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Il neoliberismo, l’ideologia alla radice di tutti i nostri problemi

DI GEORGE MONBIOT

Guardian

Immaginate se il popolo dell’Unione Sovietica non avesse mai sentito parlare del comunismo. L’ideologia che domina le nostre vite, per la maggior parte di noi non ha un nome. Menzionatela nelle vostre conversazioni e avrete in risposta una scrollata di spalle. Anche se i vostri ascoltatori hanno già sentito questo termine, faranno fatica a definirlo. Neoliberalismo: sapete di cosa si tratta?

Il suo anonimato è sia un sintomo che la causa del suo potere. Esso ha svolto un ruolo importante in una notevole varietà di crisi: la crisi finanziaria del 2007-8, la delocalizzazione di ricchezza e potere, di cui i Panama Papers ci offrono solo un assaggio, il lento collasso della sanità pubblica e dell’istruzione, l’aumento dei bambini poveri, l’epidemia della solitudine, la distruzione degli ecosistemi, l’ascesa di Donald Trump. Ma noi rispondiamo a queste crisi come se fossero dei casi isolati, apparentemente inconsapevoli del fatto che tutte sono state catalizzate o aggravate dalla stessa filosofia di base; una filosofia che ha – o ha avuto – un nome. Quale potere più grande dell’agire nel completo anonimato?

Il neoliberalismo è diventato così pervasivo che ormai raramente lo consideriamo come una ideologia. Sembriamo accettare la tesi che questa utopica fede millenaria rappresenti una forza neutrale; una sorta di legge biologica, come la teoria dell’evoluzione di Darwin. Ma la filosofia è nata come un tentativo consapevole di trasformare la vita umana e spostare il luogo del potere.

Il neoliberalismo vede la competizione come la caratteristica che definisce le relazioni umane. Ridefinisce i cittadini in quanto consumatori, le cui scelte democratiche sono meglio esercitate con l’acquisto e la vendita, un processo che premia il merito e punisce l’inefficienza. Essa sostiene che “il mercato” offre dei vantaggi che non potrebbero mai essere offerti dalla pianificazione dell’economia.

I tentativi di limitare la concorrenza sono trattati come ostili alla libertà. Pressione fiscale e regolamentazione dovrebbero essere ridotte al minimo, i servizi pubblici dovrebbero essere privatizzati. L’organizzazione del lavoro e la contrattazione collettiva da parte dei sindacati sono considerate come distorsioni del mercato, che impediscono lo stabilirsi di una naturale gerarchia di vincitori e vinti. La disuguaglianza è ridefinita come virtuosa: un premio per i migliori e un generatore di ricchezza che viene redistribuita verso il basso per arricchire tutti. Gli sforzi per creare una società più equa sono sia controproducenti che moralmente condannabili. Il mercato fa sì che ognuno ottenga ciò che merita.

Noi interiorizziamo e diffondiamo questo credo. I ricchi si autoconvincono di aver acquisito la loro ricchezza attraverso il merito, ignorando i vantaggi – come l’istruzione, l’eredità e la classe sociale d’appartenenza – che possono averli aiutati ad assicurarsela. I poveri cominciano a incolpare se stessi per i propri fallimenti, anche quando possono fare poco per cambiare la situazione.

Per non parlare della disoccupazione strutturale: se non si ha un lavoro è perché non lo si è cercato abbastanza. E nemmeno dei costi impossibili degli alloggi: se la vostra carta di credito è in rosso, siete stati irresponsabili e imprevidenti. Non importa che i vostri figli non abbiano più un cortile a scuola dove poter giocare: se ingrassano, è colpa vostra. In un mondo governato dalla competizione, chi rimane indietro viene definito e si percepisce come perdente.

Tra i risultati, come documentato da Paul Verhaeghe nel suo libro What About Me?, vi sono epidemie di autolesionismo, disturbi alimentari, depressione, solitudine, ansia da prestazione e fobia sociale. Forse non è sorprendente che la Gran Bretagna, dove l’ideologia neoliberale è stata applicata più rigorosamente, sia la capitale europea della solitudine. Ormai siamo tutti neoliberali.

Il termine neoliberalismo è stato coniato durante una riunione a Parigi nel 1938. Tra i delegati vi erano due uomini che giunsero a definire l’ideologia, Ludwig von Mises e Friedrich Hayek. Entrambi esuli provenienti dall’Austria, vedevano nella socialdemocrazia, esemplificata dal New Deal di Franklin Roosevelt e dal graduale sviluppo del welfare britannico, la manifestazione di un collettivismo di stampo simile al nazismo e al comunismo.

Nel suo libro La via della schiavitù, pubblicato nel 1944, Hayek sosteneva che la pianificazione del governo, schiacciando l’individualismo, avrebbe portato inesorabilmente al controllo totalitario. Come il libro di Mises Burocrazia, La via della schiavitù ebbe una grande diffusione. Riuscì ad attirare l’attenzione di persone molto ricche, che vedevano in questa filosofia la possibilità di liberarsi dalla regolamentazione e dalle tasse. Quando, nel 1947, Hayek fondò la prima organizzazione che avrebbe diffuso la dottrina del neoliberalismo – la Mont Pèlerin Society – fu sostenuto finanziariamente da ricchi milionari e dalle loro fondazioni.

Con il loro aiuto, cominciò a creare quello che Daniel Stedman Jones descrive in Masters of the Universe come «una sorta di internazionale del liberalismo»: una rete transatlantica di accademici, uomini d’affari, giornalisti e attivisti. Ricchi banchieri appartenenti al movimento finanziarono una serie di think tank per affinare e promuovere l’ideologia. Tra di loro c’erano l’American Enterprise Institute, la Heritage Foundation, il Cato Institute, l’Institute of Economic Affairs, il Centre of Policies Studies e l’Adam Smith Institute. Essi finanziarono inoltre posizioni accademiche e dipartimenti, in particolare presso le università di Chicago e della Virginia.

Man mano che si è evoluto, il neoliberalismo è diventato più stridente. La visione di Hayek sui governi che dovrebbero regolamentare la concorrenza per impedire la formazione di monopoli ha ceduto il posto – tra i seguaci americani come Milton Friedman – alla convinzione che il potere di monopolio potrebbe essere visto come una ricompensa per l’efficienza.

Durante questa transizione però è accaduto qualcosa: il movimento ha perso il suo nome. Nel 1951, Friedman era felice di descrivere se stesso come un neoliberale. Ma subito dopo, il termine ha cominciato a scomparire. Ancora più strano, anche se l’ideologia era diventata più netta e il movimento più coerente, il nome perduto non è stato sostituito da alcuna alternativa comunemente accettata.

In un primo momento, nonostante il suo lauto finanziamento, il neoliberalismo rimase ai margini. Il consenso del dopoguerra era quasi universale: le indicazioni economiche di John Maynard Keynes erano ampiamente applicate, la piena occupazione e la riduzione della povertà erano obiettivi condivisi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa occidentale, le aliquote d’imposta sui redditi alti erano elevate e i governi perseguivano i loro obiettivi sociali senza ostacoli, creando nuovi servizi pubblici e reti di sicurezza sociale.

Ma negli anni Settanta, quando le politiche keynesiane cominciarono a crollare e le crisi economiche colpivano su entrambe le sponde dell’Atlantico, le idee neoliberali cominciarono a entrare nel mainstream. Come osservò Friedman, «quando venne il momento che si doveva cambiare… c’era un’alternativa già pronta lì per essere colta». Con l’aiuto di giornalisti compiacenti e consiglieri politici, elementi del neoliberalismo, in particolare le sue indicazioni circa la politica monetaria, furono adottati dall’amministrazione di Jimmy Carter negli Stati Uniti e dal governo di Jim Callaghan in Gran Bretagna.

Dopo che Margaret Thatcher e Ronald Reagan presero il potere, il resto del pacchetto fu presto applicato: massicci tagli alle tasse per i ricchi, smantellamento dei sindacati, deregolamentazione, privatizzazioni, esternalizzazioni e concorrenza nei servizi pubblici. Attraverso il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, il trattato di Maastricht e l’Organizzazione mondiale del commercio, le politiche neoliberali sono state imposte  – spesso senza il consenso democratico – in gran parte del mondo. La cosa più notevole è stata l’adozione del neoliberalismo tra i partiti che un tempo appartenevano alla sinistra: i laburisti e i democratici, per esempio. Come osserva Stedman Jones, «è difficile pensare ad un’altra utopia che sia stata così pienamente realizzata».

Può sembrare paradossale che una dottrina che promette possibilità di scelta e libertà sia stata promossa con lo slogan “there is no alternative” (non c’è alternativa, N.d.T). Ma, come osservò Hayek durante una visita nel Cile di Pinochet – una delle prime nazioni in cui il programma venne ampiamente applicato – «la mia preferenza personale pende verso una dittatura liberale piuttosto che verso un governo democratico privo del liberalismo». La libertà che il neoliberalismo offre, che suona così seducente se espressa in termini generali, si rivela essere libertà per il luccio, non per i pesciolini.

Libertà dai sindacati e dalla contrattazione collettiva significa libertà di reprimere i salari. Libertà dalla regolamentazione significa libertà di avvelenare i fiumi, mettere in pericolo i lavoratori, applicare tassi di interesse iniqui e inventare strumenti finanziari esotici. Libertà dalle tasse significa libertà dalla redistribuzione della ricchezza che solleva le persone dalla povertà.

Come documentato da Naomi Klein nel suo Shock Economy, teorici neoliberali hanno sostenuto l’uso della crisi per imporre politiche impopolari, approfittando della distrazione creata dalla situazione di crisi: cosi è successo in occasione del colpo di stato di Pinochet, della guerra in Iraq e dell’uragano Katrina, quest’ultimo descritto da Friedman come «un’opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo» di New Orleans.

Dove le politiche neoliberiste non possono essere imposte a livello nazionale, sono imposte a livello internazionale, attraverso trattati commerciali che incorporano la cosiddetta “risoluzione delle controversie tra investitori e Stato”: tribunali off-shore in cui le grandi società possono fare pressioni per la rimozione delle protezioni sociali e ambientali. Quando i parlamenti hanno votato a favore della limitazione della vendita di sigarette, o per proteggere le riserve idriche nei confronti delle compagnie minerarie, congelare le bollette energetiche o evitare l’eccessivo aumento dei prezzi da parte delle case farmaceutiche, le società hanno fatto causa, spesso con successo. La democrazia è ridotta a un teatro.

Un altro paradosso del neoliberalismo è che la competizione universale si basa sulla altrettanto universale comparazione e selezione. Il risultato è che i lavoratori, i disoccupati e i servizi pubblici di ogni genere sono soggetti ad un pernicioso e soffocante regime di valutazione e monitoraggio, ideato per identificare i vincitori e punire i perdenti. La dottrina proposta da Von Mises. che ci avrebbe liberato dall’incubo burocratico della pianificazione centrale, al contrario, ha realizzato proprio questo.

Il neoliberalismo non è stato concepito come un meccanismo autoreferenziale, ma lo è rapidamente diventato. La crescita economica è stata nettamente più lenta nell’era neoliberista (dal 1980 in Gran Bretagna e negli Stati Uniti) di quanto non fosse nei decenni precedenti; ma non per i più ricchi. La disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, dopo 60 anni di declino, in questo periodo è di nuovo aumentata rapidamente a causa della distruzione dei sindacati, le riduzioni fiscali, l’aumento delle rendite, le privatizzazioni e la deregolamentazione.

La privatizzazione o mercatizzazione dei servizi pubblici, quali l’energia, l’acqua, i trasporti, la sanità, l’istruzione, le strade e le carceri, ha permesso alle grandi aziende di imporre delle tariffe sui beni essenziali e pretendere il pagamento per l’accesso, sia dai cittadini che dai governi. Rendita è un altro termine per significare reddito senza lavoro. Quando si paga un prezzo gonfiato per un biglietto del treno, solo una parte della tariffa compensa gli operatori per i soldi che spendono per il carburante, i salari, il materiale rotabile e altre spese. Il resto riflette il fatto che vi hanno messo con le spalle al muro.

Coloro che possiedono e gestiscono i servizi privatizzati o semi-privatizzati del Regno Unito fanno immense fortune investendo poco e ricaricando molto. In Russia e in India, oligarchi hanno acquisito beni precedentemente dello Stato grazie a delle svendite. In Messico, a Carlos Slim è stato concesso il controllo di quasi tutti i servizi di rete fissa e telefonia mobile, così che è divenuto ben presto l’uomo più ricco del mondo.

La finanziarizzazione dell’economia, come osserva Andrew Sayer in Why We Can’t Afford the Rich, ha avuto un impatto simile. «Come le rendite», sostiene, «gli interessi sono… redditi non da lavoro, che maturano senza alcuno sforzo». Come i poveri diventano più poveri e i ricchi diventano più ricchi, i ricchi acquisiscono sempre più il controllo su un’altra risorsa cruciale: la moneta. La spesa per interessi, in modo schiacciante, rappresenta un trasferimento di denaro dai poveri ai ricchi. Man mano che i prezzi degli immobili e la fine dei finanziamenti pubblici caricano le persone di debiti (si pensi al passaggio dalle borse di studio ai prestiti agli studenti), le banche e i loro dirigenti sbancano.

Sayer sostiene che gli ultimi quattro decenni sono stati caratterizzati da un trasferimento di ricchezza non solo dai poveri ai ricchi, ma anche tra le fila dei ricchi: da quelli che fanno soldi con la produzione di nuovi beni o servizi a coloro che fanno soldi controllando i beni esistenti e traendone delle rendite, interessi o plusvalenze. Il reddito da lavoro è stato soppiantato dalla rendita senza lavoro.

Le politiche neoliberiste sono ovunque afflitte dai fallimenti del mercato. Non solo le banche sono troppo grandi per fallire (“too big to fail“), ma lo sono anche le società ora incaricate di fornire servizi pubblici. Come Tony Judt ha sottolineato nel suo libro Ill Fares The Land, Hayek ha dimenticato che i servizi pubblici vitali per un paese non possono fallire, il che significa che la concorrenza non può fare il suo corso. Gli investitori prendono i profitti, lo Stato si assume il rischio.

Maggiore è il fallimento, più estrema diventa l’ideologia. I governi usano le crisi neoliberiste come pretesto e occasione per tagliare le tasse, privatizzare i restanti servizi pubblici, creare strappi nella rete di sicurezza sociale, deregolamentare le imprese e disciplinare i cittadini. Lo Stato autolesionista ora affonda i denti in ogni organo del settore pubblico.

Forse l’impatto più pericoloso del neoliberalismo non è la crisi economica che ha causato, ma la crisi politica. Come il peso dello Stato è ridotto, così è ridotta la nostra capacità di cambiare il corso delle nostre vite attraverso il voto. Invece, la teoria neoliberale afferma che le persone possono esercitare una scelta attraverso la spesa. Ma alcuni hanno più da spendere rispetto ad altri: nella democrazia del consumatore o dell’azionista, il diritto di voto non è equamente distribuito. Il risultato è una riduzione dei diritti dei meno abbienti e della classe media. Mentre i partiti di destra e della ex sinistra adottano politiche neoliberali simili, la riduzione del potere statale si traduce in una revoca dei diritti. Un gran numero di persone sono state escluse dalla politica.

Chris Hedges osserva che «i movimenti fascisti costruiscono il loro fondamento non sulla base degli attivisti, ma di coloro che sono politicamente inattivi, i “perdenti”, che percepiscono, spesso in modo corretto, di non avere alcuna voce in capitolo nel mondo politico”. Quando il dibattito politico non parla più a tutti, allora le persone diventano sensibili a slogan, simboli e sensazioni. Per gli ammiratori di Trump, ad esempio, i fatti e gli argomenti appaiono irrilevanti.

Judt ha spiegato che quando la fitta rete di interazioni tra il popolo e lo Stato viene ridotto a nulla se non all’autorità e all’obbedienza, l’unica forza che ci lega è il potere dello Stato. Il totalitarismo che Hayek temeva ha più probabilità di emergere quando i governi, dopo aver perso l’autorità morale che nasce dalla erogazione dei servizi pubblici, si riducono a «blandire, minacciare e, infine, costringere la gente a obbedire».

Come il comunismo, il neoliberalismo è il Dio che ha fallito. Ma la dottrina zombie vacilla e uno dei motivi è il suo anonimato. O meglio, un insieme di anonimati.

La dottrina invisibile della mano invisibile è promossa da sostenitori invisibili. Lentamente, molto lentamente, abbiamo iniziato a scoprire i nomi di alcuni di loro. Vediamo che l’Institute of Economic Affairs, che ha sostenuto con forza sui media la campagna contro l’ulteriore regolamentazione del settore del tabacco, è stato segretamente finanziato dalla British American Tobacco sin dal 1963. Scopriamo che Charles e David Koch, due degli uomini più ricchi del mondo, fondarono l’istituto che ha messo in piedi il movimento Tea Party. Scopriamo che Charles Koch, nell’istituire uno dei suoi think tank, osservò che «al fine di evitare critiche indesiderate, non si dovrebbe fare molta pubblicità sul modo come l’organizzazione è controllata e diretta».

Le parole usate dal neoliberismo spesso nascondono più di quanto chiariscano. “Il mercato” suona come un sistema naturale che potrebbe essere paragonato alla gravità o alla pressione atmosferica. Ma è gravido di relazioni di potere. Ciò che “il mercato vuole” tende a significare ciò che le aziende ed i loro capi vogliono. “Investimento”, come nota Sayer, significa due cose molto diverse. Uno è il finanziamento di attività produttive e socialmente utili, l’altro è l’acquisto di beni esistenti per ottenere una rendita, interessi, dividendi e plusvalenze. Utilizzare la stessa parola per le diverse attività «mimetizza le fonti della ricchezza», il che ci porta a confondere l’estrazione di ricchezza con la creazione di ricchezza.

Un secolo fa, i nuovi ricchi venivano denigrati da coloro che avevano ereditato il loro denaro. Gli imprenditori ricercavano l’accettazione sociale facendosi passare per rentiers. Oggi, il rapporto è stato invertito: i rentiers e gli ereditieri si definiscono imprenditori. Sostengono di essersi guadagnati le loro rendite, che in realtà non derivano dal lavoro.

Questo anonimato e questa confusione si mischiano all’opacità senza nome e senza luogo del capitalismo moderno: il modello di franchising assicura che i lavoratori non sappiano per chi lavorano esattamente; società registrate off-shore dietro ad una rete di segretezza così complessa che neanche la polizia può risalire ai proprietari reali; regimi fiscali che infinocchiano i governi; prodotti finanziari che nessuno comprende.

L’anonimato del neoliberalismo è ferocemente difeso. Coloro che sono influenzati da Hayek, Mises e Friedman tendono a rifiutare il termine, poiché esso – e non a torto – è oggi utilizzato solo in senso dispregiativo. Ma non ci offrono un’alternativa. Alcuni si definiscono liberali classici o libertari, ma queste descrizioni sono stranamente defilate e fuorvianti, in quanto suggeriscono che nei libri La via della schiavitù e Burocrazia o nel classico di Friedman Capitalismo e libertà, non vi sia in realtà niente di nuovo.

Per tutte queste ragioni, nel progetto neoliberale c’è qualcosa di ammirevole, almeno nelle sue fasi iniziali. Si è trattato di una peculiare, innovativa filosofia promossa da una rete di pensatori e attivisti coerenti e con un chiaro piano d’azione. Portato avanti con pazienza e tenacia. La via della schiavitù è diventata la strada per il potere.

Il trionfo del neoliberalismo riflette anche il fallimento della sinistra. Quando nel 1929 l’economia del laissez-faire portò alla catastrofe, Keynes ideò una teoria economica globale per sostituirla. Quando negli anni ’70 la gestione keynesiana della domanda andò fuori strada, c’era un’alternativa pronta. Ma quando nel 2008 il neoliberalismo è crollato, non c’era… niente. Ecco perché la marcia degli zombie. La sinistra e il centro non hanno prodotto alcun nuovo inquadramento generale del pensiero economico per 80 anni.

Ogni invocazione di Lord Keynes è un’ammissione di fallimento. Proporre soluzioni keynesiane alle crisi del 21esimo secolo significa ignorare tre problemi evidenti. È difficile mobilitare le persone intorno a vecchie idee; le falle messe in luce negli anni ’70 non sono scomparse; e, soprattutto, non tengono in considerazione la nostra più grave emergenza: la crisi ambientale. Il keynesismo agisce stimolando la domanda dei consumatori per promuovere la crescita economica. La domanda dei consumatori e la crescita economica sono i motori della distruzione ambientale.

Quel che la storia del keynesismo e del neoliberalismo ci dimostra è che nessuno dei due si è dimostrato adeguato a controbilanciare le criticità del sistema. Bisogna proporre un’alternativa coerente. Per i laburisti, i democratici e più in generale la sinistra, il compito centrale dovrebbe essere quello di sviluppare un programma economico che sia come l’Apollo (il programma spaziale, N.d.T.), un tentativo maturo di progettare un nuovo sistema progettato su misura per le esigenze del 21esimo secolo.

Pubblicato sul Guardian il 15 aprile 2016. Traduzione di @chemicalture per Voci dall’Estero, rivista da Thomas Fazi. 

Fonte: www.eunews.it/

Link: http://www.eunews.it/2017/04/19/il-neoliberismo-lideologia-alla-radice-di-tutti-i-nostri-problemi/83203

19.04.2017

Pubblicato da Davide

  • Truman

    Nell’articolo c’è un contrasto tra il termine “neoliberismo”, usato nel titolo, e il termine “neoliberalismo” (insieme a “liberalismo”, “neoliberale” e altre voci derivate). Tutti questi termini fanno riferimento alla stessa ideologia.
    Io preferisco il termine usato nel titolo, insomma “neoliberismo” o semplicemente “liberismo”. Come spiegato dall’articolo, si tratta di un’ideologia centrata sulla sfera economica che ha poco a che vedere con la libertà dell’individuo (questa sì era difesa dall’ideologia liberale, che è un’ideologia politica che precede il liberismo economico).
    Insomma il liberismo di cui si parla qui è la libertà per il lupo di mangiare l’agnello, o della volpe di mangiare i polli. Con maggiore precisione, credo si potrebbe parlare di criminalità organizzata, quella che nel linguaggio popolare è semplicemente “mafia”. Del resto il modus operandi del liberismo ha parecchie somiglianze con i classici filoni della criminalità organizzata, i quali partono dal controllo del territorio per arrivare al controllo di ogni attività e alla proprietà di ogni bene, passando attraverso “il pizzo”, la prostituzione, la droga, e l’omicidio quando serve.

    • vocenellanotte

      Non potevi dirlo meglio. Aggiungerei i riti iniziatici di tutte le grandi famiglie criminali. Nel caso dei liberisti i soliti slogan: dal politically correct, al dovere dell’accoglienza.

  • marcobaldi

    Vorrei sapere dal signorino dove avrebbe fallito la teoria keynesiana.
    Comunque Einaudi parlava di neoliberismo nei suoi articoli sul Corriere degli anni ’20…

    • marcobaldi

      Ora vi spiego cosa intendono questi farabutti con “le teorie keynesiana hanno falito”:

      La gente prosperava; stava bene. C’ erano possibilità per tutti o quasi. Come è NORMALE che sia si pensava che oggi si stava meglio di ieri e peggio di domani.

      QUESTO STATO DI BENESSERE SOCIALE E’ PER LORO IL FALLIMENTO.

      Che mettano una camicia nera da libberisti de destra o rossa de sinistra.
      Quello intendono.
      Loro: cioè ESSI detestano che la povertà si prosciughi.
      Ma insomma: se non esistessero i poveri che gusto ci sarebbe a essere ricchi?

  • oriundo2006

    Sarò un ignorante totale, ma come si può parlare di liberismo, competizione, libero mercato allorquando 50 o 100 multinazionali controllano la quasi totalità dell’economia ?
    Qui su CDC ci sono stati fior di interventi, di tabelle, di statistiche su questa immensa concentrazione di saperi, di poteri, di tecniche, di indirizzo generale su paesi interi, su società ‘evolute’ come su quelle ‘arretrate’: un dominio a largo spettro che si esercita come è ovvio nei settori che ‘contano’, nei settori ‘importanti’, quelli che danno il primato finanziario, tecnologico, scientifico e militare ( e alimentare ). Per queste multinazionali, specialmente corporations anglo-americane, avere le mani libere è una esigenza suprema per ottenere il controllo globale ‘full spectrum dominance’ assicurando il dominio ideologico e politico dei loro paesi nel mondo intero. Tralascio di indicare le famiglie proprietarie di queste multinazionali, perchè non lo giudico in questo discorso importante: quello che conta è dire che la teoria del libero mercato è oggi completamente avulsa dalla realtà, dominata dal monopoliooligopolio di chi sforna brevetti e occupa le posizioni decisive dell’economia internazionale. Tutto il resto non esiste, è affabulazione.

    • Antonello S.

      Va bene. Allora possiamo affermare che oggi non esiste il libero mercato perfetto ed utopico così come non esiste la protezione statale utopica e perfetta.
      Però comprenderai che fra le due “imperfezioni” preferisco di gran lunga l’ultima.

  • ignorans

    Magari ci fosse il neoliberismo. Magari ci fosse il darwinismo. E’ pur sempre preferibile all’ essere comandati dallo stato.
    Lo stato crea questa grande illusione di essere “fair”, equo. Non lo è. In realtà occupa tutti gli spazi, concede monopoli culturali, economici, sociali, ecc, ecc e finisce per diventare una dittatura. La dittatura dell'”io sono equo, bravo, io ridistribuisco, io so cosa bisogna fare,”

  • PietroGE

    Siamo sicuri che TUTTI i mali citati siano da imputare al neoliberalismo? Anche se si parla solo dei problemi economici, la globalizzazione dove la mettiamo? E una moneta sbagliata? Secondo me ha fatto più danni la globalizzazione del liberalismo. E poi chi impedisce ai governi di regolamentare il neoliberalismo, di immnettere nel sistema un minimimo di redistribuzione della ricchezza, di proteggere le industrie di punta e di garantire i servizi pubblici?
    Quello che lo ha impedito negli ultimi decenni è stata proprio la globalizzazione che mettendo in competizione produzioni con un costo molto diverso ha appiattito di conseguenza i salari e aumentato la povertà nel mondo occidentale. Notare come invece si sia verificata la cosa opposta nei Paesi del terzo mondo, diventati da un giorno all’altro i centri di produzione manufattiera del mondo. C’è stato un trasferimento di ricchezza a saldo pressochè zero. Il fenomeno è stato accentuato dall’immigrazione e dalla possibilità per i datori di lavoro, accompagnati dal silenzio complice dei sindacati, di pagare a questa gente salari di fame comprimendo ancora di più i redditi.
    La solitudine, il consumo di droghe, la crisi demografica e della famiglia sono problemi altrettanto gravi, ma che non possono essere ricondotti al neoliberalismo.
    L’impatto più pericoloso del neoliberalismo insieme al controllo dell’opinione pubblica non sono i partiti “fascisti” ma la paralisi di un elettorato terrorizzato dal cambiamento.
    Non c’è dubbio che il neoliberalismo abbia la sua dose, enorme, di responsabilità per i problemi di oggi, accollando tutto sulle sue spalle però si finisce per trascurare le altre cause che sono state altrattanto nefaste.

    • marcobaldi

      La globalizzazione e l’ euro sono esattamente conseguenti al “pensiero” liberale o “neoliberale”

      • PietroGE

        Non direi. Anche se non sono un esperto, credo che il neoliberismo sia antecedente e in via di principio indipendente dalla globalizzazione. Quest’ultima è conseguenza ( e forse anche premessa) della finanziarizzazione dell’economia.

        • marcobaldi

          La finanziarizzazione pervasiva dell’ economia infatti; è esattamente un portato delle politiche liberiste.
          Oggi. Come sempre nella Storia (vedi crisi del ’29 tra i vari esempi)

  • SanPap

    Chi vuole approfondire, qui troverà tanto materiale pronto
    http://gongoro.blogspot.it/
    (che per fortuna PaxTibi ha mantenuto in rete)
    L’argomento trattato da questo post è un nodo, quello più recente; per approfondirlo adeguatamente bisogna andare indietro nel tempo di alcune centinaia di anni; secondo me alla Guerra dei trenta anni (1618-1648) e alla relativa pace di Vestfalia (trattato di Münster e trattato di Osnabrück.)
    Non a caso uno dei primi atti di Bush jr è stato quello di stracciare uno dei contenuti principali della Pace di Vestfalia: “un sistema in cui gli Stati si riconoscono tra loro proprio e solo in quanto Stati, al di là della fede dei vari sovrani. Assume dunque importanza il concetto di sovranità dello Stato e nasce una comunità internazionale più vicina a come la si intende oggi”. Ossia il diritto degli stati uniti vale quanto quello del principato di monaco; e non ci sono stati che si possono arrogare il diritto di imporre il loro modo di intendere la civiltà.
    ————
    Nel 2018 saranno giusto 400 anni ch’è iniziata la guerra dei trenta anni.

    • marcobaldi

      Bravissima!
      Esattissimo. Hai centrato esattamente LA questione.

  • Lupis Tana

    articoli così lunghi, non si potrebbe farli in due puntate, questo è qusi un libro… abbiamo anche altre cose da fare… oltre a commentare. sasluti

  • Se è vero che il programma spaziale Apollo è stato un falso, allora la vedo male per i “laburisti, i democratici e più in generale la sinistra”. Un nuovo sistema deve essere progettato per il pianeta e per ogni secolo. Un sistema esiste, e consiste nella forte limitazione della proprietà privata e nell’abolizione dell’interesse, in una comunità di stati sovrani deglobalizzata e bioregionalizzata. Liberismo, neoliberismo, neoliberalismo, imperialismo, capitalismo. È un tabù per i signori del The Guardian parlare di capitalismo o anche solo citare il nome di Marx?
    Figuriamoci parlare di dottrina neocon o addirittura Zio-con.

  • Antonello S.

    Vorrei solo precisare che le numerose diatribe fra statalisti e liberisti nascono da un grande equivoco.
    Non esiste nel mondo un vero liberismo perchè il mercato è controllato dai grandi monopolisti che lo influenzano e lo regolano quasi a loro piacimento (il quasi è giustificato dall’evidenza che risulta ancora impossibile vendere la m…come fosse cioccolata).
    D’altronde non esiste neanche il vero Stato, cioè quello che agisce unicamente come rappresentante delle istanze del popolo/elettore, perchè anche in questo caso i grandi poteri riescono a controllare ed influenzare le elezioni e quindi i governi regolarmente eletti.
    Quindi in definitiva succede che il grande inganno viene consumato in nome di quella che viene denominata “economia sociale di mercato” (menzionata anche nel Trattato di Lisbona), nella quale i Governi dei vari Paesi (tipo quelli dell’Eurozona, ma anche gli USA per fare esempi terra terra) fortemente sponsorizzati e vicini alle grandi lobbyes, attuano politiche economiche e sociali molto liberiste, nascoste dal paravento statale che cerca ogni tanto di creare un pò di fumo per mantenere quel minimo di consenso elettorale necessario a evitare improvvise ribellioni o moti popolari.

  • Gino2

    Per me la questione è piuttosto semplice.
    Il “neoliberismo” non è una teoria economica. E’ spacciata per teoria economica.
    IL neo liberismo (ovvero la deregolamentazione selvaggia del marcato che si sostituisce allo Stato nella gestione della “ex” cosa pubblica e la presunta autoregolamentazione dello stesso mercato) è un modello artificioso e imposto all’unico scopo di conquista.
    Si! Esattamente! Di conquista.
    Il sistema della FED esportato nel mondo spacciato per “esportazione della democrazia”, al suono di colpi di stato, rivolte, bombe e guerre in cui gli Stati creano moneta a debito è l’inizio della fase. Gli stati si indebitano e anche se il debito, come piu volte giustamente strillato da P.Barnard, è l’attivo dei cittadini, man mano aumentano gli interessi sul debito, cosa invece molto più dannosa per cui le economie sono “vampirizzate” da un processo “di estrazione” di capitali dallo Stato (cittadini) alle banche private.
    In più aumenta senza sosta l’indebitamento privato dei cittadini e i conseguenti interessi che sono la chiave di tutto.
    C’è un momento in cui i veri padroni del mercato iniziano a battere cassa pretendendo il pagamento degli interessi e mettendo in crisi gli Stati. Questa è una strategia di conquista precisa e chirurgica che richiede decenni.
    Il neo liberismo deregolamenta il mercato togliendo in freni ai monopoli di gigantesche oligarchie o lobby che nel frattempo accumulano ricchezza a danno degli Stati con il processo di estrazione sopra citato.
    Così le banche che drenano scientificamente risorse come le sanguisughe si arricchiscono in questo processo mentre gli stati si indeboliscono. C’è un momento in cui i principali attori del mercato, cioè le grosse lobby multinazionali bancarie e non ricattano il paese ormai debole pretendendo la cessione di sovranità e ulteriore deregolamentazione.
    Il paese entra in crisi e aziende, industrie e liberi cittadini perdono di colpo moltissimo danaro che finisce sempre nelle stesse grosse banche e lobby che ricomprano a prezzo bassissimo ciò che prima era proprietà dello Stato, dei cittadini e degli investitori privati!
    Alla fine lo stato in questione sarà stato depredato delle aziende strategiche, del sistema di tutela del welfare che funziona come un aiuto/sostegno reciproco nella comunità esponendo la cittadinanza al bisogno di ricorrere a assicurazioni private, si tende a privatizzare il servizio pensionistico, la sanità, si deregolamenta il lavo favorendo sempre le stesse grosse lobby, che potranno anche investire in quel paese a bassissimo costo, estraendone le materie prime a basso costo, se lo avessero fatto prima della crisi avrebbero dovuto investire molti soldi nella tutela dei lavoratori, nelle infrastrutture, nelle tasse etcetcetc.

    E’ un sistema molto chiaro, storico, utilizzato prima nel “terzo mondo” con l’aiuto di organizzazioni come FMI, utilizzato in america latina e quando i tempi sono stati maturi (moneta unica, alti debiti, politiche corrotte che hanno favorito lo smantellamento dei primi diritti) si sta implementando in europa.
    La grecia, come vediamo, è stata sommersa. Anche gli immobili sono ormai comprati da investitori privati e la grecia si risolleverà solo quando cederà completamente a diventare un paese totalmente privatizzato in cui lo stato amministrerà soltanto le piste ciclabili e le aiuole delle piazze (forse) mentre banche e investitori saranno totali padroni fisicamente del territorio, infrastrutture etc greche. Saranno anche libere di far passare (gia fatto) oleodotti senza freni lacci e lacciuoli e di estrarre il petrolio da quel paese senza che il paese se ne arricchisca!

    L’Italia è sulla stessa barca. Gia i privati estraggono il petrolio dal nostro mare mentre se lo avessimo fatto noi anni addietro (Mattei lo hanno ammazzato?) saremmo diventati una nazione ricca e indipendente!
    IL neoliberismo è un bel nome per sostituire la verità che è conquista e depredazione selvaggia di un territorio e della sua popolazione!

  • Ronte

    Nota lunga ma orfana di una vera analisi storica. Approssimazione e solo approssimazione.
    Tengo a precisare che il comunismo non è fallito, ma in verità TRADITO: Stalin, Togliatti Berlinguer….
    Lo scrivente consiglia di progettare un nuovo(?) sistema su misura per le esigenze(?) del 21esimo secolo. Perchè non proviamo intanto a uscire da questo intollerabile torpore(suicidio di massa)? Perchè rinunciare alla coscienza e alla lotta? Perchè non mirare a capovolgere questo Sistema Criminale? Perchè non avere come obbiettivo un’amministrazione gestita dal popolo (consigli, collettivi…)?

  • Rosanna Spadini

    Il neoliberismo è l’espressione economica di un’ideologia totalitaria, quella del liberalismo, che in teoria ha voluto rappresentare un’opposizione all’assolutismo dell’età moderna, fondandosi essenzialmente sul principio che il potere dello Stato doveva essere limitato per favorire la libertà d’azione del singolo individuo … in realtà è riuscito ad instaurare un altro tipo di assolutismo, un costante controllo della democrazia da parte della libertà del mercato, che attraverso il monopolio dei mezzi di produzione, della politica e dell’informazione, governa le coscienze ed impedisce l’affermarsi di quelle libertà così sapientemente sbandierate ai 4 venti … Per di più, come ogni regime totalitario si basa sul consenso di massa e sulla manipolazione della verità (Orwell docet) … C’è una classe di burocrati che si spartisce il potere in economia e in politica e che costituisce l’apparato su cui si basa il potere delle élites finanziarie. I ceti intellettuali e i media fanno il resto, creando e cementificando il consenso. Il carattere originale di questo neo-totalitarismo è l’estensione globalizzata, planetaria, della sua espressione assolutistica. Pensare che qualcosa del genere possa essere demolito da un possibile ripristino dello stato nazione, che combatte contro la furia degli apparati economici globali, mi pare una mera illusione. La storia non ritorna indietro, se mai procede a saltelli come una cavalletta, verso gli obiettivi indicati dal capitale.

    • Gino2

      “La storia non ritorna indietro, se mai procede a saltelli come una cavalletta, verso gli obiettivi indicati dal capitale.”

      ottima sintesi.

    • Antonello S.

      “…Pensare che qualcosa del genere possa essere demolito da un possibile ripristino dello stato nazione, che combatte contro la furia degli apparati economici globali, mi pare una mera illusione”.

      Il punto è proprio questo…siamo consapevoli di qual’è la causa della crisi economica che ci attanaglia, ma non siamo in grado di arrestare il virus che alimenta la pandemia.
      Tu affermi che ripristinare lo stato nazione è inutile ed illusorio, io invece ribadisco che è una condizione necessaria per provare a limitare quel totalitarismo economico che invece vuole controllarci con un super stato guidato da un elites di persone non giudicabili da nessuno (se non da loro).
      Eppure, te che simpatizzi per il M5S, hai già compreso che l’unica maniera di cambiare le cose nel nostro Paese potrebbe essere quella di riuscire ad eleggere con il voto popolare un Governo formato da persone non ricattabili, che non facciano già parte di un sistema corrotto (sempre poi che il movimento di Grillo non sia già nato all’origine e continui a crescere come “gatekeeper” dei grandi poteri).
      Cominciamo ad erodere il progetto del grande capitale boicottando in ogni modo le iniziative dirigiste come la moneta unica e gli stati uniti d’Europa, contestando i trattati capestro come il TTIP ed il Fiscal Compact, cercando di ripristinare i regolamenti come lo Steel Glass Act, provando a riappropriarci delle banche centrali di ultima istanza, a ricostituire il patto sociale che esisteva un tempo fra lo Stato e le pmi, a fermare e regolare meglio la globalizzazione ed il libero afflusso di cose, persone e capitali.
      Tutto ciò non lo possono fare le persone singole, ma soltanto i loro rappresentanti politici ed economici sotto l’egida di un istituzione statale libera e sovrana.

      • Gino2

        Antonello,

        ti rivolgi a Rosanna , se posso ti dico la mia.
        Ripristinare gli stati nazione non è inutile ma è illusorio nel senso che è quasi utopico visto che quando dici per esempio “cominciamo a erodere […]”, oppure “Tutto ciò non lo possono fare le persone singole, ma soltanto i loro rappresentanti politici ed economici”, si sta parlando appunto di utopia.
        I nostri rappresentati politici ed economici da decenni sono “selezionati” in un sistema “selezionato” per cui il vero “rivoluzionario” non può emergere.
        L’unica alternativa sarebbe il M5S in quanto “outsider”:
        Sono sempre molto critico nei confronti del m5s proprio perchè vedo in loro l’unica “speranza”, flebilissima speranza, quasi inesistente, che qualcosa possa cambiare nel verso che dici.

        Sono critico perchè tutto sommato vedo che il m5s nasce sempre da una certe “selezione” del sistema e nelle sue proposte soluzioni trovo sempre una certa ambiguità che mi sembra sempre favorire il sistema neoliberista e non viceversa.
        Pur restando questa flebile speranza ritengo che il m5s sia perfetto per assolvere al compito di gestire una nazione in modo da far accettare molte delle cose volute dal mercato, come un vantaggio per noi prendendo fiducia ne popolo perchè combatte la “corruzione di quartiere” (che va combattuta) favorendo però inesorabilmente il vero potere.
        Immagino città ben amministrate superficialmente mentre resta il dramma sostanziale.
        Tempo fa vedevo un servizio su Torino, città finalmente ben amministrata dal m5s.
        Ma quando il giornalista si trasferiva al mercato cittadino il nodi venivano al pettine. il commerciante di turno raccontava che per poter mantenere una bancarella al mercato deve sborsare tra tasse licenze etc, circa 30ooo “euri” annui. Nulla può la sindaca o cento sindaci cinquestellati contro le politiche di governo dettate dai trattati gia firmati e dalla UE.

      • Non ho detto che è inutile, ho detto che è illusorio, perché la volontà dei groppuscoli politici, irrilevanti per potere decisionale, non hanno voce determinante per le svolte necessarie … per accedere al potere ci vogliono i numeri, e le potenzialità oggi appartengono ad un’unica opposizione, quella dei 5 Stelle, anche se i partiti della casta, manovrati dal potere finanziario, si stanno già attrezzando con una nuova legge elettorale per eliminarlo … come ho detto prima infatti il neoliberismo, con un costante controllo della democrazia attraverso il monopolio dei mezzi di produzione, della politica e dell’informazione, rappresenta un potere totalitario assolutistico … da quanto mi ricordo, nella storia per uscire da un tale potere c’è sempre voluta una guerra.

    • antonio maria cacciapuoti

      i sostenitori delle tesi odierne neoliberiste si appellano ai vari Einaudi e Croce per dare un senso a quello che in verità si riduce a speculazione e “sporco” affarismo capitalista. Nulla a che vedere con quelle libertà invocate ed agognate da Einaudi in un tempo ben diverso da quello odierno. Il neoschiavismo liberista (perchè di questo si tratta oggi) vede di buon occhio anche il Federalismo in quest’ottica mistificatrice, perchè può soggiogarlo e ridurre anch’esso a lobbismo, trust, centro di potere finanziario

      • Beh certo … dovremmo però considerare che la realizzazione politica delle teorie socio filosofiche ha sempre tradotto in versione affaristica il pensiero originario, vedi il neoliberismo per le libertà invocate da Einaudi e Croce, oppure il comunismo per la lotta di classe e la dittatura del proletariato come momento di passaggio ad una società rigorosamente ugualitaria, invocate da Marx ed Engels.

  • Gino2

    Sembra fuori tema ma in realtà è in tema!
    Dove sono i media Assenti perchè comprati! Dov’è Report che una volta scoperchiava cose come queste oggi si mette a guardare sempre piu in piccolo?

    http://voxnews.info/2017/04/19/paghiamo-questo-norvegese-20-milioni-di-euro-lanno-per-portarci-migliaia-di-clandestini/

  • antonio maria cacciapuoti

    troppa carne al fuoco in un articolo trooooppo lungo. Peccato, perchè essendo io molto critico con il neoliberismo, visti risultati e poca affinita con l’Uomo, sarebbe interessante discuterne