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Fuori rotta

DI TONGUESSEY

comedonchisciotte.org

La pervasiva tecnica del trickle down, del gocciolamento, parte dall’assunto che il neoliberismo e la globalizzazione siano fenomeni simili all’acqua, capaci cioè di penetrare in ogni anfratto e di insinuarsi in ogni fessura portando nuova linfa vitale (la loro) in ogni dove. La vita così come la conosciamo oggi è, nonostante tutto, globale e neoliberista grazie a tale gocciolamento.
In realtà credere a questa narrazione ci fa diventare portatori sani di antropocentrismo postmoderno. Il dogma pretende che esista solo l’homo oeconomicus mentre tutto il resto è roba da letteratura (meglio se al femminile). Ciò che la narrazione imperante non vuole svelare sono le sacche di resilienza, anche se credo il termine più corretto sia irrilevanza.
Esistono cioè due mondi con limitate capacità di reciproco adattamento: il primo ruota attorno alla rutilante vita delle città, meglio se grosse e industriose. Il secondo si organizza invece su scala locale, adotta criteri locali e, una volta arginata la seduzione del postindustriale, risulta poco sensibile al fascino della globalizzazione. Certamente la narrazione imperante raggiunge anche i luoghi fuori dalle rotte principali a volte con conseguenze devastanti (interi paesi abbandonati dagli abitanti in cerca di economie più redditizie). Altre volte però i suoi effetti sono minimi sotto molti punti di vista. Il Progresso (qualsiasi cosa significhi) non è riuscito a far gocciolare tutto sé stesso in questi luoghi ed i due mondi si osservano come attraverso uno spesso vetro la cui trasparenza non permette comunque di respirare l’aria presente dall’altra parte.

Così mentre le città tessono lodi infinite ai portatori (veraci o meno) del Progresso, dall’altra parte del vetro si tessono le lodi ai portatori delle Tradizioni. In virtù della forza dell’irrilevanza i due mondi non si sfidano mai apertamente, anche se la pervasività del processo globalizzante non cessa mai di affondare le proprie lame nelle carni locali. Il Progresso ad un certo punto si è reso conto che non tutti i luoghi sono deputati alla sua celebrazione, dato che i costi non sono sempre sostenibili. Quando si parla di “velocità diverse” si intende proprio questo: alcuni posti arrivano prima di altri, che magari non arrivano proprio mai. Il che non è necessariamente una disgrazia.

“L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo” diceva Lenin. Quindi esistono ed esisteranno sempre luoghi con differenti capacità di celebrare tale Progresso. E, badate bene, posti che dispiegano bassa percentuale di Progresso non si trovano solo in Africa o nel Sudest asiatico. Ce ne sono a bizzeffe anche in Italia. Solo che la narrazione imperante non ce li fa vedere, e si trincea dietro all’irrilevanza del fenomeno lasciato semmai con sussiego all’ambiente del folklore, dimenticandosi però che il gioco è sempre simmetrico. Attraverso la forza (necessità?) dell’irrilevanza si dimostra cioè l’irrilevanza della narrazione imperante stessa.

Scriveva Mac Luhan “Il carattere particolare di ogni singolo, anche nobilissimo, punto di vista ha perduto nell’era elettrica ogni funzione. Al livello dell’informazione lo stesso sconvolgimento è avvenuto con la sostituzione dell’immagine omnicomprensiva al semplice punto di vista”.[1] Si è quindi arrivati alla battaglia tra Verità locali contrapposte al Progresso globale sotto i vessilli dell’irrilevanza. Le funzioni sono state azzerate da Mac Luhan, e ciò che resta è solo un “semplice punto di vista”. L’irrilevanza trae origine da questa situazione.
Così mentre le città consegnano luoghi della cittadinanza a criminali di guerra insigniti di Nobel, i luoghi collocati fuori dalle grandi rotte dell’economia vengono affidati a chi ha saputo mantenere in vita la tradizione che, grazie all’irrilevanza e incurante del Progresso, sa ancora creare comunità senza l’ingombrante e pervasiva presenza dell’homo oeconomicus e della sua arrogante indifferenza morale.
Se le città si vantano di avere intitolato le proprie piazze e strade a Rabin, Madre Teresa amica di Duvalier, Peres e altri mostri del Progresso morti con il premio Nobel per la pace in tasca (agli altri Nobel verranno riservate altre vie e piazze appena moriranno, Kissinger, Walesa e Tenzin Gyatso in testa), nella periferia dell’Impero in totale spregio verso i canoni del gocciolamento si osa intitolare una piazza ad una maestra.
Se, come afferma Mac Luhan “il medium è il messaggio” stiamo assistendo ad uno ispessimento del vetro che separa i due mondi: l’Impero non è in grado di mantenere la propria narrazione se non circoscritta all’interno dei conglomerati rilevanti. In tutti gli altri casi l’irrilevanza la fa da padrona e le scelte seguono percorsi imprevedibili per la rotta della globalizzazione. E così mentre nei conglomerati urbani il pane è un semilavorato industriale che proviene da altre nazioni e viene cotto nel supermercato, nella periferia c’è chi rimette in funzione il vecchio forno a legna e si incarica delle consegne ai paesi vicini. Poi c’è chi riscopre antiche varietà di piante da frutto o da orto, e si incarica di coltivarle per ridare ai propri luoghi quell’aspetto che la modernizzazione, la standardizzazione e la globalizzazione hanno confinato nel sottoscala delle funzionalità o, peggio, nel cestino delle occasioni perdute. Qualcun altro fa ritornare in vita specie animali ormai date per estinte ma che per secoli sono state una risorsa importante nell’economia locale. Comitati locali si incaricano di mantenere vive antiche tradizioni che nei conglomerati urbani sono definitivamente sparite, inghiottite dalla multidimensionalità del meticciato sociale e culturale.

E’ la battaglia tra globalismo e localismo. La volontà di integrazione globalizzante che, fuori dalle grandi rotte, non ha saputo offrire nulla di meglio dell’irrilevanza del gocciolamento, si scontra con l’importanza del Topos, della tradizionale verità che ha saputo mantenere in vita intere generazioni senza doverle consegnare in toto al Moloch della modernizzazione e del meticciato.
In questo quadro si inseriscono le questioni della sicurezza relative alle manifestazioni. Tutto parte dal disastro avvenuto a Torino, conglomerato urbano che non è secondo a nessuno per meticciato. In quel luogo (e non in una periferia ovvero in un luogo fuori rotta) in pieno afflato calcistico-europeista successe il problemone che tutti noi ricordiamo. Quindi si rese necessaria una maggiore attenzione anche nei luoghi che problemi di sicurezza non ne hanno mai avuti, cioè i luoghi fuori dalle grandi rotte, fuori dal meticciato ope legis. Tutte le costose scartoffie e presenze necessarie ad assicurare la corretta osservanza delle nuove regole hanno ammazzato le attività locali. Come amaramente annota Monica Ciaburro, sindaco di Argentera “la burocrazia nazionale ha ucciso feste e sagre che da centinai di anni si svolgevano e dove mai era accaduto alcun tipo di incidente o situazione tragica”, stigmatizzando come “solo in Piemonte sono già state annullate oltre 7 mila manifestazioni, per lo più in Comuni che fanno parte di quelle “terre alte” che sono tra le più penalizzate.”[2]

La sicurezza diventa così l’alibi perfetto per sferrare un colpo basso al locale, rendendo obbligatorio il trickle down. Fallita, grazie all’irrilevanza di Mac Luhan, la prosopopea della narrazione imperante, i globalisti pianificano il completo assoggettamento del locale tramite la burocrazia. I costi, ovviamente, ricadono tutti sul locale che diventa ancora più marginalizzato. Il movimento centrifugo della globalizzazione, grazie allo strabismo funzionale della classe politica, mette sullo stesso piano le disfunzionalità dei conglomerati urbani e le funzionalità delle realtà periferiche, allontanandole da sé stesse. L’indifferenziato postmoderno (l’irrilevanza è una coniugazione dell’indifferenziato) e la miope burocrazia sono diventati il binomio ottimale per il crimine sociale perfetto: mentre viene sostenuta la multiculturalità globalista si pianifica l’assassinio della multiculturalità nazionale, quella che permette a parecchie realtà locali di vivere autonomamente senza sussidi né centri di accoglienza: evidentemente non sono funzionali al capitale. Sono solo utili ai cittadini che vi abitano.

“Fintanto che [] gli individui hanno un rapporto adeguato con l’inconscio collettivo [] l’ordinamento della vita entro questo contesto esclude in ampia misura irruzioni pericolose dell’inconscio e garantisce una sicurezza interna relativamente forte che consente di condurre un’esistenza ordinata in un mondo in cui l’umano e il cosmico, il personale ed il transpersonale sono tra di loro articolati” E.Neumann “Storia delle origini della coscienza”

 

Tonguessey

Fonte: www.comedonchisciotte.org

21.08,2018

[1] M. Mac Luhan “Gli strumenti del comunicare” pg.10
[2]http://www.lastampa.it/2018/07/06/cuneo/fratelli-ditalia-sulle-misure-di-sicurezza-non-paragonabili-le-sagre-di-paese-con-le-grandi-manifestazioni-delle-metropoli-VdUkCc8IrJFGhI1WGJnFrK/pagina.html

Pubblicato da Davide

2 Commenti

  1. Interessanti considerazioni. Ne aggiungo delle altre.
    Vivo a circa 20 Km in linea d’aria dal Ponte di Genova. Se vado verso la città, tutto si protende verso l’importanza di quel ponte, ossia la sua importanza nell’ambito globalizzatore. Dal porto giungono le portacontainer con la panoplia di beni che vengono, da lì, commercializzati in Italia e nell’Europa meridionale. Tutta l’attenzione è rivolta verso la sopravvivenza di una città che fu una globalizzatrice ante litteram. Se vado dall’altra parte, decine di piccoli borghi – i più, semi-disabitati – che con il 30 Settembre vivranno di ricordi, di sbronze e, purtroppo, di qualche rissa. Le sagra paesane hanno tenuto viva l’Estate: ma quale Estate? Io ho visto solo colossali bevute di birra, arrosti elefantiaci…niente, non c’è niente d’altro. Eppure, ci sarebbe molto da discutere, da proporre: ad esempio, perché le canne ai bordi delle strade infoltiscono sempre di più, mentre arrivano camion di pellet dalla Lituania. La mia impressione è che manchi, proprio nei piccoli borghi, la capacità di rendersi indipendenti dall’impeto globalizzatore: nessuno (o pochi) si rende conto della quantità di risorse presenti su quei territori: acqua, terra, sole, vento. Ma, le giovani generazioni non comprendono perché dovrebbero andare verso un futuro di maggior indipendenza economica, poiché l’ipermercato è dietro l’angolo, la spinta globalizzatrice troppo forte per essere vinta dagli, ultimi, piccoli dieci Mohicani.
    Ti ringrazio per le tue, profonde, riflessioni.

  2. Il trickle down, lo sgocciolamento… un concetto simile era stato già espresso da Adam Smith sotto la metafora della mano invisibile: la ricerca egoistica dell’interesse individuale, all’interno della gabbia d’acciaio capitalistica (appunto Max Weber), gioverebbe a tutta la società. Ma anche Bernard de Mandeville ne La favola delle api, aveva utilizzato la metafora dell’alveare, ed anche secondo lui ogni prosperità sociale derivava dall’affermazione degli interessi individuali. Bauman però parlerebbe di vittime collaterali, vittime dei processi globali in atto, i perdenti e gli sconfitti, ma anche i perduti, quelli che non capiscono quello che stanno vivendo, gli stranieri, gli immigrati, i nomadi, i precari, i giovani, i vecchi… le vittime dello sviluppo ineguale. Anche i frammentati, quelli che non riescono più a ricomporre i frammenti della loro identità. Ma ogni volta che si costruisce un nuovo ordine, capita sempre che un certo numero di persone non sia più in grado di integrarsi, di adeguarsi ai cambiamenti, ed anche la modernità è stata un’epoca di costante ricostruzione, di costante rinnovamento e di continua riforma dell’ordine sociale ideale. Le vittime collaterali hanno accompagnato il corso della storia, e se anche non siamo in grado di dire precisamente da quando esistono, però non si tratta di un fenomeno nuovo.