito, non è un problema che si può risolvere definitivamente e poi passare ad un altro”, ha detto Susanne Torriente, Chief resilience officer di Miami Beach, dove sono già stati spesi centinaia di milioni di dollari dei contribuenti  per alzare il livello delle strade, per costruire dighe più alte e per investire in moderne pompe ad alta capacità e in sistemi di drenaggio delle acque piovane.

“Ogni generazione dovrà continuare il lavoro che abbiamo iniziato”, dice la Torriente. “Stiamo imparando sempre qualcosa di nuovo, è un processo costante di apprendimento, rivalutazione e miglioramento.”

Una strada allagata a Miami, in Florida, una delle aree degli Stati Uniti a maggior rischio di innalzamento del livello del mare.

Foto: Joe Raedle / Getty Images

Secondo un  recente studio fino a un milione di case in Florida, per un valore stimato di 371 miliardi di dollari, sono a rischio di essere sommerse entro il 2100, ma le minacce alla regione di Miami non vengono solo dalle coste: gli uragani stanno diventando sempre più potenti per effetto del riscaldamento globale, dicono gli scienziati – riferendosi alle distruzioni provocate dall’uragano Michael in ottobre – mentre una combinazione di  falde acquifere e di “eccezionali” alte maree – che si verificano in autunno – provoca normali inondazioni interne anche nelle giornate secche.

Ciò significa che il nuovo joint action plan, elaborato dagli amministratori locali, deve guardare più lontano di quanto sia mai stato fatto prima, dice ancora la Torriente. “Il nostro viaggio di salvaguardia è iniziato con il lavoro sul clima,  con le piogge, [ma] questa strategia dovrà avere un respiro molto più ampio e dovremo parlare della capacità di recupero non solo in termini di clima e di alluvioni, ma anche di mobilità, di case e di  proprietà oltre che su come rimettersi in sesto rapidamente in caso di uragani nel sud della Florida. ”

Queste mosse riflettono il senso di urgenza che si prova in Florida, dove la leadership dello stato è stata criticata per aver trascurato l’ambiente. Il nuovo senatore della Florida, Rick Scott, durante il suo mandato come governatore della Florida, vietò al suo staff  di usare il termine cambiamento climatico, ed ora è un alleato stretto  del presidente Donald Trump, che ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi.

La Torriente ha continuato “Avremo molto più successo se avessimo una maggior collaborazione e una maggior attenzione a tutti i livelli governativi, [perché] è un problema di tutti. Ma noi facciamo quello che possiamo e tutto quello che facciamo è finanziato a livello locale, per questo possiamo continuare a investire “.

Richard Luscombe, Miami

Madagascar

Si deve fare un viaggio in canoa di 45 minuti lungo la costa per arrivare da Morombe, capitale della regione fino a Kivalo nel sud-ovest del Madagascar. Qui i bambini giocano nell’acqua, le palme ondeggiano e le reti da pesca sono stese ad asciugare sulla spiaggia. Questa tranquillità però inganna, perché il Madagascar è considerato uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Si prevedono temperature più alte, periodi di siccità più lunghi nel sud del paese, cicloni più frequenti e l’innalzamento del livello del mare. Per di più una povertà dilagante limita la capacità del Madagascar di adattarsi a questi cambiamenti.

A Kivalo, questa storia ormai è si ripete: “Il vento del sud cominciava a gennaio e durava fino a luglio”, dice Bikison Thomas, un pescatore. “Ma è adesso continua fino a novembre.” Nei giorni con molto vento, non si riesce a uscire in mare. “C’è anche più nebbia e – aggiunge –  si pesca meno sia perché la pesca è eccessiva, sia per l’aumento della temperatura del mare e sia per la perdita delle mangrovie che costituiscono un habitat essenziale per la riproduzione del pescato”.

Abitanti di un villaggio devono combattere contro le inondazioni in Madagascar dopo un ciclone tropicale.

Foto: Alain Iloiniaina / Getty Images

Il governo del Madagascar ha preso atto della vulnerabilità del paese e ha ratificato l’accordo di Parigi. I  cambiamenti climatici fanno parte di tutti i principali documenti politici, ma il budget di solito non riesce a produrre misure efficaci, cosa che salta all’occhio lungo i litorali di Morondava, dove gli hotel sono alle prese con l’innalzamento del livello del mare.

Due anni fa, Chayune Badouraly acquistò il Coco Beach hotel. Aveva  pochi bungalow e una spiaggia incantevole. Badouraly ha costruito altre camere, una reception e un ristorante. Ma a settembre, delle potenti ondate hanno distrutto due dei suoi bungalow e il mare non è ritornato dove era prima. “Avevamo 150 metri di spiaggia”, dice amaramente. “Ora sono meno di cinque”.

Anche se sono previsti dei piani per costruire delle difese dal mare, Badouraly dice che potrebbero volerci mesi, forse anni, così ha preso il toro per le corna e ha costruito un muro lungo 60 metri, una misto di blocchi di pietra, barre d’acciaio e sacchi di sabbia. “Sapevo che avremmo avuto problemi di erosione costiera, ma non pensavo che sarebbe stato così brutto”- aggiunge – “Altrimenti non l’avrei mai comprato.”

Emilie Filou, Madagascar

Antartide

È difficile fare una ripresa che renda un’idea chiara di cosa sia il ghiacciaio Thwaites  nell’Antartide occidentale. È lungo più di 300 miglia, è largo 200 ed ha uno spessore di più di un miglio. Si estende su una zona ghiacciata più grande dell’Inghilterra e sta scivolando silenzioso verso il mare parecchi metri ogni giorno. Solo dalle immagini satellitari abbiamo capito la forma e la potenza di questo mostro di ghiaccio.

Solo questo ora ci sta mostrando che la bestia si sta svegliando. Una volta si pensva che la neve che cadeva diventava parte di Thwaites, che la assorbiva come una cosa naturale e neve e ghiaccio si confondevano in un iceberg. Ora questo iceberg ha iniziato a sciogliersi più velocemente, come altri ghiacciai vicini. Si perde più ghiaccio nell’oceano di quanto ne viene prodotto, accelerando così l’innalzamento del livello globale del mare.

La causa di questo disfacimento di Thwaites è semplice, come hanno scoperto alcuni ricercatori. Delle quantità crescenti di acqua calda provenienti dalla parte nord degli oceani hanno sciolto le parti galleggianti del ghiacciaio e questo, a sua volta, sta spingendo i ghiacci dell’entroterra che scorrono più rapidamente verso il mare. Questo lo sappiamo, ma dobbiamo ancora da comprendere come mai questo processo sta accelerando. Al momento, secondo i rilievi effettuati, i ghiacci del Thwaites contribuiscono per circa il 4% all’innalzamento del livello del mare, ma è chiaro che tutto questo potrebbe aumentare in modo esponenziale. In effetti, alcuni glaciologi ritengono che,  nei prossimi secoli, sia ormai inevitabile un collasso completo di questo ghiacciaio  – e ciò farebbe aumentare il livello globale del mare di diversi metri, soffocando gli ecosistemi costieri in tutto il mondo, provocando danni a tutte le case costruite sulle coste e migrazione di milioni di persone.

Il team di supporto sul campo che installerà i campi sul Ghiacciaio Thwaites, in Antartide. Foto:Tim Gee/British Antarctic Survey

E’ urgente cominciare accurate ricerche sul ghiaccio e sulle zone ghiacciate intorno al ghiacciaio Thwaites, ma è difficile farlo. Anche per gli standard antartici, questa è una zona fredda e remota. Io lavoro in Antartide da più di 30 anni e non sono mai riuscito a raggiungere il Thwaites. Comunque i governi UK e USA hanno accettato di inviare scienziati per la International Thwaites Glacier Collaboration. Finalmente avremo la possibilità di conoscere questo mostro che si sta svegliando. Per il momento, sta semplicemente sbadigliando e stiracchiandosi, ma la domanda a cui dovremo rispondere, urgentemente, è se quando si sveglierà comincerà a ruggire.

David Vaughan, British Antarctic Survey

Grande Barriera Corallina

Le barriere coralline occupano solo lo 0,1% dei fondali oceanici, ma vi abitano circa il 25% di tutte le specie marine che ci regalano alcuni dei più bei paesaggi della natura. Senza dimenticare che le barriere coralline proteggono le coste dalle intemperie, offrono mezzi di sostentamento per 500 milioni di persone e contribuiscono a generare quasi 25 miliardi di sterline di reddito. Permettere la distruzione di questi habitat metterebbe il pianeta nei guai e questo è esattamente ciò che l’umanità sta facendo.

L’aumento della temperatura dei mari sta già causando uno sbiancamento irrecuperabile dei Coralli, mentre l’innalzamento del livello del mare minaccia di travolgere le barriere coralline ad un ritmo più veloce di quanto possano riprodursi secondo i normali tempi della natura. Sono pochi gli scienziati che credono che le barriere coralline – composte da semplici invertebrati legati agli anemoni di mare – possano sopravvivere per più di qualche decennio.

Eppure quelli che hanno lanciato chiari avvertimenti sulle nostre barriere coralline finora hanno sempre ricevuto pochissima attenzione. Il professor Terry Hughes, esperto di coralli della James Cook University nel Queensland, in Australia, ha studiato l’impatto del riscaldamento provocato da El Niño nel 2016 e 2017 sulla Great Barrier Reef in Australia –  la più grande barriera corallina del mondo e la più grande entità vivente – e quando ha compreso la vera entità dei danni, si è messo a piangere.

Secondo l’esperto, Prof. Terry Hughes, negli ultimi tre anni almeno metà dei coralli della Grande Barriera Corallina sono morti.

Foto: Greg Torda/ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies

“L’evento del 2016 ha ucciso il 30% dei coralli e quello dell’anno dopo ne ha ucciso un altro 20%. Metà dei coralli sono morti negli ultimi tre anni ” ha detto recentemente.

Solo per aver raccontato la sua sofferenza, Hughes ha dovuto fronteggiare le reazioni delle agenzie del turismo internazionale, che pretendono di bloccare i finanziamenti sulle ricerche, in quanto queste possono rovinare i loro affari.  “Il governo australiano sta ancora investendo nello sviluppo di nuove miniere di carbone e sul fracking per cercare  gas”, ha detto Hughes, dopo essere stato nominato beneficiario  congiunto del Premio John Maddox , assegnato a chi difende la scienza contro le reazioni e le minacce legali. “Se vogliamo salvare la Grande Barriera Corallina, queste pretese ormai obsolete devono essere abbandonate. Intanto le emissioni di gas serra in Australia stanno aumentando e non diminuendo. È un disonore nazionale “.

Questo quadro piuttosto cupo è un estratto del libro Coral Whisperers  della etnografa Irus Braverman: “La  Barrier Reef è cambiata per sempre. La più grande struttura vivente del mondo è diventata la più grande struttura di morte al mondo. ”

 

Robin McKie

Fonte: https://www.theguardian.com

Link:  https://www.theguardian.com/environment/2018/dec/02/world-verge-climate-catastophe

2.12.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte  comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

 

 

 

 

Pubblicato da Bosque Primario

5 Commenti

  1. Vedo che la discussione continua con la stragrande maggioranza di scettici sulle cause del cambiamento climatico. Sono d’accordo che il confronto di dee, anche aspro, sia sempre positivo, anche per chi rimane sulle sue posizioni iniziali. Grosso modo le posizioni si possono collocare in due ambiti: chi crede che attività antropiche influenzino il clima e chi ritiene che qualsiasi attività umana sia ininfluente. Che un eccesso di CO2 influenzi positivamente l’attività di sintesi clorofilliana sia in natura come nella pratica agricola equivale a dire come un alto consumo di carne di maiale apporti un alto contenuto di calorie alla dieta. Torniamo a bomba. Nessune mette in dubbio che negli ultimi 200 anni e in modo esponenziale, dalla fine della seconda guerra mondiale, la CO2 in atmosfera sia passata da 280 a 400 ppm. Questo è un dato, una misura. La CO2 naturale influisce assieme agli altri gas al cosiddetto effetto serra che rende possibile la vita sul pianeta. Anche questo è una conoscenza acquisita e riconosciuta da tutti. Ci mancherebbe. La CO2 di origine antropica, ma anche il CH4 sempre di origine antropica insieme ad altri gas prodotti dalle attività umane hanno intensificato la protezione effetto serra naturale. Questo comporta che sempre meno radiazioni infrarosse riescano a superare la barriera e uscire nello spazio. Anche questo dovrebbe essere assodato. Perché se è riconosciuto l’effetto serra naturale sarà parimenti riconosciuto che una maggiore concentrazione di gas a effetto serra come la CO2 produrrà una maggiore permanenza di radiazioni infrarosse sul pianeta. Questo comporta un aumento della temperatura media. Questa maggiore energia termica che il pianeta deve gestire produce qualche effetto. Trascurabile per alcuni, non trascurabile per me e per altri. Un altro indizio ci porta a considerare da dove proviene questo eccesso di CO2. Sicuramente i giacimenti di petrolio, carbone, metano erano dei grandi accumoli di CO2 che non entrava in gioco nell’effetto serra naturale perche questi da milioni di anni giacevano nelle cavità terrestri. Negli ultimi 70 anni grandi quantità di petrolio, carbone e metano sono state estratte e utilizzate prevalentemente nella combustione. Cioè nell’emissione in atmosfera appunto di CO2. Questa che per milioni di anni era rimasta confinata nel sottosuolo in pochi anni è stata immessa in atmosfera. Può essere che il sistema climatico ne risenta? Io credo di si. Naturalmente è una opinione perché come andrà a finire non è ancora chiaro. Io sono ragionevolmente pessimista. L’autore dell’articolo mette molta enfasi e forse la traduzione non è perfetta, ad esempio non credo che sia corretto il passo “una grande quantità di case di lusso verranno distrutte” ma non voglio criticare il traduttore che sicuramente è in buona fede ma siccome il passo è stato ripreso lo faccio notare. La grande maggioranza degli interventi attaccano come strumentali gli allarmi dell’articolo, altri sono ottimisti e/o indifferenti, pochi sono in linea con il contenuto. Se hanno ragione loro è bene non fare niente se hanno ragione gli altri forse qualcosina sarebbe meglio cominciahre sul serio a fare. Sul serio significa intervenire sul sistema di produzione, di mobilità, di consumo. Bisognava farlo ieri come cerca di dire l’articolo o almeno preoccuparsi da subito di mettere in atto misure che riescano a contenere e limitare i danni. Quello che non è molto sensato è dire che siccome riguarda le prossime generazioni è cosa che non mi riguarda.

  2. La cosa più fastidiosa e irritante è che nel caso della Florida si dà la responsabilità delle inondazioni marine allo scioglimento dei ghiacci (che non ha fatto innalzare il livello dei mari da nessuna parte) e non al fenomeno della subsidenza che interessa particolarmente quella regione.
    Già ignorare tutto ciò fa diventare spazzatura l’intero articolo.

  3. E comunque dopo che i ghiacci si saranno sciolti e non ci sarà più nulla da sciogliere il livello del mare continuerà ad alzarsi lo stesso… ecco, perché, perché, perché, non c’è un perchè però e’ così, sentitevi in colpa, e un sacco di case di lusso sulle coste saranno in pericolo e dopo Venezia e Amsterdam che sono gia state sommerse perderemo mille altre città; come faranno i ricconi? Tassiamo i poveretti e salviamo le ville!

  4. Bah, considero che i macrocicli climatici del nostro Pianeta intrecciandosi con i meso e micro cicli climatici (tra loro anche divergenti) creino un bel casino per la predizione a lunga scala temporale del clima terrestre; l’antropizzazione, con consumo accellerato di fonti carboniose fossili * squilibra il naturale rapporto della CO2 nella Troposfera rendendo sempre più frequenti eventi estremi… tutto questo è VERO ma l’implemento causa-uomo sul Territorio è percentualmente ridicolo.

    Gli usaetabusa fanno guerra al diesel ( e all’ europa) con la scusa delle emissioni (loro producono petroli più leggeri… anche da scisto ma per caratteristiche loro geologiche hanno petroli ricchi in frazione leggera di C che sono redditizi nella raffinazione per benzine, non a caso la benzina è tradizione nei motori di autoveicoli usa); colpiscono economicamente (anche fisicamente) Paesi che non gli si sottomettono economicamente.. la Guerra c’è già, non l’hanno dichiarata perchè non è POLITICALLY CORRECT, intanto non firmano trattati sulla riduzione emissioni (cazzate!) indi arriveremo presto sull’orlo del baratro non per il Clima/Ambiente ma per l'”uomo”**

    *La combustione di gas metano o gpl nello stesso motore esotermico a parità di resa in potenza produce molta più CO2 del gasolio, invece i PM sono chiaramente molto superiori nel gasolio e benzine.

    ** Guerra Civile, scontro di razze (voluto dai soliti)

  5. Da una parte si legge:”Somaliland (NdR: Stato dell’Africa orientale non riconosciuto dalla comunità internazionale) offre una visione cupa di questo futuro. Qui negli ultimi anni il cambiamento climatico ha ucciso il 70% del bestiame e costretto decine di migliaia di famiglie a fuggire da terre inaridite per andare a vivere nei campi profughi. La scorsa settimana Shukri Ismail Bandare, Ministro dell’ambiente del paese, ha dichiarato sul Financial Time: “Puoi toccarlo, il cambiamento climatico, in Somaliland. È reale. È arrivato.”

    Poi, si fa una facile ricerca, banalmente tramite la neanche tanto affidabile Wikipedia, e si scopre:”Nel febbraio 2012, diverse migliaia di persone erano anche ritornate nelle loro case e fattorie nel sud della Somalia. L’ONU aveva anche annunciato che la carestia nel sud della Somalia era finita. Tuttavia, FEWS NET ha indicato che lo stato di emergenza di insicurezza alimentare si manterrà fino a marzo nella parte meridionale del delle regioni fluviali della Somalia, ovvero Gedo e Juba e nelle zone centrali agropastorali di Hiran e del Medio Shebele, a causa di inondazioni alle colture e delle operazioni militari, che in queste aree, hanno limitato l’accesso umanitario, il commercio e il movimento. L’ONU ha anche avvertito che, in uno scenario di piogge scarse e di instabilità dei prezzi, le condizioni rimarrebbero a livello di crisi per circa il 31% della popolazione in zone ad accesso limitato fino alla stagione del raccolto, ovvero in agosto.”
    Ovvero, la carestia, momentanea, è ufficialmente terminata ad agosto 2012, attestato anche dall’ONU.
    Signori miei, ma come pretendete che vi consideriamo affidabili?
    C’è un film che gira anche su YouTube, “2000 la fine dell’uomo”. Del….1970.
    Cioè, oggi, dovremmo essere per lo più in pochi sopravvissuti.
    Credo che !a situazione sia molto, molto meno catastrofica di quanto vogliano imporci come credenza. A quale fine? Chissà cosa hanno veramente nella loro testa.
    Tutto questo, comunque, sembra fare il pari con le esigenze e i fini del mondialismo finanziario apolide. Ma che vogliono da noi? Ho letto da qualche parte che il desiderio delle caste sarebbe un mondo abitato al massimo da 300 milioni di persone……