“Di sicuro c’è solo che è morta”

di Marco Toti
https://independent.academia.edu/MarcoToti

“Noi questo caso dobbiamo chiuderlo e lo chiuderemo” (C. Lasperanza)
“Qui il caso devono chiuderlo prima delle ferie” (G. di Mauro)
“Il caso è chiuso” (R. Monaco, I. Ormanni)
“Sono un cittadino italiano finito negli ingranaggi della giustizia e non riesco a difendermi da questo meccanismo” (G. Scattone)
“Ho insegnato qualcosa che non esiste” (S. Ferraro)
“Beati i perseguitati a causa della giustizia” (Gesù Cristo)

Nel suo monumentale lavoro “Di sicuro c’è solo che è morta”, pubblicato nel 2017 e tuttora ampiamente insuperato (il dibattito sul tema langue, per motivi che non facciamo fatica ad ipotizzare), V. Pezzuto, giornalista e autore dell’eccellente “Applausi e sputi” (Milano 2008, Sperling e Kupfer, dedicato alla triste vicenda di E. Tortora), analizza con sagacia e acume una delle vicende più sconvolgenti della cronaca giudiziaria italiana degli ultimi decenni: per l’innocenza della vittima, per il mistero tuttora insoluto del movente, per la invereconda condanna di due dottorandi verosimilmente non responsabili, per il cd. “circo mediatico-giudiziario” – uno specchio che rovescia e deforma la realtà in una esiziale allucinazione collettiva, che ingurgita le frustrazioni, le ansie e le rivalse di chi catatonicamente lo fissa – che l’evento ha generato e che è stato a nostro parere determinante ai fini della medesima condanna, per la non sempre cristallina condotta degli investigatori e dei PM: in definitiva, per l’oltraggio alla verità, oltre che alla vita, all’onore ed alla libertà di troppe persone (del popolo italiano, ammesso che questa espressione abbia oggi ancora un senso). Nella ricerca dell’A., la colossale quantità del materiale è direttamente proporzionale alla precisione ed alla finezza (sia formale che sostanziale) dell’argomentare: si direbbe di essere di fronte a un legal thriller ben costruito e caratterizzato da un intreccio avvincente, suscettibile di adattamento per una serie statunitense di sicura presa (non si spiegano quindi gli innumerevoli dinieghi a pubblicare da parte degli editori contattati dall’A.: forse che la mole e la serietà del lavoro, azzardiamo, hanno giocato contro il suo libro?): ma non uno iota di quanto raccolto da Pezzuto è falso o, secondo noi, tendenzioso.

A partire del libro in questione vorremmo raccogliere, nel nostro piccolo, alcune note, deduzioni e riflessioni, che hanno l’unico fine di riconsiderare compendiosamente i fatti, in vista di un (auspicabile, ma per ora non probabile) accertamento della verità — quantomeno “negativo”, per quanto concerne la sorte dei condannati –, che vuole costituire un servizio alla memoria di Marta Russo ed alla più che presumibile innocenza dei due studiosi implicati: cui, personalmente e per quanto ciò valga, crediamo con fermezza. Cercheremo di fare ciò in base all’analisi di alcuni elementi inoppugnabilmente raccolti dalla ricerca di Pezzuto (molto intelligente anche la scelta delle citazioni ad hoc tratte da L. Longanesi), anche per restituire uno spaccato eloquente di quello che era (è) il menzionato “circo mediatico-giudiziario” italiano; procediamo quindi per punti, non senza una coerenza di fondo che, crediamo, il lettore attento ravviserà.

1) Anzitutto, la questione degli alibi dei condannati, che non sono mai stati smentiti; e non si può, in uno Stato che si proclama “di diritto”, affermare — quale indizio a carico di un imputato – che essi non siano certi ovvero non verificabili: tanto più che sono proprio gli innocenti, spesso, a non averne di assolutamente inattaccabili (anche se ci pare che tali siano, quantomeno virtualmente, quelli di Scattone e Ferraro: se si tiene conto poi delle testimonianze del professor Lecaldano, della sorella di Ferraro e delle prime rivelazioni di M. Marcucci, poi, essi lo diventerebbero, per via implicita o esplicita); in effetti, sono proprio i colpevoli a costruirli, tanto più se accusati di un “delitto perfetto” che, stranamente, sarebbe avvenuto in una aula (e nel contesto di un’area) molto frequentata: luoghi in cui, a parte le due testimonianze della Lipari e della Alletto – su cui torneremo diffusamente –, nessuno li ha visti o ha udito spari. Ad es., tutti i movimenti di Scattone nella giornata del 9/5/1997 – quando Marta Russo fu ferita a morte — sono cronologicamente coerenti, oltre che in buona sostanza attestati con ragionevole certezza (metro, incontro con Lecaldano nel suo giorno di ricevimento, visita a Lettere, certificato presso la Segreteria di Lettere, visita all’Istituto di Filosofia del Diritto); in particolare, il venerdì “incriminato” doveva essere proprio il 9, come nella sua testimonianza sostiene indirettamente Lecaldano (che, pur confermando di aver incontrato Scattone in quel periodo, non poté portare in udienza la sua agenda in quanto, secondo quanto avrebbe detto ad alcuni suoi collaboratori, “l’aveva bruciata”) nel momento in cui afferma che quel giorno tornò a casa e tramite la TV venne a conoscenza del ferimento di Marta Russo e di aver consegnato a Scattone il programma, poi cambiato (testimonianza V. Marzocchi), di un seminario da tenersi il 16 (giorno dei funerali di Marta Russo); Lecaldano, tra l’altro, indica l’orario dell’incontro con Scattone in accordo con la testimonianza di quest’ultimo, ossia poco dopo le 11:30. Inoltre, alcune testimonianze dirette (La Porta, borsista all’Istituto poi indagato per un simpatico “occhiolino” a Ferraro, escluse la presenza di quest’ultimo in Istituto in quella giornata, ed affermò di aver visto invece Scattone — con cui si intrattenne a lungo, e che gli diede un biglietto che La Porta conservò, su cui era scritto una sorta di “indovinello” di logica — arrivare in Istituto tra le 12:15 e le 12:30; ciò è confermato dall’assistente Fiorini) e rilievi oggettivi (il certificato ritirato da Scattone presso la segreteria di Lettere reca la data del 9/5, e lo indica, secondo gli altri certificati emessi ed in mancanza di orario, come penultimo della fila: se la segreteria allora chiudeva alle 12:00 circa, ad un orario compatibile quindi col suo arrivo, di poco successivo, all’Istituto di Filosofia del Diritto) confermano quanto asserito da Scattone (oltre che da Ferraro): tanto più che tutti gli utenti in fila davanti a Scattone ricordano di esservi stati intorno alle 12:00. L’alibi del collega Ferraro è forse più semplice (e oggettivamente ricostruibile, almeno in buona parte): egli, secondo quanto riferito in sede processuale, era a casa a studiare, verso le 11:30, e ricevette alcune telefonate da M. Marcucci, che collocò l’ora della sua visita a casa di Ferraro, concordemente con questi, tra le 11:40 e le 12:30-35 – per discutere della festa della sorella di Marianna, che avrebbe avuto luogo la sera stessa — dopo averlo chiamato da un bar sotto casa alle 10:55 (conferma di M. Orlandi, amica di Marianna, con il particolare della chiamata di A. Vozzo alla sorella di Ferraro, cui rispose quest’ultimo; particolare riferito dalla seconda alla prima); ma al processo si avvalse, intimorita, della facoltà di non rispondere. D. Albanese, amico di Ferraro, ricorda di aver chiamato alle 11:00 circa quel giorno, ma non ricorda chi rispose. La sorella di Ferraro, Teresa, conferma la ricostruzione del fratello: ella sarebbe uscita di casa verso le 11:30 e rientrata circa un’ora dopo, quando avrebbe incontrato sotto casa Salvatore e Marianna.

2) Alibi semplici, dunque, sebbene non semplici da ricostruire in toto: alibi verosimili, per lo più verificabili (inoltre, dalle intercettazioni delle utenze dei due condannati non risulta alcunché a loro carico: ma solo che Ferraro conferma di essere un amabile guascone, disponibile con tutti, e Scattone una persona ordinaria e ordinata, sorta di riservato e acuto “travet della filosofia”): alibi di persone ordinarie, che appaiono schiette e non asservite ai modelli imperanti. Qui va fatto un breve excursus. Nell’immediatezza degli arresti, agli imputati fu subito graziosamente offerta la possibilità di una “confessione” (di omicidio colposo e favoreggiamento: reati per cui, guarda il caso!, i due sono stati poi condannati) che, garantendo loro pene irrisorie, avrebbe pilatescamente salvato capre e cavoli. Ma i due, inspiegabilmente se colpevoli di un reato così grave (e quindi delle sue conseguenze sul piano penale, professionale e dell’onore), si dichiararono sempre innocenti (senza mai essere colti in fallo). Solo un folle (o un innocente) avrebbe potuto respingere decisamente questo consiglio, a volte bonario, a volte rude, delle nostre Forze dell’Ordine: Scattone e Ferraro, che non sono folli (lo affermano le stesse sentenze, oltre che il buon senso e una minima capacità di analisi), lo rifiutano con fermezza, sempre, aggravando di molto la loro posizione ed il loro futuro (senza considerare la inverosimiglianza delle circostanze del delitto, su cui oltre). Tutt’altro che ordinarie, nelle modalità in cui si sono prodotte, nei tempi e nella sostanza delle rivelazioni, si sono invece rivelate le due testimonianze alla base dell’accusa (per il resto, come vedremo, non c’è nulla, a parte una terza rivelazione di una tardiva eroina amica di alcuni inquirenti fin dal 1989 e sorella di due sequestratori, che sostiene unicamente di aver visto Scattone e Ferraro fuggire all’aria aperta). Le testimonianze, per definizione, e se coerenti e accuratamente vagliate, sono prove soggettive (non valgono di per sé, perché sono soggette a complesse dinamiche interne, anche quando sono rese in buona fede: ammettere che la Lipari è ”sincera” non implica necessariamente credere a quello che dice “ricordando”); possono determinare una condanna solo se suffragate da elementi oggettivi: le perizie, in questo caso. Non solo qui i riscontri oggettivi a carico degli accusati mancano, ma pendono anche, in modo inequivocabile, dalla parte della difesa: la Procura, dopo aver invertito l’onere della prova sulla questione degli alibi, lo inverte anche in tema di gerarchia degli elementi probatori: essa ha infatti agito considerando come “prove regine” dati soggettivi (oltre che tardivi, contraddittori in sé e problematici, come vedremo), eludendo e addirittura attaccando i risultati di due perizie disposte dalla Corte d’Assise (“non vi sono elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo”) e dalla Corte d’Assise d’Appello. In ordine temporale, la prima testimonianza (M.C. Lipari), che ha dato il là alla imputazione di Scattone e Ferraro, sulla base di una ricostruzione iperpornopsicautoanalitica (“dall’ano del cervello”: diteci voi se ci si può esprimere così), di ricordi tardivamente raccolti e non immuni, forse, da una qualche commistione con sentimenti di rivalsa e di rancore, e ove si parla solo di vaghe “atmosfere” (“gelo trattenuto”) e non si accusa né Scattone né Ferraro; la seconda (G. Alletto) — ancor più vacillante perché indotta da una situazione psicologicamente insostenibile per una piccolo borghese di stretta osservanza –, raccolta dopo quattordici (!) testimonianze di segno contrario (“giuro sulla testa dei miei figli”; “mi conviene dire che c’ero”), e poi stranamente smentita e rovesciata subito dopo il confronto con la Lipari e l’arresto del prof. Romano (13/6), allora direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto; inoltre, un video di un interrogatorio risalente all’11/6, prima “scomparso” e poi “ritrovato” (dapprima solo in copia, e senza quasi otto minuti di registrazione), giusto in tempo perché cominci il primo grado, “dal nulla” e “per errore”, che testimonia un trattamento non proprio riguardoso nei confronti della teste; una inspiegabile presenza da commedia dell’arte (“faccelo fare a loro il reato!”), testimoniata dalla medesima registrazione (G. di Mauro, poliziotto e cognato della Alletto); un modo “suggestivo” di condurre l’interrogatorio — da parte di magistrati con un curriculum recente non proprio brillante –, fondato su tesi considerate dogmatiche (con relative e conseguenziali “scomuniche” di quanti osassero, anche prevedibilmente, metterle in discussione), induttivamente elaborate sulla base di un procedere a tentoni per esclusione (se l’assistente M. Mancini non avesse avuto un alibi inattaccabile, vista la sua passione per armi e tute mimetiche sarebbe stato calato a forza nel personaggio del killer superomistico, costruito ad arte dai media e quindi dai magistrati, ruolo che poi dovette impersonare Scattone, suo malgrado: infatti, tra gli altri, nei recessi più intimi della sua materia grigia, la testimone numero uno aveva visto anche Mancini sul “luogo del delitto”). Ad ogni modo, è evidente a chi sappia giudicare con equanimità che tutte le tre testimonianze accusatorie (la terza è quella dell’usciere F. Liparota, che, messo di fronte all’accusa di concorso in omicidio volontario, quasi immediatamente ritrattò in maniera definitiva e convincente: imputato lui come, non lo si ricorda mai abbastanza, la Alletto, che, a sua volta anche imputata per favoreggiamento e truffa ai danni dello stato, avrebbe dovuto essere assistita da un legale nel corso degli interrogatori e non avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere nel corso del processo, come invece fece) sono state “raccolte” con minacce pesanti (“la prenderemo per omicidio” [stesse minacce, secondo una sua ammissione telefonica, alla Lipari]; “io sputtano lei e suo padre”), in una condizione psicologica dei testimoni di estremo stress e di angoscia. Pure, molte ore del decisivo interrogatorio dell’Alletto, del 14/6 (più o meno dalle 9 inoltrate del mattino alle 21), non furono verbalizzate, e costarono a Lasperanza e Ormanni un rinvio a giudizio per violenza privata e abuso d’ufficio (i due furono poi assolti); tuttavia, non furono inserite, nelle sue parti salienti, negli atti del processo di primo e secondo grado. Ad ogni buon conto, è interessante notare come la Lipari affermò, inizialmente, che la sala assistenti le sembrò vuota (come l’Alletto, fino all’11/6; cfr. testimonianze degli altri assistenti e collaboratori dell’Istituto): come nel caso della Alletto, ciò contraddiceva le tesi dei PM. Noi riteniamo che l’aula, al momento dello sparo, potesse essere vuota: “Curioso infine che tutti i presenti – questo ha attestato la ricostruzione – abbiano visto Scattone sparare e apprese le conseguenze del suo gesto, non abbiano tentato di disarmarlo né abbiano avuto il minimo turbamento: tutti sono tornati alle loro mansioni abituali. Come se niente fosse mai accaduto. Come se in quell’Aula non ci fosse mai stato nessuno” (http://www.dirittodicritica.com/2012/05/09/marta-russo-giovanni-scattone-37953/ [neretti nostri]). Ad ogni modo, solo successivamente (ma non sono state trascritte né le modalità né i tempi di tali “subliminali approfondimenti mnestici”), nella memoria della dottoranda affiorarono: l’assistente Simari, che risultò assente; l’assistente Mancini (secondo Lipari “suggeritale” da un inquirente, forse perché la più “minacciosa” di tutte!); finalmente, la segretaria Alletto, sulla quale si viene a concentrare tutto il peso delle indagini, e l’usciere Liparota. Esclusi tutti i frequentatori dell’Istituto in ragione di alibi inattaccabili, gli investigatori si concentrano per viam negationis su Ferraro e Scattone, che hanno la sventura di alibi difficilmente verificabili con certezza assoluta (perché, secondo la loro credibile ricostruzione, soli momento dello sparo), ed i cui nomi nessuno aveva ancora proferito. Si deva anche notare che la girovaga mistica Lipari, che in nessuna occasione aveva parlato di Scattone a familiari, amici e inquirenti, parlerà del dottorando solo l’8/8 (“l’impressione è che si tratti di Scattone”, che era in clausura coatta dal 15/6!), appena prima di partire per le vacanze, mentre Alletto, l’11/6, aveva eloquentemente affermato: “bisognerebbe sapere chi è quell’altro oltre a Ferraro”. Quindi, nessuno aveva fatto all’Alletto il nome di Scattone almeno fino all’11/6. E, allora, chi ha sparato? Anche qui, la teologia negativa della Procura, deduttiva e non induttiva, si rivela uno strumento (ed una strategia) di sicura efficacia: non essendo possibile che a vibrare il colpo sia stato Ferraro, mancino, pacifista e digiuno di armi (oltre che svogliato lettore di Nietzsche), è ovvio che il responsabile è l’ultimo rimasto col moccolo in mano, Scattone, che ha fatto il servizio militare (!) anche se non ha mai fatto male a una mosca e continua a leggere imperterrito testi di innocui filosofi liberali. A margine di ciò, ma non secondariamente, ci si chiede come sia stato possibile ammettere le prime due testimonianze (strettamente legate tra loro), nel contesto di un impianto accusatorio fondato su di una perizia frettolosamente accolta dall’accusa, per un certo periodo sulla tesi dell’”omicidio perfetto” (assenza di movente, in assenza di prove: un po’ come, su un altro piano, l’antifascismo in assenza di fascismo) e caratterizzato dal mancato ritrovamento dell’arma del delitto e del bossolo. Ci si chiede inoltre come si sia potuto ritenere attendibile una persona che afferma, tra mille contraddizioni (smentita anche da se stessa, nelle intercettazioni in cui parlava liberamente, al pari della prima teste): “A me Zingale [il primo significativo indagato della vicenda, bibliotecario e cultore di armi] non mi è parente” (meschinità morale), ovvero “ma io non conoscevo gli spostamenti di Zingale” (contraddizione logica). Si tenga anche conto che le due “testimoni”, contro cui vi sono alcune testimonianze e risultanze non contraddittorie, sono anche, al di là di ogni ragionevole dubbio, pervicaci bugiarde (Alletto), pavide (ancora Alletto: rifiuto di confrontarsi con Armellini, Sagnotti, Cappelli, che all’epoca lavoravano nello stesso Istituto e che smentivano la sua versione), spergiure (sempre Alletto: sulla testa dei figli!), o narcisisticamente devote alle proprie elucubrazioni cerebro-anali (Lipari, per non aggiungere altro riguardo alle sue numerose rivelazioni errate e contraddittorie), oltre che “messe all’angolo” dalla Procura, in una condizione di pressione psicologica e materiale di non poco conto: se, in teoria, la ricostruzione della seconda fu resa in buona fede, vi sarebbe da aggiungere che le sue modalità psicoanalitiche la rendono inattendibile (questo lo avrebbe dovuto capire la stessa Lipari). Non lo diciamo noi, che comunque restiamo dotati di buon senso, ma l’ha fatto il neurofisiologo P. Strata, nel corso del processo (e giù altre critiche da parte dei PM, nonostante non siano note le competenze in materia dei PM e sia pacifico che la qualità dei ricordi scade con il passare del tempo). A posteriori, si può ritenere che la testimonianza della Lipari, cronologicamente precedente (13/6: giornata di grazia in cui Lipari venne messa confronto con la Alletto e Liparota, e Romano arrestato) e più “autorevole” rispetto a quella della Alletto, di cui è stata verbalizzata solo una ultima, piccola parte, ha “sbloccato” le indagini, repentinamente “sigillate” dalla appena successive confessioni della invalida di Filosofia del Diritto. Le due donne, difese addirittura dalla santona di tutti i radical chic D. Maraini, sarebbero assolutamente attendibili (per Procura, Collegio Giudicante e Maraini); tutti gli altri, invece, pesantemente minacciati (a partire da Lipari e Alletto!) o iscritti nel registro degli indagati perché le loro dichiarazioni non collimano con le tesi della Procura (col risultato che alcuni si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, o si sono trincerati dietro eloquenti “non ricordo”). Per chiudere questo punto, citiamo alcune considerazioni inoppugnabili di Scattone, purtroppo rimasto vox clamantis in deserto, contenute in una sua lucidissima lettera alla Corte di Cassazione: “Parlando a quattr’occhi col cognato, la Alletto mostra di ignorare i nomi delle persone presenti nella sala assistenti al momento dello sparo; e dopo aver ricordato quelli di Liparota e Ferraro, che poco prima le erano stati fatti dal P.M. La Speranza — come le Corti avrebbero saputo se avessero acquisito agli atti l’intera videoregistrazione [il cd. “video-choc”, di cui abbiamo già discusso] — la Alletto dice a Di Mauro: ‘Bisognerebbe sapere chi è quell’altro oltre a Ferraro’, dimostrando così in modo inequivocabile di non aver assistito al delitto. Una riprova significativa, anche se indiretta, di ciò è fornita dalla risposta data dalla Alletto a un difensore che le chiedeva perché, pur sapendo che a sparare ero stato io, non era intervenuta a discolpare un precedente indagato, Rino Zingale. La risposta è:‘Ma io non conoscevo gli spostamenti di Zingale quel giorno’ [una ineguagliata mescolanza di dabbenaggine, assenza di capacità logiche, di senso comune e/o di senso morale]. Che bisogno c’era di conoscerli, se veramente avesse visto me sparare?” (https://web.archive.org/web/20150411125247/http://www.webalice.it/guido.vitiello/letterascattone.htm). Lasciamo cadere in un pietoso oblio, per carità di patria, la quarta testimonianza, che, in quanto assolutamente sciolta da ogni costrizione o “suggerimento”, in condizioni normali si sarebbe risolta in un boomerang per G. Olzai, una stagionata studentessa fuori corso da circa 25 anni, che la rese solo il 10/7 (dopo aver riconosciuto i due fuggitivi il 15/6!), con tanto di strascichi vagamente mystery.

3) Le perizie. Nessuna afferma che lo sparo è partito certamente dalla famigerata aula sei; la perizia disposta dalla Corte d’Assise (ma da essa stessa, chissà con quale competenza, rovesciata negli esiti: si crede alla cieca in ciò che è soggettivo, si butta alle ortiche ciò che, oltre ad essere oggettivo e molto dispendioso, è stato disposto dalla Corte stessa) asserisce anzi che l’aula dalla quale più probabilmente si è sparato è il bagno disabili di Statistica (come vedremo, ciò è in connessione con una “pista” immediatamente considerata, anche per alcune coincidenze “cronologiche”, dagli investigatori: poi scartata per la sua contraddizione con il dogma dell’aula sei), che in effetti è un luogo ben più sicuro dell’aula di un Istituto universitario (in un orario in cui le attività, peraltro, sono a pieno regime) per chi vuole colpire con precisione e tranquillità (testimonianza pressoché immediata di A. Ditta; dalla finestra del bagno disabili, “diversamente che da tutte le altre finestre prospicienti il luogo del delitto, è possibile infatti sparare senza essere visti dall’esterno; e in quel bagno è possibile chiudersi utilizzando il tubo flessibile della doccia, come si vede chiaramente in una fotografia scattata dalla Polizia scientifica un’ora dopo il ferimento e allegata agli atti”: https://web.archive.org/web/20150411125247/http://www.webalice.it/guido.vitiello/letterascattone.htm [neretto nostro]). E qui sta, proprio ab imis fundamentis, il guasto pressoché immediato delle indagini: sulla base di una perizia frettolosamente presa a base dell’accusa (mentre delle altre, più approfondite e concordanti, si possono senza chiari motivi negare gli esiti!) e poi smentita in toto dalle successive, globalmente convergenti risultanze, dalla Corte di Cassazione nel 2001 (“un errore”), oltre che da un ufficio di Scotland Yard, si è considerata una particella di bario antimonio (in una scena del crimine inquinata!), rinvenuta sul davanzale dell’aula assistenti il 20/5, come il residuo di uno sparo, senza considerare che questo ne lascerebbe migliaia (ed esse resterebbero sul davanzale anche a distanza di tempo). Tale particella, poi, si è rivelata un residuo di una frenatura di auto, non di sparo (perizie per conto della Corte, primo e secondo grado di giudizio), e comunque indistinguibile da particelle prodotte da automobili; infine, la cartuccia esplosa non conteneva antimonio, e quindi non era compatibile con il detto residuo. Parvus [sic] error in principio magnus est in fine.

4) La questione, cruciale, degli orari di alcune telefonate partite dall’Istituto di Filosofia del Diritto e del ferimento di Marta Russo. La Lipari chiamò lo studio del padre e subito dopo, dato che non trovò il genitore, casa sua (11:44:05, quindi oltre due minuti dopo il ferimento mortale di Marta Russo secondo la ricostruzione ufficiale): ciò dimostra da un lato che ella telefonò dall’Aula 6, a breve distanza temporale dallo sparo, quasi come se nulla fosse successo, dall’altro che il ricordo della dottoranda di un intervallo di tempo tra le due chiamate, in cui avrebbe incontrato un collega, solo tre mesi dopo il delitto identificato in Scattone, è falso. A questo proposito, come al solito, è lapidario e stringente Scattone: “Un’importante smentita alle ricostruzioni mnemoniche della Lipari è venuta dai tabulati originali della Telecom, acquisiti solo verso la fine del processo di primo grado: da essi è risultato che le due telefonate da lei fatte nella sala assistenti sono consecutive, ed è quindi impossibile che uscendo dall’aula 6 abbia intravisto nel corridoio una persona che ‘poteva essere Scattone’” (https://web.archive.org/web/20150411125247/http://www.webalice.it/guido.vitiello/letterascattone.htm [neretti nostri]). Inoltre, il cd. “giallo dei tabulati Telecom”, su cui ha puntato la difesa dei due imputati, consiste nella discrepanza di tre minuti relativa ad altre chiamate fatte da Scattone a Ferraro, e ad altre ancora che non compaiono affatto nei tabulati: giallo parzialmente spiegato dall’ispettore di polizia che stilò l’elenco delle telefonate partite la mattina del 9 maggio dall’Istituto di Filosofia del diritto. Tra queste compaiono due chiamate fatte da Scattone a Ferraro, una alle 12.44 e l’altra alle 12.59. La prima telefonata, partita dalla sala assistenti, non compare nel tabulato dell’azienda perché non ricevette risposta; la seconda, partita dalla sala cataloghi, non è stata riportata nel tabulato dell’università in quanto l’orario era stato scritto male (in questa Scattone e Ferraro si accordano per un regalo alla sorella di M. Marcucci). Per quanto riguarda poi la divergenza di tre minuti della stessa chiamata (12:56) rispetto alle rilevazioni della Telecom, è stato lo stesso PM Italo Ormanni a fornire una spiegazione: secondo la Digos, il display del centralino elettronico dell’Università registra l’orario delle telefonate alla fine della conversazione e non all’inizio, come fa invece la Telecom. Il giallo comunque resta in buona sostanza tale: perché a casa Ferraro fu risposto a telefonate partite alle 12.52, alle 12.56 e alle 13.01 e non a quella fatta alle 12:59? Sul secondo, forse ancor più importante, punto dell’ora precisa del ferimento mortale di Marta Russo, nell’immediatezza dei fatti alcuni verbali di polizia riportano le 11:30 circa. Secondo la ricostruzione ufficiale, invece, Marta Russo fu colpita alle 11:42:05 (sentenza di primo grado); secondo una più che verosimile ricostruzione alternativa (fondata sui tabulati della Telecom inerenti a una conversazione di Iolanda Ricci, amica di Marta Russo, col fidanzato [la conversazione termina alle 11:39:01]), alle 11:40, forse anche qualche minuto prima (la Ricci sostenne durante il dibattimento e nei verbali che la conversazione ebbe fine verso le 11:30). Si domanda allora Pezzuto: “Se il colpo è stato esploso alle 11.40 [ma potrebbe anche essere stato esploso prima!] come ha fatto allora Maria Chiara Lipari a sentire (lo ha confermato in udienza) un ‘tonfo sordo’ alle 11.44 mentre era in procinto di entrare nell’aula 6? E perché la Alletto ha ripetuto più volte che la dottoranda fece il suo ingresso ‘nell’immediatezza dello sparo, forse dopo una trentina di secondi, massimo un minuto?’” ([neretti nostri]). Se Marta Russo fosse stata davvero colpita alle 11:40 (per non dire prima), sarebbero invalidati i ricordi della Lipari, e quindi tutto il resto. Sul punto della “tempistica”, determinante perché oggettiva e fondamentale in spazi temporali così importanti, oltre che tanto strettamente connessi tra loro e risicati, le parole più sagge provengono ancora da Scattone: “Da questo momento [11:42:05] fino all’ingresso della Lipari nella sala assistenti, che la Alletto dice essere avvenuto subito dopo lo sparo, passano invece almeno due minuti, perché la prima telefonata della Lipari ha inizio alle 11.44.30: la ricostruzione accusatoria non può quindi in alcun modo corrispondere alla realtà. É mai pensabile che dopo un colpo di pistola quattro persone siano rimaste immobili e in silenzio, senza alcuna reazione, per un tempo così lungo?” (https://web.archive.org/web/20150411125247/http://www.webalice.it/guido.vitiello/letterascattone.htm [neretti nostri]). Secondo alcuni, che credono più alla Alletto e alla Lipari che alla logica elementare, all’aritmetica ed ai fatti, parrebbe di sì.

5) Le circostanze e la dinamica dello sparo. Dopo lo sparo, tutti tornano tranquillamente al lavoro ed alla loro vita ordinaria, per un mese circa: addirittura, alcuni dei protagonisti (poi antagonisti) lavorano alacremente e senza segni visibili di risentimento, collaborando tra loro. Nessuno vede né sente sparare, in un ambiente relativamente piccolo (a parte le due supertestimoni, che ad ogni modo, lo ripetiamo, non hanno visto nulla); anche dall’esterno, ove gravitano o stazionano decine di persone, nessuno vede Scattone fuori dalla finestra, agitando il corpo del reato e quasi “divincolandosi” rispetto ad una rocambolesca posizione del proprio corpo. Inoltre, vi è considerare che risulta molto difficile mirare e sparare da quella posizione, anche perché vi è un grosso condizionatore che ostacola l’eventuale sparatore. Ma Scattone, oltre che cecchino infallibile e nicciano in interiore cordis secondo alcuni, sarebbe anche acrobata provetto, una sorta di piccolo Tiramolla della filosofia, oltre che freddissimo occultatore della pistola e raccoglitore impassibile del bossolo (tutte cose sparite e mai ritrovate: ma le condanne includono anche pene per “porto abusivo di arma”!). Pure, appare irrisolta la questione della “mani nei capelli” di Ferraro (testimonianze di G. Alletto e prima confessione di Liparota). Un avvocato di parte civile, Flamminii Minuto, affermò che tale reazione dimostrava, essendo le due testimonianze sostanzialmente coincidenti ed indipendenti, la realtà del fatto e quindi delle responsabilità relative. Tuttavia, sembrerebbe che la versione che include questo evento fu “proposta” dagli inquirenti a Ferraro e a Liparota il 14/6, alla Alletto anche prima (sicuramente l’11/6: quindi fu elaborata al più tardi in questa giornata): al proposito, ci sono stranamente due foglietti, passati all’usciere ed alla segretaria, che circolano e giungono sotto gli occhi dei due (anche di Ferraro?), e che concernono la descrizione di questa “verità” costruita a tavolino (sulla base di quali elementi di prova?) per risolvere velocemente il caso, tra invocazioni più o meno interessate della politica e ctonie evocazioni dei giornali e della cd. “opinione pubblica”. Ma bisogna anche ricordare un altro fatto inquietante. “Sappiamo che siete estranei ai fatti”: questa pare essere la frase che pronunciarono gli inquirenti ai due principali imputati, appena arrestati. In stanze separate, a Scattone fu consigliato di confessare il colposo, anche se era innocente, a Ferraro di rivelare il favoreggiamento (cosa sarebbe successo se Ferraro avesse confessato di aver aiutato Scattone nel coprire e/o compiere un delitto che quest’ultimo contemporaneamente negava, solo Dio lo sa): cosicché, Ferraro sarebbe potuto andare a casa subito, Scattone dopo un breve periodo di carcerazione. Stranamente, alla fine (ed in ogni grado di giudizio, a parte la prima sentenza della Cassazione, che però sembrerebbe sostenere indirettamente una sorta di vecchia “insufficienza di prove”), colposo e favoreggiamento furono i reati “accertati”, dopo, beninteso, il solito iter processuale, italicamente rocambolesco. Le folli ipotesi del “delitto perfetto” (V. Feltri parlò giustamente, in caso di colpevolezza di Scattone e Ferraro, di “perfetti cretini”) non furono mai prese in seria considerazione, se non nelle prime fasi delle indagini (anche qui, senza il minimo appiglio probatorio o anche indiziario) e, per via questa volta esplicitamente demonologica, dal PG A. Marini, secondo cui ad armare la mano di Scattone, “eternamente dannato” già prima di passare a peggior vita, fu “il diavolo”.

6) Le piste alternative. Pezzuto ne indica tre, dando l’idea di credere più alle prime due (scambio di persona nel contesto di un omicidio ordinato dalla criminalità organizzata), e non considera la ipotesi del criminologo C. Livatino, che sostenne la responsabilità di uno psicolabile, oltre ad affermare che la Alletto fu sottoposta dagli inquirenti ad ipnosi. Noi ci concentriamo sulla terza: quella “terroristica”, in relazione alla quale non mancano le “coincidenze”, e a cui l’A. stesso dedica particolare attenzione (l’ipotesi è stata richiamata con una certa forza, nel 2003, dagli stessi difensori di Scattone e Ferraro, e coinvolgerebbe P. Broccatelli, esponente delle Nuove BR in già condannato a nove anni di carcere). Questa pista — su cui gli indizi non mancano: il ”questore”, come il Sisde, rimanda agli Interni, e A. Mattei fu coinvolto nelle prime fasi delle indagini, secondo alcuni in modo molto discutibile; centrale pare anche la questione della presenza di fibra di vetro del soffitto del bagno disabili di Statistica sul proiettile che uccise Marta Russo — fu battuta nelle primissime indagini, e poi abbandonata a causa dell’esito della nota perizia, ma giustificherebbe, oltre alle “coincidenze” ed alle testimonianze di più d’una persona, l’interessamento dei Servizi e l’uso di una pistola silenziata (testimonianza Ditta, ritrovamento di fibra di vetro del soffitto del bagno disabili sui frammenti del proiettile). L’11 maggio, la Polizia effettuò perquisizioni presso gli uffici e i locali della ditta di pulizie Pul.Tra (per cui Broccatelli lavorava nel 1997: e lavorò il 9/5 all’Università), rinvenendo “bossoli e parti di armi”. A casa di uno dei dipendenti, tra l’altro, venne rinvenuto un piccolo arsenale, ma soprattutto una arma a salve modificata per accogliere proiettili calibro 22; negli armadietti ad uso dei dipendenti, inoltre, vennero ritrovati anche silenziatori rudimentali. Viene immediatamente richiesta la intercettazione dei sospetti, “ritenendo – si legge nei verbali – estremamente probabile coinvolgimento medesimi in episodio criminoso”. Nei giorni successivi, un verbale della questura specifica: “anche in precedenza all’evento delittuoso, e probabilmente dallo stesso punto di fuoco [bagno disabili di Statistica] sono stati sparati dei colpi […] Alcune persone rintracciate sono sicuramente solite ‘divertirsi’ a sparare”. Nel 1998 verrà trovata un’altra pistola in un’intercapedine nel muro (http://www.dirittodicritica.com/2012/05/09/marta-russo-giovanni-scattone-37953/); ma, soprattutto, vi è la testimonianza (inutilizzata) di “Stefano”: “Poco prima della morte di Marta ricordo che le lezioni di Sociologia si tenevano nelle aule all’ultimo piano del Rettorato. Una mattina lascio il motorino, sono in ritardo ma per un’urgenza devo andare di corsa in bagno. Per non salire su e non fare le scale entro nel Rettorato dalla porta più piccola sotto al ponte/tunnel. Il portiere mi indirizza subito alla mia sinistra (entrando dalla porta), dove c’è un corridoio stretto, di servizio, che costeggia il cortile. Tra varie porte chiuse ce n’è una aperta. Piccola e stretta. Apro e accanto alla tazza del water ci sono scope e detersivi, sembra un deposito delle pulizie. É allora che mi accorgo di una cosa stranissima. Sulla parte interna della porta è appiccicata con lo scotch una fotocopia su foglio A4 riportante la particolareggiata descrizione balistica di una pistola. Avendo una certa conoscenza delle armi — mio padre è stato nell’esercito ed è un cacciatore — ricordo di essere rimasto molto colpito dal fatto. La pistola, se non ricordo male, era una piccola automatica che, però, spiccava per le prestazioni balistiche e l’affidabilità offerta. Sul foglio erano descritte la traiettoria del proiettile e le variazioni a diverse distanze. Mi chiesi come mai ci fosse quel foglio appeso in un bagno universitario. La rivista da cui era preso l’articolo era sicuramente una pubblicazione di nicchia. Pensai che all’interno del rettorato ci fosse un patito delle armi. Solo un appassionato legge certa roba. Dopo l’omicidio Marta Russo raccontai a molte persone l’accaduto“ (http://www.dirittodicritica.com/2012/05/09/marta-russo-testimonianza-37965/ [neretti nostri]). Ulteriore nota di “colore”: il registro delle presenze del 9/5 di Statistica fu trafugato (per non parlare di alcune, significative mancate verbalizzazioni di interrogatori). Ricordiamo al riguardo, infine, i rapporti, strutturali, istituzionali ed operativi, tra Sisde (Interni), Procura e Digos. L’Italia, è noto, è il paese dei misteri, oltre che dei formalismi giuridici e della commedia dell’arte: come è emerso, in maniera inequivocabile, inquietante e paradigmatica, in questo processo.

Conclusioni: una storia (anche) di padri

Checché ne dicano i benpensanti, gli sciocchi e gli ipocriti, i complotti esistono (anzi, sono la norma in certe vicende, nella micro e macro-storia: il termine coniuratio ha una certa importanza nell’ambito del lessico politico-militare di Roma antica), come gli errori per incolpevole – ma anche colpevole, a volte colpevolissima — ignoranza. Spesso, ciò che è asseverato pubblicamente e “politicamente”, in Italia è smentito dai fatti: ed è con pervicacia ripetuto in pompa magna, strumentalmente o surrettiziamente, proprio per non dare adito ai dubbi del popolino impegnato a compulsare l’ultima fatica “letteraria” di Fabio Volo o a contemplare le icone dei tronisti di M. de Filippi, come inebetito dal tubo catodico (mentre Pezzuto, dopo estenuante ricerca, non ha trovato un editore: e sappiamo di cosa parliamo). La “legge”, che dovrebbe essere “uguale per tutti”, è in realtà ed in definitiva ciò che lo schermo rimanda nelle coscienze anestetizzate delle monadi del capitalesimo. Cosa sarebbe il mondo senza la TV? Sicuramente, ci sarebbero meno innocenti in galera e meno atti terroristici: con quella che sul Monte Athos è definita “l’iconostasi del demonio”, invece, è possibile far riverberare i proprio sconsiderati atti via cavo, potenziandoli esponenzialmente, dire di tutto su tutti e contribuire a far condannare chiunque, dopo averne determinato e fissato una immaginifica “iconizzazione”.

La concatenazione delle testimonianze “suggestive” (o addirittura suggerite, dietro minacce più che consistenti e credibili: queste sì!) dà luogo a un “effetto domino” da cui è difficile tornare indietro, e che dà da pensare: smontato un anello di questa scricchiolante e tutt’altro che santa catena di Sant’Antonio, cade tutto il resto, che, tra l’altro, è ben poco e molto ambiguo, per dire il meno. Come dà da pensare che il GIP abbia emesso la ordinanza di custodia cautelare senza aver avuto il tempo materiale di leggere quanto inviatogli dalla Procura: ciò che è stato rilevato con acume dall’infaticabile padre di Scattone — meno defilato del pur combattivo papà di Ferraro –, commovente figura di ingegnere vecchio stampo (“tu es sacerdos in aeternum”), di cui esiste un bel ritratto su “Il Fatto Quotidiano” di M. Travaglio (che grugnì in più d’una occasione che Scattone aveva fucilato Marta Russo. Anche qui, nessuna sanzione per questo rancoroso inquisitore della scuola di Montanelli, cui Ferraro e Scattone “stavano antipatici”: come se il giornalista toscano fosse simpatico, specialmente con qualche ragazzetta africana); e, suo malgrado, fine investigatore aggiunto non retribuito, alla cui memoria vogliamo dedicare questo nostro modesto contributo. Di fronte alla “tenuta” dell’ingegnere, segno di un universo morale che va scomparendo e verso cui ci poniamo deferenti, cavilli, scartoffie, suggestioni e suggerimenti non valgono nulla.

MARCO TOTI
23/9/2020, Equinozio di Autunno
Post scriptum (6/12/2020): Ci pare di grande interesse rilevare come le versioni delle due principali testimoni dell’accusa, a distanza di oltre venti anni dai fatti, siano state smentite: per averne prova, basta avere la pazienza di ascoltare il link https://www.youtube.com/watch?v=4UhA9xxsr3s (57’10’’ ss.).