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PERCHE' LAVORIAMO TANTO NONOSTANTE SIA IL XXI SECOLO ?

DI OWEN HATHERLEY
sinpermiso.info

In pratica, se nel passato c’è qualcosa su cui tutti i futurologi concordavano, è che nel XXI secolo ci sarebbe stato moltissimo meno lavoro. Che cosa avrebbero pensato, nell’aver saputo che nel 2012 la classica giornata lavorativa dalle 9 alle 17 si sarebbe evoluta in qualcosa di più simile a una giornata dalle 7 del mattino alle 7 di sera? Sicuramente si sarebbero guardati attorno e avrebbero visto come la tecnologia prendeva il controllo in molte professioni nelle quali prima era necessaria una numerosa mano d’opera, avrebbero contemplato lo sviluppo dell’automatizzazione e della produzione intensiva, e si sarebbero chiesti, “perché passano dodici ore al giorno in lavori futili?”.

Si tratta di una questione alla quale né la destra né la sinistra ufficiali rispondono adeguatamente. Ai conservatori è sempre piaciuto pontificare riguardo alle virtù morali del lavoro duro e una buona parte della sinistra, concentrata nei terribili effetti della disoccupazione di massa, propone comprensibilmente “più lavoro” come soluzione principale contro la crisi. Le vecchie generazioni avrebbero trovato tutto questo disperatamente deludente.

In quasi tutti i casi, gli utopisti, i socialisti e il resto dei futurologi credevano che il lavoro avrebbe finito con l’essere quasi abolito soprattutto per una ragione: potremmo lasciare che lo facciano le macchine. Il pensatore socialista Paul Lafargue scrisse in un suo breve trattato intitolato “Le droit à la paresse” – 1833 (Il diritto alla pigrizia, ndt):

“Le nostre macchine, con alito di fuoco, con braccia di acciaio incombustibile, con meravigliosa e infinita abbondanza, eseguono con disciplina il loro santo lavoro. E ciò nonostante, l’indole dei grandi filosofi del capitalismo continua a essere dominata dai pregiudizi del sistema salariale, la peggiore delle schiavitù. Ancora non capiscono che la macchina è la salvatrice dell’umanità, il Dio che libererà l’uomo dall’essere vittima del lavoro, la divinità che gli concederà l’ozio e la libertà”.
Oscar Wilde fu immediatamente d’accordo: nel suo scritto del 1891, “The Soul of Man Under Socialism” (L’anima dell’uomo sotto il socialismo, ndr), disprezza “l’assurdità di ciò che si scrive e dice oggi, riguardo alla dignità del lavoro manuale”, e insiste “ l’uomo è fatto per qualcosa di meglio del distribuire sporcizia. Tutto il lavoro di questo genere dovrebbe realizzarlo una macchina”.

Lascia ben chiaro quello che vuol dire:

“La macchina deve lavorare per noi nelle miniere di carbone, e occuparsi di tutti i servizi di sanità, ed essere fuochista degli strumenti a vapore, e pulire strade e portare messaggi nei giorni di pioggia e realizzare tutto ciò che sia noioso o difficile”.

Sia Lafargue che Wilde si sarebbero terrorizzati dal rendersi conto che, solo dopo vent’anni, lo stesso lavoro manuale si sarebbe convertito nell’ideologia dei partiti laburisti e comunisti che si dedicarono a glorificarlo invece che ad abolirlo.

Anche in questo, senza dubbio, l’idea consisteva nel fatto che il lavoro sarebbe stato sostituito. Dopo la Rivoluzione Russa, uno dei grandi difensori del culto del lavoro fu Aleksei Gastev, un vecchio metallurgico e dirigente sindacale che divenne poeta, pubblicando antologie dai titoli come “Poesia della pianta di produzione”. Si convertì nel più grande entusiasta del Taylorismo, la tecnica nord americana di gestione industriale, solitamente criticata dalla sinistra, che riduceva il lavoratore a essere un semplice pezzo della macchina, dirigendo l’Istituto Nazionale del Lavoro, con il patrocinio dello Stato. Quando fu intervistato riguardo a tale cambiamento dal socialdemocratico tedesco Ernst Toller, Gastev rispose: “Abbiamo la speranza che grazie alle nostre scoperte arriveremo a uno stadio nel quale il lavoratore che prima lavorava otto ore in un determinato impiego ne debba lavorare solo due o tre”. In un qualche momento tutto questo fu dimenticato a favore dei supermuscolosi stacanovisti che eseguivano prodezze sovraumane nell’estrazione del carbone.

I teorici industriali nord americani, per quanto possa apparire strano, sembravano condividere la visione socialista. Buckminster Fuller, il disegnatore, ingegnere e polifacetico saggio nord americano, dichiarò che “l’equazione industriale” è come dire che la tecnologia abilita l’umanità a fare “di più con meno” eliminando in poco tempo la nozione stessa del lavoro. Nel 1963 scrisse: “Nel giro di un secolo, la parola – lavoratore – non avrà alcun significato attuale. Sarà qualcosa che dovremo cercare in un dizionario dell’inizio del XX secolo”. Se questo è stato sicuro negli ultimi dieci anni, lo è stato solo nel senso che “oggi facciamo tutti parte della classe media” del Nuovo Laburismo, non nel senso di eliminare veramente i lavori minori o la divisione tra operai e padroni.

I sondaggi continuano a mostrare già da molto tempo che la maggior parte dei lavoratori pensa che i propri impieghi siano irrilevanti, e dando un’occhiata alle offerte di lavoro di un’impresa media – personale di attenzione telefonica al cliente, archivista, e soprattutto i diversi compiti di un’impresa di servizi – è difficile non essere d’accordo.

Senza dubbio, la visione utopica dell’eliminazione del lavoro industriale è passata da diverse metodologie a miglior vita. Negli ultimi dieci anni le acciaierie di Sheffield hanno prodotto più acciaio che mai con una piccola parte dell’antica mano d’opera, e i porti dei conteiners di Avonmouth, Tilbury, Teesport e Southampton si sono liberati della maggioranza degli scaricatori ma non delle tonnellate di acciaio.

Il risultato non è stato che gli scaricatori o i lavoratori siderurgici si vedessero liberi, esattamente come disse una volta Marx “cacciare al mattino, pescare il pomeriggio e dedicarsi alla critica solo dopo aver cenato”. Al contrario, si sono visti sottomessi alla vergogna, alla povertà e all’incessante preoccupazione di cercare un altro lavoro che, nel caso si fosse trovato, poteva essere insicuro, mal pagato, senza copertura sindacale, nel settore dei servizi. Nella presente era del precariato, questa è in concreto la norma, e il lavoro sicuro, qualificato e l’orgoglio per il proprio impiego non sembrano tanto orribili. Nonostante ciò, in passato, il movimento operaio si consacrò all’abolizione di tutti quei lavori di poca importanza, noiosi e stancanti. Oggi disponiamo delle macchine per convertirlo in realtà, però scarseggiamo di volontà.

Owen Hatherley, tagliente critico di architettura e urbanismo, è autore di Militant Modernism (Zero Books, 2009); A Guide to the New Ruins of Great Britain (Verso, Londra, 2010) e Uncommon (Zero Books, 2011) sul gruppo musicale “pop” britannico Pulp.

Fonte: www.sinpermiso.info
Link: http://www.sinpermiso.info/textos/index.php?id=5120
8.07.2012

Traduzione a cura di ISABELLA PREALONI per www.Comedonchisciotte.org

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Spunta l’ipotesi di un accorpamento delle festivita’ con l’obiettivo di far crescere il Pil. L’idea viene confermata in ambienti governativi e potrebbe essere esaminata nel prossimo cdm dopo il parere di quattro ministeri chiave. Il tema e’ stato affrontato anche dal governo Berlusconi, lo scorso anno, e dopo una serie di valutazioni furono prese alcune decisioni, come ad esempio quella di far restare il 29 giugno un giorno di festa per i romani che celebrano i loro patroni, San Pietro e San Paolo.

    La Festivita’ rientra infatti tra quelle che sono oggetto di accordi con la Santa Sede, come, per esempio il 25 dicembre, Natale, o il 15 agosto, l’Assunzione. Per tutti gli altri patroni si e’ aperta invece la via del decreto. Ogni Comune ha il suo e a volte, come il caso di Roma, sono anche piu’ di uno. Per le feste patronali ”rilevanti e non accorpabili” alla domenica ”si porra’ il problema di un decreto, ma in ogni caso riguardera’ solo il territorio con un effetto minimo sul Pil”, aveva spiegato lo scorso anno il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Da qui i tanti dubbi su come muoversi in un terreno tanto complicato.

    Trasferire alla normale domenica le celebrazioni di Sant’Ambrogio che i milanesi celebrano il 7 dicembre? Oppure chiedere ai napoletani di prendere un giorno di ferie il 19 settembre per partecipare alla processione della festa di San Gennaro e assistere ai riti sulla reliquia di sangue per vedere se si scioglie? Stesso discorso vale per il 25 aprile. Non solo e’ la festa della liberazione, festa laica e dunque eliminata, ma a Venezia, e anche a Latina, e’ San Marco, con le varie celebrazioni patronali. E cosi’ e’ a Catania il 5 febbraio per Sant’Agata o il 4 settembre a Viterbo per Santa Rosa.

    Per non parlare del nostro Babbo Natale, che in realta’ e’ San Nicola e che a Bari, ma anche a Sassari, si festeggia il 6 dicembre. Le festivita’ dei mille campanili d’Italia sono particolarmente sentite e nelle Finanziarie di anni e anni fa c’era la corsa all’emendamento del deputato o senatore di turno per finanziare una pro-loco o proprio una festa patronale. Non esente neanche l’ultima legge mancia: tra i 63 micro-interventi figurava anche un fondo per la Festa dei ceri che si fa il 15 maggio a Gubbio proprio nell’ambito delle celebrazioni per il Santo patrono, sant’Ubaldo.

    Ci riprova il governo Monti a razionalizzare la giungla delle festivita’. Di questa ipotesi si e’ discusso durante il preconsiglio stamane. Il sottosegretario Antonio Catricala’ avrebbe chiesto ai tecnici dei minsiteri di presentare un parere in modo che il provvedimento possa arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri gia’ questo venerdi’. Non si conoscono ancora i dettagli del testo.Tuttavia, alcune settimane fa il sottosegretario Gianfranco Polillo aveva sottolineato che ridurre il numero di giorni non lavorati di una settimana avrebbe portato all’aumento del pil di un punto percentuale.

    Fonte: http://www.ansa.it
    17.07.2012

    via Dagospia

  • Nauseato

    Di Paul Lafargue c’era l’edizione Feltrinelli “Il Diritto All’Ozio”.
    Detto questo, credo che molti calcoli e (pre)visioni siano completamente saltate con l’allora totalmente imprevisto affermarsi diffuso del televisore e dei personal computer e di internet.

    Quanto questi ultimi due elementi in particolare abbiano contribuito alla globalizzazione prima e all’attuale crisi poi, credo non sia stato ancora ben compreso.
    Anche se inizialmente proprio pensando a internet, c’era chi si prefigurava rivoluzioni copernicane del lavoro, non erano che ingenui tentativi di immaginarsi un roseo futuro diverso quando invece la realtà si è rivelata ben differente. E molto meno rosea.
    Oggi è abbastanza evidente che computer e internet non abbiano affermato alcuna liberazione. Ma abbiano invece imposto all’uomo i loro nuovi “tempi elettronici” dell’ordine dei micro-secondi e ben lungi dal liberarlo da alcune schiavitù lo abbiano invece diabolicamente intrappolato in ulteriori altre. Tanto quanto da un computer si pretende una sempre più crescente rapidità ed efficienza, così si esige dalle persone. Tanto quanto un computer è in grado di rispondere contemporaneamente a 1000 compiti, così deve essere l’approccio non solo mentale in qualsiasi ambito. Gli esempi in tal senso potrebbero essere innumerevoli, ma la sostanza è che nuove alienazioni si sono aggiunte o hanno sostituito alienazioni precedenti.

    Ricordo le parole di un anziano ingegnere ancora in attività, che raccontava di essersi trovato a lavorare in Africa quando il Telex era il massimo prodigioso della tecnologia. “Non è che non lavorassimo, anzi, ore e ore di lavoro, ma nel procedere del lavoro [di progettazione] c’era anche il tempo di pensare a quanto si stava producendo.”
    “Oggi con un paio di computer si fa in un attimo quanto allora si faceva in una settimana, e quindi oggi non una ma due, tre, quattro, cinque, dieci … soluzioni differenti, fatte comunque in fretta e conseguentemente spesso male.”

    Non per niente si assiste a una inarrestabile discesa complessiva della qualità e a un pauroso costante livellamento verso il basso. In tutto.
    Eppure quando si vuole che un lavoro sia necessariamente fatto in sempre minor tempo, al di là dell’effettiva possibilità del farlo (farlo “bene”) … bisognerebbe ricordare che per quanto si pretenda e si strepiti, ancora oggi per far nascere un figlio occorrono di norma 9 mesi.

  • albsorio

    Cosa c’è di difficile da capire? Se sei occupato a sopravvivere non rompi i coglioni a chi ti comanda, cosí loro hanno tutto il tempo per fare quello che vogliono senza le tue obbiezioni.

  • patoruzu62

    Grazie Isabella, bellissimo articolo, senza destra né sinistra, né anche centro, senza paradisi né inferni
    Soltanto il Oggi ……
    Lafargue ha avuto un lungo sguardo.

  • zapper

    fuochino!
    finalmente si comincia a porre le domande giuste.
    si sa ormai che questo sistema è alla fine e si continua a disquisire su elites, mandanti e criminali vari, i quali non sono altro che precipitati sociali di un paradigma marcescente, senza avere una visione nuova da proporre se non accorgimenti tecnici su moneta o regolamentazioni finanziarie, comunque sempre all’interno del paradigma che sta crollando.

    l’unica cosa che può sostituire un paradigma che sta morendo è il diffondersi di un paradigma nuovo, un’altra visione del mondo.

    il concetto di “lavoro” per un reddito deve essere completamente rovesciato
    il reddito non è il pagamento per un lavoro ma il “prerequisito” per poter lavorare
    in Germania il tema è molto discusso:

    intervista illuminante al prof Götz Werner nel programma curato dalla Süddeutsche Zeitung in merito al reddito di base incondizionato. (sottotitoli in inglese da attivare)
    http://www.youtube.com/watch?v=X78gLPYxLL8

    scollegare il ruolo del denaro dal concetto di sopravvivenza volenti o nolenti sarà la lotta e la sfida del secolo
    lo scopo è demonetizzare i rapporti sociali dissolvendo nell’immaginario collettivo il concetto colonizzante denaro-sopravvivenza e quindi avere una società in cui finalmente il profitto non è la pietra angolare dell’esistenza, liberando energie umane fino ad ora costrette a dei bilanci. oltre al piccolo ovvio particolare di sancire concretamente il diritto umano fondamentale a un’esistenza dignitosa

    il “lavoro” ha poco a che fare con il “lavoro salariato”, sarà il caso di prendere quanto prima familiarità con questo concetto altrimenti si verrà inevitabilmente schiacciati dalla nostra stessa creazione tecnologica.

    la Foxconn in cina entro il 2013 sostituira UN MILIONE di operai con robot
    http://archiviostorico.corriere.it/2012/maggio/01/Foxconn_Milione_Robot_Cina_per_co_8_120501023.shtml

    ecco i simpatici robottini umanoidi:
    http://www.youtube.com/watch?v=Cjo4AsTVh0s
    http://www.youtube.com/watch?v=1UBFo8cgLBM
    questi non sono effetti speciali, questa è la realtà ORA!

    Svizzera, proposta di legge di iniziativa popolare appoggiata dall’ex vice-cancelliere Sigg
    http://info.rsi.ch/home/channels/informazione/info_on_line/2012/04/12–Iniziativa-per-un-salario-minim

    il film della rete tedesca sul basic income incondizionato:
    http://www.youtube.com/watch?v=ExRs75isitw
    (attivare i sottotitoli, tasto “cc” in basso a destra)

    CAMBIARE PARADIGMA MENTALE

  • ilsanto

    Siamo cosi bravi che per produrre tutto quello che serve e pure il superfluo oramai basta pochissimo lavoro, questo grazie alle varie
    invenzioni e ingegno di tanti lavoratori.
    Questo dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e di cui tutti dovremmo
    beneficiare.
    Negli USA che pure esportano enormi quantità di derrate alimentari basta lo 0,7% degli occupati per coltivare, allevare, pescare (www.cia.gov ).
    Il 20% degli occupati lavora nell’industria e diminuiscono ogni anno.
    Pur di far lavorare la gente hanno gonfiato all’inverosimile il terziario che raggiunge oramai il 75% una infrastruttura demenziale.
    Pur di produrre ci siamo indebitati all’inverosimile.
    Ciò nonostante ci sono intere generazioni di disoccupati, precari, e persino di gente che un lavoro manco lo cerca più.
    Questo per il semplice motivo che il frutto del lavoro è andato a remunerare non la società ne il lavoratore ma quell’uno percento che detiene il capitale o il potere o la forza o fa le leggi o trama nelle logge o truffa o corrompe o ruba insomma ci siamo capiti no ?
    Questo sistema ci porterà alla rovina.
    Serve rifondare da zero le regole di un nuovo sistema aggiornato ai tempi attuali.

  • Tao

    Fare come Essere – Per essere qualcosa o qualcuno è necessario essere individuabile da qualcosa o qualcuno. Poter essere riconosciuto come individuo, quindi. Individuo inteso come realtà che non si può dividere, che non può essere divisa senza perdere la sua essenza, la sua effige, il suo carattere. Una particella indivisibile. Come tale, questo individuo deve mostrare un minimo grado di autonomia, deve poter definire in qualche modo se stesso e le proprie circostanze. In breve, essere un individuo è una sporca questione di senso. Di far senso, anche. Persino di dover far senso. Faccenda assai complicata oggi, dico io. In questa sciocca post-post-modernità che è talmente post da divenire pre. La questione di cosa essere e di come essere è la vera questione per l’Uomo. Qui ed ora. Non fosse altro che negli ormai scomodi vagoni della Grande Locomotiva Occidentale l’identità individuale è cosa che sempre meno riguarda l’individuo. E’ come se piovesse dal cielo. Qualcuno la lascia cadere e tu prendi quella che ti tocca. Piovono pietre, ma pazienza. Sempre meglio che essere niente. Bene, una di queste pietre identitarie –diciamo così – è oggi il lavoro. Nuovo (ma nemmeno tanto) Idolo, Totem dell’uomo moderno. Pervasivo, invasivo, persuasivo. Dovunque, comunque lavoro. Glorificato, denigrato, agognato. Lavoro. Unità di misura delle umane cose. Per campare devi lavorare, altro non si dà. Da secoli questo assunto viene ripetuto, fino a trasformarsi quasi in legge della natura. In legge della coscienza, in condizione a priori. Che si provi ad immaginare la propria vita senza lavoro. Impossibile. Sarebbe come immaginare uno spazio infinito, un tempo eterno, un lavoro fisso. Tanto è vero che si parla persino di un diritto al lavoro, quasi coincidesse con un più generale diritto alla vita. O, meglio, alla sopravvivenza. Paradosso? Mica tanto, se per la così detta società c’è una totale identità tra la funzione produttiva alla quale il singolo assolve e la propria identità, il proprio essere così e non altrimenti. Il principio di individuazione sembra ormai essere: tu sei quello che fai. La condizione e insieme la causa di questo processo è da ricercarsi nella struttura economica, politica e sociale del nostro tempo e del nostro spazio.

    Non è sempre stato così e non lo sarà sempre – ammesso che un sempre ci sarà ancora. L’esistenza umana trasformata in produttività umana è parto malriuscito di quell’inspiegabile idea secondo la quale si ha diritto alla vita solo se si contribuisce con la propria fatica a far girare gli ingranaggi di una macchina abnorme, eterodiretta e votata all’accumulo di qualunque cosa esista. Ovverosia esisti se contribuisci al funzionamento di qualcosa che è talmente grande, talmente complesso e talmente forte da nascondersi alla comprensione dei più. Grandi segreti di un sistema, quello capitalista del nuovo millennio, che non sa morire perché non vuole. Ma l’agonia genera mostri, l’abbiamo imparato. Il suicidato dal lavoro è l’ultimo orribile capolavoro di questa agonia che chiamano crisi sistemica per non spaventarci troppo. Questo accade quando perdere il lavoro significa perdere la propria identità.

    Tempo per essere, Tempo per fare – l’esistenza non si misura con il Tempo. L’esistenza è Tempo. Costituita da porzioni di Tempo e sottomessa alle regole del Tempo: per vivere ci vuole Tempo. Per essere, soprattutto, ci vuole Tempo. Dicevamo che l’individuo deve formarsi da sé, deve poter definire se stesso e, per ciò, possedere un certo grado di autonomia. Diversamente, si ha bisogno di qualcosa che ti dia forma, che ti informi. Ma in tal caso salta il concetto di individuo e subentra quello di protesi, copia, surrogato di un individualità altra. Per essere individuo, dicevamo, c’è bisogno di tempo. Tempo per ragionare, desiderare, riflettere, sbagliare, scegliere, rinunciare, amare, odiare. Per autodeterminarsi, per essere se stessi. Sappiamo però che il Tempo individuale è un tempo finito, limitato, che si esaurisce. E sappiamo anche che l’unica cosa che l’uomo può fare con il Tempo è quello di sceglierne l’utilizzo. Entro i limiti del possibile, naturalmente. Ognuno può fare da sé un breve calcolo e scoprire quanto tempo l’uomo di oggi dedichi al lavoro. E, per sostenere la tesi che qui si prova ad accennare, basta davvero questo semplice calcolo. Se la quasi totalità degli attimi a disposizione di un uomo vengono occupati (spesso abusivamente) da un’occupazione lavorativa, ecco che di tempo per il resto non c’è n’è. Il resto è naturalmente tutto il resto: la costruzione della propria individualità. Se lavori pensi al lavoro, there is no alternative. Chiedetevi ora perché il Tempo non occupato dal lavoro si chiami tempo libero e non, che so, tempo divertente. La risposta è contenuta nella domanda. La definizione di libero prevede un termine di paragone implicito per essere sensata. E il secondo termine è qui quello di costretto. Se ne inferisce che l’altra specie di Tempo, quello lavorativo, sia un Tempo costretto, non libero. E dunque impersonale, divisibile, non-individuale. C’è della coerenza in tutto questo: noi non scegliamo di lavorare, noi dobbiamo lavorare. L’idea che lavorare sia un libero atto della volontà è un’illusione. Il lavoro-dovere si è trasformato nella coscienza in lavoro-volere sino ad apparire come una legge immutabile del mondo, un’idea inconscia radicatasi in noi dopo secoli e secoli di abitudine. Di nuovo: se non hai tempo per diventare te stesso, sarai individuato per ciò che farai. Cioè per ciò che non sarai. Perché il lavoro, comprando Tempo, compra l’esistenza.

    Lo scopo: il grande assente – Niente ha uno scopo in se stesso. Nemmeno il lavoro. E’ l’essere umano in quanto essere teleologico che per vivere ha bisogno di cercare e trovare uno scopo, una finalità in tutto ciò lo riguarda. E, a dire il vero, l’uomo è sempre riuscito a trovare uno scopo. Spesso distorto, ingannevole, vano. Ma l’uomo, per sua fortuna, non è Dio. Può sbagliare. Epperò sembra che oggi questo animale giustificatore faccia una fatica del diavolo a trovare uno scopo al lavoro così come oggi è concepito e organizzato. Sono andati i bei tempi in cui lavorare voleva dire poter toccare con mano la propria sopravvivenza. Ancora più lontano è il tempo in cui lavorare significava poter esprimere la propria personalità, il proprio talento, la propria vocazione. Il “lavoro come opera” è morto. Certo, oggi il lavoro è ancora legato alla sopravvivenza, d’accordo. Ma alla sopravvivenza di chi? Alla sopravvivenza di cosa? E’ del tutto evidente che oggi l’uomo non lavora più per la propria esistenza, intesa come esistenza individuale. Oggi il lavoratore sgobba per la propria esistenza commerciale, consumistica, edonistica. Si lavora per poter consumare, per poter soddisfare dei bisogni che sono per la maggior parte indotti. Si lavora per restare un ingranaggio efficiente tra altri infiniti ingranaggi senza i quali, dicono, l’essere umano perirebbe. Si lavora per nutrire quel Grande Individuo impersonale che chiamiamo società. Si lavora per tutti e per nessuno. In summa: si lavora per consumare, per poi lavorare di nuovo. Lavorare per lavorare. Il lavoro smette così di essere un mezzo – uno strumento – volto al raggiungimento di un qualche scopo per divenire scopo esso stesso. Scopo a se stesso. Stando così le cose, risulta impossibile rispondere alla fatale domanda “a che scopo?”. L’uomo moderno ha creato le condizioni tali per cui è avvenuto nel concetto di lavoro un avvitamento di scopi, tanto che oggi non se ne trova nessuno. Che senso ha, ad esempio, chiedere le “ferie”, ovvero elemosinare uno sputo del mio tempo a qualcuno che misteriosamente è riuscito a comprarlo? Dov’è lo scopo in tutto ciò?

    Infine, ma non alla fine – Tutto questo per dire che l’uomo deve riformare il concetto di lavoro per giungere ad una esistenza riformata. Prima però deve tornare ad essere un individuum intero e liberarsi dalla sua attuale condizione di organismo scisso – di dividuum – tra quello che deve essere e quello che vuole essere. Trovare un nuovo “a che scopo?”. Ecco di cosa ha bisogno oggi l’umanità. Non “liberare l’uomo dal lavoro” ma liberare il lavoro dall’uomo. Da questo uomo.

    Alè

    Fonte: http://odioilgolf.blogspot.it
    Link: http://odioilgolf.blogspot.it/2012/07/non-ho-tempo-di-lavorare.html
    5.07.2012

  • Jor-el

    non fa una piega!

  • Jor-el

    1) il lavoro non serve più alla valorizzazione del capitale. I mercati se ne fregano se le fabbriche chiudono, anzi, sono contenti: ci guadagnano.
    2) Il reddito, tuttavia, continua ad essere legato al lavoro, in modo da continuare a mantenere larghe masse in soggezione. Essendo antieconomico, il lavoro non può più essere proposto come diritto, ma come conquista, in ossequio alla morale neoliberista del diritto del più forte. Da questo punto di vista la difesa del lavoro, cavallo di battaglia della FIOM, è un obiettivo arretrato e perdente.
    3) Il lavoro continua ad essere perciò il giogo a cui sono incatenati i popoli di tutti i paesi del mondo e il fronte lavorista è oggettivamente il primo alleato del capitale globale
    4) la lotta deve essere non PER il lavoro, ma CONTRO il lavoro, come terreno di scontro POLITICO contro il capitale internazionale. LAVORO ZERO A REDDITO INTERO.

  • ProjectCivilization

    Il lavoro e’ vivere , ed e’ necessario ad una Societa’ .
    Sia l’uno che l’altro .
    Invece , quello di oggi….il lavoro dipendente……il lavoro che non e’ lavoro ma solo caccia ai soldi , ha come finalita’ quella di dare un valore a dei pezzi di carta ( quando esiste fisicamente ) che non ne hanno…e che un gruppo di folli insiste perche’ sostituisca la vita , la salute , la coscenza , l’ambiente .

  • albsorio

    Il lavoro, quello pagato è una necessitá ma esistono tante altre forme di lavoro, quando tu lavi i piatti per la tua famiglia ti pagano? No lo stesso quando tua moglie stira non è pagata… nella societá c’é il volontariato etc. Quello che si sostiene nell’articolo è che si sono inventati dei lavori molti nel terziario e difesa, per occupare le persone e dare loro un lavoro, pagato poco dico io, cosí non abbiamo il tempo per fare domande, anzi visto che c’è la crisi speriamo di poter fare quel lavoro mal pagato che ci consente di vivere.

  • ProjectCivilization

    Il Lavoro , quello pagato , e’ una disgrazia insostenibile .
    In una Societa’ , il lavoro non e’ pagato , ma mirato .
    Tutti ne beneficiano . Da cui i Diritti al posto del ” mercato ” .
    Il lavoro sociale , mirato , produce l’abbondanza e la fine della competitivita’ e della ” crescita ” !! Alleluia !

  • Alessio7

    Bell’articolo