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OH MY GOD, ITALIA

Economia malata. A rischio crollo. E una classe politica inadeguata. Sia a destra che a sinistra. Alla vigilia della pubblicazione sull’Economist di un’impietosa analisi del ‘sistema Italia’, ecco la diagnosi del direttore Bill Emmott

DI ANNALISA PIRAS

Ultima in Europa per crescita, al 47 posto nel mondo, accanto al Botswana, per competitività, col terzo debito pubblico più alto del pianeta… Un paese in caduta libera a rischio tracollo economico. Ma anche un Paese che si prepara alle politiche dell’anno prossimo con due candidati premier entrambi over 60 e in ostaggio di coalizioni litigiose, incapaci di impartire alla nazione la cura da cavallo che sola può salvarla dal collasso. E ancora: istituzioni screditate, giustizia allo sfascio, classe imprenditrice miope, criminalità rampante… Ecco l’Italia del 2006 come emerge dalla impietosa lente di ingrandimento dell’Economist, indiscusso leader dell’informazione economica internazionale.
Il settimanale si prepara a pubblicare una lunga e impietosa analisi del sistema Italia – che ‘L’espresso’ anticipa – articolata in 6 capitoli dai titoli eloquenti: ‘L’eterno scaricabarile: o perché i problemi economici sono sempre colpa di qualcun altro’; ‘Strutturalmente malata’; ‘La follia di Fazio’; ‘Non si può vincere: o perché la politica italiana è impossibile’; ‘Gli strani casi del Signor Berlusconi e le sue nove vite legali’; la ‘Croce del sud’; ‘Riforma o muori: veramente c’è bisogno della crisi perché qualcosa si muova?’.

“Quello che questa inchiesta fa per la prima volta”, spiega Bill Emmott, direttore del settimanale, “è una sorta di storia di tutto ciò che è andato storto nell’economia italiana degli ultimi 20 anni. E che cosa bisogna fare ora”.

Una nuova bocciatura per l’Italia. Nel maggio scorso l’avete messa in copertina con le stampelle chiamandola il malato più grave d’Europa, oggi sembra che il malato stia ancora peggio.

“Sì. E questo malgrado vi sia una notevole forza creativa e imprenditoriale. Purtroppo il declino sembra inarrestabile, in particolar modo a causa del continuo aumento del costo del lavoro e del deteriorarsi del clima per gli investimenti”.

Un’agenda difficile per chi vincerà le politiche del 2006.

“Siamo molto delusi dai due schieramenti. Nessuno sembra veramente sostenere il tipo di riforme di cui secondo noi l’Italia ha disperatamente bisogno. Romano Prodi e la sua coalizione sembrano scettici e Silvio Berlusconi e la destra hanno completamente fallito, in quattro anni di governo, il compito di estendere le privatizzazioni, la libera competizione e il ruolo del mercato. Siamo tuttora in attesa di un leader politico che comprenda l’importanza di queste riforme, così come è avvenuto in gran parte d’Europa e di certo in America. L’Italia negli ultimi dieci anni è stata l’ultima della classe in Europa nel promuovere deregulation e soluzioni di mercato. E per questo il fallimento dell’economia oggi è il suo più grande problema. Essendo stati al governo negli ultimi dieci anni, entrambi gli schieramenti in gara hanno una responsabilità nella situazione attuale. Chiunque vinca, quindi, non c’è molta speranza”.

In Italia alcuni criticano l”Economist’ per le ripetute e severe analisi nei nostri confronti, quasi una partita tra lei e Berlusconi.

“L’Italia è un grande paese e merita molto di più di quello che ha adesso. Un tale patrimonio di creatività e energia completamente sprecato: non si può non soffrire nell’assistere al fallimento di una nazione che avrebbe invece un tale potenziale per il successo. Riguardo al duello con Berlusconi, non è un mistero che siamo molto contrariati da quello che ha fatto al paese. Quando arrivò al potere nel 1994 aveva di fronte a sé una formidabile occasione per diventare il premier della modernizzazione, per fare le riforme a favore di una cultura imprenditoriale e più aperta al mercato. Invece ha completamente fallito. Ha perso un’occasione storica. La severità con cui l”Economist’ guarda a Berlusconi nasce dal nostro disappunto al vedere un imprenditore, uno dei nostri, tradire i valori positivi del mercato”.

Un cambiamento, secondo la vostra analisi, è inevitabile. Ma non ce n’è ancora sufficiente coscienza.

“L’Italia ha goduto di una buona crescita economica negli ultimi 30 o 40 anni, si è abituata ad un alto tenore di vita e pertanto fatica a credere che la festa sia finita. La crisi economica dovuta alla stagnazione non è lontana ma non è ancora tanto tragica da portare la popolazione a capire che non si possono più evitare delle riforme radicali. Questo è vero anche in Francia e Germania, ma i problemi dell’Italia sono più gravi per questo le riforme sono più urgenti. Il crescente deficit delle finanze pubbliche sta nascondendo l’ampiezza del problema in alcune regioni. Si sta usando denaro pubblico per sostenere alcune industrie, alcuni settori. Ma questo non è sostenibile a lungo termine. Nell’ambito dell’euro non si può più pompare il deficit a dismisura. Chiunque vinca nel 2006 sarà costretto a smettere di spendere a più non posso e dovrà alzare le tasse, e questo affosserà l’economia ancora più rapidamente”.

La lunghissima campagna elettorale non aiuta. Ora si possono solo promettere rose e fiori e non lacrime e sangue…

“Ci rendiamo conto che questo non è il momento più adatto, e anche che Prodi è potenzialmente molto più incline alle riforme di quanto la sua coalizione gli permetta. Ma siamo lo stesso estremamente frustrati dall’incapacità del centro-sinistra di confrontare seriamente i fallimenti di Berlusconi in campo economico. Sembrano incapaci di parlare concretamente dei gravi problemi che erediteranno se dovessero vincere, e di come intendono fermare la crisi economica e il conseguente crollo del livello di vita”.

Una previsione apocalittica. Quali sono i tempi, secondo le vostre analisi?

“In alcune nazioni questo processo è durato anni. In Gran Bretagna per esempio, è stato lentissimo il declino dagli anni 60 alla fine dei 70, prima delle riforme di Margaret Thatcher. Ma i tempi sono diversi e oggi il ritmo dei cambiamenti economici è rapidissimo. Non ci vorranno più di 5 anni. Con un deficit crescente, l’aumento delle tasse, la disoccupazione in salita, la realtà non tarderà a prendere il sopravvento sulle illusioni. Del resto il mercato del lavoro italiano già presenta una marcata divisione di reddito tra i nuovi impieghi, creati dalla legge Biagi, che hanno salari moderati e sono meno protetti, e i lavori di ieri, ancorati a privilegi e diritti. Ma gradualmente e inesorabilmente questa frattura verrà cancellata, poiché le imprese saranno costrette sempre più a usare i contratti flessibili e i salari continueranno a scendere. È un processo inarrestabile.La gente vedrà il crollo del tenore di vita nell’incapacità di permettersi di andare in vacanza, o comprare una macchina. Apparirà anche con chiarezza che l’Italia sarà sorpassata dagli altri paesi europei. Quando verrà sorpassata dalla Spagna, e sta già per accadere, gli italiani si renderanno conto che la classe politica non è stata in grado di gestire quella che altrimenti potrebbe essere una economia con molti punti di forza”.

Che ruolo ha giocato l’introduzione dell’euro in questo processo?

“La moneta unica ha semplicemente evidenziato le debolezze strutturali dell’Italia, che nel passato erano compensate da continue svalutazioni della lira. Negli ultimi 15 anni il motore italiano è stato il più lento d’Europa. Se si guarda alla competitività dall’arrivo dell’euro, il costo del lavoro in Italia in termini reali è cresciuto del 20 per cento mentre in Germania è diminuito del 20. La conseguenza è che l’export italiano è debolissimo mentre quello tedesco è forte”.

Quanto conta la rigidità del mercato del lavoro?

“Non bisogna esagerarne il peso, anche se è chiaro che c’è bisogno di una massiccia deregulation. Ma più grave ancora è la regolamentazione del mercato dei prodotti. L’Italia ha troppe leggi, è il mercato europeo più appesantito dai regolamenti. Ha un disperato bisogno di più competizione nei servizi professionali, nella distribuzione. La Spagna, che era anch’essa una nazione dalla regolamentazione eccessiva, ha fatto passi da gigante nel liberarsi da quella zavorra. E nel liberarsi dalla lunga mano dello Stato sulle grandi aziende. Per esempio nelle banche, loro sono stati capaci di creare gruppi bancari che hanno una presenza mondiale molto più forte di quelli italiani”.

La vostra inchiesta non si limita agli aspetti strettamente economici ma guarda anche oltre.

“L’obiettivo è chiedersi : che cosa non funziona nell’economia italiana? E cosa si può fare per migliorarla? La risposta a queste domande è nel sistema politico. E l’ultima modifica alla legge elettorale, che moltiplica il potere di veto dei partiti piccoli, ha fatto sì che la resistenza al cambiamento in Italia diventi ancora più forte. Abbiamo guardato anche all’aspetto demografico, che per l’Italia rappresenta un altro problema serio. L’Italia invecchia rapidamente e non fa più bambini”.

Esistono anche problemi culturali?

“Una conclusione del rapporto è che le maggiori istituzioni nella storia italiana recente non sono mai state a favore di valori liberali e di mercato, né la Chiesa, né il Partito comunista. A differenza della Gran Bretagna, la società italiana non possiede in sé nessuna istintiva affinità con valori come la competizione e il mercato, e questo rappresenta una grandissima debolezza”.

Non aiuta nemmeno la struttura tradizionale di molte aziende italiane.

“Negli anni ’60 e ’70 l’Italia attraeva investimenti perché il lavoro costava poco. Le tantissime piccole aziende attive nel tessile furono la spina dorsale del miracolo economico. Il problema è che in un mondo che cambia alla velocità della luce, quello che era un vantaggio è diventato uno svantaggio, e l’Italia si è ritrovata nel settore sbagliato – quello in cui la Cina ha fatto a pezzi il resto del mondo – con la dimensione sbagliata, perché le piccole imprese non sono in grado di fronteggiare la competizione globale. La differenza con gli altri paesi è stata principalmente nella lentezza nel capire il cambiamento. Nel tessile, forse in qualche modo l’Italia è stata viziata dalla supremazia del design italiano che ha fatto pensare che l’essere più creativi potesse esonerare dalla necessità di fare i conti con la competizione asiatica. Cosa che i francesi, i tedeschi e gli spagnoli si son guardati bene dal pensare”.

E le grandi imprese?

“In altri paesi, anche quelli con una forte tradizione statale come la Francia, alcuni settori hanno prodotto grandi aziende: petrolio, chimica, acciaio, comunicazioni. In Italia invece lo Stato ha tenuto le sue mani su questi aziende troppo a lungo. Guardate a Telefonica, il gruppo spagnolo che ha appena comprato O2, il secondo più importante operatore britannico di cellulari. Questo sarebbe stato impossibile per un gruppo italiano. Se le privatizzazioni fossero state portate avanti prima e meglio, il mercato dei capitali avrebbe potuto svilupparsi in modo più robusto aiutando le imprese a crescere”.

Il cambiamento che voi auspicate ha costi sociali molto alti. Basti pensare alla perdita di posti di lavoro.

“Tutti i paesi del mondo dovranno sempre più fare i conti con rapidi cambiamenti e la necessità di adattarsi a nuovi sistemi di lavoro, con aziende che muoiono e altre che nascono. Nessuno sostiene che la transizione sia facile. Ma il ruolo di uno Stato moderno è sempre più quello di migliorare i sistemi di formazione e di istruzione in modo da rendere più facile la conversione della forza lavoro. L’Europa, e in particolare l’Italia, sono stati incredibilmente negligenti su quel fronte. Soprattutto, si è cercato di frenare i meccanismi del mercato. In America e Gran Bretagna, la pressione del mercato ha portato alla chiusura delle aziende non produttive e alla nascita di mille altre che hanno creato nuovi posti di lavoro. In Italia questo è stato impossibile e per questo il processo sarà più doloroso che altrove. L’Italia dovrebbe ritrovare quella straordinaria capacità di adattamento che la trainò attraverso il dinamismo del miracolo italiano”.

Come?

“Una via è l’università, l’istruzione. La cosiddetta ‘ impiegabilità’ dei giovani, gli investimenti nella ricerca. Nonostante le recenti riforme, il sistema italiano è tra i più arretrati d’Europa”.

Che conseguenze hanno avuto sull’immagine all’estero i crack di grandi gruppi come Cirio o Parmalat?

“La quota di investimenti stranieri in Italia è ridicola. E la ragione è che all’estero vi è una totale sfiducia nel sistema di corporate governance delle aziende italiane. Gli scandali hanno evidenziato l’assoluta inadeguatezza delle leggi che regolano le aziende. Come quella sul risparmio che giace ora in Parlamento. Senza regole nessuno all’estero si arrischia a mettere i soldi in Italia”.

E il caso Fazio, che messaggio manda al resto del mondo?

“La Banca d’Italia era una delle istituzioni più rispettate nel vostro paese. Ora non lo è più. Perché il fatto che Fazio non abbia pagato in nessun modo i suoi errori dimostra che non c’è nessuna assunzione di responsabilità ai più alti vertici del paese. Se il governatore della Banca d’Italia gode della totale impunità è la credibilità dell’intero sistema che crolla. È stato un po’ come la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’inaffidabilità italiana. Dopo la disinvoltura con la quale Berlusconi ha cambiato le leggi a suo piacimento. Dopo gli innumerevoli condoni che incoraggiano l’evasione fiscale o l’abusivismo edilizio . Il messaggio è che non esistono regole. È lo smantellamento dello Stato di diritto”.

Proviamo a chiudere con uno spiraglio di fiducia . Esiste un punto di forza dell’Italia?

“L’Italia si è formata attraverso i secoli grazie ad una combinazione di stile, creatività, energia intellettuale e imprenditoriale. La tragedia è che per troppo tempo si è impedito che questo straordinario capitale si esprimesse nella completezza del suo potenziale. Queste forze sono ancora lì e, se liberate, riporterebbero l’Italia alla grandezza di un tempo. Il messaggio centrale della nostra inchiesta è proprio questo. Il paese non può più rimandare un periodo di difficile aggiustamento, durerà qualche anno e non sara indolore ma è assolutamente necessario per costruire la nuova Italia. La dolce vita non esisterà più per un periodo, ma sono convinto che, dopo, la grande tradizione imprenditoriale dell’Italia tornerà allo splendore del suo passato e il paese ritroverà la sua prosperità”.

Fonte:www.espressonline.it/eol/free/jsp/index.jsp?m1s=hp
Link:http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?idCategory=4821&idContent=1181472&m2s=a
20.11.05

VEDI ANCHE: LA DOLCE VITA SECONDO L’ECONOMIST(PDF)

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Qualche anno fa, lo stesso settimanale aveva considerato “unfit” a governare l’Italia Silvio Berlusconi. Il centro-sinistra compatto, senza riflettere neanche un secondo, si era spellato le mani, aveva festeggiato, tradotto, ciclostilato e regalato a migliaia le copie dell’articolo e quasi ci aveva costruito sopra una fallimentare campagna elettorale. “Se lo dice l’Economist…”, “l’autorevole Economist…”, “viva l’Economist”, “l’Economist, la bibbia…”, “l’Economist, che non è certo di sinistra…”. Quest’ultima detta dai capi del centro-sinistra suona particolarmente stonata, perché palesemente rappresenta che essere di sinistra sia per loro diventato un velleitarismo giovanile mentre la custodia del rigore fosse da tempo appaltata alle destre alle quali il settimanale britannico dà voce.

    L’Economist fa brodo, dunque, l’Economist sarebbe autorevole, se l’Economist parla male di qualcuno questo qualcuno è “out”. Così si ragiona anche e soprattutto a sinistra nella provincia italiana dell’impero. Ragionassero così le vestali del liberalismo, gli Antonio Polito o i Massimo Teodori, passi pure. Ma chi non ha ancora svenduto il proprio cervello ai dogmi del liberismo, neo o vetero style, che è lo stesso, dovrebbe riflettere sull’origine dell’autorevolezza dell’Economist. Questo settimanale è stato in questi decenni una delle cariatidi che ha sostenuto a spada tratta l’imposizione del neoliberismo anglosassone sul pianeta. Lo ha fatto difendendo sempre e comunque i dettami neoliberali, presentandoli come dogmi di fede.

    L’autorevole Economist non ha mai fatto autocritica quando i campioni da lui fino al giorno prima idolatrati, gente come Fujimori, Menem o Collor de Mello scappavano con la cassa. Non ha mai battuto ciglio di fronte all’evidenza dei crimini e disastri del neoliberismo che nei cinque continenti ha creato fame, guerra e dissoluzione sociale.

    Questo settimanale, che qualcuno ritiene autorevole, si è sempre spellato le mani per applaudire il dittatore cileno Augusto Pinochet, genocida e ladro, lodando sperticatamente il suo ignobile governo. Può bastare.

    Sicuramente Silvio Berlusconi è “unfit” a governare l’Italia e probabilmente lo è anche Antonio Fazio a governare la Banca d’Italia ma è molto triste che ci sia in Italia qualcuno che sia felice di farselo dire dall’Economist. Anche l’Economist come Berlusconi, ma soprattutto l’Economist, è unfit, indegno eticamente e moralmente per giudicare chicchessia.

    Personalmente diffido da chi si affida all’indegno Economist, amico di dittatori sanguinari, sostenitore del complesso militare-industriale che governa il mondo, plaudente verso l’FMI quando questo ordina la chiusura di scuole e ospedali nel terzo mondo in nome dell’ortodossia monetarista, per stabilire chi sia degno e chi no.

    Gennaro Carotenuto
    Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it
    Link: http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=245
    12.08.05

  • Truman

    L’articolo fa capire molte cose sull’Economist e poche sull’Italia. I mantra neoliberisti qui presenti li risentiremo sempre più frequentemente nel prossimo futuro.

    La cura proposta è molto peggiore del male. La cosiddetta – “cura da cavallo” (un film già visto) che vorrebbe Emmott sarebbe proprio ciò che ci vuole per fare dell’Italia un’altra Argentina e consentire colossali arricchimenti ai potentati economici.

    Ciò che realmente dà fastidio a chi manovra l’Economist è l’impenetrabilità dell’economia italiana ai poteri esterni. Questo mentre nel frattempo gli italiani vanno tranquillamente ad investire in Cina con l’abbondanza di capitali accumulati negli anni scorsi.

    La speranza dei finanziatori dell’Economist è che il prossimo governo di centro-sinistra si decida a fare “le riforme” che servono a loro. Non per nulla l’articolo compare sul principale settimale del centro sinistra.

    Sta a noi impedire che ripartano riforme distruttive come quelle che fecero Amato e D’Alema ed allo stesso tempo spingere per far ripartire il paese. Nel frattempo cerchiamo di incassare il ritorno del sistema elettorale proporzionale.

  • geopardy

    Sposo entrambe le analisi precedenti.
    Basta con questi strumenti dei noti tink tank (credo si dica così) ultraliberisti.
    Ritengo da dilettanti politici esporre un articolo simile a giudizio dell’operato del Governo (di cui personalmente non ho mai avuto alcuna stima).
    Quello che mai citano questi pontificatori è come mai che tutti i paesi scandinavi + l’Islanda sono in testa alla classifica di competività mondiale, pur avendo sicuramene il miglior stato sociale ed i stipendi più alti del mondo.
    Concordo con Carotenuto sulle cure argentine (di rapina totale) sottintese negli intenti delle cure dell’Economist.
    Il problema non è il costo del lavoro e tantomeno lo stato sociale, ma proprio la deregulation e la cappa speculativa e finanziaria, che si è conseguentemente generata da essa, che sta strangolando l’intero pianeta, se oltre a tutto ciò ci aggiungiamo il signoraggio bancario abbiamo completato il quadro.
    Vorrei ricordare all’Economist che il paese con il debito pubblico più devastante del pianeta (situazione guardacaso aggravata enormemente dopo la deregulation reganiana) è proprio dove il liberismo selvaggio è stato concepito ed estesamente applicato. Grazie a questo immenso debito accumulato dalla “superpotenza liberista” l’intero mondo rischia il collasso.
    DA ITALIANO COSCIENTE DEI TANTI PROBLEMI CHE AFFLIGGONO LA NOSTRA NAZIONE, BOCCIO QUESTA ANALISI DELL’ECONOMIST SENZA APPELLO.
    CIAO
    Geopardy

  • Tao

    http://www.effedieffe.com
    27.11.05

    Note

    1) Eugenio Benetazzo, «Duri e puri – aspettando un nuovo 1929 – come salvare i propri risparmi e sopravvivere a un mutamento di scenario epocale senza precedenti», Edizioni La Riflessione, 126 pagine, 10 euro.

    2) Ho appena saputo a Roma che un noto picchiatore rosso, che da anni organizza le occupazioni illegali di case altrui, ha ricevuto dal sindaco Veltroni un fondo di 2 milioni di euro per organizzare meglio «l’assistenza ai senzacasa». Il picchiatore in questione era stato presentato da Rifondazione a candidato eurodeputato; è stato il primo dei non eletti. Il poveretto ha dunque visto sfumare uno stipendio di 22 mila euro mensili netti. Bisognava pur compensarlo con qualche spicciolo, 4 miliardi di lire dei contribuenti. La sua banda di picchiatori e occupatori di case è diventata una specie di NGO di Veltroni, un ente sociale pagato dai cittadini; compresi coloro che hanno l’appartamento occupato dai picchiatori.