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LA “GUERRA AL TERRORISMO” RIVISITATA

La conquista dell’Asia sud-occidentale

DI PEPE ESCOBAR

“Questa idea secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attaccare l’Iran è semplicemente ridicola … e detto ciò, tutte le opzioni sono sul tavolo.”
Presidente George W Bush, Bruxelles, 22 Febbraio 2005

Il Pentagono, agendo sotto le direttive dell’ufficio del Vice Presidente Dick Cheney, ha incaricato il Comando Strategico degli Stati Uniti (STRATCOM) di redigere un piano contingente da attuare in risposta ad un eventuale altro attacco
terroristico contro gli Stati Uniti del tipo 11 Settembre. Il piano include un assalto aereo in larga scala sull’Iran, con l’impiego sia di armi convenzionali che di armi nucleari tattiche… Molti degli obiettivi sono costituiti da strutture possenti o poste in profondità nel suolo, pertanto essi non potrebbero essere conquistati con armi convenzionali, da cui l’opzione nucleare.. – American Conservative, 22 Luglio 2005
BEIRUT – Appena un giorno dopo le bombe di luglio a Londra, uno, chiamato rimarchevolmente Aseem Jihad, portavoce del Ministro iracheno del petrolio, ha riferito ai media iracheni che 11 appezzamenti petroliferi a sud dell’Iraq, capaci di produrre almeno tre milioni di barili di greggio al giorno, erano stati dati in appalto ad investitori internazionali al prezzo di 25 miliardi di dollari.

Con il prezzo del greggio che presumibilmente sfiorerà i 100 dollari al barile in
un futuro non troppo lontano, ci saremmo difficilmente potuti aspettare una notizia migliore per l’industria petrolifera. C’è sempre la possibilità che tutti quei miliardi non vadano mai a finire al Ministero del petrolio iracheno, a beneficio del popolo dell’Iraq – ma piuttosto vadano a riempire i portafogli dei baroni del greggio, le milizie attive presso il Ministero dell’interno iracheno e l’amministrazione Bush –supportata dagli intermediari (“appaltatori occidentali”, “corrieri”, “attività d’intelligence”, brokers, persino leader tribali) a Baghdad.

Questo è esattamente ciò che è accaduto agli 8,8 miliardi di dollari di denaro iracheno, che semplicemente “sparirono” tra l’ottobre 2003 ed il luglio 2004 sotto la sorveglianza del precedente proconsole L Paul Bremer.

D’altronde, la plutocratica potenza petrolifera non ha di che preoccuparsi circa
le questioni legali irachene, dal momento che è stato rinnovato l’Ordine
Esecutivo 13303 del Presidente George W Bush – il quale garantisce che “tutti i
procedimenti giudiziari” contro gli interessi di società americane, coinvolte a
qualunque titolo col petrolio iracheno “debbano essere considerati non validi e
senza valore legale”. Per i cinici del mondo, questo è nei fatti il perno della
“guerra al Terrorismo”.

Sovvenzionare Osama bin Laden

Questo, però, prima della distruzione di New Orleans. Una guerra illegittima di aggressione contro l’Iraq, la decimazione in massa di civili iracheni, le camere di tortura di Abu Ghraib, il Pentagono incapace di occupare Baghdad o persino di controllare la strada dall’aeroporto alla zona verde, impotente contro poche migliaia di guerriglieri, armati di Kalashnikov e manufatti esplosivi artigianali- il tutto miscelato allo scenario di una superpotenza che abbandona una delle sue più grandi città alla catastrofe.

Non si pensava che dovesse andare in questo modo, ma persino prima che Katrina mettesse a nudo tutto ciò, c’era una sensazione sgradevole – non solo in Medio Oriente – che l’amministrazione Bush stesse, di fatto, sovvenzionando Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri con l’iperbolica cifra di 300 miliardi di dollari, e stesse cercando di trasformare, con i soldi dei contribuenti americani, l’Iraq nel terreno di addestramento preferito di al-Qaeda. Dunque, in cosa consiste “la guerra al Terrore”?

Durante la prima parte del 2005, “la guerra al Terrore” della prima amministrazione Bush è stata pian piano mutata in quello che si riteneva fosse il vero obiettivo: la conquista dell’Eurasia e, più specificamente, dell’Asia sud-occidentale. I profili della nuova religione sono stati tracciati con gran cura da Washington.

Il neo-conservatore Robert Kagan [da annoverarsi tra i falchi n.d.r.], co-fondatore dell’ultra-oltranzista PNAC – Project for the New American Century (Progetto per il nuovo secolo americano), è stato uno dei primi ad ammettere che è tutta una questione di branding [denominare diversamente l’operazione come strategia di immagine n.d.r.], Kagan era felicissimo che Bush avesse oltrepassato gli strettissimi limiti della “guerra al terrore” per tuffarsi nell’illimitato oceano concettuale di una (paradossale) “democrazia con la forza”. Kagan ha arguito che questo nuovo paradigma fosse più “realistico” e rappresentasse una chance migliore per raccogliere un supporto globale.

Ed invece no. Già sei mesi fa, un’indagine in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Italia rivelava che quasi sette su dieci cittadini dell’Europa occidentale (80% in Germania, 84% in Francia) pensavano che Bush non avesse un minimo interesse nel diffondere libertà e democrazia agli altri paesi. Un’indagine del tedesco Die Welt rivelava che persino il Presidente Vladimir Putin veniva considerato più affidabile di Bush, specialmente nella Germania dell’est. In Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Italia una larga maggioranza, per esperienza storica, sa che la democrazia non può essere istituita come surrogato di una religione politica.

Nel frattempo, dal punto di vista di Washington, non aveva più senso muovere “guerra al terrorismo”, in risposta alla minaccia percepita proveniente dal radicalismo islamico.
Il punto (originale) era il messianico – che altro se non?-: il mondo deve essere piegato e rimodellato in modo da conformarsi ai credo americani. Ma si dà il caso che persino gli americani, quasi tre su quattro, secondo gli ultimi sondaggi, abbiano ripudiato il nuovo branding, fortemente promosso dal PNAC, dall’American Enterprise Institute, dall’Hudson Institute, e dal Washington Institute per la Politica del Vicino Oriente e da altri think tanks [serbatoi di pensiero] di destra. Si è capito che l’imposizione della democrazia con la forza – che non è altro che ingegneria sociale – non è mai stata applicata agli alleati di Washington, per quanto riprovevoli potessero essere, ma solo ai nemici designati da Washington.

Qualunque sia l’umore dell’opinione pubblica, la National Defense Strategy degli Stati Uniti – la quale esplicitamente appoggia gli attacchi unilaterali e preventivi – rimane stabilmente in primo piano.
La stessa amministrazione Bush dichiara di ritenersi l’unica in “diritto” di ingaggiare una “preventiva/di prelazione” guerra contro chiunque, dovunque, in qualunque momento, persino sulla base del mero sospetto di essere soggettivamente minacciata da una teorica possibilità di poter essere “attaccata” in un indefinito posto di un indefinito futuro.

Persino più cruciale: qualunque disaccordo diplomatico o giuridico con gli stati Uniti secondo il diritto internazionale è considerato come un “attacco” o una forma di “guerra asimmetrica”.
Quindi attaccare diplomaticamente gli Stati Uniti potrebbe essere considerato come una forma di attacco terroristico.
Poi c’è per la CIA (new Central Intelligence Agency) la licenza di uccidere in qualunque momento, ovunque, in tutto il mondo, senza alcuna supervisione- con uccisioni selettive in Pakistan, Afghanistan e Yemen effettuati da aerei senza pilota armati di missili e guidati in modo remoto.

La rivoluzione in franchising

[esportare un modello che funziona n.d.r.] La versione rinnovata di “guerra al Terrore” significa l’intenzione di Bush di forgiare il suo ‘Grande Medio Oriente’, con l’attribuzione di adeguati gradi a tutti quelli individuati come buoni alunni: tra cui sono inclusi il Marocco, la Giordania, il Bahrain e soprattutto l’Egitto di Hosni Mubarak. La Palestina dovrebbe essere pacificata con una manciata di dollari. L’Arabia Saudita sarà tenuta in quarantena. Gli studenti “cattivi” divengono i bersagli: Siria, Libano (nell’estensione Hezbollah), e Iran.
Costoro dovranno essere integrati nel “Grande Medio Oriente” con le cattive, non con le buone.

L’UNDPI- il programma di sviluppo degli Stati Uniti (United Nations Development Program) ha impiegato studiosi arabi importanti e indipendenti per redigere una relazione, diffusamente lodata, nel 2004 sullo sviluppo umano degli arabi.
Gli studiosi hanno sottolineato l’assenza di libertà negli alleati privilegiati degli Stati Uniti quali l’Arabia Saudita e il Kuwait, e così anche l’ipocrisia di Washington nel definire l’Egitto, la Giordania, il Marocco e la Tunisia come alleati “democratici”.
Gli Arabi intervistati dagli studiosi dell’UNDP hanno tutti rimarcato che vogliono “la liberazione dalla occupazione straniera e vogliono libertà d’opinione, espressione e movimento”.

Gli Arabi hanno tutte le ragioni del mondo per sospettare l’impegno occidentale per la democrazia. Sia la Gran Bretagna che la Francia sono ex colonizzatori. La rivolta irachena contro l’occupazione britannica agli inizi degli anni 20 fu repressa con l’impiego di gas velenosi. La Francia sedò la resistenza siriana contro l’occupazione due volte, nel 1925-27 e di nuovo nel 1945.
Gli Stati Uniti approvano senza riserve l’occupazione della Palestina da parte d’Israele che dura da 38 anni.
Per la maggioranza dell’opinione pubblica araba, la retorica della seconda amministrazione Bush di “democratizzare” maschera semplicemente un disegno neocolonialista.

Il problema per Washington era sempre come mettere in atto la propria visione. Molte cancellerie sparse nel mondo ritengono che il Pentagono non avrebbe esitato ad attaccare sia la Siria che l’Iran.
I diplomatici sembrano non riporre fiducia nella valutazione della CIA, secondo la quale il cambiamento di regime sarebbe possibile senza un intervento militare in entrambi casi.
Sia l’Iran che la Siria non possono essere paragonate all’Iraq, già distrutto da due guerre e dodici anni di sanzioni ed embargo.
La Siria non ha mezzi per difendere se stessa dalla terrificante potenza di fuoco americana; ma potrebbe attaccare Israele. L’Iran possiede missili strategici russi; essi potrebbe far esplodere i superdepositi petroliferi nel Golfo Persico, bloccare lo Stretto di Hormuz e portare in rovina il mondo economico.

Poi c’è il caso libanese. I Neo-cons (neo-conservatori) hanno ampiamente lodato la cosiddetta rivoluzione “Cedar”, soprannominata dai cinici la rivoluzione-Gucci.
Prima delle ultime elezioni, un sondaggio condotto da studenti di scienze sociali dalla Università libanese nella grande Beirut ha mostrato che solo il 26% appoggiava la Risoluzione delle Nazioni Unite 1559, la quale richiede il ritiro delle truppe siriane – mentre un ben 68% era contrario. E soltanto il 18% era favorevole a disarmare gli Hezbollah, mentre il 72% era contrario.

Questo solleva l’interrogativo: perchè i Siriani avrebbero dovuto abbandonare il Libano, quando nessuno sostiene che gli Stati Uniti devono lasciare l’Iraq? Questa pretesa è ancora più insensata se si considera che la maggioranza degli iracheni desidera che gli Stati Uniti se ne vadano, mentre solo una minoranza relativa di libanesi avrebbe voluto – secondo il sondaggio – il ritiro dei siriani.

I risultati del sondaggio non sono particolarmente sorprendenti se si considera che la maggior parte dei libanesi sono Shi’iti. I due maggiori movimenti Shi’iti- Amal e Hezbollah –sono ancora allineati con la Siria, per molte complesse ragioni.
In più c’è l’insieme di indipendenti, arabi nazionalisti, comunisti, socialisti e Nasseriani.
Al di là degli slogan dell’amministrazione Bush- “libertà”, “democrazia” – le fazioni e il settarismo libanese rimangono molto potenti.

C’era un soldato siriano in Libano ogni 270 libanesi. C’è un soldato dell’occupazione statunitense ogni 170 iracheni.
La seconda amministrazione Bush ha insistito sul ritiro siriano dal Libano, ma non ha esercitato pressioni affinché Israele lasci le alture del Golan in Siria, illegittimente occupate dal 1967 e illegittimamente detenute con 18.000 Israeliani. L’area delle alture del Golan è tre volte più grande dei territori di Gaza.

“Esportare la rivoluzione in franchisig” è un’operazione ingegneristica messa in piedi da organizzazioni, quali il NED – National Endowment for Democracy (il Fondo Nazionale per la Democrazia) e uno tsunami di acronimi di organizzazioni “democratiche”, i cui membri dello staff sono neo-cons e sostenitori di opere neoliberali, come il modello della rivoluzione “arancione” ucraina, ottenuto mettendo in atto una martellante e manipolativa campagna mediatica, che chiamava alla “democrazia” e alla “libertà” e dava l’illusione che tutta la popolazione fosse unita.
L’intera popolazione non era unita in Ucraina, così come non lo è dietro la rivoluzione Gucci in Libano.

Lo scopo ultimo delle “rivoluzioni in franchising” e della “promozione della democrazia” è di rimpiazzare le tradizionali elite nella vecchia America e tra i satrapi della Russia, così come per gli ex regimi ostili, con una nuova stirpe di politici neo-liberali geneticamente programmati, istruiti ed educati negli Stati Uniti. Ma questo potrebbe essere solo la facciata.
Le questioni realmente importanti ruotano sulla conduzione delle basi militari americane, dislocate in 138 paesi in tutto il globo.

Combattere il nazionalismo arabo

Imad Fawzi al-Shuaibi, capo del Centro Studi Strategici a Damasco, ha raccontato ad al-Jazeera che l’ex Primo Ministro libanese, Rafik Hariri, ” ebbe dei dissidi con la Siria, ma non richiese il ritiro delle forze siriane dal Libano, non fomentò ostilità verso la Siria o pretese la fine del ruolo della Siria in Libano”.
L’avvocato libanese Bushra al-Khalil ha fatto un passo ulteriore in avanti: egli ha raccontato ad al-Jazeera che “la morte di Hariri è parte di un piano per suddividere la regione in staterelli indifesi. Il piano è cominciato in Iraq e continuerà ad interessare tutti gli Stati arabi.”

Si capisce chiaramente in vasti strati del Medio Oriente che il tratto dominante del disegno di Bush del Grande Medio Oriente comporta un colpo di grazia al nazionalismo arabo – ovunque esso si manifesti.
E’ sempre importante ricordare che la maggioranza dei confini nel mondo arabo sono del tutto artificiali, imposti soprattutto dal colonialismo britannico.
Per Washington, il nemico vero non è il fondamentalismo islamico, ma il nazionalismo arabo. Per decenni l’obiettivo finale della politica estera israeliana è stata di seminare discordia tra gli Arabi.
Il secolare nazionalismo arabo è la minaccia finale per Israele, come per gli USA, secondo il pensiero neo-con. Il punto cruciale non è la religione: è la politica.

Storicamente, per tutti gli ultimi 20 anni, l’Islam radicale è stato il canale chiave per esprimere la rabbia contro lo sfruttamento dell’Occidente, poiché ogni canale progressista di espressione aveva fallito o era stato represso da regimi corrotti, spalleggiati dagli americani. L’Islam radicale ha speso molto tempo nel contrastare la nascita di movimenti nazionalisti nel mondo arabo: esso divenne anti-occidentale solo dopo la fine della jihad anti-sovietica in Afghanistan e la prima Guerra del Golfo.

Gli intellettuali arabi laici e progressistisottolineano, da tempo immemore, che il binomio Washington-Gerusalemme non tollererà mai che i territori arabi si uniscano. Essi evidenziano anche che il pacchetto “Grande Medio Oriente” è una pura “intimidazione strategica”, messa a punto per “eliminare ogni forma di unità araba o musulmana, considerate come una minaccia per la strategia degli Stati Uniti e quella del suo alleato strategico, Israele”, come ritiene Mahua Daoudi, un intellettuale siriano e ricercatore presso il think tank CNRS a Ginevra.

Tanto per gli USA, solo i metodi di intervento differiscono, non gli scopi. Gli scritti neo-con sul Weekly Standard continuano a rassicurare i fedeli che l’unica soluzione è la guerra totale nel Medio Oriente, con più soldati in Iraq ed il bombardamento dei villaggi siriani, sospettati di appoggiare la resistenza irachena.
Francis Fukuyama “la fine della storia” – un amministratore della NED – e l’ex segretario di Stato, Madeleine Albright, presidente del ramo Democratico del NED, dal canto loro promuovono metodi più docili.

Potrà anche esserci un violento confronto all’interno delle elite americane tra il gruppo dei neocons “favorevolissimi” dalle loro poltrone e la banda “esportatrice della democrazia”, ma nel frattempo, il concetto di Grande Medio Oriente continua a guadagnare terreno.
Il progetto per la nuova costituzione irachena, da votare entro la fine della prossima settimana, è un meccanismo per rendere meno traumatica la divisione dell’Iraq.

Ma nel mondo arabo, esiste la paura che la morte dell’Iraq significhi la morte del nazionalismo arabo. Questa è il modo di vedere, tra gli altri, di Abdullah al-Ashaal, un ex esperto del Ministero degli Affari Esteri egiziano: egli sostiene che la de-Ba’athificazione è stata pianificata, perché strumentale al sabotaggio della fondazione dello stato iracheno; l’identità araba dell’Iraq viene minacciata, così ché tre staterelli, basati su differenze etnico-religiose, possano essere creati.

La stessa analisi è condivisa dal libanese, residente a Parigi, Antoine Basbous, direttore dell’Osservatorio dei Paesi Arabi. Egli è convinto che il pan-Arabismo sia il bersaglio chiave del “Grande Medio Oriente” di Bush e che la distruzione dell’Iraq sia invitabile, non tanto perché esso era l’obiettivo iniziale dell’America, ma perché ora, con l’estremismo sfrenato su tutti i fronti, Sunniti, Shi’iti e Curdi sono pronti a dar battaglia, per proteggere i loro interessi. Cosa più preoccupante, Basbous predice che questo schema sarà applicato in tutto il Medio Oriente.

L’asserzione dei neo-cons, secondo cui la democrazia è incompatibile con l’Islam, è spazzatura: Indonesia, Malesia, Bangladesh, Turchia, tutti paesi musulmani, sono democratici. Lo specifico – e cruciale – problema dei territori Arabi è che gli USA non possono promuovere la democrazia al di là di una mera retorica; altrimenti i loro satrapi e gli stati clienti rischierebbero di essere governati da una maggioranza Islamica e certamente da regimi anti-USA. Questo sarebbe certamente il caso dell’Egitto e dell’Arabia Saudita.

Cosa è il Terrorismo?

Quando il mantra “Guerra al Terrorismo” è stato coniato, il tutto si condensava in ciò che si stava propinando agli americani e all’opinione pubblica mondiale.
Era molto più facile sdoganare una guerra contro al-Qaeda – dipinta come un branco di arabi dementi da cartone animato, Wahhabiti anomali, con nessun altro scopo che non fosse quello di distruggere lo stile di vita americano – che dichiarare al mondo il vero piano: per come lo vedono gli Arabi, questa è una guerra contro il nazionalismo arabo che porta una lista molto lunga e ben documentata di torti e sfruttamenti ed una assetto concreto di richieste: autodeterminazione in tutte le sue forme in tutto il mondo arabo e la fine della occupazione straniera, la fine della dominazione e delle interferenze.

Il dato chiave in tutto questo dramma è ciò che le persone, che vivono in Medio Oriente, pensano di loro stessi. Un’utile guida è uno studio sull’opinione pubblica in Medio Oriente – condotta in Giordania, Egitto, Libano, Siria e Palestina – e pubblicata dal Centro degli Studi strategici presso l’Università di Giordania. I risultati sono inquietanti. Una delle più importanti scoperte è ciò che l’uomo arabo di strada non riscontra “uno scontro di civiltà”; essi rintracciano la causa diretta di tutte le loro sventure nel colonialismo britannico e nella politica estera statunitense.

Nei pareri raccolti le qualificazioni maggiormente associate agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna sono state “razzisti”, “aggressivi”, “moralmente decadenti” e “imperialisti”. Le persone erano sempre molto attente nello specificare che essi ammirano le società occidentali per la loro atmosfera aperta, le libertà individuali e il progresso tecnologico, ma certamente non invidiano i problemi sociali occidentali. Le persone in Medio Oriente sono fiere della loro famiglia e delle proprie tradizioni. La rabbia è fondamentalmente diretta verso la politica estera anglo-americana. Una maggioranza è convinta che gli Stati Uniti siano governati da una ” lobby sionista”. Oltre il 70% si lamenta che gli USA e la Gran Bretagna tendano a dominare i paesi, attraverso l’offerta di aiuti stranieri. E significativamente, meno del 20% di Egiziani, Siriani e Palestinesi ritengono che gli USA supportino la democrazia nella regione.

La politica americana e britannica in Iraq e la parzialità degli USA nel conflitto tra Israele e Palestina sono stati quasi unanimemente rigettate. La sfiducia nell’America è persino più alta tra la gioventù medio-orientale. Solo una percentuale compresa tra il 15% e il 20% di giovani tra i 16 e i 24 anni aveva qualcosa di buono da dire sugli Stati Uniti. La maggioranza sostiene la Sharia come fonte di produzione normativa. Ma solo una scarsa minoranza ha detto di volere una interpretazione della legge islamica in senso talebano.

Come viene definito il “terrorismo” in Medio Oriente? Per oltre l’85% della popolazione in quattro dei cinque paesi intervistati (il 64% in Libano), la guerra degli Stati Uniti in Iraq è stato un atto di terrorismo. Il novanta per cento in tutti i paesi intervistati sostiene che l’uccisione di civili Palestinesi ad opera di Israele è terrorismo.
Hamas e Hezbollah non sono gruppi terroristici: essi sono considerati come organizzazioni legittime di resistenza. Per la maggioranza dei giordani e palestinesi, persino la battaglia di al-Qaeda è legittima. E al top di tutto, gli USA sono considerati il soggetto che ha maggiormente violato i diritti umani. La maggioranza delle persone intervistate ha espresso un semplice desiderio: se solo gli Americani ci lasciassero in pace.

Ciò non succederà, specialmente perchè il discorso neo-con rimane lo stesso: tutto concerne la conquista dell’Asia sud-occidentale. Ma la precedente versione della “guerra al terrorismo” può essere sempre esumata – specialmente dopo le bombe a Londra, o per alimentare l’isteria che precede gli attacchi contro la Siria o l’Iran. La tecnica è sempre la stessa: la manipolazione della opinione pubblica; una campagna d disinformazione a largo raggio; selezionati agenti, pagati, infiltrati nei media; una campagna paranoica che passa attraverso i gradi di allerta del terrorismo, indicati attraverso vari colori; annunci allarmistici di un altro “inevitabile” 11 Settembre. Come lo stesso vice-Presidente Dick Cheney ha annunciato, proprio come la guerra contro il comunismo, la “guerra al terrore” continuerà per decenni.

Funziona. Solo pochi mesi fa, secondo una indagine del Washington Post-ABC News, – prima che il pantano iracheno facesse precipitare la percentuale di credibilità di Bush – il 56% degli americani era ancora convinto che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa prima dell’inizio della guerra, mentre il 60% credeva che l’Iraq fosse connesso ad al-Qaeda.

La strada per Damasco

Un legame di ferro è stato costruito lentamente e con cura, dai falchi di Washington, con l’impiego delle stesse tecniche, tra Siria, Iran (sotto il suo nuovo presidente “dalla linea dura”), la resistenza sunnita in Iraq e il nazionalismo palestinese, tutti dipinti come “terroristi”. Nel caso dell’Iran, c’è un inevitabile legame con le armi di distruzione di massa, come è stato costruito nel caso dell’Iraq.

Le cose che veramente contano rimangono nell’ombra. Come la cruciale e recente visita del capo del Pentagono Donald Rumsfeld sia in Azerbaijan che in Kyrgyzstan. Non c’era fuga di notizie su questa agenda. Ma immediatamente il comandante delle forze NATO (North Atlantic Treaty Organization) in Europa, il Generale James Jones, ha annunciato che gli Stati Uniti hanno progettato di costruire basi militari nella porzione del Mar Caspio dell’Azerbaijan. Qualunque geo-stratega sa che l’Azerbaijan è la base più comoda in caso di un attacco Americano all’Iran. I siti internet in Russia hanno fatto molte congetture sulla probabilità di un confronto fatale USA-Russia, dal momento che la Russia è alleata dell’Iran e considera il Caspio un suo “lago”.

La Siria, il legame debole, è il successivo obiettivo di Washington per la destabilizzazione nei prossimi mesi. La ragione è semplice: la Siria è ancora impegnata nel nazionalismo arabo, oltre ad essere l’unico paese nella regione che ancora non soggiace alla pressione congiunta di Israele e USA. Allo stesso tempo, Washington incrementerà drammaticamente la pressione sull’Iran alla IAEA – International Atomic Energy Agency (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) prima della fine del 2005; il processo potrebbe portare ad un attacco preventivo sulle strutture nucleari iraniane, prima della scadenza del termine di Bush.
“Nessuna accondiscendenza” è la scusa magica – che Washington vuole che la IAEA dica in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – capace di giustificare un attacco preventivo.

Si tratta ancora una volta di un caso di “gioco di tessere del domino”: prima l’Iraq, poi la Siria e l’Iran, infine i Palestinesi; il risultato finale sarebbe la dominazione dell’intero Medio Oriente, nella misura in cui la dottrina neo-con lo prevede. Non ci sono dubbi su quale asse ne trarrebbe beneficio: la destra dei fondamentalisti cristiani, i potenti ebrei – la potente lobby ebreo-americana e la maggior parte del complesso industriale – militare.
Agli occhi del mondo, il nuovo “Grande Medio Oriente” dovrebbe rappresentare la suprema vittoria dei Giudei-Cristiani sull’Islam. Più che mai la credenza dello “scontro di civiltà” sembra essere vitale e attiva.

Lo scenario è stato maggiormente complicato dall’elezione dell’Ayatollah Ali Khamenei-benedetto Mahmud Ahmadinejad come Presidente dell’Iran – la qual cosa significa, tra le altre, che il programma nucleare dell’Iran non sarà rinviato – e da una simultanea vittoria iraniana in Iraq in termini di influenza strategica.

Entrambi questi sviluppi, a livelli differenti, sono una ripercussione dell’avventura americana in Iraq. Nella vita reale, essi suggeriscono anche che l’invasione dell’Iran è totalmente impossibile. Un attacco all’Iran porterebbe immediatamente a ritorsioni dentro l’Iraq. All’interno della vasta diaspora iraniana c’è una certezza: l’Iran diventerà inevitabilmente una potenza nucleare, non ha importanza cosa facciano gli americani. E i diplomatici concordano sul fatto che l’influenza strategica dell’Iran su un Iraq a maggioranza Shi’ita non avrà fine.
L’Arabia Saudita ha chiarito che, qualora l’Iran si procurasse l’energia nucleare, essa farebbe altrettanto. Al-Qaeda e la nebulosa della jihad potrebbero fare di peggio che sprecare tempo e provare a conquistare un’Arabia Saudita provvista di armi nucleari.

Pepe Escobar
Fonte: www.atimes.com
Link:http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/GJ07Ak01.html
7.10.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAOLA B.

Pubblicato da Truman