Home / ComeDonChisciotte / LE DIECI PEGGIORI MULTINAZIONALI DEL 2005 (PARTE I)

LE DIECI PEGGIORI MULTINAZIONALI DEL 2005 (PARTE I)

DI RUSSELL MOKHIBER & ROBERT WEISSMAN

CommonDreams

Il 2005 è stata una buona annata per le cattive multinazionali.

Negli Stati Uniti non c’erano elezioni di cui preoccuparsi, con la disturbante possibilità che qualche politico facesse ai suoi elettori discorsi sulla limitazione del potere delle multinazionali.

Ci sono stati scandali e crimini e violenze commesse dalle grandi compagnie, ma niente che abbia meritato i titoloni sui giornali, come è successo per Enron e WorldCom.

I continui procedimenti giudiziari nei confronti di individui legati agli scandali finanziari delle multinazionali, hanno permesso alle Grandi Imprese e ai loro apologeti di sostenere che in realtà contro i crimini delle corporations vengono presi severi provvedimenti.
E intanto le corporations vengono lasciate libere di lucrare, inquinare, avvelenare, corrompere legislatori e maltrattare lavoratori senza alcuna limitazione.

Approfittando dell’impennata del prezzo del petrolio conseguente alla catastrofe degli uragani Katrina e Rita, la ExxonMobil ha fatto registrare l’annata più redditizia che un’azienda abbia mai avuto.

Trent’anni fa, quando i giganti del petrolio approfittarono del primo embargo petrolifero per guadagnare montagne di soldi, quasi la metà del Senato degli Stati Uniti votò per sciogliere le compagnie petrolifere associate. Nel 2005, solo 45 dei 435 membri della Camera dei Rappresentanti erano disposti a sostenere una legislazione che imponesse una Tassa sugli Utili Straordinari
[1] delle compagnie petrolifere, mentre al Senato il numero dei membri favorevoli ad una legge di questo tipo scendeva a otto.

All’interno del Congresso, le multinazionali sono state però capaci di far approvare limitazioni al diritto delle vittime di intentare causa alle società colpevoli di qualche reato (furbamente etichettato come “riforma” della class action – causa collettiva), un’espansione della NAFTA, denominata CAFTA (Central American Free Trade Agreement), e perfino una legge energetica che deregolamenta il servizio elettrico pubblico e che di fatto concede agevolazioni fiscali alle compagnie petrolifere, oltre a molti altri benefici da parte del governo.

Forse la prova più lampante della sfacciataggine delle Grandi Imprese, sono gli sforzi compiuti dalla Camera di Commercio e da altre associazioni commerciali per far abrogare la legge Sarbanes-Oxley. Questa legge impone alle imprese requisiti anti-frode, peraltro molto blandi, ed è l’unica riforma legislativa messa in atto all’indomani della scandalo Enron.

Le multinazionali non si fermeranno mai da sole.

Un recente sondaggio ha rivelato che il 90% degli statunitensi ritiene che le multinazionali detengano troppo potere a Washington. Commentando questo dato, Hank Cox, portavoce dell’Associazione Nazionale degli Industriali, ha affermato: “Questa è una percezione assecondata dai mass media e dall’industria dello spettacolo, ma le persone sarebbero davvero sbalordite se sapessero quanto poco potere abbiano in realtà le corporations.”
Le multinazionali non lasceranno mai il potere, a meno che qualcuno non le costringa a farlo.

Da dove cominciare?

Per esempio dall’elenco delle 10 peggiori multinazionali del 2005, in rigoroso ordine alfabetico, che vi presentiamo qui di seguito:

BP

Nel novembre del 2005 la BP affermò che, per i successivi 10 anni, aveva in programma di investire circa 8 miliardi di dollari in progetti riguardanti energie alternative, quali solare, eolico, idrogeno, e in tecnologie che prevedono l’abbattimento dell’uso di carbone.

Fece pubblicare sui maggiori quotidiani del paese due pagine di pubblicità, presentandosi come azienda leader nell’energia alternativa.

Faceva tutto parte della strategia per nascondere i suoi sporchi imbrogli e i suoi affari petroliferi.

Per attuare questa strategia, deve tenere nascose le sue meschine operazioni nel North Slope[2] dell’Alaska, dove con le sue trivellazioni sta distruggendo il Rifugio Nazionale della Fauna Artica, e gli assurdi incidenti nelle sue raffinerie in tutto il mondo.

A marzo, 15 operai sono morti carbonizzati, e oltre 170 sono rimasti feriti, in seguito ad un’esplosione nella gigantesca raffineria della BP a Texas City.

Si è trattato del terzo incidente mortale nell’impianto di Texas City negli ultimi quattro anni.

Nel settembre del 2004, due operai sono morti carbonizzati, ed un altro è rimasto gravemente ferito.

Nel 2001, un addetto alla manutenzione dell’impianto è morto dopo essere caduto in un serbatoio. Secondo un rapporto del Texas Public Interest Research Group (TexPIRG), pubblicato nel 2004, in tutto il paese, dal 1990, negli impianti della BP si sono verificati 3.565 incidenti, portando la compagnia in cima a questa triste classifica nazionale.

La BP ha ammesso la sua responsabilità nel disastro di Texas City: “Ci dispiace che i nostri errori abbiano causato così tanta sofferenza” ha detto Ross Pillari, presidente della BP Products North America, al termine di un’indagine provvisoria condotta dall’azienda.

“Chiediamo scusa alle persone che sono state colpite e alla comunità di Texas City”, ha detto Pillari, “Non possiamo cambiare il passato, e nemmeno riparare tutti i danni che l’incidente ha provocato, però possiamo assicurare che chi è rimasto ferito, e le famiglie di coloro che hanno perso la vita, riceveranno un adeguato supporto economico. La nostra intenzione è quella di provvedere ad un equo risarcimento senza bisogno di processi o di lunghe trafile giudiziarie.”

Ci sono gli estremi per incriminare la BP di omicidio aggravato, o di omicidio colposo. Per ottenere queste accuse, il Procuratore Distrettuale di Galveston County dovrebbe provare che la BP e suoi dirigenti hanno consapevolmente trascurato un “sostanziale e ingiustificabile pericolo di morte.”

Noi riteniamo che le famiglie delle vittime meritino in indagine piena e completa ed un’incriminazione per omicidio aggravato.

Interrogato su questo argomento, Mohamed Ibrahim, primo assistente del procuratore distrettuale, ha detto che il suo ufficio non ha aperto alcuna indagine criminale sull’esplosione alla raffineria: “Allo stato attuale, abbiamo ragione di credere che non si sia trattato altro che di uno sfortunato incidente industriale.”

“Se l’OSHA[3] venisse da noi e ci dicesse che l’esplosione è stato il risultato di una criminale dissennatezza, procederemmo subito ad un’indagine.” ha aggiunto Ibrahim.

A settembre, l’OSHA ha multato la compagnia per 21 milioni di dollari, per aver violato le leggi federali sulla sicurezza sul lavoro. Non c’era alcun riferimento ad un eventuale comportamento criminale da parte della BP. Quest’anno, sono state intentate contro piccole aziende cause penali per crimini sul lavoro di minore entità. La BP viene lasciata in pace solo perché è una grande multinazionale?

Per quanto riguarda il North Slope, la BP continua ad immischiarsi nella politica per perseguire i suoi scopi.

Le loro scriteriate operazioni in quella zona, comprese trivellazioni petrolifere non segnalate, sfoceranno un giorno in un disastro ambientale, da tempo profetizzato anche da Charles Hamel, un ex dirigente dell’industria petrolifera.

La BP desidera essere vista come una compagnia petrolifera “buona”, ma è molto meno desiderosa di rispondere a domande insidiose.

Ad ottobre, la rivista US News and World Report ha indetto una conferenza stampa per decretare “I Migliori Leader d’America”.

L’evento era finanziato dalla BP.

L’uomo della BP non ci ha permesso di entrare.

Non era permesso fare alcuna domanda sui crimini della multinazionale.

Delphi

“Vogliamo che consideriate quello che sta succedendo alla Delphi come il punto di combustione, un banco di prova definitivo per tutte le correnti economiche e sociali che sono in rotta di collisione nel nostro paese e nel resto del mondo.” Questo è ciò che ha dichiarato in ottobre Steve Miller, amministratore delegato della Delphi, al Business Week.

Ecco la ricetta di Miller per la soluzione di tutti i problemi: livellamento in basso dei salari dei lavoratori, e gigantesche provvigioni sugli utili per i dirigenti.

A ottobre Miller ha portato la sua compagnia alla bancarotta, con il preciso intento di stracciare i contratti sociali stipulati fra i sindacati dei lavoratori e le industrie automobilistiche degli Stati Uniti. Miller proponeva di abbattere il salario da 27 dollari l’ora a soli 10 dollari.
Contestualmente, con un atteggiamento di sconcertante arroganza, Miller e la Delphi suggerivano di concedere enormi bonus ai dirigenti della società.

La Delphi è il più grande fabbricante di componentistica per auto al mondo. E’ nata nel 1998, in seguito ad uno strano accordo, da una costola della General Motors. Circa la metà del suo giro d’affari viene assorbito proprio dalla GM. Molti osservatori sostengono che la GM ha generato la Delphi allo scopo di trasferire sulla nuova compagnia le spese in eccesso, ma la GM si è accordata per adempiere ad alcuni obblighi della Delphi, come ad esempio l’assistenza sanitaria e le pensioni, nel caso in cui la Delphi fosse nell’impossibilità di farlo.

La Delphi ha dichiarato bancarotta non in seguito ad una grave crisi finanziaria, ma dopo aver subito perdite costanti negli anni.

Nei documenti relativi al fallimento, l’azienda afferma che tre problemi hanno contribuito ad affossare le rendite: i salari e l’assistenza garantiti dai contratti sindacali già stipulati, la flessione delle vendite da parte della General Motors, il maggior partner commerciale della Delphi, e l’aumento dei prezzi delle materie prime. Dichiarando la bancarotta, la Delphi ha cercato dunque di addossare la colpa solo ai salari troppo alti, cercando in questo modo di abbassare i salari e la qualità della vita dei suoi lavoratori.

I quali, prevedibilmente, hanno reagito con costernazione e rabbia: “E’ dura vedere i nostri lavori a medio reddito andarsene via in questo modo” ha detto Ron Garrett, 54 anni, che per 21 anni ha lavorato alla fabbrica Delphi di Dayton. I lavoratori hanno organizzato picchetti e manifestazioni contro i propositi della Delphi.

La loro indignazione è stata ulteriormente alimentata dal piano esecutivo di compensazione presentato dalla Delphi davanti al tribunale fallimentare.

Nonostante Steve Miller abbia pubblicizzato il fatto di aver accettato un salario simbolico di 1 dollaro all’anno (ma ha anche ricevuto un bonus di 3 milioni di dollari subito dopo che in estate aveva rilevato la società, e uno stipendio di 750.000 dollari subito prima di fare la promessa da 1 dollaro, oltre ad essere in procinto di ricevere un altro non meglio identificato bonus da parte del consiglio d’amministrazione, non appena l’azienda uscirà dalla bancarotta), la classe dirigente della Delphi se la caverà alla grande.

La proposta della Delphi al giudice fallimentare è la seguente: attraverso un “Piano di Compensazione per gli Impiegati Chiave” i dirigenti riceveranno incentivi per 43 milioni di dollari durante i due anni in cui la compagnia prevede di attuare il suo piano di riorganizzazione; poi, quando l’azienda sarà uscita dalla bancarotta, i 500 dirigenti principali intascheranno 88 milioni di dollari; infine, nella fase successiva alla bancarotta, i 600 maggiori dirigenti acquisiranno il 10 per cento di tutte le azioni della Delphi.

C’è qualcosa di logico in tutto questo?

Bene, l’azienda afferma che “la gran parte dei programmi di compensazione basati sugli incentivi falliscono perché vogliono fornire ad operai e dirigenti una compensazione in linea con le norme industriali.”

Capito?

Siccome la ditta ha ottenuto scarsi risultati, i dirigenti hanno guadagnato poco. Il nuovo piano intende porre rimedio a questa palese ingiustizia.

Peccato però che per i suoi lavoratori la Delphi abbia in programma di fare esattamente il contrario.

Inoltre, “l’inizio di una causa di fallimento acuisce nei dipendenti le preoccupazioni per un’eventuale perdita del lavoro, spesso aumenta le loro responsabilità, provoca orari di lavoro più lunghi, e impone al datore di lavoro l’onere dello status di “debitore in possesso”. Nei tristi momenti della bancarotta la compagnia richiede “ulteriore dedizione e lealtà” da parte dei suoi dirigenti, i quali per questo hanno bisogno di grossi incentivi.

Evidentemente l’“ulteriore dedizione e lealtà” da parte dei lavoratori è invece disponibile a buon mercato.

Dupont

Noi uccidiamo Stanley Tookie Williams perchè lui ha ucciso quattro persone.

E diamo una multa di 16,5 milioni di dollari alla DuPont perché per due decenni ha insabbiato studi che provavano il fatto che stava inquinando l’acqua potabile, e avvelenando i neonati con un’indistruttibile sostanza chimica che causa cancro, malformazioni congenite e gravi problemi di salute negli animali.

A noi sembra giustizia sommaria.

Un gruppo di interesse pubblico di Washington D.C., l’Environmental Working Group (EWG), ha portato il disastro all’attenzione dell’Ente per la Protezione Ambientale (EPA).

Nel luglio del 2004 l’EPA ha intentato una causa civile nei confronti della DuPont.

Non c’è stato nessun crimine, vero?

L’EWG ha raccontato la storia di Glenn Evers.

Evers è stato un dipendente della DuPont per 22 anni, uno dei più importanti tecnici dell’azienda nonché presidente di un’esclusiva commissione formata da 40 fra i suoi migliori scienziati ed esperti.

E’ titolare di sei brevetti, ed il suo lavoro, fino ad oggi, ha fatto guadagnare alla sua compagnia 250 milioni di dollari al netto delle imposte. Evers stesso si definisce un devoto “company man”.

Secondo l’EWG, è stato anche il più importante ingegnere chimico della DuPont coinvolto nella progettazione e nello sviluppo di nuovi utilizzi dei rivestimenti antiaderenti, o perfluorinati, per il confezionamento di cibi.

Le sostanze chimiche di questi rivestimenti si trovano ora nel sangue del 95% della popolazione statunitense.

La DuPont ha dichiarato di non sapere assolutamente come quelle sostanze siano finite lì, e che non è affatto certa che i suoi prodotti ne siano responsabili.
“Se avessimo avuto il minimo sospetto che si sarebbe potuto verificare un problema di sicurezza nei nostri prodotti fluorinati a base di telomeri, non li avremmo mai commercializzati.” Così asseriva Robert Ritchie, direttore della Progettazione e Tecnologia della DuPont, al Wilmington News Journal nel 2003.

Ma Glenn Evers ha raccontato all’EWG di come il suo ex superiore abbia per decenni nascosto il fatto che stavano avvelenando il sangue della gente con un iper-resistente prodotto chimico presente nei rivestimenti delle confezioni alimentari (per la storia completa, visitare il sito www.ewg.org).

L’EPA si è vantata del fatto che, nonostante una debole legge sulle sostanze chimiche tossiche, 16,5 milioni dollari costituiscono la sanzione amministrativa più pesante che sia mai stata comminata.

Ma l’EWG ha fatto notare che la cifra è meno della metà dell’1 per cento del profitto annuale netto della DuPont, derivante dai prodotti in Teflon, calcolato sulla media degli ultimi 20 anni.

“Qual è la multa appropriata per una multinazionale da 25 miliardi di dollari, che per decenni ha occultato informazioni vitali su prodotti chimici tossici che oggi contaminano ogni uomo, donna o bambino degli Stati Uniti?” si domanda il presidente della EWG Ken Cook. “Qual è la giusta pena per aver rilasciato un agente inquinante che non si decompone mai, e che ora sta trovando la strada per giungere fino agli orsi polari dell’Artide e ai feti ancora nel grembo materno? Siamo ragionevolmente certi che 16 milioni di dollari sono pochi, pur essendo una cifra record ottenuta nonostante una legge federale di cui tutti conoscono l’estrema debolezza.”

Il veleno è presente nel sangue del 95% degli abitanti degli Stati Uniti.

Quanti tumori può aver provocato?

ExxonMobil

Ecco cos’ha da dire la Exxon Mobil a proposito del riscaldamento globale:

“La ExxonMobil riconosce che, nonostante le prove scientifiche non siano convincenti, il potenziale impatto delle emissioni di gas a effetto serra sulla società e sull’ecosistema potrebbe risultare significativo.”

Ed anche:

“Durante il ventesimo secolo la Terra ha subito una tendenza all’innalzamento globale della temperatura dell’aria sulla superficie, ma le cause di ciò, e se sia o no un fenomeno anomalo rimangono questioni controverse. Sebbene le temperature si siano alzate, esistono nel passato geologico del pianeta molti precedenti, che dimostrano come si siano già verificate considerevoli variazioni della temperatura, così come periodi altrettanto caldi, se non più caldi di questo.”

Ed ecco quello che ha dichiarato la Commissione Intergovernativa di Ricerca sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), un gruppo di 1.800 climatologi di tutto il mondo affiliati all’ONU, spesso punzecchiato per il suo linguaggio estremamente circospetto:

“Dall’era pre-industriale in poi, il sistema climatico mondiale è palesemente mutato sia su scala regionale, sia su scala globale, e molte di queste mutazioni sono da attribuire alle attività umane.”

Storicamente, è molto probabile che gli anni Novanta siano stati il decennio più caldo, e il 1998 l’anno più caldo, del passato recente (dal 1861).

Esiste una nuova e più schiacciante prova del fatto che gran parte della responsabilità del riscaldamento rilevato negli ultimi 50 anni sia da ascrivere all’operato dell’uomo.

I recenti cambiamenti climatici regionali, in particolare l’incremento delle temperature, hanno già provocato ripercussioni sui sistemi idrogeologici e sugli ecosistemi terrestri e marini in molte parti del mondo.

L’incremento dei costi socio-economici collegati a questi cambiamenti costituiscono un’ulteriore vulnerabilità davanti a fenomeni di questo tipo.

Il ritmo del riscaldamento previsto per il ventunesimo secolo sembra non avere precedenti, almeno negli ultimi 10.000 anni.

L’impatto dei cambiamenti climatici avrà ricadute spropositate sui paesi in via di sviluppo e sui poveri di tutto il mondo, e amplificherà ulteriormente le iniquità nell’accesso alla sanità, al cibo, all’acqua pulita e ad altre risorse fondamentali.

Sfortunatamente, la visione cinica, interessata, egoistica e di corto respiro della ExxonMobil, ha contato molto di più delle posizioni, supportate da prove, dell’IPCC.

Questo succede perché le più ricche multinazionali del mondo hanno un enorme potere politico, e questo potere serve ad amplificare il loro punto di vista, in barba a qualunque climatologo.

La ExxonMobil ha fondato decine di “front groups”[4], associazioni di industriali, centri di ricerca “addomesticati” e gruppi di sedicenti scienziati indipendenti che lavorano per supportare il suo negazionismo. Greenpeace ha documentato il sostegno da parte della Exxon ai siti web di più di 100 organizzazioni che operano per screditare gli studi sul riscaldamento globale e sulle sue conseguenze.

Non è male per la ExxonMobil avere un petroliere (fallito) ed un ex capo della Halliburton – compagnia di servizi petroliferi – come presidente e vicepresidente degli Stati Uniti d’America, il paese più ricco e più potente, nonché maggior produttore mondiale di gas serra. Non che durante l’amministrazione Clinton la ExxonMobil non avesse potere, ma è certamente nell’era Bush che le porte le si sono spalancate, permettendole di plasmare la politica a suo piacimento.

Tanto per fare un esempio, secondo alcuni documenti dell’azienda, ottenuti dal Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali, nel 2002 la Exxon fece pressione sull’amministrazione Bush affinchè il dottor Robert Watson fosse rimosso dalla carica di presidente dell’IPCC. Immediatamente l’amministrazione esternò la sua disapprovazione nei confronti del rispettato scienziato, che secondo la Exxon aveva “interessi personali”, e venne scelto un nuovo presidente.

La compagnia ha anche collaborato con il governo, per un progetto essenzialmente negazionista. Philip Cooney, un ex lobbysta dell’American Petroleum Institute e capo dello staff presidenziale nel Consiglio sulla Qualità Ambientale, si è dimesso nel giugno 2005, dopo che il New York Times ha rivelato che aveva modificato alcuni rapporti governativi provanti la diretta correlazione fra le emissioni della combustione di carbone e il riscaldamento globale. Una settimana dopo, Cooney era sul libro paga della ExxonMobil.

Ma la ExxonMobil, mentre il mondo brucia, non pensa solo alle sciocchezze. La multinazionale sta rastrellando profitti record, oltre 36 miliardi di dollari nel 2005, la più alta cifra mai guadagnata in un anno da una singola compagnia, avendo probabilmente lucrato sull’impennata del prezzo del petrolio dopo gli uragani Katrina e Rita.

Visti gli osceni guadagni delle aziende e delle industrie del petrolio, molti chiedono a gran voce un incremento della tassazione sugli utili a cascata. Se soltanto il 3 per cento dell’utile del 2005 della Exxon venisse tassato ed investito nello sviluppo di tecnologie per l’energia solare, la cifra costituirebbe il quintuplo di quanto il governo degli Stati Uniti investe nel campo delle energie alternative.

Ma, ben foraggiati dai soldi dell’industria petrolifera, l’amministrazione e il Congresso hanno scelto quello che potrebbe essere generosamente chiamato un “percorso diverso”. A luglio, il Congresso ha approvato una legge che, a detta dello U.S. Public Interest Research Group[5], fa piovere sull’industria petrolifera agevolazioni fiscali e benefici vari per più di 4 miliardi di dollari.

La ExxonMobil in questa situazione ostenta un’assoluta protervia. A novembre, l’amministratore delegato uscente Lee Raymond ha testimoniato davanti al Congresso a proposito del rialzo del prezzo del gas e dei super profitti della compagnia. “Se si vuole che noi continuiamo a fornire i nostri clienti e i loro elettori, i leader economici e politici non possono semplicemente limitarsi a seguire l’altalena dei prezzi.” ha detto davanti ad una Commissione del Senato. Detto in parole povere: non tassateci ulteriormente; per venire incontro ad una richiesta sempre crescente abbiamo bisogno di enormi guadagni per poter cercare sempre più petrolio. L’energia alternativa è una bella idea, ma non è credibile.

Ovviamente non è solo bloccando ogni tentativo di affrontare il problema del riscaldamento globale che la ExxonMobil sta rendendo il mondo un posto peggiore.

Continua strenuamente a rifiutarsi di pagare all’incirca 5 miliardi di dollari alle comunità di pescatori e ai nativi dell’Alaska, come risarcimento per i danni ambientali provocati dal disastro della Exxon Valdez.

Opera con i suoi persuasori occulti per far aprire il Parco Nazionale Artico.

Attraverso un progetto di costruzione di pozzi petroliferi e oleodotti in Ciad, sostiene una dittatura che usa i soldi del petrolio per comprare armi. Amnesty International dice che il consorzio che sta attuando il progetto in Ciad, guidato dalla ExxonMobil, ha stretto un accordo che permette alle compagnie petrolifere “di eludere le leggi del Ciad e del Camerun, limitando la possibilità per quei paesi di sviluppare un effettivo rispetto dei diritti umani dei propri cittadini per parecchi decenni a venire.”

Ulteriori dettagli sul sordido comportamento della ExxonMobil, si possono leggere su ExposeExxon.org, un sito gestito da vari gruppi di interesse e associazioni ambientaliste, che stanno cercando di fare pressione sulla Exxon, affinché “si liberi del suo passato di compagnia petrolifera irresponsabile.”

Ford

Ad un isolato di distanza dalla Casa Bianca, a Washington D.C., sulla 15ma Strada, conficcato nel marciapiede di fronte all’Old Ebbitt Grill, c’è un medaglione di bronzo che ricorda la vita di Booker T. Washington.

Il medaglione reca un ritratto di Booker T. e recita:

“Influente Afro-americano, vissuto in tempi di crescente segregazione, Booker T. Washington sostenne i diritti civili per la gente di colore attraverso un processo di accettazione e progresso. La sua filosofia del “chiedi” e non “protesta” gli permise di ottenere il rispetto da parte di presidenti e uomini politici, ma qualche volta gli alienò le simpatie degli appartenenti alla sua razza. Washington era convinto che l’istruzione fosse una pietra miliare per il progresso dei neri, e gli sforzi per trovare finanziamenti per il suo amato Tuskegee Institute gli assicurarono la meritata reputazione di guida per l’istituzione educativa degli Afro-Americani.”

“Lo scopo della mia vita è promuovere l’istruzione della mia razza.”

— Booker T. Washington

Per iniziativa della Ford Motor Company

Il medaglione dedicato a Booker T. è solo uno di una crescente lista di pionieri del volontariato americano onorati dalla fondazione “Points of Light”.

Alla fine, i medaglioni dovranno formare un percorso lungo un miglio nel cuore di Washington, D.C.

Attualmente ci sono 20 medaglioni inseriti nei marciapiedi della Quindicesima Strada e di G Street, al centro di Washington.

Il monumento, conosciuto come il Miglio In Più, è stato inaugurato il 14 Ottobre del 2005, con una cerimonia in pompa magna a cui hanno preso parte l’ex presidente George Bush e molti familiari degli uomini onorati.

Ogni medaglione è stato finanziato da una grande multinazionale statunitense.

Anche quello in memoria di Cesar Chavez, co-fondatore del Sindacato Americano degli Operai Agricoli (United Farm Workers of America – UFW), è stato reso possibile dalla generosità della Ford Motor Company.

Un brano della sua targa recita: “Grazie alla sua protesta non violenta, l’UFW riuscì ad ottenere salari ed indennità più alti, condizioni di vita e di lavoro più umane, e una migliore sicurezza sul lavoro per alcuni tra i più poveri lavoratori degli Stati Uniti.”

Ovviamente la Ford non è una fan di Cesar Chavez. Nemmeno di Booker T., se è per questo.

La Ford fa tutto questo per dare una lustrata alla propria immagine.

Perché?

Tanto per cominciare, funzionari del New Jersey stanno per chiedere l’apertura di un’indagine sulla compagnia per reati ambientali.

Risulta che per un certo numero di anni, la Ford Motor Company ha scaricato milioni di litri di residui di vernice in una zona che ora è diventata un’area residenziale nel New Jersey.

Secondo un rapporto investigativo pubblicato questo mese sul Bergen Record, questi residui provenivano dallo stabilimento Ford di Mahwah, che una volta era il più grande impianto per l’assemblaggio delle auto di tutto il paese.

Il Record ha messo a disposizione sul sito www.toxiclegacy.com una serie di rapporti investigativi sulla vicenda.

Secondo questi rapporti, prima della chiusura avvenuta nel 1980, la fabbrica ha sfornato sei milioni di veicoli e un oceano di agenti inquinanti, compresa una quantità di residui di vernice sufficiente a riempire due delle tre gallerie del Lincoln Tunnel.

Altri milioni di litri di residui tossici sono stati scaricati in una remota area di Ringwood, e anch’essa è ora un’area residenziale.

I bambini hanno giocato lì.

Dei ruscelli vi scorrevano.

All’inizio di quest’anno, funzionari del New Jersey hanno dichiarato che l’incidenza di casi di tumore nell’area è insolitamente alta.

Test commissionati dal Record hanno trovato nella melma di scarico piombo, arsenico e cileno[6], in concentrazioni anche cento volte superiori al limite massimo consentito dal governo.

Il Record ha anche scoperto che la Ford ha incessantemente scaricato i suoi rifiuti in zone dove vivevano comunità povere, senza mai curarsi di bonificare.

I giornalisti del Record hanno riportato alla luce documenti che dimostrano come i dirigenti della Ford, già 34 anni fa sapessero che i loro rifiuti avevano contaminato un ruscello, fonte d’acqua principale della Riserva Wanaque.

Dai documenti si evince anche che la compagnia cercò di sottrarsi alle proprie responsabilità presentando la terra contaminata come un “regalo” per lo stato.

Il Record ha intervistato i camionisti che trasportarono i rifiuti della Ford: raccontano che appaltatori controllati dalla mafia scaricavano ovunque pensassero di farla franca.

Corrompevano, minacciavano, ed arrivarono perfino ad uccidere pur di mantenere il controllo sui rifiuti della Ford.

Una quantità enorme di rifiuti pericolosi passò dalle loro mani, per poi scomparire nel nulla.

Secondo il Record, la Ford sostiene che lo smaltimento di rifiuti a Ringwood era legale.
La Ford dice che anche altri scaricarono a Ringwood, e sarebbero corresponsabili dell’inquinamento.

Bene, lasciamo che decida il pubblico ministero.

Ci sono “punti di luce”. (www.extramile.us)

Ma esistono anche le tenebre. (www.toxiclegacy.com)

Ottenere pubblicità a buon mercato mettendo il tuo nome su una targa è una cosa.
Pagare per il disastro umano ed ambientale che hai provocato nel nord del New Jersey è un’altra (per non parlare della relazione che intercorre fra le preoccupazioni solo retoriche per i cambiamenti climatici, e le azioni di una compagnia che contribuisce al surriscaldamento planetario invadendo il pianeta di SUV. Vedere www.jumpstartford.com).

In onore di Booker T., noi “chiediamo” al procuratore generale degli Stati Uniti a Newark di esaminare seriamente questo caso, e di aprire un procedimento penale contro la Ford.

Halliburton

Malgrado la nostra buona volontà, negli ultimi due anni non siamo proprio riusciti a cancellare la Halliburton dalla lista delle peggiori multinazionali del pianeta.

In effetti la compagnia ha stabilito un modello economico di accordi trasversali con il governo degli Stati Uniti. Pur essendo stata scoperta più volte, non sembra affatto preoccuparsi della cosa.

Questi sono i punti più bassi toccati quest’anno dall’azienda (fonte HalliburtonWatch).

10 gennaio: la Halliburton ammette di aver intensificato le sue relazioni economiche con l’Iran, nonostante l’insistenza con cui l’amministrazione Bush ripete che quel paese finanzia il terrorismo.

8 febbraio: l’esercito degli Stati Uniti accetta di pagare alla KBR[7] circa 2 miliardi di dollari per un lavoro che nessuno sa se sia mai stato portato a termine. I revisori contabili dell’esercito hanno calcolato che, nel 2004, il 43% dei 4,5 miliardi di dollari richiesti dal contratto stipulato con la Halliburton, non ha potuto essere verificato tramite le normali procedure contabili. Nonostante la raccomandazione di trattenere il 15 per cento della somma dovuta, il Pentagono decide di corrispondere alla Halliburton l’intera cifra. “Questa è davvero una grande notizia per la KBR.” ha esclamato Andy Lane, responsabile della gestione operativa della Halliburton. “L’esercito e la KBR potranno dunque continuare a lavorare fianco a fianco per risolvere qualunque residua questione di fatturazione.”

2 marzo: la compagnia rivela che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha aperto un’indagine su possibili manipolazioni nelle gare d’appalto per i contratti esteri stipulati dalla Halliburton. In un documento della Securities and Exchange Commission[8], la ditta sostiene che “c’è stata una fuga di informazioni”, e che ex impiegati della KBR “potrebbero aver partecipato ad offerte coordinate con uno o più concorrenti su alcuni progetti stranieri, e probabilmente questa coordinazione è iniziata a metà degli anni 80.” Queste tangenti coinvolgono contratti in Nigeria, e si sono verificate negli anni 90, quando il vice presidente Cheney era a capo della Halliburton.

14 marzo: secondo le rivelazioni del deputato Henry Waxman, i revisori del Pentagono trovano 108 milioni di dollari di sovraccarico da parte della KBR, per una fornitura di petrolio in Iraq.

16 marzo: il Los Angeles Times riporta che l’Ente Americano per la Protezione Ambientale (EPA) aprirà un’inchiesta interna, in seguito al reclamo di uno dei suoi ingegneri, il quale afferma che l’ente ha alterato di proposito gli studi sull’ambiente, con lo scopo di proteggere dalle leggi anti-inquinamento una nuova e redditizia tecnica di trivellazione, conosciuta come fratturazione idraulica, sperimentata dalla Halliburton.

Aprile: il Dipartimento di Stato pubblica un rapporto in cui si dimostra che i lavori di ricostruzione nei giacimenti petroliferi dell’Iraq condotti dalla Halliburton, producono costi esorbitanti a fronte di “scarsi risultati”.

29 giugno: durante un’udienza al Congresso, Bunnatine H. Greenhouse, allora in forza al Genio Militare delle Forze Armate statunitensi, testimonia: “Posso affermare in modo inequivocabile che gli abusi riferiti ai contratti assegnati alla KBR rappresentano l’esempio di disonestà più spudorata e disdicevole a cui abbia mai assistito nella mia lunga carriera.” In agosto la Greenhouse, a seguito della sua testimonianza, viene degradata.
In quella stessa udienza, il deputato Waxman rende pubblica una verifica contabile precedentemente coperta da segreto militare, che critica un conto aggiuntivo di 1,4 miliardi di dollari riferito a “presunte” e “non comprovate” spese sostenute dalla KBR in Iraq.

22 luglio: la Halliburton annuncia che la consociata KBR, per aver portato a termine i contratti stipulati col Pentagono, ha visto i suoi profitti crescere del 284% durante il secondo trimestre dell’anno.

8 settembre: il Washington Post riporta che Joseph Allbaugh, ex direttore della Federal Emergency Management Agency (FEMA)[9] e ora lobbyista della Halliburton, si trova in Louisiana per aiutare i suoi clienti ad ottenere appalti per la ricostruzione di New Orleans.
Allbaugh replica che non si trova lì per quello scopo: “Io non mi occupo di appalti governativi” dice al Post, “sto solo cercando di fare il possibile per coordinare il sostegno da parte del settore privato, compito che il governo ci ha sempre chiesto di svolgere.”

15 settembre: il senatore democratico del New Jersey Frank Lautenberg rinnova la sua richiesta affinché il vice presidente Cheney abbandoni i suoi interessi finanziari nella Halliburton. Lautenberg fa notare che le azioni Halliburton in possesso di Cheney valgono oltre 9 milioni di dollari. Cheney replica che lui non avrà più alcun coinvolgimento economico con l’azienda perché ha intenzione di donare in beneficenza tutti i guadagni provenienti dalle azioni.

20 settembre: gli ex impiegati della KBR e specialisti in idrologia Ben Carter e Ken May, raccontano ad HalliburtonWatch che la KBR ha scientemente esposto militari e civili in Iraq all’acqua contaminata del fiume Eufrate. HalliburtonWatch rende pubblica un’e-mail interna in cui si dice che “per almeno un anno” il livello di contaminazione in un campo sarebbe stato almeno doppio rispetto alla norma di acque non trattate.

Ottobre: la senatrice democratica della Louisiana Mary Landrieu, accusa un subappaltatore della Halliburton di aver ingaggiato almeno 100 immigrati privi di documenti per ripulire le aree distrutte dall’uragano Katrina. Il presidente della ditta subappaltatrice, la BE&K dell’Alabama, è un ammiraglio in pensione, David Nash. Nash era a capo dell’ufficio di Baghdad quando ha assegnato gli appalti per l’Iraq. “Non esiste alcuna relazione fra il lavoro che stiamo svolgendo in Louisiana e il coinvolgimento di Nash in Iraq” ha dichiarato alla Reuters un portavoce della BE&K.

15 novembre: Roberto Lovato di Salon.com riferisce che la KBR e suoi subappaltatori sfruttano illegalmente immigrati e lavoratori senza documenti nelle aree della Gulf Coast distrutte dall’uragano.

In un articolo dal titolo “Gli Schiavi della Gulf Coast”, Lovato descrive i suoi viaggi attraverso le zone colpite dalla sciagura, dove la KBR ha appalti per 124,9 milioni di dollari.

Racconta di aver visto “parcheggi per squallide roulotte, in ognuna delle quali vivono fino a 19 lavoratori della KBR, sottopagati, malnutriti e costretti a pagare un affitto di 70 dollari a testa alla settimana.” Molti di loro accusano gravi problemi di salute legati al lavoro che svolgono per conto della KBR, oltre a dissenteria, distorsioni alle caviglie, tagli e contusioni. La Halliburton nega di violare le leggi sul lavoro, ma a ottobre, alcuni funzionari dell’ufficio immigrazione avevano scoperto lavoratori in nero nel suo impianto di Belle Chasse.

19 novembre: il Washington Post riporta che è stata depositata al Dipartimento di Giustizia un’indagine penale sulle procedure dell’esercito, per irregolarità commesse negli avvisi di aggiudicazione degli appalti durante il periodo che ha preceduto l’inizio della guerra, e che hanno presumibilmente favorito la Halliburton nei confronti dei suoi concorrenti. Quest’indagine è la conseguenza delle dichiarazioni rese da Bunnatine Greenhouse.

In un intervento sul Post, la Halliburton scrive che “continua a collaborare pienamente con il Dipartimento di Giustizia nelle indagini su alcune questioni riguardanti il nostro lavoro in Iraq.” “Poiché le indagini sono ancora in corso, sarebbe fuori luogo fare ulteriori commenti.”

2 dicembre: il deputato Henry Waxman rivela che il Genio Militare dell’Esercito ha pagato un premio di 38 milioni di dollari alla Halliburton per un trasporto di petrolio e riparazioni in Iraq, nonostante gli stessi revisori del Pentagono abbiano definito “irragionevole” e “non comprovato” il conto di 169 milioni di dollari per quel lavoro.

27 dicembre: il Chicago Tribune scrive che gruppi appaltatori del Pentagono bloccano la proposta da parte del Pentagono stesso di impedire coinvolgimenti nel traffico di esseri umani da impiegare nel lavoro e nella prostituzione. Gli appaltatori non vogliono essere responsabili dei traffici condotti dai loro subappaltatori. Le consociate della Halliburton sono state spesso collegate a controversie relative a traffici di quel tipo.

Dopo che in ottobre il Tribune ha parlato di rapimenti di decine di nepalesi, poi trasportati in Iraq a lavorare per i subappaltatori della Halliburton, la compagnia ha dichiarato di non essere responsabile dei metodi di reclutamento o di assunzione dei suoi subappaltatori.

L’Esercito degli Stati Uniti, da parte sua, ha detto che le questioni riguardanti la presunta cattiva condotta “da parte dei soci subappaltatori devono essere ricondotte ai subappaltatori stessi, e non sono di competenza dell’Esercito.”

Russell Mokhiber è il direttore di Corporate Crime Reporter, con sede a Washington, D.C. Robert Weissman è il direttore di Multinational Monitor, anch’esso di Washington, D.C. Mokhiber e Weissman sono gli autori del libro On the Rampage: Corporate Predators and the Destruction of Democracy

Note del traduttore:

[1]Tassazione sugli utili (a cascata) conseguiti da un’azienda in periodi di forte ed inaspettata richiesta dei propri prodotti.

[2] Il Pendio Settentrionale dell’Alaska, una delle ultime zone al mondo, fino a qualche anno fa, incontaminate.

[3]Occupational Safety and Health Administration ( Ufficio Amministrativo per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro).

[4]Organizzazioni sostenute dalle grandi industrie che lavorano per influenzare l’opinione pubblica.

[5]Insieme di organizzazioni non profit che si occupano di fornire ai cittadini un’informazione indipendente su questioni di interesse pubblico.

[6] Composto chimico altamente cancerogeno.

[7] Kellogg Brown and Root (KBR), consociata della Halliburton, diventata fornitrice logistica esclusiva sia della marina che dell’esercito.

[8] L’autorità federale preposta alla regolamentazione e alla vigilanza del mercato azionario americano, per la salvaguardia della sua trasparenza a tutela degli investitori, in particolare dei piccoli risparmiatori.

[9]L’Ente Federale per la Gestione delle Emergenze sul Territorio, corrispettivo della nostra Protezione Civile, su cui il Senato ha aperto un’inchiesta chiedendone la chiusura, per come ha reagito e gestito i fatti legati all’uragano Katrina.

Russel Mokhiber e Robert Weissman
Fonte: http://www.commondreams.org/
Link: http://www.commondreams.org/views06/0425-21.htm
25.04.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI

VEDI ANCHE:


LE DIECI PEGGIORI MULTINAZIONALI DEL 2005 (PARTE II)

LE PRIME DIECI PEGGIORI SOCIETA’ DEL 2004

Pubblicato da Das schloss