IL DIRITTO DI DIRE DI NO ALL'AMPUTAZIONE

DI MASSIMO FINI

La storia si ripete, quest’anno è la quarta volta e riguarda sempre, curiosamente, una donna, Lucia R. che, ammalata di una grave forma di diabete, rifiuta quell’amputazione a un piede che, secondo i chirurghi dell’ospedale San Carlo di Milano dov’è ricoverata, le salverebbe la vita. La differenza degli altri casi è che questa volta la donna non è italiana ma originaria delle isole Mauritius anche se vive a Milano da molti anni. E il suo rifiuto a farsi amputare non deriva solo dal desiderio di morire integra, così com’è nata, senza orribili mutilazioni, come vogliono la sua sensibilità e la cultura del mondo da cui proviene che privilegia la dignità nella morte alla continuazione della vita a tutti i costi, anche se umilianti e degradanti, ma dalla convinzione di poter guarire con alcune erbe mediche della sua terra. Con quelle erbe, dice, ha visto guarire i suoi genitori, anch’essi malati di diabete. Ciò è bastato perché i medici del San Carlo la considerassero se non proprio pazza quantomeno molto disturbata. Lucia R. è stata quindi subito affidata a un manipolo di psichiatri che hanno stabilito che la donna “interpreta in modo delirante e persecutorio le proprie condizioni di salute” e non è in grado di comprendere la gravità del suo male.Della questione è stato quindi investito un giudice tutelare il quale, utilizzando una legge approvata di recente, le affibbierà, con tutta probabilità, un “amministratore di sostegno provvisorio” con l’incarico di “assumere le decisioni più opportune”. E le decisioni più opportune saranno, con altrettanta probabilità, quelle di autorizzare l’amputazione perché nella nostra cultura il valore della vita, in qualunque, condizioni, è superiore a quello della dignità nella e della morte, come si vide anche nel caso di Maria di fine 2003, la donna di origine siciliana pur’essa abitante a Milano, che rifiutò la mutilazione ma dopo aver dovuto respingere l’assalto oltre che dei medici, di psicologi, sociologi, filosofi, assessori, sindaci, cardinali, preti, commentatori vari che la supplicavano, la imploravano e quasi le imponevano di recedere dalla sua decisione.

Ora, il caso di Lucia R. ha due aspetti. Uno generale e uno particolare che riguarda la provenienza della donna e la sua cultura. Che le decisioni sulla propria salute spettino in ultima istanza solo alla persona interessata, se è in grado di esprimere la propria volontà, se è “capace di intendere di volere”, è fuori discussione . Nessuno può essere sottoposto a interventi o cure, fossero anche molto meno intrusive di una traumatizzante amputazione, contro la sua volontà. È un diritto inalienobile della persona. Ma piano piano la scienza medica, che si sente depositaria della verità e uno Stato che si crede liberale e non lo è tendono a esautorare il cittadino anche in scelte personalissime, intime (si pensi a tutti i divieti contro il fumo alle intimidazioni contro coloro che si accompagnano a prostitute, alle campagne salutiste sul peso, a quelle terroristiche di prevenzione). Non per nulla è stata inventata questa figura dell'”amministratore di sostegno” che è il grimaldello con cui far decidere della propria vita e della propria morte non alla persona ma allo Stato, a figure astratte e in definitiva alle équipe mediche. Se tale trend si dovesse affermare definitivamente, senza essere contrastato con la massima decisione, andremmo incontro a un mondo mostruoso, orwelliano, dove dei medici e degli infermieri possono sfondare le porte, entrare in casa tua e farti a pezzi “per il tuo bene”, per il bene della tua salute.

In quanto al “delirio persecutorio” espresso a detta dei medici, da Lucia R. e al suo desiderio di curarsi come si fa nella sua terra, che ha dato lo spunto per affidarla alle decisioni della Magistratura e poi a quelle dell'”amministratore di sostegno provvisorio” c’è qui tutta l’attuale incapacità occidentale a comprendere che esistono culture diverse dalla nostra, che hanno anch’esse la loro legittimità, le loro ragioni, le loro logiche e anche la loro efficacia. In molte culture tradizionali la malattia non è mai casuale ma è opera di qualcuno che ti vuol male. La stregoneria, diffusissima nell’Africa nera e altrove, nasce da questo. E ha due funzioni. Una, spicologica, di potersela almeno prendere con qualcuno quando sei malato, il che ha anche un effetto terapeutico, di sfogo, l’altra di mantenere, attraverso un sistema complesso e psicologicamente raffinato che in questa sede sarebbe troppo lungo spiegare, una certa pace sociale. Da questo tipo di cultura deriva quell’atteggiamento di Lucia R. che gli psichiatri del San Carlo hanno scambiato per “delirio persecutorio”.

In quanto all’efficacia delle erbe mediche, siano esse delle isole Mauritius o d’altrove, ho viaggiato sufficientemente a lungo nell’Africa nera per vedere delle guarigioni di malattie anche gravissime, come i tumori alla testa, con metodi empirici che per noi sono privi di senso (ho visto probabili tumori al cervello, o comunque mal di testa insostenibili che stavano portando il paziente alla pazzia e alla morte, guariti con un’incisione a fuoco rovente sulla fronte). Inoltre è noto che credere nell’efficacia delle medicine ha un valore terapeutico (il placebo nasce per questo).

Infine, anche se questo può stupire e scandalizzare l’imperante totalitarismo razionalista, c’è chi preferisce morire a modo suo, cullato magari dalle proprie credenze e dalle proprie illusioni, piuttosto che vivere in un modo umiliato e indegno. E ne ha il pieno diritto.

Massimo Fini
Fonte:http://www.gazzettino.it/
16.03.05

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