RESISTENZA

DI GAITHER STEWART
Online Journal

Un libro scritto dal decano degli scrittori argentini, il novantaseienne Ernesto Sabato, ha come titolo La Resistencia, nonostante la stessa parola Resistenza sia usata poche volte in questo saggio di 150 pagine. Eppure il suo messaggio è chiaro: l’uomo deve resistere contro l’ingiustizia. Vorrei cominciare questo articolo a partire da questo punto.

La resistenza comincia col dubbio. Poi cresce in quella adolescenza che è lo scetticismo e matura nella sfida, nel confronto e nella lotta. La resistenza è soprattutto la determinazione nel dire no. No! All’eufemismo e all’inganno. No! Alla falsità e alla menzogna. No! Alle promesse di comodità e comfort e alle rassicurazioni che il nostro è il giusto stile di vita.

La resistenza è la vita reale opposta alla vita virtuale. La resistenza è l’esatto opposto dell’accettare ciò che la società offre, e il conseguente ritirarsi nell’agio e nella comodità, nelle rassicurazioni che il proprio stile di vita sia quello giusto, che il proprio modo di vivere sia il giusto modo di vivere. La Resistenza significa rifiutare la versione di vita del Potere. È il rifiutare la aperta arrendevolezza ai richiami del potere. Il Grande Inquisitore di Dostoevsky fa notare che l’uomo di solito sceglie la sottomissione. Dostoevsky credeva che l’uomo preferisca la comodità, o persino la morte, alla libertà di scelta. L’uomo vuole solo essere felice. Egli vuole il pane terreno. E questo, dice il suo Grande Inquisitore ne I Fratelli Karamazov al Cristo ritornato sulla terra, è il compito della Chiesa, cioè il compito del Potere: la felicità dell’uomo sulla terra.

La Chiesa, cioè il Potere, afferma il Grande Inquisitore, ama l’uomo più di quanto non lo ami il creatore che gli ha messo sulle spalle un fardello troppo pesante per lui. Cristo-Dio ha sovrastimato la forza della sua creatura quando gli diede la libertà di scelta: “Hai agito senza pietà verso di lui, gli hai chiesto troppo”. La Religione (o il Potere), afferma l’anziano Inquisitore, deve stare dalla parte delle masse. Deve confortare tutti, l’ignorante e il debole, il rozzo e il malato. Deve essere plebea. Invece dell’incertezza e della sofferenza spirituale date dalla libertà di scelta, il Potere offre la felicità. Dal momento che le deboli, affamate e rozze e masse non sono interessate al pane celeste, il Potere promette loro il pane della terra.

Il Grande Inquisitore e la sua Chiesa scelgono l’uomo. La terra è dunque il regno della mediocre felicità. Nessuna delle tue grandi aspirazioni spirituali! Oh sì, gli uomini dovranno continuare a lavorare, afferma egli, come il moderno potere continua a dire, ma per il tempo libero degli uomini il potere organizzerà le loro vite come un circo, con canzoni infantili e balli, SUV e tv e il calcio la domenica. Il potere lascia persino che pecchino un po’.

Dostoevsky descrive così le tragedie della condizione umana. Nel suo attacco rivoluzionario, egli attacca il Grande Inquisitore (cioè il Potere) in ogni chiesa, in ogni stato e in ogni tempo. Egli ha scritto della verità universale che molta gente non vuole la libertà. Molti sono spaventati dalla libertà. Il limite della libertà è la spinta a “essere felici”. Nella società americana è l’”American way of life” che deve garantire quell’oggetto misterioso che è la felicità. Ma dal momento che la felicità sarà sempre ambivalente, elusiva, vaga e soggettiva, il risultato è la paura di non raggiungerla, cioè di fallire.

La paura è dunque un sintomo dei nostri tempi. La paura di non raggiungere i propri obiettivi. E oggi ciò si riferisce anche alle paure artificiali come quella del terrorismo, cioè ironicamente di atti terroristici eseguiti da noi stessi contro noi stessi. Non si parla oggi apertamente del prossimo attentato terroristico organizzato dalle istituzioni che permetterà l’arrivo nel paese della legge marziale? Tutto questo parlare della minaccia al “futuro dei nostri figli” terrorizza le notti americane.

La resistenza richiede compagnia. Richiede compagni per non essere soli. Altrimenti è la paura a vincere. Ma una volta che si è all’interno della resistenza, una volta che si è coinvolti e impegnati, ogni passo diventa più facile e più leggero. Si inizia gradualmente a sentire la resistenza come qualcosa di normale. Non siete voi ad essere pazzi, ma la società.

Sfortunatamente coloro che arrivano anche solo alla porta d’ingresso del mondo della resistenza sono pochi. La maggior parte delle persone rimane fuori dalla porta. Peggio ancora, molti credono di essere all’interno di ciò che è considerato “vita reale” senza capire che sono fuori dalla vita; che stanno camminando per aria. Essi sono abituati dall’obbedienza a uno stile di vita che non rispetta gli esseri umani. Il potere dice che è meglio non essere coinvolti, meglio non essere impegnati; che in ogni caso tutto e tutti sono corrotti.

Il risultato è la resa.

La resa è più che semplice accettazione. La resa, come nota Sabato, è “codardamente quel sentimento (nato dalla paura) che giustifica l’abbandono di ciò per cui si dovrebbe combattere.”

Dobbiamo resistere. Non è necessario essere eroi per resistere. Può essere qualcosa di molto meno che lanciare bottiglie Molotov contro il Potere o andare in prigione. È qualcosa di più piccolo di ciò. Ma la resistenza è controcorrente. È facile guardarsi attorno e indicare dove resistere nella vita di ogni giorno. Un primo passo è abbandonare la massificazione della società in stile Wal-Mart in cui “loro” vogliono trattenerci. Non comprare un SUV dalla General Motors, che realizza profitti 20 volte superiori al Pil del paese di El Salvador, non dovrebbe essere visto come qualcosa di rivoluzionario. Ma lo è! È resistenza. Chiedere trasporti pubblici decenti invece di più SUV e un servizio sanitario nazionale efficiente per tutti è resistenza. Rifiutare programmi basati su rassicurazioni di comodità e agio, del nostro stile di vita, del futuro dei nostri figli e le promesse del bene per l’umanità dato dalla globalizzazione è un programma di resistenza.

Il passo iniziale è rifiutarsi di essere uno strumento nella sporca macchina delle “loro” rassicurazioni che noi siamo “felici”. La resistenza è rifiutarsi di essere un ingranaggio nella grande macchina del Potere.

Un possibile secondo passo è abbandonare i concetti di centralità dell’America e dell’Europa, cosa che non era altro che l’idea che il mondo reale inizi e finisca negli Stati Uniti d’America o in Europa. Noi sappiamo che gli Usa e l’Europa sono una piccola parte del pianeta terra. Ma lo dimentichiamo facilmente. La realtà è che il resto del mondo è la fuori.

Nei miei articoli sull’America Latina ho citato il sociologo progressista francese Alain Tourraine, uno specialista delle questioni latino americane. Per una di quelle coincidenze che avvengono nella mia vita con sempre maggiore frequenza, ho recentemente visto e seguito su di una televisione di Buenos Aires un incontro di un’ora con Tourraine, che non avevo mai visto prima. Tourraine dice la stessa cosa di Ernesto Sabato: la resistenza fondamentale deve essere diretta contro la globalizzazione e il suo linguaggio incomprensibile, e contro le diseguaglianze che essa crea in tutto il mondo.

La resistenza è perciò anti-globalizzazione.

Un tale modo di pensare, quello della resistenza, porta in direzioni inaspettate. Per esempio ci si accorge che il contrario della pace non è necessariamente la guerra; il contrario della pace è anche l’abbondanza di diseguaglianze sociali, la mancanza di rispetto per i diritti fondamentali; sono tutte le situazioni di ingiustizia; è tutto ciò che aumenta l’abisso tra i ricchi e poveri, che siano nazioni o individui.

La resistenza è anti-globalizzazione perché la globalizzazione è una “cultura dell’esclusione”, che elimina universalmente posti di lavoro anziché crearli, specialmente nel mondo di coloro che non possiedono nulla. La resistenza è contro la filosofia dell’economia di mercato e contro la globalizzazione che hanno minacciato l’economia planetaria sin dalla rivoluzione industriale: per ottenerla è servito l’avvento dell’imperialismo Usa dopo la caduta del comunismo e la rivoluzione tecnologica.

L’economista Joseph Schumpeter ha definito la rivoluzione tecnologica come “distruzione creativa” e l’ha, in maniera simile, paragonata alla globalizzazione. Tourraine–che fa notare che la maggioranza delle persone nel mondo sta dicendo “vogliamo essere rispettati, vogliamo essere riconosciuti”–paragona la globalizzazione alla borghesia, il vecchio nome della classe sfruttatrice capitalista. La globalizzazione è un piano del capitalismo.

La simbiosi di rivoluzione tecnologica, ideologia del libero mercato e di espansione dell’imperialismo Usa ha creato e alimentato la “cultura dell’esclusione” e il suo graduale ed enorme numero di vittime in gran parte della società umana, una cultura definita dagli esponenti del libero mercato con l’allettante termine di globalizzazione.

Qui ancora, come antitesi nel processo dialettico di Marx, appare la parola resistenza. L’antitesi all’esclusione deve per forza essere il riapparire dei neo-socialisti o di un qualche genere di pensiero neo-socialista. Mi sbaglio o questa parola politicamente scorretta e da tempo bandita sta incominciando ad apparire sempre di più in pubblico negli Usa? Il socialismo non sta forse diventando ancora una volta salonfähig? [decente, “presentabile in società” n.d.t.] Il socialismo e altre forme di resistenza come un genuino moderno modo di pensare provocano anche le rabbiose reazioni dei fondamentalisti neo-religiosi con la loro cultura di paura e morte, un alleato estremamente pericoloso degli esponenti della globalizzazione col quale essi dovranno presto fare i conti.

La resistenza contro l’ingiustizia non dovrebbe essere vista come rivoluzionaria. Ma lo è! Ancora, di regola, la resistenza alle ingiustizie non deve significare bloccare l’uso efficiente delle risorse nazionali di alcun paese o limitare le libertà individuali. Non deve nemmeno significare appoggio per il socialismo. Ma secondo me la resistenza significa rifiuto del capitalismo selvaggio che adora il mercato come un valore assoluto, come se esso fosse lo scopo finale del comportamento umano e della società umana.

Per puro caso, mentre sedevo in un caffè di Buenos Aires, lessi, in un articolo del quotidiano conservatore La Nación sulla visita in Argentina del professor Dipesh Chakrabarty, dell’esistenza di “studi sulla subalternità” [“subaltern studies”] presso l’Università di Chicago in cui lo studioso indiano è professore. Il libro del professore, Rethinking Working Class History: Bengal, 1840-1940, [“Rripensare la storia della classe lavoratrice: Bengala 1840-1940” n.d.t.] viene descritto come una storia di ciò che c’è ai margini della storia, una storia da e per la periferia, una rivisitazione di termini universali quali democrazia, capitalismo, eguaglianza, diritti umani, giustizia sociale e globalizzazione, che, a quanto afferma Chakrabarty, è il residuo del colonialismo. L’invasione Usa dell’Iraq ne è il più chiaro esempio.

Alcuni giorni fa venni nuovamente stupito, anche se non incredibilmente sorpreso, dalle idee sulla globalizzazione di un colto argentino proveniente da una famiglia di ricchi proprietari terrieri di ritorno in Argentina dopo vent’anni a Wall Street. Le sue definizioni di globalizzazione erano ridotte a questioni come il fastidioso fatto che i viaggi internazionali non sono più ciò che erano un tempo, ora che gli aerei sono pieni zeppi e che chiunque può viaggiare per il mondo. Nella sua analisi finale collegava alla globalizzazione l’uguale opportunità di viaggiare per un’ancora piccola minoranza della popolazione mondiale, come se la globalizzazione non avesse nulla a che vedere con la metodica distruzione di industrie nazionali ai margini, nelle grandi periferie, in tutto il mondo subalterno.

Gaither Stewart, scrittore [“Icy Current Compulsive Course, To Be A Stranger” e “Once In Berlin”, Wind River Press,”Asheville,” www.Wastelandrunes.com ] e giornalista, è originario di Asheville, NC. Vive con sua moglie a Roma. E-mail: [email protected]

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Fonte: http://onlinejournal.com
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05.09.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

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Stonedact
Stonedact
18 Settembre 2007 8:35

Ribelle, rivoltoso e rivoluzionario di Alain De Benoist Dovendo intervenire in una discussione dedicata all’idea di ribellione, la prima delle cose da fare è senz’altro quella di interrogarsi sulla definizione del ribelle, e il miglior modo di farlo è forse quello di paragonare la figura del ribelle a due altre figure, il cui nome comincia tra l’altro con la stessa lettera: il rivoltoso e il rivoluzionario. Queste tre figure hanno indubbiamente degli aspetti in comune. Il ribelle, il rivoltoso e il rivoluzionario, per esempio, incarnano tutti e tre una legittimità che si oppone alla legalità dell’ordine costituito. Ma tra di loro vi sono anche delle differenze. Il rivoltoso appartiene senza alcun dubbio a tutte le epoche, e il nostro passato ne è testimone. La storia della Francia e dell’Europa può infatti leggersi come un susseguirsi quasi ininterrotto di rivolte popolari, movimenti di protesta e insurrezioni. Dalle antiche jacqueries contadine alla rivolta della Vandea, dall’epoca di Cartouche e di Mandrin all’insurrezione dei canuts lionesi, dalla Guerra dei Contadini tedeschi alla molto socialista e molto patriottica Comune di Parigi, la tenace disobbedienza di certe province e di certi ambienti sociali insofferenti, refrattari e renitenti, è una costante della nostra storia che la… Leggi tutto »