Le banche sono la zavorra dell’economia italiana

Di Giovanni Zibordi

Il prof. Richard Werner, forse il migliore economista al mondo al di fuori del mainstream, aveva ricevuto l’offerta di una cattedra all’Università di Cambridge tre anni fa che gli è stata ritirata perché qualcuno ha notato un suo commento per cui “le grandi banche sono un cancro per la società” (big banks are a cancer on society).

https://www.dailymail.co.uk/news/article-9802055/Economist-sues-Cambridge-University-saying-retracted-job-offer-big-banks-cancer-belief.html.

Al momento c’è una causa in corso in tribunale perché Werner ha citato in giudizio l’università e la giudice assegnata al caso sembra abbia esaminato con simpatia le tesi di Werner sulle grandi banche.

Dopo il Covid e i vaccini, l’altro argomento molto delicato da affrontare in Italia e in occidente sono infatti le banche.

Oggi abbiamo un esempio fresco fresco del problema. Unicredit esplode in borsa di quasi il 10% perché il CEO Orcel annuncia che negli anni 2022-23-24 distribuirà 16 miliardi di euro agli azionisti.

Per gli azionisti ovviamente questa è una bellissima notizia e ci auguriamo che ce ne siano tra i lettori. Se parliamo però in termini del fatto che si tratta della maggiora banca italiana, va menzionato che gli azionisti sono in maggioranza istituzionali ed entità estere.

Oltre alle “institutions” come Blackrock o Allianz, infatti ci sono anche tanti hedge fund e investitori a vario titoli esteri. E’ un fatto noto che l’azionariato delle principali banche italiane è ora per più di metà estero per cui quando guadagnano tanto come succede e distribuiscono, i dividendi vanno all’estero.

Ma tu dirai che è un segno di “salute” di Unicredit e quindi poi ne beneficeranno anche imprese e famiglie italiane. E tu ti sbaglierai perché evidentemente non passi del tempo a leggere bilanci di banche.

Qui abbiamo riassunto evidenziandoli i fatti macroscopici dell’ultimo bilancio di Unicredit, che mostrano come la banca sia bombata di soldi, ma non presti. Per essere precisi, dal 2019 la banca ha raccolto altri 78 miliardi dal pubblico, ma ne ha prestati solo 4 ed è arrivata ora a tenere 188 miliardi in “cash e equivalenti” contro 79 miliardi solo due anni fa.

Per chi non ci avesse mai pensato, le banche non devono come le aziende normali tenere parecchio cash disponibile a bilancio (senza contare che anche per le aziende non è un buon segno tenerne troppo). Di solito ne tengono molto poco, perché se ne hanno bisogno hanno il mercato interbancario e comunque il loro business dovrebbe essere prestare o investire e far girare soldi, non tenerli fermi.

L’altra cosa però anche più eclatante è che Unicredit su quasi 931 miliardi a bilancio totali presta solo 470 miliardi, la metà. I depositi della clientela sono saliti a 601 miliardi, poi Unicredit prende a prestito da varie fonti, inclusi i programmi della BCE altri 300 miliardi e rotti.

Molti di noi immaginano che le banche raccolgano soldi e li prestino poi a famiglie e imprese e magari comprino anche titoli di stato. Questa funzione però è sempre meno importante per le grandi banche italiane (e anche di altri paesi occidentali). In realtà metà del loro bilancio va ad investimenti e poi ora una parte significativa semplicemente rimane in cash

188 miliardi in cash sono una cifra enorme, quanto l’intero famoso PNRR della UE (sui prossimi cinque o sei anni). Anche solamente la differenza tra i soldi che la clientela dà alla banca (e che sono una “passività” cioè in pratica prestati alla banca) e quelli che la banca presta poi alla clientela (famiglia e imprese) è una cifra enorme, 131 miliardi.

Perché questo è un problema per l’Italia? Perché le banche non sono “aziende” come tante. Come spiegava l’anno scorso in modo molto franco su Twitter l’ex vice di Draghi alla BCE, Constancio, le banche creano il denaro che circola. Non sono veramente “intermediari” che prima raccolgono soldi da famiglie e poi li prestano alle imprese (e famiglie stesse). Questa è una favola esemplificativa, ma non è la realtà.

Ci siamo permessi di evidenziare in italiano la serie di spiegazioni che l’economista e banchiere centrale Constancio ha gentilmente fornito al pubblico: “i banchieri non sono intermediari del risparmio, ma producono il potere d’acquisto come produttori della materia prima chiamata denaro”.

Questo però implica che se le banche non espandono il credito, il denaro che circola nell’economia non aumenta. In Italia dopo il 2008 le banche hanno in realtà ridotto di oltre il 25% il credito alle imprese e tenuto sostanzialmente fermo quello alle famiglie. Il deficit pubblico al netto degli interessi (“primario”), che è quello che può fornire denaro in alternativa, in Italia è sempre stato in surplus. Cioè lo stato ha tassato sempre di più di quello che ha speso (al netto degli interessi).

Le banche da anni riducono il credito in Italia e poi nemmeno con tutti i miliardi che presta loro a meno di zero la BCE lo aumentano (vedi sopra Unicredit). Questo spiega perché l’economia italiana sia da più di un decennio soffocata, a differenza di altre come ad esempio la Francia.

Per chi avesse dubbi esiste un confronto che taglia la testa al toro. Come si sa, l’Italia ha avuto un calo del reddito, del PIL e degli stipendi da almeno 20 anni (anzi, per gli stipendi da 30 anni).

La Francia invece ha aumento reddito, PIL e stipendi quanto la Germania. La Francia è in deficit estero cronico, mentre l’Italia dal 2012 è tornata sempre in surplus, e la Francia ha meno produzione industriale dell’Italia.

Come mai tiene allora bene il passo con la Germania?

Qui vedi gli ultimi 20 anni e il confronto è clamoroso: le banche francesi hanno prestato quasi il doppio (in % del PIL) di quelle italiane.

Morale

Siamo contenti per gli azionisti, in maggioranza esteri, di Unicredit che riceveranno miliardi spremuti ai mutuatari, correntisti e risparmiatori italiani che comprano i prodotti del risparmio gestito di Unicredit.

Spiace invece molto per l’economia italiana. Le banche italiane sono state prima privatizzate e poi quasi tutte fuse e il loro controllo è passato ad azionisti esteri e i politici italiani non osano discutere da pari a pari con i capi delle banche come Messina o Orcel. In Francia i primi ministri e ministri delle Finanze erano all’ENA (Ecole nationale d’administration) assieme a quelli che sono ora CEO di BNP o Société Générale, capiscono bene come funzionano e trattano con loro affinché finanzino le imprese.

Da noi Di Maio, Conte, Salvini, Renzi e Letta o non hanno idea di come funzioni una banca o sono ansiosi di essere presi poi come “advisor”, e i vari ministri dell’Economia e delle Finanze ambiscono poi a entrare in qualche banca, vedi Padoan o Grilli (il ministro dell’Economia e delle Finanze di Monti). In pratica i politici italiani sono sudditi rispetto alle grandi banche, le quali a loro volta rispondono ai grandi azionisti esteri.

Per cui l’economia italiana, a differenza ad esempio di quella francese, continua ad essere soffocata dalla mancanza di credito, che significa mancanza di soldi che circolano.

Di Giovanni Zibordi

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