Una sentenza importante del tribunale di Firenze, sezione Lavoro, sancisce la punizione per tutti i kapò più zelanti, quelli che hanno iniziato ad applicare i soprusi di Herr Mario prima ancora che la legge glie lo consentisse. Così un’addetta piscina della struttura di Firenze Rovezzano si era trovata sospesa dal lavoro e interdetta dall’accesso alla struttura per soddisfare la voglia di sopruso dei suoi datori di lavoro, prima ancora che la legge glie lo consentisse.
L’addetta aveva fatto presente che il green pass non era citato nelle norme in materia di lavoro, ma l’azienda, dopo aver segnalato la mancata esibizione del certificato verde il 7 e il 9 agosto, ha inviato a tutti i suoi dipendenti una comunicazione con la richiesta di green pass ed ha sospeso l’addetta alle piscine.
Infatti, il giorno 7 del mese di agosto, come ogni mattina, la donna si era recata al lavoro ma non era riuscita ad entrare nel club perché le avevano chiesto il green pass all’ingresso: solo trentasei ore dopo la società ha inviato una comunicazione con cui avvisava di esigere il certificato verde da tutti i dipendenti e i collaboratori.
Secondo l’azienda, il green pass rientrava tra le misure di sicurezza in ottemperanza alla normativa sulla “tutela delle condizioni di lavoro” (art.2087 del codice civile), ma il Tribunale ha sancito l’illegittimità della richiesta.
Peraltro, l’articolo 9 bis del decreto legge 52/2021 impone il possesso del lasciapassare verde ai frequentatori delle piscine soltanto per le attività al chiuso, mentre l’obbligo di green pass sarebbe scattato soltanto in seguito con il decreto legge 105/21. (Eventi Avversi)
La sentenza del 3 marzo, dunque, ha condannato il datore di lavoro a risarcire la donna di 1912,81 euro più rivalutazione, per il periodo intercorrente tra la sospensione e l’obbligo normativo con decorrenza 15 ottobre, e di 1850 euro per le competenze legali oltre a iva, cassa previdenza avvocati e rimborsi e ai 49 euro del contributo unificato.
Come lei, tantissimi lavoratori sono rimasti vittime di soprusi anticipati, determinati dall’eccesso di zelo di chi non vedeva l’ora di diventare un controllore di stato, di escludere dalla vita civile dei propri concittadini rei solo di aver esercitato la propria libertà di scelta: in mancanza di legge, non si può interpretare l’articolo 2087 ad libitum e obbligare la tessera verde dove ancora lo stato non è arrivato. Il tribunale ha sancito che è un illecito.
Una magra vittoria in questi tempi bui, che almeno darà un po’ di respiro a coloro che hanno subito soprusi arbitrari al di fuori della legge, ma non farà giustizia di tutti gli altri, quelli che sono stati esclusi dal lavoro secondo legge. Ci aspettiamo che un tribunale faccia valere prima o poi l’incostituzionalità di queste leggi, evidenziando la palese e antidemocratica discriminazione subita da chi non ha voluto fare da cavia di Pharmafia. Ma questo, verosimilmente, non accadrà.
Intanto, invitiamo tutti coloro che hanno subito il sopruso della tessera verde nelle stesse condizioni della donna di Firenze, ad avviare immediatamente un procedimento legale contro il proprio ufficio, ente o datore di lavoro.
MDM 12/03/2022
Fonte (con pdf della sentenza) https://www.eventiavversinews.it/prima-sentenza-in-italia-scatta-il-risarcimento-in-caso-di-richiesta-illegittima-di-green-pass-sentenza-tribunale-di-firenze-3-marzo-2022-n-155-il-testo-integrale/