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PERCH LE CIVILTA' CROLLANO

DI PETER SAUNDERS
carolynbaker.net/

La domanda cruciale è se siamo capaci di prendere la decisione giusta; e non è per niente ovvio che ci troviamo in una posizione migliore per farlo rispetto alle passate società
—Professor Peter Saunders, Institute of Science in Society

Una lezione per il cambiamento climatico

La società moderna è dal punto di vista tecnologico di gran lunga superiore a qualunque società del passato, abbiamo tutti i mezzi per arrestare i peggiori effetti del cambiamento climatico e adattarci a quelli che non possiamo evitare. La storia, tuttavia, ci mostra che la ragione più comune per cui società crollano non è l’inadeguatezza della scienza o della tecnologia, ma l’incapacità di prendere decisioni difficili necessarie per la sopravvivenza.


Sopravvivere a disastri ambientali

Mentre il mondo affronta la sfida del cambiamento climatico, è istruttivo ricordare che questa non è assolutamente la prima volta che l’uomo deve fare i conti con simili problemi. Molte società si sono ritrovate in seria difficoltà per via di uno sgradito cambiamento nel loro ambiente. Può essere stato qualcosa su cui non avevano alcun controllo, come l’inizio della piccola era glaciale nel quindicesimo secolo, o qualcosa causato da loro stessi, fin troppo spesso col deforestamento, o forse una combinazione dei due. Alcune società sono sopravvissute, altre no.

Molto prima che gli spagnoli arrivassero, i maia dell’America centrale avevano già abbondanato le lore magnifiche città a causa della siccità. La deforestazione distrusse la società dell’Isola di Pasqua che aveva eretto le famose statue, sebbene una popolazione molto ridotta continuò a vivere sull’isola. Altri, come i coloni novegesi in Groenlandia e gli abitanti originari delle isola di Pitcairn, si sono completamenti estinti.

Al contrario, gli inuit che arrivarono in Groenlandia quando gli insediamenti norreni stavano prosperando sono ancora lì. Nel diciottesimo secolo, lo shogunato giapponese invertì la deforestazione che stava minacciando il loro modo di vita. Gli abitanti di Tikopia, una minuscola isola nel Pacifico, hanno adottato un’intera serie di misure che gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente difficile; una delle più sorprendenti fu, quattrocento anni fa, l’uccisione di tutti i maiali—animali molto rispettati in Melanesia e, un tempo, pricipale fonte di proteine—in quanto inefficienti a sfamare gli uomini.

Le società crollano non riuscendo a prendere azioni decisive

Nel suo affascinante libro “Collapse” [1], Jared Diamond descrive e analizza questi e altri esempi e cerca elementi in comune che possano aiutare a spiegare perché alcune civilizzazioni sono sopravvissute a sfide ambientali e altre no.

Ci sono molte ragioni per cui società non sono riuscite a farcela. Possono non aver anticipato il problema, e quindi non aver cercato né di arrestarlo, né di assicurarsi di essere pronti quando esso si presentò. I maya avrebbero potuto affrontare in modo migliore la grande siccità del nono secolo se avessero saputo che certe cose potevano accadere anche nella loro parte di mondo. Sfortunatamente, l’ultima grande siccità era avvenuta nel terzo secolo ed era stata dimenticata. I maya preservavano documenti meticolosi, ma solo di cose che ritenevano importanti come le imprese dei loro re, non di cose secondarie come i dati climatici.

Una società può anche non essere conspavole di un grave problema quando è incombente, specialmente se il suo effetto si dispiega lentamente. Un aumento della temperatura media di uno o due gradi ogni secolo può essere facilmente mascherato da fluttuazioni annuali o ignorato come parte di un qualche ciclo.

Può anche accadere che il problema sia troppo arduo. Se vivi già un’esistenza marginale su un’isola isolata nel Pacifico del sud e le precipitazioni diminuiscono, non c’è molto che tu possa fare.

Diamond ha scoperto che in molte delle società da lui studiate, il motivo più comune per il loro declino non fu nessuno dei suddetti, bensì il non aver intrapreso azioni decisive che avrebbero potuto salvarli. Sorprendentemente, anche quando diventò ovvio che c’era un problema serio, poco o nulla fu fatto per affrontarlo.

Perché le società non riescono a salvarsi?

Perché una società consapevole di essere in pericolo non dovrebbe fare di tutto pur di sopravvivere? Ci sono alcune possibili motivazioni, molte delle quali derivano dal fatto che una società non è un individuo ma un insieme di esseri umani. Ci possono essere conflitti di interessi significativi e questi portano a decisioni che vanno bene ad una fazione, ma non sono nel miglior interesse dell’intera società.

La fonte di conflitto più ovvia è che gli interessi del governante o dell’elite spesso non combaciano con quelli del resto della popolazione. È facile pensare ad esempi, dai capi che devolsero così tanto delle risorse dell’ Isola di Pasqua nella costruzione delle famose statue (sperperare enormi quantità in progetti di prestigio è un difetto comune dei governanti) fino ai proprietari delle compagnie che stanno radendo al suolo le foreste pluviali e ai politici che permettono che ciò accada. Perfino ad un gruppo che non ha molto potere intrinseco può essere concesso ciò che vuole se è più determinato ad ottenerlo di quanto lo sia la maggioranza ad opporsi. Questo è, alla fine, il motivo per cui continuiamo a sovvenzionare pescatori nonostante i mari siano sovrappescati.

C’è anche la cosiddetta “tragedy of the commons” [“tragedia dei beni comuni”, ndt]: un pescatore pesca più pesce di quanto sa dovrebbe perché teme che, se esitasse nella speranza di conservare delle scorte, altri pescatori se lo prenderebbero [2].

Le società hanno anche valori profondamente radicati e trovano molto difficile agire in un modo che risulti contraddittorio con essi. Un esempio ovvio è rappresentato dai tabù religiosi, sebbene i valori non devono necessariamente essere espressi in termini di religione. I norreni della Groenlandia, per esempio, ridussero le loro probabilità di sopravvivenza mantenendosi il più vicino possibile alle tradizioni e alle pratiche agricole norvegesi [3], e rifiutandosi di imparare dagli Inuit.

Sopravviveremo al cambiamento climatico?

Se il crollo delle società dipendesse di norma da uno dei tre fattori identificati da Diamonds—incapacità di anticipare il problema, non esserne coscienti nel momento in cui si materializza, e mancanza di tecnologia per affrontarlo—potremmo essere molto fiduciosi per quanto riguarda le nostre prospettive. È trascorso più di un secolo da quando Arrhenius mostrò che se bruciassimo troppi combustibili fossili la Terra si surriscalderebbe, quindi tutto ciò non è completamente una sorpresa. Meteorologi e climatologi hanno misurato la tendenza ascensionale nella temperatura media e l’hanno comparata alla concentrazione di gas serra, di conseguenza conosciamo la portata del problema. Siamo già in possesso di tecnologie per limitare il cambiamento climatico e mitigare i suoi effetti (vedi Which Energy? [4] e Food Futures Now: *Organic *Sustainable *Fossil Fuel Free  [5]) e molto altro è in fase di sviluppo (vedi SiS 31-44).
La domanda cruciale è se ci troviamo in una posizione migliore per prendere la decisione giusta; e non è per nulla scontanto che ci troviamo in una posizione migliore per farlo rispetto alle società passate.

Il problema che sta di fronte a noi è di portata planetaria e per risolverlo abbiamo bisogno di cooperazione ad un livello globale fino ad oggi mai raggiunto. Qualunque accordo finalizzato a limitare il cambiamento climatico dovrà tener conto degli interessi divergenti dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo. La “tragedia dei beni comuni” opera allo stesso modo sia nel caso dei singoli pescatori, sia nel caso di una flotta da pesca nazionale. Ancor peggio, può agire ad entrambi i livelli simultaneamente.

Ci sono due seri ostacoli al raggiungimento di una soluzione di quetsi conflitti. Prima di tutto, ogni società ha una qualche forma di governo, a partire da un leader autocratico fino ad un congresso informale dell’intera comunità, o qualcosa tra i due. Ovviamente, la forma di governo influenza il processo decisionale. Diamonds sostiene che le società organizzate secondo una di queste due forme di governo estreme sono più capaci di affrontare sfide ambientali che le società organizzate secondo una forma di governo intermedia. Dato che non esiste alcun governo mondiale, formale o informale, ci troviamo a dover prendere decisioni molto difficili senza alcuna struttura per raggiungere delle scelte e senza mezzi per implementarle.

In secondo luogo, tentativi di superare i conflitti di interesse tra gli stati devono tener conto allo stesso tempo di quelli interni agli stati. Dato che le conseguenze di qualunque accordo hanno un impatto diverso su gruppi diversi, un paese potrebbe risultare incapace di fare una concessione contro cui una forte minorza sia fermamente opposta. Molti dei 44 democratici della Camera dei Rappresentanti statunitense che hanno quasi impedito il passaggio della proposta di legge sul cambiamento climatico venivano da stati che sono o produttori di carbone oppure altamente dipendenti da esso [6]. È troppo presto per sapere quanto la lotta per far passare la proposta di legge al Senato influirà sulla posizione di negoziazione degli Stati Uniti, ma ciò mostra come ci possa essere un effetto moltiplicatore. Un gruppo ristretto, ma determinato, all’interno di una società può condizionare in modo significativo l’intero mondo, sebbene in relazione sia un gruppo molto piccolo.

Quindi ciò che Diamonds ha identificato come l’ostacolo più arduo per aver successo è diventato doppiamente stratificato e ancor più difficile da superare. Non dovremmo arrenderci al pessimismo, ma non dovremmo neanche sottovalutare la portata della sfida davanti a noi.

Come possiamo salvarci

È facile illudersi e pensare che il cambiamento climatico non avverrà o, anche se avverà, noi che viviamo nel mondo sviluppato saremo immuni dalle sue conseguenze.

Il cambiamento climatico sta avvenendo, e le conseguenze saranno di portata globale; e se non facciamo qualcosa, presto diverranno anche peggiori. Se non agiamo in fretta ed efficacemente, la nostra società potrebbe crollare. La specie umana probabilmente non si estinguerebbe, ma potremmo sempre soffrire lo stesso destino dei Maya: verremmo ridotti ad un popolazione marginale, molto più ristretta e a carattere agrario. Se pensi che ciò sia in fin dei conti una prospettiva attraente, pensa alle agitazioni sociali, alle guerre, alle carestie e agli altri disastri che accadrebbero nel frattempo.

Siamo in possesso delle conoscenze e delle tecnologie necessarie per evitare la catastrofe. Inoltre, come lo Stern Report [7] ha mostrato (“The Economics of Climate Change” [8]), la possiamo evitare ad un prezzo facilmente sostenibile. La domanda è se ne abbiamo la volontà e una prima prova consisterà nell’esser capaci di preservare le rimanenti foreste del mondo.

La deforestazione è stato un fattore determinante in molti crolli di società poiché gli alberi assolvono numerose funzioni vitali, come mantenere stabile il terreno di pendii, fornire legname per abitazioni e barche, rimuovere il biossido di carbonio dall’atmosfera e, soprattutto, aiutare a stabilizzare il clima. Sfortunatamente crescono molto lentamente. Una volta che una foresta è stata rasata al suolo serve molto tempo perché ricresca, nel caso possa ricrescere. La nostra società, come molte prima di noi, sta sperperando questa risorsa. Sembriamo incapaci di fermare la distruzione delle foreste pluviali in Amazzonia e in Indonesia sebbene lo Stern Report ha mostrato che ciò sarebbe di gran lunga il contributo economicamente più vantaggioso per attenuare il cambiamento climatico. Il secondo contributo più efficace consisterebbe nel rimboschimento di aree già deforestate (vedi anche “Saving and Restoring Forests Saves Far More Carbon Emissions than Biofuels”, SiS 37 [9]).

Ciò necessiterebbe di cooperazione internazionale, poiché le foreste che devono essere preservate si trovano principalmente nei paesi in via di sviluppo, dato che quelle dei paesi sviluppati sono state rasate al suolo già da molto tempo (“Old Growth Forests Are Carbon Sinks and Must Be Protected”, SiS 40 [10]).

Se non riusciamo a trovare un modo di collaborare nemmeno su questa questione, è dura pensare di poter cooperare su problemi più ardui quali la riduzione dei combustibili fossili, permettendo ai paesi in via di sviluppo di elevare i loro standard di vita allo stesso tempo.

Il pericolo non è che non si faccia nulla riguardo al cambiamento climatico, specialmente ora che gli Stati Uniti e la Cina sono a bordo. È che ciò che faremo sarà troppo poco e in ritardo. Gli effetti si accumulano e più a lungo aspettiamo, più difficile sarà il nostro compito. È già troppo tardi per cominciare con atti simbolici e buone intenzioni. Dobbiamo veramente cambiare le cose e comiciare a cambiarle adesso.

Peter Saunders
Fonte: http://carolynbaker.net
Link: http://carolynbaker.net/site/content/view/1215/1/
29.07.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALBERTO TADDEI

Fonti:

1. Diamond J. Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed. Viking Penguin, New York, 2005.
2. Hardin G.  The tragedy of the commons. Science, 162, 1243-1248, 1968.
3. Twentieth century examples of a society refusing to learn how to live in a different environment are provided by Noel Coward in his song Mad Dogs and Englishmen, e.g., “In the Malay States there are hats like plates, which the Britishers won’t wear.”
4. Ho MW, Bunyard P, Saunders PT, Bravo E and Gala R. Which Energy? Institute of Science in Society, London, 2006, http://www.i-sis.org.uk/which_energy.php
5. Ho MW, Burcher S, Lim LC et al. Food Futures Now: *Organic, *Sustainable, *Fossil Fuel Free. Institute of Science in Society, London, 2008, ISBN 0-954-44923-4-X, http://www.i-sis.org.uk/foodFutures.php
6. “House passes bill to address threat of climate change”, Jim Broder, New York Times, 26 June, 2009.   http://www.nytimes.com/2009/06/27/us/politics/27climate.html
7. Stern N. The Economics of Climate Change. Cambridge University Press, Cambridge, 2007, ISBN 0-521-70080-9. http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/+/http://www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/stern_review_report.cfm
8. Saunders PT The economics of climate change. Science in Society 33, 20-23, 2007.
9. Ho MW. Saving and restoring forests saves far more carbon emissions that biofuels. Science in Society 37, 17, 2008.
10. Ho MW. Old growth forests are carbon sinks and must be protected. Science in Society 40, 29-30, 2008.

Pubblicato da Davide

  • Zret

    Articolo molto superficiale e lacunoso: ad esempio, non cita scie chimiche e H.A.A.R.P. Inoltre gli Inuit furono deportati nelle terre settentrionali e non vi si trasferirono volontariamente. Almeno l’autore avesse scritto Maya con la ipsilon.

    Che dire? Ignoranza e disinformazione, un bel binomio. Voto: 0

  • francesco67

    Quoto pienamente cio che hai detto… anche se pero, molto probabilmente, la i di maia è opera del traduttore.
    Colgo l’occasione per dirti che ti seguo e ti stimo.

  • Tonguessy

    Stranamente l’articolista evita di citare il caso dei Moriori, gente pacifica che, al contrario dei Maori che avevano una societa’ organizzata in caste (con tanto di casta guerriera) vivevano nell’isola di Chatham. Come tutte le civilta’ di cacciatori-raccoglitori avevano mantenuto il loro ambiente intonso, cosa che dei marinai di una nave di passaggio non evitarono di notare. La storia arrivo’ fino ai Maori, i quali organizzarono nel 1835 una nave con 500 guerrieri decisi a prendere possesso dell’isola. Cosa che puntualmente si verifico’ grazie alla superiorita’ “tecnologica” e alla totale mancanza di etica di quei guerrieri i quali furono addirittura schifati dalla mancanza di reazione dei Moriori. Furono massacrati a migliaia, donne e bambini e vecchi, tutti sgozzati. Secondo gli standard Maori: “Prendemmo possesso…secondo i nostri customi e catturammo tutti. Nessuno scappò”.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Moriori
    Questa loro caratteristica diede parecchio filo da torcere all’imperialismo inglese.
    Victor Hanson e’ uno storico che si colloca politicamente tra i neocon. E’ convinto che la nostra civilta’ occidentale abbia avuto successo a causa della supremazia tecnologica (abbiamo sviluppato la piu’ straordinaria struttura bellica che la storia ricordi) abbinata ad una totale mancanza di valori etici. E come si possono separare le due cose, aggiungo io?
    Quindi siamo dalla parte “giusta” della palizzata per quanto riguarda la nostra sopravvivenza. Peccato che questa gestione criminalmente efficiente sia rivolta non solo contro i nostri potenziali “nemici” (?!?),ma anche contro cio’ che ci nutre e sostenta: l’ambiente.

  • MrAsh

    hai fatto un bel po di confuzione.
    si parla di cambiamenti climatici , non di guerre o supremazie tra culture diverse.

    i cambiamenti climatici sono la causa di tutte le estinzioni avvenute fino ad ora , l’uomo e l’unico essere vivente che al momento e capace di sopravvivere ed adattarsi ai cambiamenti più radicali è una novità , e molti scenziati si chiedono sul serio cosa accadrà visto che non posssiamo avere esempi passati paragonabili.

    L’articolo nello specifico tratta di civiltà umane , con paragoni più o meno apprezabili , anche se superficiale c’è una verità di fondo che accompagna l’articolo…..

    Per quanto riguarda la gestione criminosa per la “sopravvivenza” sarebbe ora di capire che l’uomo sapiens ha vinto la sua ultima battaglia circa 50mila anni fa quando l’uomo di neanderthal è scomparso dalla terra , da quel momento siamo all’apice della catena e quindi non abbiamo rivali che minacciano la nostra sopravvivenza se non appunto noi stessi. Se non cominciamo a considerarci come un unica specie e non trasformiamo la competizione per la sopravvivenza in cooperazione per la sopravvivenza saranno i nostri stessi strumenti la causa della nostra dipartita , stiamo giocando al gioco sbagliato e rischiamo di pagarla cara .

  • Zret

    Mi chiedo: è mai possibile che il traduttore (l’errore è veniale) perda tempo prezioso a tradurre questa paccottiglia? Perché non traducono gli articoli di Michael Castle, ad esempio? Poi suscita ilarità l’appello ai governi affinché risolvano i problemi che essi stessi scientemente creano per i loro turpi scopi. Sempre CDC assomiglia ad un sito dello stato superfascista in cui viviamo. Che tristezza….

    Grazie amico della stima e del sostegno.

  • Zret
  • Tonguessy

    Confusione dici? Ti pare che un modello di espansione come quello occidentale in particolare e di stratificazione sociale in generale non sia da mettere sul banco degli imputati per quello che riguarda la devastazione ambientale? Ti pare che esistano ancora, siano floride e non minacciate da estinzione quelle civilta’ (tutte di cacciatori-raccoglitori) che invece PRATICANO il rispetto dell’ambiente? Se cosi’ non fosse, in effetti, avrei fatto un bel po’ di confusione. Pensa a Manhattan fino a qualche secolo fa, e guardati le foto di come e’ adesso. Non trovi che degli abitanti originali, quelli che l’avevano mantenuta intonsa per millenni, non ci sia stranamente piu’ traccia? Per quello che dici riguardo alla conclusione del tuo discorso sono pienamente d’accordo. Ma esistono specifici motivi per cui siamo arrivati alla sovrapopolazione e alla devastazione che ogni sovrapopolazione (indipendentemente dalla specie) comporta. Nel caso dei Moriori la popolazione era attestata attorno alle 2000 unita’. Per motivi solamente ambientali, chiamiamola ecosostenibilita’.

  • MrAsh

    sono in accordo su quello che dici , ma l’articolo parlava d’altro, la superficialità dell’articolo sta nel trasporre un quesito scentifico riferito alle specie dominanti che hanno popolato il mondo nelle diverse ere nella lotta di sopravvivenza delle civiltà umane , che come fai notare dipendono da molti altri fattori non conteplati nell’articolo perchè effettivamente fuori tema, il centro dell’articolo è: abbiamo i mezzi per sopravvivere , li useremo nel modo giusto ?
    per quanto riguarda il concentto di involuzione dell’equilibrio uomo/ambiente sono d’accordo con te anche se il concetto merita un analisi molto più approfondita.(siamo passati dall’animismo,forma spirituale aperta e libera, al moneteismo forma spirtuale chiusa e dittatoriale che accentra l’uomo nell’universo)

    cerchiamo di fare un esercizio mentale , estraniamoci dal contesto cercando di avere un punto di vista più ampio e ogettivo ; se studiamo l’estinzione di una qualsiasi specie , non ci soffermiamo ad analizzare le differenti famiglie o gruppi diversi della stessa specie , ma semplicemente ci concentriamo ad analizzare le motivazioni percui tale specie non e stata in grado di adattarsi ad i cambiamenti.allo stesso modo chi un giorno studierà da un punto di vista analitico l’estinzione dell’uomo sapiens non si soffermerà troppo tra le differenze culturali all’interno della stessa specie ma studierà la specie nella sua totalità come un unica identità.

  • myone

    Inutile discutere: la prima cosa che l’ uomo deve fare e’ staccarsi dal danaro
    staccarsi dai conti, dai debiti, e dal tuo e mio.
    Deve produrre per quello che gli serve, IN LOCO.
    Deve chiudere una vita di benestare, di viaggi, commerci, lussi, e tanto altro.
    Deve prendere le risorse che ha, i mezzi che ha, e disporli al minimo.
    Il tutto e’ di tutti, ed e’ ora di pensare pure a quelli che non si e’ mai pensato.
    Il sovrappiu’, il commercio, le produzioni monetizzate, i bisnes, gli sprechi,
    le articolazioni assurde dell’ export – import, sono tutte bestialita’.
    Non solo distruggono, ma distruggono l’ uomo, che distrugge per altre vie il rimanente,
    con poverta’, guerre, inquinamento, ecc ecc.

    Il sistema deve farsi uno, e tornare indietro di un secolo, con mezzi meccanici quanto basta per la sopravvivenza locale minima.
    Il sovrappiu’ oltre questo, e’ solo un ingranaggio che mette in moto il tutto un’ altra volta,
    allora tanto vale continuare, perche’ la cosa non si e’ propio capita.

    Sapete perche’? Perche’ oggi vige la legge di OGGI;
    oggi si vive e si fa’, domani non si sa’, e il brutto arrivera’ quando non ci saremmo.
    Nain nain. il brutto arrivera’ su tutti, dalla natura e dall’ uomo sopratutto,
    e se tardera’, arrivera’ sui vostri figli. Ma questo non lo sente nessuno
    perche’ le coscenze sono cosi marce, che l’ ingozzo di oggi basta e avanza.
    Altroche’ che “cadremmo” stiamo gia’ cadendo, basta solo il tonfo finale.
    E quando arrivera’, la vita di tutti e di tutto, cambiera’ in un momento.
    Allora si che si vedra’ la realta’ che era, e’ e sara’.

  • myone

    Ma…. lo sapete che l’ uomo e’ diventato un robot?
    lavora, mangia, guarda tv, e si sollazza se puo’, altrimenti si logora per i problemi.
    Nel mentre e’ intelligente a rincorrere le cazzate, le soluzioni che si complica
    e non e’ piu’ capace di dare nei suoi intenti e nelle sue parole, quello che e’ e che serve per la vita,
    lo scambio della vita stessa.
    Tornare al reale dell’ esistenza, a un po’ piu’ di ridimensione, non solo ci salva dai male,
    ma ci si ritrova un po’ di vita che e’ gia’ persa di suo.

  • myone

    QUESTO E’ L’ ASSURDO CHE CI SIAMO COLTIVATI
    L’ UOMO E’ SOLO COME UN CANE IN MEZZA AD UN MARE DI IMMONDEZZA

  • Tonguessy

    Sono convinto che le nostre differenze siano solo marginali e non semantiche. Tu scrivi: “chi un giorno studierà da un punto di vista analitico l’estinzione dell’uomo sapiens non si soffermerà troppo tra le differenze culturali all’interno della stessa specie ma studierà la specie nella sua totalità come un unica identità”.
    Io spero invece che chi un giorno studiera’ la Storia della nostra razza a distanza di secoli magari avra’ la voglia di capire la differenza tra gli oppressi e gli oppressori e tra le loro diverse logiche. Senno’ vorra’ dire che sta studiano formalismi culturali ma non le vere motivazioni che hanno spinto i lemming umani verso il baratro che entrambi (credo) paventiamo. I Moriori sono (anzi erano) un esempio di splendida coesistenza ambientale. Il costo da pagare fu l’estinzione. Chi studiera’ (o studia) queste cose si deve porre la domanda se sia meglio sostenere l’ambiente e vivere alla giornata oppure sia preferibile la impossibile conquista dell’immortalita’ culturale e sociale anche atteaverso l’annientamento dei “nemici” ovvero chi sta vivendo la propria vita tentando la dificile carta della pacifica coesistenza. Pacifica coesistenza solo da una parte puo’ anche significare distruzione, se si entra in contatto con un agente aggressivo che deve, per motivi culturali, trovare idioti motivi di affermazione sociale e personale. Scelta oltremodo difficile, non trovi?
    PS: l’articolo offre solo uno spunto, sta a noi svilupparlo. Difficile trovare articoli che sviluppano la tematica in modo tale da rendere ulteriori commenti superflui.

  • MrAsh

    mi ricordo da ragazzo al liceo , chiesi al professore di storia come mai secondo lui , alcune popolazioni (indiani , indios ,aborigeni piuttosto che le società primitive tuttora attive nelle filippine e via dicendo) fossero rimastea con un preciso stile di vita senza mutazioni noteveli per millenni , ovvio non seppe rispondermi io paventai l’idea che avessero reggiunto un equilibrio talmente stabile con l’ambiente circostante da non aver avuto bisogno di cambiamenti…….
    Continuando gli studi e crescendo piano piano sono arrivato alla conclusione che rivolgersi al passato e un esercizio inutile e superfluo ,visto che non possiamo comunque tornare indietro.

    Quindi ho cominciato a considerare la cosa in maniera diversa , in efetti i percorsi che ci hanno portato a questo punto dipendono dall’attrito il conflittotra di diverse culture stili di vita e via dicendo , ma alla fine quello che emerge e lo stile dominante che prendendo il sopravvento caraterizza il “carattere” di una società , cosi come le molteplici sfacettature della personalità di un uomo le molteplici sfacettature della cultura di fondo della società o della specie in questione alla fine hanno una unica connatazione e compongono l’identità in questione , ciò vuol dire che l’identità unica emergente e formata da parti diverse che la compongono le quali hanno un valore di molto inferiore al valore totale del tutto cioè l’unica identità.
    Osservando semplicemente quello che oggi e il mondo si nota immediatamente che l’identità dominante quella emersa , non e afatto cambiata . Adesso , cercando di guardare al presente dobbiamo chiederci che possibilità abbiamo? , abbiamo i mezzi per cambiare rotta , per cambiarci e quindi per un vero progresso nell’identità umana ?l’evoluzione tecnica non è una colpa di per se , fa parte della nostra natura da quando abbiamo un pollice prensile e da quando mangiamo carne , la colpa e come usiamo ed useremo queste capacità tecniche , il vero problema quindi sta nella nostra cultura di fondo quella che emerge dalla personalità dell’umanità nella sua totalità , che ci impedisce di agire per un vero progresso e che continua ad usare gli strumenti in modo goffo egoista avido e brutale.

    noi oggi stiamo distruggendo noi stessi non la terra(5 miliardi di anni ne ha viste di tutti i colori noi siamo un granello di sabbia nella sua storia)e arrivato il momento di cambiare la nostra identità , il nostro modo di agire l’unica possibilità e realizzare che il nemico non esiste , e se non ci sono nemici la competizione e deleteria rivolta contro noi stessi ed ostacola il progresso , la vera alternativa sta nella cooperazione coscienti che siamo un unico essere che non solo può salvare se stesso ma che forse un giorno avrà un ruolo decisivo per tutto il pianeta in senso positivo , dipende solo da come usiamo lgi strumenti a nostra disposizione.

  • Tonguessy

    “sono arrivato alla conclusione che rivolgersi al passato e un esercizio inutile e superfluo ,visto che non possiamo comunque tornare indietro”. Come dire che le esperienze di altre culture e persone sono inutili? Sinceramente mi sembra una posizione poco saggia: dovremmo invece fare tesoro degli errori passati e tenerne conto per correggere eventuali rotte pericolose. “Collasso” di Diamond e’ il suo importante tentativo di metterci in guardia di come sia possibile arrivare all’estinzione di intere culture a causa di atteggiamenti in attrito con le necessita’ ambientali. I suoi studi cosi’ brillantemente illustrati sono tutti tratti dal passato.

  • MrAsh

    stiamo andando avanti per incomprensioni , il problema e che con post cosi brevi e superficiali e difficile articolare un concetto cosi ampio se non dando per scontato molte cose.quindi me ne scuso.
    Non mi permetterei mai di sottuvalutare l’importanza della storia e del suo studio(e una delle materie che preferisco) .
    Quello che volevo dire è che dobbiamo concentrarci su quello che si può cambiare , piuttosto che su quello che esula dalle nostre possibilità.
    una volta assunto (grazie allo studio della storia)che l’identità uomo non è cambiata rispetto al passato (sempre grazie allo studio della storia)si evince la neccissità di cambiamento e di proporre quindi nuove soluzioni sociali che devono guardare al presente e non al passato.

  • Tonguessy

    Beh, messa così è difficile darti torto…:). Ripeto: sono convinto che lo nostre apparenti differenze siano solo da imputare a differenze linguistiche, non semantiche. Quindi ben venga il confronto