L'EUROPA E I CENTOMILA

DI ALESSANDRO ROBECCHI

Bravi tutti, bella cerimonia. Salutata da due ali festanti di poliziotti e carabinieri è nata a Roma la nuova Europa, con la sua costituzione nuova di zecca, eccetera eccetera. Regia di Zeffirelli, buona trasmissione, mancava solo la pubblicità della colla per dentiere, ma non si può avere tutto. Come si può capire (e perdonare) i discorsi sono di circostanza, l’evento merita qualche sua retorica e per un continente che si è scannato allegramente fino a pochi anni fa non è poco dire, ok, firmiamo qui che non ci uccideremo più tra noi. Fa piacere. Nelle sintesi osannanti e nei titoli dei giornali si leggono poi le frasi a effetto, gli slogan, come per esempio, «ora le guerre sono più lontane» che risuoneranno probabilmente per secoli sui libri di storia, ma che lì per lì fanno un po’ ridere. Abbiamo finalmente una carta dei valori, e questo è bene. Senza venir meno ai valori di questa carta un polacco può andare a far la guerra all’Iraq, un francese non ci va, un tedesco nemmeno dipinto, un italiano ci va, ma fa finta di andare a far la pace, lo spagnolo va e poi torna, l’inglese ci va come americano di supporto.Direi, così a naso, che nella carta dei nostri valori comuni varata ieri in pompa magna non c’è un paragrafo chiaro su questa faccenda. Che razza di valori comuni abbiamo se uno può andare a sparacchiare in giro insieme allo zio Sam e un altro invece è contrario? Tutto è molto edificante: la nuova Europa festeggia e ringrazia iddio che non torneranno le brutte guerre di una volta. Ma delle guerre di questa volta si dimentica alla grande. Anche i media si annoiano facilmente, i tg scelgono altre aperture, i programmi di approfondimento approfondiscono altro. La guerra è là, sullo sfondo, in realtà non è nemmeno sicuro che la stiamo facendo. La notizia che il bilancio delle vittime irachene si aggira intorno alle 100.000 (centomila) unità, dovute in larga parte ai bombardamenti aerei, certificata dal prestigio dei ricercatori della rivista Lancet, ha avuto meno eco sui media dell’ultimo calendario cochon o della rinascita di Del Piero.

Semplicemente la guerra – la guerra di adesso – non è più chic, non va bene, deprime i clienti, fa incazzare, frena i consumi, cuoce a fuoco lento il pessimismo, nemico dell’economia. Chi la fa la sta perdendo e ha tutto l’interesse a mettere il silenziatore. Anche i sublimi cantori se ne distaccano con un piccolo ghigno di noia snob, alcuni dandosi alla religione, altri occupandosi soavemente d’altro. Uff, la guerra, questo capetto così démodé! Meglio non parlarne, che è volgare. Sullo sfondo della patinatissima fiction (il trattato) e del drammatico reality (i 100.000 iracheni morti), lo spettacolo dietro le quinte era il meno edificante possibile. Un premier preso a schiaffi dal vicepremier sulle tasse, costretto dall’Europa a una patetica marcia indietro su Buttiglione, obbligato ora a nuovi rimpasti del suo governo, che esce disastrosamente ridicolo dalla giornata costruita per essere un bagno di gloria.

Alessandro Robecchi
Fonte:www.ilmanifesto.it
31.10.04

Pubblicato da Davide

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