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NOUS SOMMES TOUS DES ASSASSINS

Da Gaza a Nahr el Bared: soluzione finale?

DI FULVIO GRIMALDI
Mondocane Fuorilinea

Il titolo del famoso film del 1952 di Andrè Cayatte contro la pena di morte (le grandi mattanze Usa non erano ancora incominciate) calza alla perfezione. C’è qualcuno all’interno del nostro orizzonte che si può chiamare fuori? Adesso assassini dei palestinesi sono diventati loro stessi e la racaille borghese arabo-occidentale tira un sospiro di sollievo: finalmente si possono sotterrare le proprie complicità – e i propri sensi di colpa – sotto una montagna di malefiche fandonie sui palestinesi. Il razzismo – recentemente liberato a sinistra da quei cialtroni da MM (media di merda) che si dicono afflitti del loro inusitato, ma necessitato razzismo – può dilagare, assurgere a politically correct, confortare lo “scontro di civiltà” che è la cornice culturale per la riconquista del mondo da parte dei bianchi cristiani. Come lo è stata per duemila anni di efferatezze cristiane, roghi, stermini, spoliazioni. Ovviamente i primi referenti del titolo sono gli israeliani, con il sostegno della comunità ebraica mondiale, direi per intero se non facessi un torto inammissibile alla sparuta e coraggiosa schiera degli “Ebrei contro l’occupazione”, non per nulla bersaglio delle aggressioni più virulente: li chiamano selfhating jews, “ebrei che odiano se stessi”. Semmai ebrei che odiano ebrei potrebbe essere definita quella élite israelo-ashkenazita (ebrei perlopiù non semiti di origine caucasica) che dalla fondazione dell’entità infligge agli ebrei di origine araba e africana (sefarditi, quindi semiti) la condizione di cittadini di seconda classe, di poco sopra agli “intoccabili” palestinesi d’Israele. Lo si ricordi ai gabbamondo che scagliano l’anatema “antisemitismo” contro chiunque azzardi una critica alle giunte militari di Tel Aviv. Che gli israeliani stessero transitando dalla condizione di vittime nella secolare storia definita giudeo-cristiana, al rango di carnefici nella recente storia cristiano-giudea, lo sospettai fin dalla Guerra dei sei giorni. Erano passati alcuni giorni dall’arrivo del rullo compressore israeliano, alimentato a combustibile euro-statunitense, sul Golan e al Canale di Suez. Tutto l’Occidente a plaudire coloro che, a sentirli, rischiavano di finire in mare e che invece avevano iniziato a mangiarsi popoli arabi. Unica eccezione, De Gaulle e la lobby ebraica, nella figura di Dany Cohn-Bendit, indirizzando contro il presidente una rivolta antiautoritaria ed antimperialista innescata dai Vietcong, gliela fece pagare. Intorno al 15 giugno il comando militare aveva iniziato ad organizzare dei “Victory tour” con tanto di guida e rinfresco per giornalisti rimasti un po’ perplessi per la scoperta dell’esistenza di un popolo sconosciuto, i palestinesi, per il modo con cui era stato occultato e come ora veniva annientato. E anche per la censura con cui “l’unica democrazia del Medioriente” ne aveva eliminato la menzione dai nostri reportage.

Perchè non vengono riconsegnati ai loro governi, o almeno seppelliti, come impongono le leggi di guerra, la convenzione di Ginevra? La risposta del soldato del popolo e dell’unica democrazia del Medioriente fu secca e sarcastica: Perchè tutto il mondo deve vedere che l’unico arabo buono è l’arabo morto. Eravamo una cinquantina di giornalisti su quel bus. Nessuno rise e il capitano s’incupì. Si risollevò a Rafah, sulla soglia tra striscia di Gaza e Sinai, quando nella sala comunale, disteso nella poltrona del sindaco con i piedi sul tavolo, allineò lungo la parete opposta la giunta comunale, anziani notabili in jallabiah, magri come chiodi, seri, afflitti, dignitosi, gente sconfitta fuori ma non dentro, e abbaiò: Dite a questi signori: cosa è meglio, Egitto o Israele? (di palestinesi non si parlava ancora: Ben Gurion, Golda Meir e Levi Eshkol avevano sentenziato che non esistevano). Intervenni per dire che la domanda era malposta, malpronunciata da sopra i propri piedi, irricevibile per chi si trovava in stato di costrizione e che noialtri giornalisti non avremmo saputo che farcene di una risposta. Nessuno dei miei colleghi, quella volta, uscì da questo seminato, deontologico prima ancora che etico. Ma il capitano grugnì qualcosa in ebraico e se la legò al dito. Slegò il dito e me lo diede in faccia, insieme agli altri quattro, appena rientrati e sbarcati a Tel Aviv davanti all’ufficio della censura militare. Fu rissa. Ci divisero i passanti. Nessuno uscì dall’ufficio per ricollocare al suo posto l’ufficiale manesco e razzista. Anzi, mi presero e mi trattennero rudemente per qualche ora. La mattina dopo ricevetti l’ordine di espulsione. In Israele mettere in discussione il razzismo era diventato reato.

Chi si può tirar fuori dalla corresponsabilità per la macelleria che Usa e Israele, nella vociferante complicità di quell’associazione a delinquere che è la “comunità internazionale” e nell’oscena passività di una sinistra stretta per le palle dalla lobby sionista, stanno portando a termine contro i palestinesi ovunque siano aggregati, turbe di esiliati e non collusi pascià? In Iraq 40.000 profughi del 1948 e 1967 sollevati a una vita decente da Saddam, sterminati dallo pseudo-antiamericano Moqtada al Sadr, tenuti in quarantena politica e sociale sotto tende gelate o roventi nella terra di nessuno tra Iraq, Siria e Giordania. Altri 40.000 a Tripoli del Libano rigettati nel baratro di Tel Al Zataar e di Sabra e Shatila grazie all’innesco concordato con provocatori prezzolati infiltrati da fuori, ma zeppi di armi e propositi Usa-Sion, come tutto ciò che afferma di far capo ad “Al Qaida”, dall’11/9 in qua. Zeppi anche di dollari della “Hariri-Sion-Saudia Attentati SpA”, come rivelato da una serie di “pentiti”. Un milione e passa rinchiusi a Gaza e destinati a morte per fuoco, fame, sete, malattie, con il concorso di una manica di venduti. Chi si può tirar fuori? Pochissimi di quelli, tutti noi, che abbiamo fatto uno o due cortei all’anno (magari facendo l’occhiolino elettorale tra l’uno e l’altro al “sinistro per Israele” Veltroni) e ci siamo messi l’animo in pace, quando si trattava di riconoscere in quel destino dei palestinesi – e degli arabi tutti – la chiave di volta del passaggio all’inizio della fine del mondo. Certamente non una classe politica, che è ormai eufemistico definire bipartisan, tanto è compatta e complice, intimamente legata agli interessi della cosca dirigente israelo-statunitense nella sua riconquista di Stati e di risorse, nel suo programma di spopolamento delle genti di troppo. A Bertinotti sono bastate due urla e una sassata alle finestre del suo bollettino parrocchiale “Liberazione”, colpevole di aver contaminato la propria lobby sionista con qualche lacrima sulle sue vittime, per farsi palo della banda del buco che lavora a una voragine tale da bersi – come i lontani padrini prescrivevano – l’intero Medioriente. Al “manifesto”, perso l’insostituibile e irriducibile Stefano Chiarini, la trincea del bravo Michele di Giorgio è travolta dalla fanghiglia cerchiobiotista di Zvi Schuldiner che, dalla prima, decisiva, pagina, si estende come un blob sul resto. Flusso maleodorante in cui qualche cliché anti-occupazione e anti-estremisti israeliani, o sulla corruzione dei papaveri Fatah, è sommerso dall’alluvione delle deformazioni ispirate a questo criptosionista dalla viscerale avversione a chi combatte sul serio Israele: Hezbollah e Hamas criminali e via con tutti gli stereotipi della disinformazione imperial-razzista, fino a proclamare, con una soddisfazione che vorrebbe apparire rammarico, la vittoria di Hamas è la fine della Palestina. E così in quel titolo possiamo metterci anche buona parte della cupola di quel “quotidiano comunista”. Del resto sarebbe bastata l’accanita difesa da parte di Rossanda di Adriano Sofri, ex-detenuto privilegiatissimo grazie all’ininterrotto supporto offerto ai crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati in prima linea dai carnefici sionisti.

La Grande Armada di sicari, corifei e pali che nel titolo vanno inclusi mette in ombra quanto la storia ha esibito in fatto di ascari degli stermini di massa. Se certi tiranni guerrafondai e genocidi della prima metà del secolo scorso avessero avuto tali tamburini in testa ai reggimenti e tali forze di retrovia alle spalle, vuoi vedere che sarebbe finita diversamente? Chiudiamo l’elenco con chi, padrone quanto meno psicologico di tante menti decisionali e comunicazionali, giorni fa ha inalberato cartelli in piazza contro l’esecutore di un ordine criminale, ergastolano mandato, a termini di legge, a lavorare: vergogna! assassino! non perdono! Comprensibile. Ma incoerente. I capi della comunità ebraica romana cosa hanno da dire sui tanti Priebke che vantano decimazioni a ripetizione tra la costa del Mediterraneo e il Giordano e, soprattutto, su loro mandanti come Sharon, Olmert, Begin, Barak, Rabin, Shamir, Dayan, Meir, Eshkol e tutta la stirpe che dall’800 programma e dal 1948 attua molto ma molto di più di quanto di criminale e tragico è avvenuto alle Fosse Ardeatine? Gli ammazzati palestinesi solo dal 2000 sono 5000, perlopiù civili inermi, un terzo bambini; 11.000 sono i patrioti in prigioni della tortura e senza processo, metà dei tre milioni e mezzo sono alla fame, cinque milioni sono “palestinesi erranti”, carne da olocausto a rate. Dalle diaspore si ritorna, con tanto di commosso plauso internazionale, solo se si possono esibire mandati di dio, terre rubate e protezioni ambientali nel mondo dei lupi mannari.

Due Stati per due popoli?

C’è un coordinamento operativo che nell’estate 2007 raggiunge la sua fase conclusiva. Ecco la distribuzione dei compiti. Alle squadracce governative scite di trapanatori di corpi e alle milizie stragiste dell’emissario iraniano Moqtada al Sadr, la liquidazione dell’Iraq laico e resistente e, dunque, dei palestinesi che, nella visione della nazione araba unita, spauracchio dell’Occidente, ne erano l’avanguardia e, comunque, un frammento di cuore. E per i quali l’Iraq libero aveva avuto la colpa mostruosa di esserne stato fino all’ultimo il massimo sostegno. Ai Quisling di Beirut, Siniora e Saad Hariri, l’invenzione di una locale Al Qaida, finalmente palestinese, rinominata “Fatah Al Islam” a Tripoli e “Jund al Sham” a Sidone (denunciata come forza equivoca già nel 2006 da Stefano Chiarini), fatta di potenti armamenti, lauti finanziamenti (tutti dimostrati di origine della “Hariri.Inc”, multinazionale saudito-israelo-statunitense), capi fidati e manovalanza lobotomizzata, in massima parte importata da fuori. Ennesima replica in stile libanese del meccanismo 11 settembre, con l’obiettivo della liquidazione del bubbone palestinese, prodromo a quella di Hezbollah. Compito degli amici della banda di ladroni ANP, da Abu Mazen al serialkiller Mohammed Dahlan, allevato a Langley, risoltisi alla sopravvivenza di velluto nella nicchia dell’apartheid, la missione di lanciare squadroni della morte, addestrati in Egitto e armati dai boia della Palestina, contro il governo liberamente eletto dalla propria gente. Subito sarebbero arrivati da Washington e Bruxelles i noti trenta denari al primo ministro scaturito dal golpe di Abu Mazen, tale Salam Fayyad, naturalmente uomo di Washington, cioè dei boia del proprio popolo e, per sovraprezzo, ex-dirigente di quell’istituto di assistenza ai deboli e oppressi che è la Banca Mondiale. Non se ne poteva trovare uno più adatto alla bisogna. Si trattava di far sparire dallo scenario perfino la truffa dei “due Stati per due popoli”, con la quale meschini arraffoni palestinesi, eletti a propria corte da un Arafat in prolungato declino, e uno sterminato coro di collaborazionisti buonisti in Occidente, avevano coperto la strategia di una bantustizzazione che, implicando scientificamente l’assoluta invivibilità, era l’inesorabile consacrazione dello Stato Unico Sionista in perpetua espansione sulle ossa decomposta della nazione titolare di quella terra.

Lo Stato israeliano razzista ed espansionista, gli Usa e l’Europa guidati da una criminalità colonialista, pratica di embarghi genocidi, le sinistre intimidite e ricattate, ansiose di cooptazione nelle concentrazioni predatorie delle ricchezze, hanno fatto della Palestina e dei campi palestinesi in Libano la riedizione dell’assedio a Gerusalemme e ad Acri, dove i crociati di Goffredo da Buglione e di Riccardo Cuor di Leone hanno risposto ai diritti dei nativi, alla tolleranza e umanità dei loro difensori “mori”, con carneficine che inondarono di sangue tre secoli del Medioevo. E Gaza e i campi palestinesi, da Nahr el Bared rasa al suolo a Sidone e a chissà dove, sono il grande laboratorio a cielo aperto e a perimetro blindato. Laboratorio alla Mengele, scrive dalla Spagna Agustin Villoso. Nei laboratori della nostra civiltà umanistica e umanitaria, piccoli roditori, ma anche cani, scimmie, mammiferi vari, con la scusa della somiglianza all’uomo da risparmiare (non in Africa, tuttavia, o in Palestina), vengono sottoposti a condizioni di indicibile stress fisico e psichico allo scopo di provocare patologie e aggressività. Da quando Gaza, quarant’anni fa, è finita nelle fauci israeliane e i campi in quelle della fascistizzante oligarchia libanese, i loro viventi sono in una gabbia analoga. Con la differenza che i ratti vengono manomessi e avvelenati, ma anche nutriti, gli esseri umani solo manomessi e avvelenati. La popolazione occupata o lagherizzata, che ai termini della Carta dell’ONU ha ogni diritto di difendersi IN OGNI MODO e che dovrebbe essere protetta dalla “comunità internazionale”, è invece da questa condannata alla morte per assassinio, mancanza di libertà, negazione dei mezzi per alimentarsi, curare le malattie, lavorare, studiare, tutte cose a cui ogni essere umano ha un’inalienabile diritto (almeno fino all’11/9/2001), purchè non sia arabo (esclusi gli ascari), musulmano, del Terzo mondo e, men che mai, palestinese o iracheno.

Quanto a Gaza e all’indignazione per le “atrocità commesse da Hamas nell’eliminazione di Fatah”, sorvolando astutamente sui killer importati da Israele e da Mohammed Dahlan le cui provocazioni hanno scatenato quella che viene fatta passare per guerra civile (stessa tecnica nell’Iraq) allo scopo di distogliere le energie resistenti palestinesi dal vero nemico, l’esperimento da laboratorio non poteva che portare agli esiti attuali. Prendete oltre un milione e mezzo di persone militarmente occupate, ferocemente vessate, ristrette in 360 km quadrati, con le case distrutte e saccheggiate, bombardate incessantemente nella totale impunità, private di ogni prospettiva futura, affamate, infine blindate da un embargo mondiale, infilateci qualche manipolo di traditori e qualche unità di provocatori che si definisca Al Qaida, e avrete gente che si spara addosso a vicenda. L’esperimento di scienza psico-biologica è riuscito. Basta scaricare poi ogni cosa sull’aggressività congenita dei topi, dando un’altra bella carica allo “scontro di civiltà” finalizzato a riprendersi il mezzo mondo sfuggito di mano. Basta cazzeggiare su jihad , terrorismo, integralismo, fanatismo, kamikazismo, culto della morte, da Schuldiner a Bertisconi, da Paolo Mieli a Pannella, dalle versioni rozze Magdi Allam e Giuliano Ferrara a quelle dei caporali di giornata Lanfranco Pace o Carlo Panella, è le cavie sono pronte per collaudare il farmaco risolutivo.

In Libano non passerà molto tempo perché, di fronte ad altri attentati a qualche “antisiriano”, qualche ulteriore provocazione di “islamisti estremisti” contro la “legalità libanese” e a qualche altro razzo “Al Qaida”sulla Galilea, l’esercito riarmato alla grande dagli Usa, in congiunzione con l’Unifil dei lagunari e della Folgore benedetta da Bushinotti, provi ad imporre agli scalcinati veterani dell’ultima disfatta nel 1982 il diktat della risoluzione 1701: disarmo delle milizie palestinesi e conseguente estinzione di comunità fin qui salde, o con le buone o col modello Sabra e Shatila, ora ripetuto a Nahr el Bared. Poi, spenti questi focolai, spento un grido che, pur soffocato, in qualche modo arrivava al mondo e si congiungeva ai sussulti di agonia che filtrano dalla Palestina, ci si proverà con Hezbollah. Visto che quest’ultimo viene definito un tentacolo dell’imperialismo iraniano, si fa finta di litigare con questo per giustificare la satanizzazione di quello. Il velo con il quale si copre questa strategia è stato lacerato dai fatti di fronte ai quali ogni dubbio degli “equidistanti” diventa impudica collusione. Il fantoccio Abu Mazen e il sicario Cia, Dahlan, che non sprecano una parola per il loro popolo maciullato in Libano, che vengono coccolati e armati dal nemico mortale, che vengono premiati da quattrini e riconoscimenti europei per la svendita di mezzo secolo di sacrosanta resistenza e per la cancellazione del futuro del proprio popolo. Gli analoghi fantocci libanesi Siniora e Hariri che, sventata dalle forze democratiche la “rivoluzione dei cedri” e respinta l’invasione israeliana dalla resistenza di popolo, vengono da D’Alema tenuti in auge a dispetto dell’illegittimità acquisita con alti tradimenti, congiure antisiriane smascherate (attentato a Rafiq Hariri), nuclei terroristici islamici che si sono scoperti da loro costruiti e importati (pachistani ed egiziani nel gruppo Fatah al Islam). Documenti desecretati e dossier governativi in Israele e Usa che illustrano in ogni dettaglio strategico e tattico i piani di riconquista coloniale, di frantumazione per vie etnico-confessionali delle realtà statuali renitenti, ma vengono obnubilati dagli strombazzamenti sul terrorismo islamico dilagante. Vengono accreditati in perfetta malafede o abissale ignoranza finti oppositori e autentici collaborazionisti alla Moqtada o Dahlan, miserabili arnesi del proconsolato a corruzione sistemica come Karzai, Al Maliki, Mahmud Abbas, che si avvalgono del sostegno di finti rivali come gli ayatollah persiani e, al tempo stesso, di tiranni amici come Mubarak o i re di Giordania e Arabia Saudita, nonché di altri satelliti come Prodi, Sarkozy, Merkel e le rispettive furerie di sinistra. E, all’origine e a modello ideologico e operativo di tutto, la più disumana e criminale strategia della provocazione di ogni tempo, lanciata con l’episodio-girello tra pace e guerra, riscatto e schiavitù, sovranità popolare e fascismo, liberazione nazionale e colonialismo: l’11 settembre.

Chi si occupa della Palestina in termini onesti e giusti è ora che la faccia finita con la truffa dei “due Stati per due popoli”, servita a tenere in piedi un’Autorità Nazionale Palestinese, nata dalla sciagura di Oslo, subito orientata verso la sconfitta e il si salvi chi può da una dirigenza esausta, vigliacca e rinnegata. Con la boutade dei due Stati, che faceva sganasciare dalle risate i dirigenti israeliani, ai palestinesi è stata sottratta la carta per una trattativa meno squilibrata, meno dettata da un rapporto di forze che la fine dell’Intifada, l’incarcerazione dei suoi leader veri (Maruan Barghuti, Mustafa Ali, tanti altri) e la resa dei collaborazionisti aveva terribilmente sbilanciato. Un’Intifada che, in tutte le sue forme, aveva messo in ginocchio l’economia, l’immigrazione, gli investimenti, la sicurezza, la credibilità dello Stato sionista. Rivendicando il maltolto dal 1948, non riconoscendo in nessun caso e per nessun prezzo l’occupazione, tutta l’occupazione, compresa quella del 1948, anziché partire dalla richiesta, già arretrata e indebolita, delle terre rubate nel 1967; ignorando l’iniqua spartizione delle Nazioni Unite, dettata unicamente dagli interessi sionisti e delle Grandi Potenze, visto che Israele si faceva beffe di tutte le risoluzioni Onu indirizzate a perlomeno limitare il danno e la gigantesca ingiustizia, le posizioni di partenza sarebbe state ben diverse da quelle estorsive di Oslo, Camp David e della Road Map. Soprattutto l’intero schieramento antimperialista mondiale non avrebbe dovuto arretrare insieme ai dirigenti palestinesi, per ripartire sempre più dal basso. E avrebbe potuto dare spessore politico e dignità etica all’unica soluzione possibile in alternativa all’apocalisse verso la quale il sionismo-imperialismo e i suoi mercenari Nato inesorabilmente sospingono la regione e l’intero pianeta che le sta appeso: lo Stato unico, democratico, multinazionale e multiconfessionale. Uno Stato in pace e armonia con l’ambiente regionale in corsa di bonifica grazie alle rivoluzioni anticoloniali, laiche e progressiste e che avrebbe saldato gli interessi e le virtù di classi riconosciutesi vittime comuni di un conflitto voluto dal nemico universale e avrebbe portato all’eliminazione delle scorie tossiche depositate all’atto di nascita della malformazione sionista.

E’ naturale che tutta la destra (che comprende il diversivo definito “centro” e gran parte di una sedicente sinistra) s’impegnerà ora alla morte nel sostegno e nell’esaltazione del “moderato” Abu Mazen, del “moderato” Siniora, come già va facendo con i “moderati” Karzai e Al Maliki e, parallelamente, nella criminalizzazione di tutto quanto si oppone al golpe dei rinnegati, magari nel nome del diritto a governare sancito da un’elezione democratica. Ai nostri democratici di quella democrazia non gliene frega assolutamente nulla. Tanto che l’hanno pugnalata alle spalle dall’inizio. Preferivano le elezioni irachene, gestite dal vicere Paul Bremer, che sfornavano, non votando metà della popolazione e arrivando dal l’Iran camionate di schede prevotate, governanti “moderati”. Del resto, non abbiamo noialtri un’inattaccabile democrazia da esibire, gestita com’è da capipartito, boss mafiosi, burocrati di Bruxelles, preti che fanno gli ukase, padrini Usa scaturiti dai brogli dell’Ohio e della Florida, banche onnipotenti, basi militari altrui e mandanti che sventrano valli e vanno a cena con la camorra. Così “moderato” è diventato sinonimo di fattorino d’azienda. Intanto le “sinistre radicali” si baloccano nell’ossimoro “di lotta e di governo” e si vede come va a finire: anche Abu Mazen si dichiara “di lotta e di governo”.

Facciamo chiarezza su chi ha voluto liquidare, utilizzando i suoi sgherri, l’ultimo robusto fronte della resistenza palestinese. Denunciamo, senza più le timidezze che i ricatti dei lestofanti ci volevano imporre, ma che i popoli aggrediti non ci consentono più, chi opera incessantemente per far sì che i palestinesi appaiano una demenziale turba autodistruttiva, non credano più alla resistenza, non meritino più uno Stato, addirittura una vita. Abbiamo una superiore responsabilità di classe e di solidarietà con i popoli. Ho sentito qualcuno dello schieramento filopalestinese in Italia rampognare chi appoggerebbe Hamas. Ecco, quel qualcuno deve smettere di parlare. Perché se è venuto fuori Hamas, alla faccia della schiera di zombie in combutta con i propri assassini, vuol dire che la Palestina è viva, che il popolo palestinese non si arrende, che l’ingiustizia e il crimine continuano ad essere sotto tiro in questa parte del mondo. Poi, quando la Palestina sarà libera e unita, caro compagno, potrai sfrucugliare il suo assetto politico e culturale quanto ti aggrada e sceglierti il partner che più ti è simpatico. Non prima.

E’ vero, in Medioriente, dove è in atto un’offensiva la cui ferocia e spietatezza, ha un simbolo in quella squadraccia di marines che, a Bakuba credo, stuprata e uccisa una ragazza, poi ne sterminò l’intera famiglia, le cose stanno volgendo a un peggio che neanche il più splatter film dell’orrore riuscirebbe a rappresentare.

Non è retorica ricordare che dal fondo della notte ricomincia il cammino della luce. L’America latina, o meglio afro-indio-latina, sta lì a dimostrarlo. Chi avrebbe immaginato un Chavez ai tempi di Pinochet e di Videla? La prima battaglia? Su tutte, Vicenza. Anche per smerdare il secondo giornale del paese con il suo inserto del primo giornale del mondo, il New York Times, che apre con un gigantesco musulmano barbuto e armato, sulla cui faccia vuota sta scritto: puoi uccidere passanti senza sensi di colpa, puoi uccidere civili, puoi anche uccidere bambini senza sentirti a disagio… Il titolo accanto non dice “Manuale del Marine”. Dice: “Manuale del jihadista”. Volete sapere una cosa di quel manuale? E’ stato stampato in Texas negli anni ’70 e distribuito nelle madrassa afgane a cura del dipartimento PR della Cia chiamato National Endowment for Democracy. Si trattava di creare un fondamentalismo islamico (dopo averlo agevolato con Khomeini in Iran) che, poi denominato Al Qaida, sarebbe servito a lanciare l’Occidente, utili idioti compresi, alla conquista del mondo “incivile”. Ma questo il NYT, “standard aureo” per certi giornalisti, non lo dice. E con gente così che abbiamo a che fare. E gente così a cui le sinistre danno retta. Liberiamocene.

Fulvio Grimaldi
Mondocane Fuorilinea
20.06.2007

Pubblicato da God

  • canapivoro

    Grazie Fulvio
    dai voce a chi come me non ne ha.