LA CINA E LA FORMAZIONE DI UN FRONTE DEL SUD GLOBALE INCRINANO L’EGEMONIA USA

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Di Domenico Moro

La guerra in Ucraina, per quanto sia importante, è solo un aspetto del confronto a livello globale tra, da una parte, la Russia e, dall’altra parte, l’Occidente, cioè gli Usa e i loro alleati più stretti dell’Europa occidentale e del Giappone. All’interno di questo confronto acquista, inoltre, un ruolo sempre più importante la Cina, che si sta ritagliando una posizione di mediatore internazionale. La competizione si gioca su diversi ambiti: la de-dollarizzazione, cioè la sostituzione del dollaro come moneta di scambio globale, la conquista delle materie prime, e, a livello geostrategico, la costruzione di un fronte del Sud globale, che si sta sottraendo all’influenza statunitense e occidentale e sta stabilendo rapporti sempre più stretti con Cina e Russia.

Quest’ultimo aspetto è di primaria importanza, perché la costruzione di un unico fronte, il Sud globale, disallineato se non contrapposto all’Occidente, sancisce una modifica, epocale e dalle conseguenze inedite, dei rapporti di forza e degli equilibri mondiali.

Ovviamente tutti i cambiamenti storici hanno una incubazione di lungo periodo, ma subiscono accelerazioni improvvise che li rendono evidenti. Così è stato per la guerra in Ucraina che sta diventando il banco di prova della costruzione di un fronte globale che può mettere in crisi l’egemonia mondiale statunitense, che dura ininterrottamente dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La formazione di un fronte del Sud globale appare visibile in sede Onu in occasione delle votazioni sulle risoluzioni di condanna della Russia per quanto sta accadendo in Ucraina. Già il 2 marzo del 2022, poco dopo l’inizio delle ostilità, 35 paesi si erano astenuti. Apparentemente si tratta di un numero piccolo in confronto a quello dell’insieme degli stati mondiali. In realtà questi 35 Paesi, insieme a quelli che hanno votato contro la risoluzione, rappresentano un po’ più della metà della popolazione mondiale, comprendendo giganti come la Cina, l’India, il Pakistan, il Bangladesh, l’Etiopia, il Vietnam e l’Iran che da soli arrivano a quasi 3,6 miliardi di abitanti. È da notare che tra i 35 astenuti ci sono 17 Paesi africani, che altri 8 paesi del continente sono stati assenti durante la votazione e che l’Eritrea ha votato contro. Di recente, alla votazione della fine di febbraio 2023, che chiedeva il ritiro delle Forze armate della Russia dall’Ucraina, gli astenuti sono stati 32, e i contrari 7, tra cui per la prima volta lo stato africano del Mali.

L’Africa è il continente dove l’egemonia statunitense ed europea appare essere maggiormente in declino. Tra gli astenuti all’Onu c’è anche il Sud-Africa, che ha tenuto tra il 17 e il 27 febbraio, con grande disappunto degli Usa, delle esercitazioni militari sulle proprie coste insieme alle Forze Armate di Cina e Russia. Inoltre, diversi stati ex colonie francesi si stanno smarcando dalla tutela e dall’influenza transalpina. Tra questi c’è il Burkina Faso che ha chiesto recentemente alla Francia di ritirare i 400 soldati, schierati nel paese con la motivazione di combattere gli jihadisti, e che sembra abbia intenzione avvicinarsi alla Russia.

A questo proposito giova ricordare i viaggi del ministro degli esteri russo, Lavrov, sia nel luglio 2022, quando toccò quattro Paesi (Egitto, Congo-Brazzaville, Uganda e Etiopia) e si incontrò con i leader dell’Unione Africana ad Addis Abeba, sia più recentemente a gennaio 2023, quando la missione di Lavrov in diversi Paesi africani, tra cui il Sud Africa, si è incrociata con quella del segretario del Tesoro statunitense Janet Yellen.

Lo scontro tra Occidente e Cina e Russia avviene, soprattutto in Africa, per contendersi lo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie. L’aspetto saliente è che l’Africa, dopo aver raggiunto l’indipendenza diversi decenni fa, era rimasta dipendente dalle potenze europee che continuavano a esercitare il loro controllo sulle ex colonie, soprattutto dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista politico-militare come provano le numerose missioni delle Forze armate francesi negli ultimi anni. Strumento di controllo economico e di drenaggio di risorse locali verso la Francia è soprattutto il franco CFA, una moneta garantita dal Tesoro francese, che è adottata da diversi Paesi africani, ma il cui dominio sembra vacillare. Infatti, il 21 dicembre 2019 i paesi dell’Africa occidentale si sono accordati per l’acquisizione di una moneta propria che permetterà di abbandonare il franco CFA.

Secondo alcuni analisti, la nuova moneta, l’ECO, potrebbe essere ancorata alla moneta cinese, lo yuan-renmimbi, per evitare oscillazioni pericolose sui mercati (1).

I paesi africani si stanno volgendo ormai da diversi anni verso la Cina, voltando le spalle alle ex potenze coloniali. La Cina è per molti paesi africani un modello da copiare, perché dalla fine degli anni ’80 ha emancipato dalla povertà 800 milioni di persone. La Cina ha adottato da diversi anni nel continente nero una politica commerciale basata sullo scambio tra materie prime e costruzione e finanziamento di infrastrutture. Molti Paesi hanno contratto prestiti con la Cina, anche perché sia il Fondo monetario internazionale sia la Banca Mondiale di solito vincolano il credito a requisiti irraggiungibili. Gli effetti dei programmi imposti dalla Banca Mondiale, con la concessione di prestiti e di aiuti subordinata all’approvazione di riforme strutturali orientate al libero mercato, sono stati disastrosi. Almeno 16 Paesi africani, dopo aver aderito alle richieste della Banca Mondiale, uscirono dall’elenco delle economie in crescita. Pertanto l’arrivo della Cina con capitali, know how, progetti a basso costo e manodopera qualificata è stato visto dai Paesi africani come un’occasione da non perdere.

La stessa strategia cinese della Belt and Road Initiative (BRI) va inquadrata nell’ambito della cooperazione internazionale per lo sviluppo. L’approccio cinese è di tipo “win-win”, cioè di guadagno reciproco sia della Cina sia dei paesi partner. Questo approccio si vede soprattutto nelle telecomunicazioni e nel digitale, dove la Cina ha lo scopo di trainare l’export delle proprie imprese tecnologiche, promuovendo al contempo l’emancipazione dei paesi partner. La Cina, in questo campo, sembra avere posizioni migliori rispetto agli Usa che escludono a priori la cessione di tecnologia strategica ai paesi africani, che si trovano, quindi, a dover fare affidamento sulla Cina. Lo sviluppo di reti fisiche e digitali è, inoltre, strettamente collegato ai piani cinesi di internazionalizzazione finanziaria. In particolare, il governo cinese punta a rendere la sua valuta, lo yuan-renmimbi, una moneta globale, ridimensionando lo strapotere del dollaro. Negli ultimi anni il ruolo dello yuan-renmimbi è molto cresciuto sia come valuta di scambio commerciale sia come valuta di riserva.

La valuta cinese è la quarta moneta più scambiata nel mondo, dopo dollaro, euro e yen giapponese. Secondo la Banca centrale cinese, le transazioni in yuan sono aumentate del 15% nel 2022, che rappresenta il quinto anno consecutivo di crescita, rispetto al 2021. Il colpo più grosso è stato segnato dalla Cina in America Latina, il cortile di casa degli Usa e del dollaro. Qui l’Argentina e il Brasile hanno rafforzato le loro riserve in yuan, allo scopo di avere uno scudo nei confronti della politica finanziaria statunitense. L’attacco nei confronti del dollaro Usa vede anche il protagonismo della Russia, che sta cercando di attrarre i Paesi africani in un blocco economico estraneo all’influenza Usa e capeggiato dai Paesi del Brics, in particolare da Cina e Russia. Fra gli obiettivi c’è la cosiddetta de-dollarization, cioè la sostituzione del dollaro con le valute nazionali negli scambi interni all’area.

Ma l’azione della Cina, sia economica sia politico-diplomatica non si limita all’Africa e all’America Latina, estendendosi al Medio oriente, che è un’area decisiva a livello mondiale per la presenza delle maggiori riserve di materie prime energetiche, in particolare quelle di petrolio. La Cina è stata mediatrice negli accordi che hanno portato al riavvicinamento di due paesi centrali nell’area medio-orientale, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di un risultato clamoroso, perché l’Arabia Saudita è dalla fine della Seconda guerra mondiale stretto alleato degli Usa e il suo riavvicinamento all’Iran, nemico degli Usa, per di più sotto la mediazione della Cina, rappresenta uno scacco per la politica diplomatica statunitense nell’area medio-orientale. Va aggiunto anche che le sanzioni contro la Russia hanno svolto un effetto controproducente per gli Usa e l’Occidente. Infatti, il blocco degli investimenti russi nelle banche occidentali ha messo sul chi vive tutti i Paesi emergenti che hanno investimenti nelle banche occidentali, tanto da farne paventare un ritiro. Un esempio in questo senso è quanto accaduto al Credit Suisse, che ha rischiato di fallire perché la banca saudita, che ne detiene la quota azionaria maggiore, ha rifiutato di offrire ulteriore assistenza finanziaria alla banca svizzera in difficoltà.

In sintesi, possiamo osservare come la guerra in Ucraina stia accelerando alcuni processi internazionali che erano in incubazione da tempo. In particolare, si sta rendendo manifesto il disallineamento rispetto agli Usa di molti paesi della cosiddetta periferia del sistema economico mondiale, specialmente di quelli dell’Africa. In Occidente si parla molto dell’isolamento internazionale della Russia, ma, se allarghiamo lo sguardo a livello mondiale, si può osservare che l’isolamento della Russia è minore di quanto appaia ad uno sguardo limitato all’Occidente. Quello che appare è che si stanno modificando i rapporti di forza mondiali tra Cina e Usa, con un miglioramento delle posizioni della Cina.

Il dragone si sta accreditando non solo come superpotenza economica, ma anche sul piano diplomatico, come mediatore di pace non solo nel conflitto russo-ucraino ma anche a livello globale. Sicuramente la Cina fa i suoi interessi economici e politici. Tuttavia, va a suo merito l’approccio economico “win-win” e il fatto che, a differenza degli Usa, non cerca, attraverso i commerci e la finanza, di imporre la sua linea politica ad altri Paesi.

Va pure segnalato che la Cina, sempre a differenza degli Usa, non fa ricorso da decenni alla guerra come strumento di politica internazionale. Nel caso dell’accordo tra Iran e Arabia Saudita la differenza di approccio è macroscopica: mentre gli Usa hanno sempre sfruttato e accentuato le differenze religiose nel mondo islamico, in particolare quella tra sciiti e sunniti, la Cina ha lavorato per superarle. Ad ogni modo, al di là del confronto Usa-Cina è di primaria importanza rilevare come si stia formando un Sud globale, che, dopo la decolonizzazione politica, sta entrando in una nuova fase, quella della decolonizzazione economica. A questo proposito sono significative le parole pronunciate nel marzo 2021 dal ministro degli esteri Ugandese, Sam Kutesa, riferendosi ai cinesi: “Hanno partecipato alle lotte di liberazione africane, alle guerre anticoloniali e ora ci assistono nella nostra emancipazione economica.” (2)

Di Domenico Moro

25.03.2023

Domenico Moro Si occupa di  globalizzazione e di economia politica internazionale. E’ autore di Globalizzazione e decadenza industriale Nuovo compendio del Capitale.

NOTE

 

(1) Alessandra Colarizi, Africa rossa. Il modello cinese e il continente del futuro, L’asino d’oro edizioni, Roma 2022, pag.81.

 

(2) Ibidem, p.204.

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