Hyde

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Di Alceste

 

Roma, 17 febbraio 2023

 

 

La farina di insetti tostati costerà di più, venti euri al chilo, e, poiché ricca di proteine, sarà destinata al mondo degli atleti e degli sportivi et cetera. Anche un giovane fornaio mima la manfrina: sì, il prezzo è alto perché … notevole livello … digeribilità … è che noi, incessantemente, sperimentiamo …  siamo agli inizi … si è capito il gioco? Presto gli insetti verranno reclamati come un privilegio … già vedo noti babbei forzuti in canotta a ingurgitare tavolette e integratori … e il popolicchio invidioso: perché noi no? Vogliamo  pure noi il pan di merda: ne abbiamo diritto … e allora il mercato, chissà perché, si piegherà alle loro esigenze … con la tecnica a limare i costi e la domanda, incredibile, ad abbassare i prezzi … così, accortamente vaselineggiando, senza il minimo sentor d’intrallazzo … loro sperimentano, capite? La coltivazione del grano ha ventimila anni alle spalle … un imponente apparato di norme e cautele dalla Persia a Roma … centinaia di selezioni e accortezze … addirittura il privilegio di aver favorito la stanzialità, ma loro sperimentano … nel cucinino di un imbecille con la barbetta … in un paio d’anni … e la gente ci crede, anzi vedo già le prime sgomitate da Black Friday stregonesco … tutti con lo stampino, in serie, come matrioske in una catena fordiana … gli accademici casual multicolori con la gargozza anglizzata a timbrare col bollo del progresso.

A fronte di ciò che ci attende comprendo e perdono il revanscismo più brutale, alcune rivendicazioni d’ignoranza … persino la ruvidità dello Strapaese … l’alterigia del provincialismo italiano, che pure odio … tutto è preferibile a questi minuetti psicopatici in nome delle magnifiche sorti e progressive …

La prima definizione di coma irreversibile fu elaborata nel 1968 da un comitato creato ad hoc dell’Harvard Medical School …”. Nel 1968 … presso Harvard … da un comitato creato all’uopo … L’hic et nunc mettono da subito in sospetto; è quella locuzione latina, ad hoc, a far scattare gli special del flipper della sopravvivenza. Certo, la riga viene da wikipedia.it … e però sento di prestarle fede. Non voglio nemmeno approfondire. I favolosi anni a cavallo fra la devastazione e la dissoluzione … in cui il corpo, l’ultimo nostro regno, fu espugnato: in nome della libertà del corpo, beninteso! Sempre così, al contrario! L’ipermercato degli organi nasce anche da qui. Legale, esatto, scientificamente inoppugnabile. Scientifico, signori! L’ha detto la scienza! È scientificamente provato! Certo, è scientifico, a esempio, che laddove si ravvisino alcune evidenze tumorali (inglese, anni Sessanta, università, casual) ci siano in ebollizione gli alambicchi e le storte fumanti dell’inversione … che i più, la massa dei micchi, equivoca ovviamente come arricchimento della storia … relegando i Pochi, il contrario del contrario, alla Gehenna  della Reazione … ma per te sono tutti stupidi! Sei l’arroganza in persona! E così i cretini son sempre gli altri! Così vengo rampognato … è il basso continuo della mia vita … e però quando dico che proprio gl’Inglesi s’inventarono l’habeas corpus, o meglio: l’incipiente borghesia inglese strappò alla monarchia la conquista del corpo intangibile, nessuno sa oppormi gran che. Come mai tale contraddizione? Si potrebbe impetrare consulto a Silvanina Sciarra: come mai? Solo i membri della Corte Costituzionale, infatti, masticano queste materie con la dentiera della sicumera; i Nostri volano talmente alto, in regioni così eteree della logica, che possono dimostrare tutto e il suo contrario … nel nostro caso ci spiegherebbero che l’habeas corpus si è talmente raffinato che, proprio per affermare pienamente sé stesso, viene negato al cittadino. A furia di liofilizzarsi, insomma, sentenza dopo sentenza, ha raggiunto la suprema astrazione giuridica: è scomparso.

Il “Bosco Verticale”, progettato dallo studio d’architettura di Stefano Boeri, fratello di Tito, ha urgenza di manutenzione. D’altra parte fu inaugurato ben otto anni fa, non gliela diamo una riverniciatina? Vincitore di numerosi premi, il nostro palazzo ecologico, ricco di duemila specie arboree, è “un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima”. Minchia! Ostrega! Puttana Eva! … così potremmo esclamare, all’unisono con la meraviglia dei tre personaggi del giornalino osé “Lando” (o era “Il Tromba”?) … la “densificazione verticale” … pomidoro al quarto piano, una foresta di lecci sull’attico e cipollotti al mezzanino … però, quale colpo di genio … si poteva salvaguardare l’agricoltura italiana, e con essa la vera diversità, anziché puntare su centinaia di ipermercati confezionamerda … e invece ecco la trovata … gli anarchici si confermano la solita massa di allocchi, avevano l’occasione giusta per sovvertire la capitale morale d’Italia e se la sono lasciata scappare. Altro che bombe, quella è anticaglia … bastava espiantare basilico e licheni lituani e sostituirli con stramonio e aconito … prima o poi a qualche ospite del Bosco sarebbe venuto in mente di farsi un bel decotto ed ecco lì … dirigente dell’Agenzia delle Entrate muore dopo una lancinante agonia … star dell’haute couture trovata con la testa nella coppa del cesso e le unghie nere … si sarebbe creata una fama sinistra, è il caso di dire, che avrebbe spopolato il centro stesso della gentrificazione modaiola … un colpo da maestri, pulito, di rara potenza simbolica … il boicottaggio del sistema d’irrigazione, poi, avrebbe provocato in poco tempo antiestetiche macchie d’umido e infiltrazioni esiziali per la struttura … le Torri Gemelle, maledette e abbandonate dal Dio della Manutenzione, sarebbero rovinate nella calcina della sconfitta postmoderna … e invece gli insurrezionalisti sempre qui, sbraitando insensatezze ottocentesche … col Cospito pannelliano a mostrare la gabbia delle costole: il Moloch statuale ci opprime, compagni! E giù a berciare per le strade di una Milano oramai distrutta.

Nanni Moretti colse il ridicolo della propria parte politica con più intelligenza di ogni altro. La sua trilogia (La messa è finitaBiancaPalombella rossa) mostra l’avanzata delle tenebre nell’area socialista con vivezza spietata. Presso l’istituto (sperimentale, ovvio) “Marylin Monroe” il preside accompagna il professor Apicella ad assistere a una lezione: furtivi, essi colgono l’attimo in cui il docente spiega alla classe il retroterra romantico contenuto nella ballata di Gino Paoli Il cielo in una stanza: che prende a effondersi da un juke box accanto alla lavagna; o in luogo della ex lavagna. Il preside assente, dolcemente rapito. Si era nel 1984. Il casual e il disimpegno logico irrompevano nella vita educativa e culturale italiana, s’iniziava a impastare farina d’insetti e acqua distillata.

Il ridicolo, a questo veniamo spinti incessantemente. Lazzi, orge, bestemmie gargantuesche, il compiacimento dell’illogica, tanto più goduto quanto più razionalmente insostenibile, l’offesa diuturna ai mores più discreti … annientare, cioè ridurre a niente ciò che siamo stati … un compito immane di erosione e prostrazione delegato a clown, faccendieri, buffoni di corte, venduti, strapagati pezzi di merda … a questo si assiste, ogni maledetto giorno, sul corpo sacro del Paese. L’essere costretti a tali spettacoli come il drugo Alex legato sulla sedia della tortura, eyes wide shut … questo sfinisce. Si rientra a casa straziati dall’orrore di una stupidità onnicomprensiva … persino le innocui bacheche dell’associazionismo svelano questo cabotaggio miserabile: musicoterapia, tai chi da Federcasalinghe, profumo di poesia, nutrirsi di luce, qua la zampa … i poveretti, defraudati della cultura popolare e di quella reale, che, inevitabile, attinge al metafisico, brancolano come idioti negli scantinati del manicomio mondiale: orientalismi, filantropismi, poeticismi, ecologismi … emanazioni gnostiche di quarto o quinto livello, da mestatori del pensiero, sarabande disperate di chi non possiede più nulla.

Il ridicolo, un sommesso ghigno spettrale, accompagna ogni notizia … le migliaia di informazioni che  il Potere riversa, a mo’ di martello, sulla chiave di volta mondiale: l’Italia. La seconda Roma, Costantinopoli, è distrutta; la terza, Pietroburgo, strangolata dagli usurai che hanno inscenato una guerra in cui nessuno sembra vincitore. Le propaggini antiche di Roma, intesa come grumo di civiltà, la civiltà delle civiltà, sono le estreme barricate prima della fine. Italia, Persia e Russia si frappongono sempre più stancamente all’imperio di Edward Hyde.

Notizie, menzogne, verità deturpate, invenzioni pubblicitarie nichiliste … questo kipple immondo, assassino dell’antico buon senso, permea ogni cosa trasfondendovi pervasivo un senso di precarietà e di follia ottusi, arroganti. Passo per una via di periferia e vedo aiuole affogate nel cemento; aiuole che fanno parte di un novissimo comprensorio ecosostenibile, ideato in consonanza ideologica col bosco di Stefano Boeri: “Moderno, energeticamente sostenibile e colorato … in quel lotto dove prima sorgeva un edificio vecchio e fatiscente … è nato uno stabile di sociale housing bioclimatico. Un intervento costato alle casse della Regione Lazio 2,2 milioni di euro … il nuovo edificio … è pensato con una forte attenzione alla sperimentazione fruitiva e percettiva … il rapporto [con la] città è mitigato sul fronte principale da una grande parete verde: un filtro al tempo stesso artificiale e naturale composto da un sistema schermante a lamelle colorate, con arbusti e piante rampicanti … un vero e proprio Landmark verde per il quartiere …”. Così si spetezzava al tempo dell’inaugurazione, nel 2019 … un singolo palazzetto più di quattro miliardi di lire … tuttora incompleto nell’attuazione delle direttive frou frou (la grande parete verde si sarà persa per strada), ma perfetto per deprimere inquilini e passanti … di una bruttezza inemendabile, stupida e innegabile; quindi, secondo Alceste, per cui estetica e ingegneria statica si coavvincono inestricabili, rivelatrice sia di occulti peccati spirituali che di prossime magagne strutturali e manutentive … le aiuole sopraddette, blocchi di cemento grezzo colorati in grigio, soffocano lo sbuffo di qualche povera rosmarinacea … anch’essa in fase di suicidio … la patina dei blocchi, poi, va sfaldandosi, lenta, a mostrare la lebbra tipica di tanto postmoderno fanatico. Uno scempio. E questo, dopo l’arraffo, solo per affermare: abbiamo sostituito le case di Mussolini con questa avanguardia futuristica bio-libertaria-social che tutto il mondo c’invidia … certo, a ristrutturare ciò che v’era prima avremmo  speso meno della metà, ma ora abbiamo un gioiellino … totalmente incongruo rispetto all’architettura circostante, già fatiscente, orrendo alla vista e al cuore … ma gli architetti nostri devono pur lavorare per diffondere il verbo del nuovo mondo a venire; e pagarsi le ferie a Maratea.

Dopo circa due mesi dal devastante terremoto del 1997, Federico Zeri si reca alla chiesa di San Nicolò, a Fabriano. Morirà di lì a un anno, il 5 ottobre 1998. La chiesa è visitata per la prima volta dopo il sisma; la ingombrano ancora i calcinacci, la volta è semicrollata; quadri, statue e suppellettili sacre sono alla mercé degli elementi, i piccioni svolacchiano scacazzando tutto. Il San Michele Arcangelo del Guercino è ancora lì, assieme agli impolverati Gentileschi e Salvator Rosa: nessuno si è curato di spostarli. Si attendono le gare d’appalto. Zeri esclama: “Poveri noi … spaventoso, semplicemente spaventoso … incredibile, è incredibile”. Son parole vane, tuttavia. Nemmeno il Bastian Contrario, con le sue caustiche rampogne, previde mai l’Ambizione della Bestia a cancellare l’Italia … troppo ricca di pericolose suggestioni, saliscendi metafisici, ripostigli spirituali. In lui, incancellabile, seppur debole, sopravviveva la speranza.

Sì, il secol superbo e sciocco ci illuse, indicando cieli senza limite; e gl’infiniti universi.
Seguì un sottile, lunghissimo disinganno; i primi dubbi.
Ci si trincerò nella fortezza del metodo laddove l’errore equivale al progresso.
Poi si batté la testa: oltre non possiamo andare!
È la velocità della luce? disse qualcuno.
Forse il soffitto, rispose uno spettatore.
E, fra le risa, iniziò il Carnevale.

Alcune locuzioni mi mettono di buonumore. Fra le preferite: “Costituzione della Repubblica Italiana”.

Mettiamola così … assai piatta e semplicistica, ma in tema con le inutili elezioni regionali testé concluse: non esistono la destra e la sinistra, e nemmeno il progresso … al pari della reazione … non esistono le fughe in avanti … le meraviglie futuribili della scienza che, proprio perché futuribili, non possono vedersi … non esistono male e bene quando si parla di umanità … l’unico (e ripeto: l’unico) movimento dell’anima da assecondare è la tenace conservazione … tutto ciò che si oppone alla conservazione va eradicato ferocemente … in tal senso: gli eretici, gli apostati, i prometeici, vanno combattuti e ridotti al silenzio … così come la polis greca fece con Socrate. Solo le ferite inferte da tali personaggi sono importanti e vanno curate con attenzione e rispetto impedendo alla conservazione di ristagnare e implodere su sé stessa; l’eresia è utile sol perché consente quella dialettica interna per cui il corpo centrale della tradizione sopravvive e si arricchisce dopo ogni assalto. I nostri tempi sono tempi ultimi perché vige l’inverso: sono le baccanti, le streghe, i pazzi furiosi, gli eccentrici, gli Icaro ad aver prevalso sul corpo vivo della civiltà … le ferite, invece di cicatrizzarsi, sono andate in suppurazione … il Re è morto … e un branco di giullari nani fa festa sul suo cadavere … la ferita del Re Pescatore, stavolta, s’è incancrenita alla morte. Con lui muoiono gli ultimi eroi, a tradimento: il padre di Amleto avvelenato dall’essenza di tasso, Teseo straziato al centro di un labirinto dialettico di imposture …

Il nostro immaginario purtroppo è inquinato da Hollywood, per cui si crede che Frankenstein fosse un gigante con elettrodi conficcati nelle tempie, Dracula un latin lover e il signor Edward Hyde un neandertaliano dalle sopracciglia cespugliose. Stoker, Mary Shelley e Stevenson, però, alludevano a ben altro. Hyde, a esempio, è giovane mentre Jekyll, dottore in medicina e in legge, un solido cinquantenne borghese; Hyde è piccolo, Jekyll ben formato. Diversi fra loro, per inclinazioni, gusti e temperamenti eppure Hyde non è il puro contraltare negativo di Jekyll: “[Hyde] non è facile da descrivere. C’è qualcosa che non quadra nel suo aspetto, qualcosa di sgradevole, di assolutamente respingente. Deve avere qualche deformità, insomma, ti dà la netta sensazione di qualche deformità, ma non si capisce dove. Una cosa è certa: quell’uomo ha un aspetto fuori del comune, eppure non saprei indicare un solo dettaglio anormale. Non so che dire, mi arrendo, non son in grado di descriverlo. E non per un vuoto di memoria, perché vi assicuro che lo vedo come se lo avessi di fronte a me in questo momento”, dice il pragmatico Enfield all’avvocato Utterson, “cultore della sana normalità della vita”. Qual è il vero peccato di Hyde? La sua reale deformità? Sempre a Hollywood risolsero la faccenda con il consueto ammicco. L’ebreo Robert Mamoulian insinuò per primo, anche abbastanza sfacciatamente (si era nel 1931), la repressione sessuale. Jekyll vuole sposarsi, il matrimonio tarda, i coglioni protestano: irrompe il lato oscuro. A Londra e nelle colonie sono istintivamente nominalisti e, perciò, individualisti; l’astrazione li turba: di qui la loro ossessione per il colore generalissimo, il bianco. E il problema Henry Jekyll è risolto sul lettino pornografico dello psicanalista. Ma qui a liberarsi non sono le interiora della passione venerea, ma la Bestia ovvero il Nulla. Stevenson attinge alla verità quando al giovane Hyde, cui non si rinvengono difetti evidenti, contrappone il mondo solare di Utterson, Lanyon, Enfield; e dello stesso dottor Jekyll. Sbaglia solo nell’attribuire a Mister Hyde la patente di malvagità. Male e Bene, infatti, sono egualmente necessari al sano sviluppo della civiltà. Hyde, quindi, il Nascosto, l’autentica physis dell’umanità, la Verità Terribile e sempre taciuta, è la dissoluzione venuta su dai precordi notturni dell’Essere per annientare, null’altro. Per questo a Enfield riesce assai arduo circoscrivere la propria ripugnanza; egli la addebita al Male, perché vedo in pericolo il decoro contingente, ma è il Nulla che qui opera. Il Fango. Che tale Nulla, come in Dracula, venga a dissolvere e mettere in pericolo una particolare e definita civiltà, quella inglese ottocentesca, borghese e irta di minuetti, è irrilevante. Stevenson, Stoker, Wilde, Shelley e Machen parlano tutti del medesimo orrore: l’irruzione della devianza e il contagio della dissoluzione. L’Inghilterra fu, ed è, il laboratorio principe del nichilismo. L’America e l’Europa ebbero testimoni più tardi, consapevoli o meno: Lovecraft e Melville, Baudelaire, l’espressionismo più cupo. La pandemia origina al Nord, si propaga; impossibile da fermare poiché sia gli untori che i contagiati che i monatti poco si distinguono dai sani. Di più: la maggior parte dei malati si crede sana ovvero portatrice di sana libertà. I Liberati sono i veri Lebbrosi, i Repressi i Resistenti. Totem e tabù costituirono da sempre i sigilli inviolabili del vaso di Pandora … quindi la pozione fumante di Jekyll liberò Hyde.

Date queste avvertenze, leggiamo alcuni brani della confessione finale di Henry Jekyll: “Cominciai a percepire … la tremula immaterialità, la nebbiosa consistenza di questo corpo che ci riveste … l’irradiazione di certe facoltà intrinseche al mio spirito … sapevo bene di mettere … a repentaglio … la fortezza stessa dell’identità … bevvi d’un fiato la pozione … seguirono … una nausea mortale e un orrore dello spirito … [poi] qualcosa di indicibilmente nuovo e, per la sua stessa novità, di incredibilmente dolce … mi sentivo felice, più giovane e più leggero nel corpo, mentre avvertivo un’inebriante irrequietezza che mi invadeva e un flusso di immagini sensuali che turbinavano disordinate nella mia mente. E, nell’anima, uno scioglimento dalle costrizioni dei doveri, e una sconosciuta, ma non innocente libertà”.
Liberarsi del fardello della civiltà è inizialmente piacevole. Libero! Si vola leggeri perché la Bestia è ancora nella sua prima fase di risalita: “Quando lo specchio mi rimandò per la prima volta la sua orripilante immagine, non provai ripugnanza, ma piuttosto il desiderio di accoglierlo con slancio”. Capite gli entusiasmi dei figli dei fiori? Alla lunga, però, è impossibile contrastare l’Abisso: “Se questo stato di cose si fosse protratto a lungo, l’equilibrio della mia natura alla fine ne sarebbe rimasto sconvolto … e la personalità di Edward Hyde diventare irrevocabilmente la mia”. Ciò cui noi assistiamo ogni giorno: legioni di Hyde, assieme compiaciuti e terrorizzati dalla possessione del Nulla: odio per il Giusto; e paura. Finché si arriva al punto di non ritorno: “Lui … non aveva nulla di umano. Niente sopravviveva in lui se non odio e paura …”. Ricordate queste parole quando andate sui social: odio e paura. Ed ecco la resa: “Lo stupefacente egoismo di Hyde e la sua capacità di vivere solo l’attimo presente forse risparmieranno queste pagine dalle sue ripicche di scimmia. In realtà, la maledizione che sta per abbattersi inesorabile … ha già mutato e stremato anche lui”. L’Antico e il Nuovo Ordine sono condannati in solido. L’uomo liberato è destinato non solo all’infelicità, ma anche all’autodistruzione. Demiurghi, maghi e idolatri. Perché? Perché hanno sbagliato i calcoli. Anche i sali usati da Jekyll sono sbagliati: “Mi son persuaso che la mia prima scorta dovesse essere impura e che proprio a quell’ignota impurità era dovuta l’efficacia della pozione”. I calcoli sbagliati, l’errore illuminista, così festoso all’inizio … e ora? E ora niente, il veleno è già in corpo, la necrosi delle zone periferiche evidente. Al paziente restano poche ore di vita.

En passant: le migliori riduzioni del capolavoro di Stevenson sono due, l’una francese (Il testamento del mostroLe testament du Docteur Cordelier, 1961, di Jean Renoir), l’altra italiana (Jekyll, 1969, di Giorgio Albertazzi).

Nella Commedia dell’Arte al contrario fa la sua comparsa l’Italiano Deforme. “Dio mi perdoni, è veramente un uomo?”, così esclamai alla vista del direttore di uno dei più noti e rispettabili quotidiani liberal degli ultimi cinquant’anni. Un’apparizione circense. Il capo s’innestava su un tronco quasi privo di spalle, inguainato da una camicia senza giacca – un mozzicone concepibile solo nei carrozzoni di Freaks. La testa, soprattutto, enorme rispetto a quel ciocco di carne, rivelava uno sguardo di fissità mostruosa: solo il labbro inferiore, sensualmente enfio e pendulo come uno scroto, si moveva, alter ego d’un ventriloquo infernale, a declamare enormità apocalittiche. Eppure quanti sono a capire questo? Solo la consuetudine con l’euritmia estetica e logica, infatti, può ingenerare il sospetto che molti, fra noi, non siano quasi più umani. Quanti Hyde ogni giorno inscenano queste pantomime godendo del nostro Golgota? Funebri recite testamentarie: dell’Italia, di ciò che vi ancora di naturale e degno d’amore.

Sono lealista, tradizionalista, conservatore, dogmatico e non perché cattolico, monarchico, sanfedista. La mia è una scelta metafisica … o meglio: biostorica … sono antignostico perché in me non ravvedo scintille divine bensì il fango da cui fu tratto il Primo Uomo; sono contro gli psicologismi poiché il maggior dono è la dimenticanza delle proprie origini meschine … città, monumenti e libri sorsero perché la spaventosa verità sulla Caduta fu custodita in ogni tempo da una aristocrazia di accorti sapienti che parlarono esotericamente per allegorie ai loro Pari … o tacquero, a pena della vita.

La Santa Inquisizione. Sorprendente come alcune parole desuete e dimenticate, rimesse al centro di un periodo storico particolare, si animino secondo la loro valenza pristina … santa poiché difende il Sacro cioè il cuore stesso della Civiltà che ci trattiene benigna presso il crinale dell’abisso … l’Inquisizione, uno dei tanti istituti sorti per contrastare gli outsider … i borderline … i folli … persino i geni … al pari dell’ostracismo. Sì, gli Efesini furono nel giusto quando esiliarono il migliore fra loro, Ermodoro; quell’uomo era troppo per la città … e avrebbe significato la fine se avesse continuato ad amministrarla a lungo … meglio per lui andare ramingo per il mondo, e magari approdare sulle sponde del Lazio ove alcuni trogloditi l’avrebbero accolto come primo e brutale normatore delle XII Tavole. Eraclito la prese sull’agro: “Gli Efesini meriterebbero di morire tutti … poiché hanno esiliato Ermodoro, il migliore tra di loro”. Sbagliava. In ciò, purtroppo, risiede l’equilibrio, il nulla di troppo, l’aurea mediocritas e la magnifica contraddizione in cui si risolve l’enigma della parabola umana.

Sì, Ermodoro era troppo e, alla lunga, fu di troppo … avrebbe sconvolto gli equilibri della bolla stazionaria della civiltà efesina … in cui le tutte le spinte contrastanti assommano a zero quando l’equilibrio domina energie e pensieri … la conservazione dell’energia interna: a questo bada l’aristocrazia … permettendo accortissimi scambi, tutelando i mores e la lingua, erigendo mura, istituendo controlli liturgici negli atti più delicati della vicenda umana: nascere, crescere, riprodursi, morire … i Custodi sono soprattutto domatori di mostri.

Qualche giorno fa osservavo due signore quarantenni, abbastanza piacenti (tipo anonimo seppur lisciato e curato; probabile sponda sinistrata), tenersi mano nella mano in un negozio di scarpe. Si consigliavano amorevolmente su una scelta ardua: un elegante accenno di tacco oppure la costosa ciocia femminista? Ecco qui una discreta coppia tribadista, mi son detto, ovviamente priva di quell’allure masturbatorio generato dall’immaginario pornoglam. Saranno felici? Generalizzo: forse no; probabilmente no. Infelici gli altri, ancor più infelici loro. Cos’è che dona la felicità, allora? Confessiamolo: rimaniamo di sale a fronte delle immagini, di solo qualche decennio fa, di inossidabili coppie ottantenni; o a riguardare tombe e cenotafi in cui i coniugi s’abbracciano persino nella morte. Certo, di tutto questo oggi si ride. Perché se ne ha paura. Ricordiamo: siamo degli Hyde, imprigionati dall’odio e dalla paura; di qui il ghigno, i cachinni, lo sberleffo social che liquida il nostro recente passato. Quale inferno si è evocato per annientare questo? La libertà, ovvio, la falsa libertà. Essere gettati nella vita, senza morale e legge, la responsabilità della scelta interamente sulle nostre spalle: ecco la ragione del dileguarsi della felicità. La scelta di un marito, d’una moglie, d’un figlio, d’una dimora … questi atti non lasciavano scampo nella società che ancora manteneva una parvenza di tradizione … si entrava nell’età degli amori costretti entro certi sentieri. Anche qui le eresie che ci si concedeva (la prostituzione, la ninfomania, le scappatelle adolescenziali) venivano tempestivamente esecrate: a riconfermare i mores. L’equilibrio tra un complice e oculato permissivismo e l’imperio pesante, ma rassicurante, del perbenismo, ungeva i binari dell’esistenza.

Ho visto decine di parenti sposati morire uno appresso all’altro, di consunzione del cuore. Dove sei marito mio, moglie mia?
Così il mio nonno paterno, gli ultimi anni della sua vita terrena, perduto fra la catalessi della demenza e la nostalgia che riaffiorava nei rarissimi e, forse, casuali, sprazzi di lucidità. Lo accudii anch’io, per qualche giorno, riuscendo persino a recarlo in piazza San Pietro, lui che non si era quasi mai spostato dalla campagna e che liquidava con scetticismo l’esistenza di scale mobili sotterranee.
Davanti alla finestra della casa di città egli sedeva, composto sulla carrozzella, le mani dure incrociate sul grembo, immobile come un re azteco detronizzato dagli invasori. Al suo sguardo, oltre la vetrata, si spalancava un panorama di antenne, palazzine in cortina e solai, le cui sagome risaltavano con nitidezza impressionante sullo sfondo di un cielo ialino, di sorprendente purezza. Sul far della sera, nell’ora azzurra delle rivelazioni, la camera si abbuiava lentamente, celando progressivamente il mobilio, e quel composito florilegio di cianfrusaglie che ogni famiglia accumula negli anni caricandolo di un’intima potenza apotropaica.
Egli, solitario, su quel sedile alla buona fornito dalla ASL locale, godeva di una solitudine ora assoluta, immedicabile; stava; cosa attraversava, allora, la sua mente, dimentica dei giorni che furono? Lampi, scaglie della gioventù? Una volta sfuggì al nostro controllo. Lo ritrovammo nei pressi un vecchio cancello oramai serrato, a guardarsi intorno, la mano destra ad accarezzare spaesata i disegni dell’inferriata: l’accesso a un fazzoletto di terra che anni prima amava coltivare a orto, terminate le fatiche sui campi più grandi.
La luce morente filtrava ad avvolgere morbida la scena. Spiavo dalla soglia quell’uomo estraneo, esitando tra rassegnazione e premura: avrebbe gradito, forse, un bicchiere di tè? D’un tratto vidi sommuoversi le labbra. Ne uscì un sospiro, poi un sussurro; a mezzo dei denti, come il mozzicone d’una preghiera indecifrabile che, però, riconobbi subito. Le sei lettere di un diminutivo, a storpiare amorevolmente il nome della moglie, mia nonna, la donna con cui ebbe confidenza sessantaquattro anni. Un lampo, una figura casualmente evocata da una scarica elettrica dell’encefalo; definita, viva, dai contorni reali, come certe ipnagogie che ci prendono nel dormiveglia, ricche di colori e suoni e profumi. La moglie amata era davanti a quegli occhi che non vedevano quasi più il mondo; o già oltre il mondo.
Quella flebile invocazione, entro una cameretta anonima al limitare della città, rivolta in un momento irrilevante del tempo, mi torse subito il cuore, a eccitare incontrastabili e vertiginosi pensieri sull’affetto, la morte, la nostalgia, il decoro e l’amore. Tutto il controllo che avevo esercitato nella vita … contro ogni sommovimento, improvvisamente cadde. Un groppo alla gola; a denti stretti cercai di dominare quella corrente impetuosa. Sì, la vita mi si presentò senza veli. Era la verità in persona che irrompeva in me dichiarando la nuda e inoppugnabile futilità delle cose umane; mentre quest’uomo, immerso in un mondo di tenebra, presentava all’eternità incombente il proprio personale pegno d’amore. Mai lo sentii bestemmiare o ingiuriare; la sua esistenza: un giorno dopo l’altro, teoria scadenzata da un Ordine che avvertiva immediatamente inderogabile; ignorando il calcolo differenziale, le Termopili e l’eliocentrismo; quasi senza passione, in quello stato d’inconsapevole felicità che può fare a meno dell’autocoscienza e delle parole.

Bazàrov, l’Edward Hyde del nichilismo letterario russo, muore. Un banale incidente nell’assistere un contadino malato di tifo. Bazàrov! Ateo, irridente, rivoluzionario, algido, sprezzante e anempatico, tale il dottor Evgénij Bazàrov! Sì, egli muore, dopo aver sbagliato i calcoli. Forse l’amore … forse … e se non l’amore per Anna, quello di Vasilij e Arina, i suoi premurosi genitori … come negarlo? Come negare l’amore, ecco la quintessenza del maggior libro di Turgenev, come escluderlo dalle sottili equazioni della vita? E, se lo si ammette, pur come variabile minima, come negare che faccia saltare ogni fredda predizione? Fosse anche uno smalto sul nulla, concedo anche questo … non potrebbero l’amore di un vecchio padre e di una vecchia madre per il figlio costituire il sasso nell’ingranaggio perfetto che oggi ci stritola?
Il sacrificio, la perseveranza, la devozione inestirpabile verso la memoria:

Vi è un piccolo cimitero di campagna, in un angolo remoto della Russia. Come quasi tutti i nostri cimiteri presenta un aspetto molto triste: i fossi che lo circondano si sono da un pezzo riempiti d’erba, le croci grigie di legno si sono inclinate e marciscono sotto i loro tettucci un tempo verniciati, le lastre di pietra sono tutte smosse, come se qualcuno le spingesse di sotto, due o tre alberelli striminziti danno appena una misera ombra, e le pecore vagano indisturbate in mezzo alle tombe. Ma fra queste ve n’è una che l’uomo non tocca e che l’animale non calpesta: soltanto gli uccelli vi si posano all’alba e cantano. Una cancellata di ferro la circonda, due giovani abeti sono piantati ai suoi capi: Evgénij Bazàrov è sepolto in questa tomba. Ci vengono spesso, da un villaggetto poco lontano, due vecchietti già cadenti, marito e moglie. Sostenendosi a vicenda, vanno col  loro passo appesantito; si avvicinano alla cancellata, si stringono ad essa, si mettono in ginocchio, e piangono amaramente e a lungo, e a lungo guardano con attenzione la pietra muta, sotto la quale giace il loro figlio; si scambiano brevi parole, spolverano la pietra, aggiustano un ramo dell’abete, tornano a pregare e non possono abbandonare quel luogo, dove par loro di essere più vicini al figlio, alla memoria di lui … Possibile che le loro preghiere, che le loro lacrime siano infruttuose?
Possibile che l’amore, l’amore santo e devoto, non sia onnipotente? Oh, no! Per quanto appassionato e turbolento sia il cuore nascosto in una tomba, i fiori vi che vi crescono sopra ci guardano serenamente coi loro occhi innocenti: non dell’eterno riposo soltanto essi ci parlano, di quella gran pace della natura indifferente; essi ci parlano anche di un’eterna riconciliazione e di una vita senza fine …”Chi ha orecchie per intendere, intenda.

 

Di Alceste

 

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